Narragenda 2015 – Autori Vari

di RITA CASSANI – Quante parole possono stare in un anno? Quante di loro valgono la pena di essere ricordate? Lo sanno bene le agende, memoria “storica” delle nostre azioni quotidiane, dei nostri pensieri e di tutte quelle cose che, di giorno in giorno, non vogliamo assolutamente dimenticare.

Che siano semplici oggetti da portare oziosamente in borsetta o autentiche e indispensabili appendici delle nostre esistenze, le agende restano un regalo classico di inizio anno, uno tra i più graditi, oltre che tra i più utilizzati. Ma quante agende sono anche libri da conservare? Narragenda (Aa.Vv., Delmiglio Editore, pp. 128, € 13,00) senz’altro lo è.

L’idea che la casa editrice veronese ha presentato, uscente il 2014, mescola la classica agenda (con lo spazio giornaliero per gli appuntamenti, pagine dedicate alle annotazioni, il calendario dell’anno in corso) con la raccolta di racconti. Uno ogni settimana. Racconti le cui parole ci accompagnano lungo tutto lo scorrere di un anno, ci sottolineano i cambiamenti delle stagioni con i loro colori e profumi, l’allungarsi e il riaccorciarsi delle giornate, infine ci fanno rivivere in altre vesti l’atmosfera ordinaria del lavoro e quella straordinaria dei giorni di festa…

Ciò che caratterizza maggiormente Narragenda è la varietà: degli stili, degli argomenti, dei toni e delle intenzioni narrative. Si va dalla cronaca piana di una semplice giornata al centro commerciale (peccato solamente che sia giorno di lavoro, e sia il proprio compleanno): «Osservo gli oggetti che si accatastano nel contenitore alle mie spalle: un prosciutto acquistato intero ma spolpato fino all’osso su cui hanno scritto “Rancido”, un detersivo a metà con la dicitura “Sporca il bucato, analizzatelo!”, una cassetta di ciliegie col cartello “C’è l’ospite!” e due sacchi a pelo, visibilmente usati, con scritto “Scomodissimi!” (Paola Rambaldi, Compleanno al market, settimana dal 16 al 22 marzo), ai pensieri inespressi di un innamorato che spia l’amata inconsapevole: «Ti vedo solo la nuca e provo ad indovinare cosa stai leggendo, lì seduta, sul tuo solito posto nell’autobus 84. Ci porterà tutti e due, come ogni sera, al capolinea di Piazzale Olimpia, dove scenderemo e non ci vedremo più fino a domani, anzi lunedì, perché oggi purtroppo inizia il week end. È già il secondo fine settimana di questo pallido ed inutile gennaio» (Toti Naspri, La donna del libro, settimana dal 12 al 18 gennaio).

Ma troviamo anche situazioni paradossali, surreali, dove l’ironia dell’autore si confonde con quella della sorte: «Le parole del medico gli ronzavano ancora in testa. Pochi anni. Forse, mesi. Di nuovo loro, dannati numeri, continuava a pensare Alex. Stretto in una mano, teneva il solito bicchiere di whisky. Fermo tra le dita dell’altra, un piccolo foglio di carta colorata. “Gioco del lotto” c’era scritto. Sotto, sei numeri in fila. Buttati lì a caso, scritti senza una ragione, un sistema. Giocati al superenalotto, perché lo fanno in tanti» (Luca Malaguti, Questione di numeri, settimana dal 7 al 13 settembre). O altre, in cui l’inquietudine si insinua tra le righe, si annida tra le parole, impalpabile e invasiva come una polvere sottile: «La testa del professore ora si vedeva chiaramente e sembrava sempre più quella di un drago infuriato. Roteava e sbuffava, la voce perdeva ogni caratteristica umana, e il drago si manifestò in tutta la sua mortifera potenza. Con le fauci puntò dritto su Teodoro, che ebbe solamente il tempo di vedere le fiamme che lo avvolgevano, senza che niente potesse fermarle…» (Roberto Rossetti, Sessione estiva, settimana dal 8 al 14 giugno).

Talvolta, tra le forme sgualcite che segnano il confine dei singoli attimi, sbuca, come il getto improvviso di un geiser, il passato. Il nostro o quello, non meno familiare, dei nostri avi: «Quel giorno in cui le rose fiorirono, la taverna del mio bisnonno era chiusa. Gli unici pasti serviti erano quelli per la famiglia, per il maestro della scuola del paese e per il farmacista. Non era un granché, come pranzo di Pasqua. Si era in piena Seconda Guerra Mondiale e i viveri scarseggiavano. Tedeschi e partigiani razziavano tutto ciò che trovavano. Ma nonna era con la sua famiglia, era felice e tanto bastava» (Martina Trevisan, Nonna Marcellina, settimana dal 30 marzo al 5 aprile).

Sono ricordi che si incarnano in oggetti, assumono i connotati di persone, o si presentano in forme indeterminate e paure ancestrali, a rammentarci che l’adulto che siamo altro non è che un ragazzino oversize: «Lui, quando era bambino, si rifiutava di andare al cinema se soffiava la tramontana. Aveva paura che luientu si portasse via le sue cose, la sua famiglia, di uscire dalla sala e ritrovarsi da solo in una landa desolata. Dopo la scomparsa di quell’uomo aveva passato mesi a leggere articoli e saggi: c’era chi il vento cominciava a sentirlo quando ancora non era arrivato, con la pressione che si annidava tra gli occhi e di notte portava sogni sghembi» (Laura Perina, Lu ientu, settimana dal 24 al 30 agosto).

In Narragenda tutte le settimane sono diverse, proprio come nella vita reale. Ciascuna di esse ci dona una breve storia, lunga giusto una pagina. Da leggere singolarmente ogni lunedì, come augurio di buon inizio. Oppure da scorrere in fila, una dietro l’altra: in tram, nella metropolitana, o nella mezz’ora di ozio forzato, in fila all’ufficio postale. Perché il tempo è qualcosa di elastico, mutevole, incredibilmente ricco. Ma soprattutto, è qualcosa che diamo, sbagliando, per scontato: «Tempo. Sai, ogni tanto ci penso. Che il nostro tempo è limitato, finito. E allora pensa, che cosa… enorme, assoluta sia donare il proprio tempo a qualcuno» (Marta Tempra, Tempo, settimana dal 19 al 25 ottobre).

Il tempo però è anche qualcosa da registrare, stratificare. Così, alla fine dell’anno, ciascuna copia di questa strana agenda diventerà unica, un pezzo a se stante. Nelle sue pagine ritroveremo i personaggi inventati dagli autori mescolati ai nostri reali, le vicende più o meno verosimili dei loro personaggi, intersecate ai piccoli e grandi fatti veri della nostra vita. Un frammento, lungo un anno, della nostra esistenza.

E allora… In fondo, i libri ci ricordano che abbiamo un pieno libero arbitrio circa il nostro tempo. Lo possiamo impiegare come meglio crediamo: maledire il fatto di dover restare in attesa minuti preziosi davanti a uno sportello (con tutte le cose che abbiamo da fare!) o renderlo fertile – più che ingannarlo – leggendo e rileggendo qualche simpatica storia nella nostra agenda. E rivivere il nostro tempo, anche dopo il 31 dicembre 2015.

Rita Cassani

(www.excursus.org, anno VII, n. 68, marzo 2015)