Anime nere – Gioacchino Criaco

di MARIELLA ARCUDI – Alla 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film Anime nere – diretto da Francesco Munzi e prodotto da Babe Films, Cinemaundici e Rai Cinema – ha riscosso un grande consenso di pubblico e di critica. Il film è liberamente tratto dall’omonimo libro di Gioacchino Criaco e si dipana come un noir, una storia maledetta con un finale a sorpresa, da vera tragedia greca.

Gioacchino Criaco è nato ad Africo, paese dell’entroterra ionico in provincia di Reggio Calabria. Figlio di pastori, ha lasciato il paese natale da giovane e si poi è laureato in Giurisprudenza a Bologna, dedicandosi però all’attività letteraria.

Anime nere (Rubbettino, pp. 210, € 14,00) è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2008 e ristampato nel 2014. Con Zefira (Rubbettino) e American taste (Rubbettino) fa parte di una trilogia che si fonda sulla descrizione della realtà socio-culturale calabrese, non più intesa fatalisticamente come in una certa letteratura meridionale del passato.

Tre «anime nere», schegge impazzite

Il libro di Gioacchino Criaco si presenta come un noir ambientato tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento: una storia crudele e violenta, narrata dal punto di vista dei “cattivi”. Il romanzo rivela un male antico, radicato nel ventre della vita calabrese, che si pone al di fuori della civiltà e continua a vivere di proprie leggi e tradizioni, solo apparentemente contrapposto al lontano mondo civile, il quale in realtà – tra corruzione e connivenze – si avvantaggia della ferocia dei figli dell’Aspromonte.

Il noir si sviluppa in tre parti (I figli dei boschiOmbre in luceAnime nere), attraverso le quali il lettore è accompagnato dalla voce narrante di uno dei tre protagonisti dentro una lunga scia di sangue che i «i figli dei boschi» lasciano dietro di loro, dalle selve dell’Aspromonte fino a Milano e al resto dell’Europa. Un piccolo branco di lupi senza controllo, a caccia di prede e prede essi stessi. Come rivela la voce narrante, infatti, «a diciannove anni avevamo rubato, rapinato, sequestrato e spezzato vite. In un mondo che rifiutavamo, perché non era il nostro, tutto quello che volevamo ce lo siamo preso».

I tre protagonisti – fratelli nel film, amici nel romanzo – commettono ogni genere di nefandezze, inseguendo il desiderio di cambiare il loro destino. Infliggendo morte e dolore, spezzano il legame con un mondo di cui non riconoscono l’autorità e al quale non vogliono sottostare.

Tre schegge impazzite, che agiscono rompendo ogni patto sia con la legge, sia con la ’ndrangheta diventando «anime nere»: «Le ombre, erano tali per due ordini di motivi: conti in sospeso con la legge o da regolare con altre persone; e in questo caso, quando il sangue era già scorso, le ombre diventavano anime nere o tingiùti, tinti col carbone, a seconda se si prevedeva che uscissero vincenti o fossero considerate sicure vittime».

Dall’Aspromonte a Milano

Nel primo capitolo l’autore ci conduce tra gli impervi boschi dell’Aspromonte – in mezzo ad armenti, ovili e pascoli – e dal mar Ionio al Tirreno, dove nessuno parla, sente o vede. Il tragitto al quale prendono parte i tre giovani, guidati dai propri padri, avviene di notte, quando portano con loro la vittima di un rapimento di cui ignorano la sorte. Quel lungo cammino è come una scampagnata: essi conoscono a memoria il territorio, è la loro terra, il loro rifugio, la tana di lupi feroci e braccati.Anche se giovani e rudi, «i figli dei boschi» Luciano, Luigi e Rocco (la voce narrante) sono scaltri e abili nell’uso delle armi di ultima generazione, come nel maneggio del denaro con il quale saranno ricompensati. Il testo si impregna dei racconti delle gesta di pastori dall’indole indomita, che non conoscono amore o pietà se non per i loro familiari o gli amici più fidati. Racconti di un tempo passato, quando dei miti allevatori per difendere quell’aspro mondo – il solo che conoscevano – divennero prima banditi e poi criminali.

Gioacchino Criaco non cerca giustificazioni al male, ma va in cerca delle sue radici che affondano nella storia meridionale: «Che la società dei pungiuti fosse un’invenzione degli immorali Borbone di Napoli era noto. Gli avveduti ispanici avevano capito che per puntellare dall’interno il loro potere e tenere sotto controllo le riottose genti […] avevano bisogno, oltre che della baionetta, di controlli interni a quel tessuto sociale. Mandarono, così, in giro per il Regno, mistici cavalieri spagnoli custodi di antichi codici, a incidere dita e fondare confraternite».

Dopo essersi messi contro la “legge” delle ’ndrine che governa le terre di Calabria, i tre ragazzi vanno a vivere a Milano per non essere ammazzati. Ha inizio così la seconda parte del racconto,Ombre in luce. Né spaesati, né intimoriti da un territorio che non conoscono, essi si gettano a capofitto nello spaccio di droga. All’inizio sono solo dei piccoli trafficanti, ma presto diventeranno gli indiscussi padroni del mercato della droga e Milano diventerà il loro nuovo territorio di caccia.

In Lombardia i protagonisti troveranno facili complicità con uomini di ogni risma: politici, imprenditori e terroristi internazionali collaboreranno con loro, ognuno per il proprio profitto. I guadagni sono enormi, il mercato della droga sembra essere illimitato, così come gli omicidi di cui ancora si dovranno macchiare, per vendetta o per difesa. Accrescendosi il loro potere, crescono tuttavia anche i nemici e l’ombra del tradimento è in agguato, perciò finiranno presto in galera.

Anime nere è l’ultimo capitolo del romanzo. Racconta la vita in carcere di Luciano, Luigi e Rocco, il processo che li vede imputati per spaccio di droga, l’assoluzione e le ultime sanguinose vendette contro chi li aveva incastrati. I tre protagonisti sanno, ormai, che non c’è più posto per loro, per le «anime nere». Tutto ciò che sono stati e che hanno fatto prevede un costo inevitabile da pagare… perché tutto torni ad essere apparentemente normale.

La trama del romanzo è avvincente, rivelatrice della storia di sangue e vendette di un popolo da sempre depredato e dominato, che ora esporta in tutto il mondo la propria delinquenza con le sue regole criminali, influenzandone la vita politica e finanziaria (è recente la decisione politica che i proventi della malavita vengano calcolati nel Pil). Come se volesse prendersi una vendetta contro la società occidentale, che ipocritamente si definisce civile ma che continua a condurre il “malaffare” con il crimine organizzato.

Mariella Arcudi

(www.excursus.org, anno VI, n. 64, novembre 2014) Gioacchino Criaco