Il pataffio – Luigi Malerba

MalerbaIlPataffiodi MARCO ADORNETTO – «Io corro troppo con la fantasia, sono fantastico», scrive Luigi Malerba in Salto mortale (Bompiani), uno dei suoi primi romanzi. Tra i tanti pregi della sua narrativa c’è quello di innescare, nelle storie raccontate, la fantasia più sfrenata, adattandola di volta in volta ai contesti storici più svariati. Un’epoca che ha sempre affascinato e fatto fantasticare in lungo e in largo lo scrittore parmigiano è il Medioevo: ciò è testimoniato da alcune sue opere, ambientate proprio in tale periodo, quali il film Donne e soldati e i libri Storie dell’anno Mille (Bompiani), I cani di Gerusalemme (Theoria) e Il pataffio (Quodlibet, pp. 268, € 15,00). Quest’ultimo, edito da Bompiani nel lontano 1978, fino a poco tempo fa era introvabile in libreria. Finalmente ristampato, è stato inserito nella pregevole collana Compagnia Extra, diretta da Jean Talon ed Ermanno Cavazzoni e dedicata a opere strampalate e fantasiose, contraddistinte da uno spirito ariostesco.

Un marconte con tre palle e un arciprete bestemmiatore
«Ce sono omini che per defetto naturale hanno una sola palla e ce ne sono di quelli che per un eccesso de natura ne hanno tre. Appositamente me venne assegnato il feudo de Tripalle dal rege di Montecacchione». Con queste parole si presenta il protagonista del romanzo, il marconte Berlocchio de Cagalanza, titolo che costituisce una via di mezzo tra marchese e conte, ma che in realtà non serve a nulla se non a procurargli dispiaceri e sventure infinite. Egli, buffone ramingo alla continua ricerca di cibo e donne, si è unito in matrimonio alla figlia del re di Montecacchione, una femmina grassa e insignificante di nome Bernarda, al solo scopo di ricevere in dote il contado di Tripalle. Il nostro “eroe”, accompagnato dalla propria consorte, s’inoltra quindi nella piana del Tevere a prendere possesso del feudo, che in realtà si rivelerà una vera e propria fregatura e sarà solo fonte di miseria e disperazione. Lo segue, oltre ai vari servi e alla sgangherata e raccogliticcia soldataglia, somigliante a una piccola armata Brancaleone, frato Cappuccio, un vecchio arciprete brontolone e bestemmiatore che, grazie al suo linguaggio apparentemente forbito e alle sue prediche infuocate, con il proposito di imporre la superiorità della Chiesa, da lui rappresentata, s’impossessa di beni di ogni tipo a scapito degli ingenui e analfabeti fedeli.

Vaffancù
Il marconte, insieme al suo scalcagnato e inefficiente seguito, comincia così a vagabondare nella piana del Tevere, alla ricerca del Castello di Tripalle. Si perde, sbaglia continuamente strada, non riesce a trovare il castello e, anche quando finalmente ne scorge uno all’orizzonte e si illude di essere arrivato a destinazione, scopre amaramente che non è quello di Tripalle, ma Castel Rebello. Infatti, Berlocchio, aspettandosi di essere acclamato e festeggiato come un re, fa annunciare il suo arrivo in pompa magna a frato Cappuccio il quale, sputacchiando parole altisonanti, esclama in un latino maccheronico: «Arrivatus est dominus Berlocchius de Cagalanza! Marconte de Tripalle! Vegnuto giustaqquà cum exercituus suus! At accipere possessionem de lo castidio de Tripalle! Amen!». La risposta della sentinella del castello non è, ahimè, quella che si aspetterebbe il marconte: «Si vulete lo castello de Tripalle andate dellà e nun venite deqquà a rompecce li cojoni! Qua semo Castel Rebello, tanto per intenderce. Andatevene lontano subitissimo si nun volete che ve reduciamo a sarsicce de porco».

Oltre all’umiliazione verbale, tanto per gradire, il marconte si prende in faccia anche una secchiata di spazzatura mista a merdume vario, gettata da una finestra del castello al suo indirizzo. Berlocchio si accorge in tal modo di essersi sbagliato ma, nonostante la pessima accoglienza ricevuta, non si arrende ed essendosi fatta una certa ora, preso dalla stanchezza, chiede ospitalità al signore del castello. Ancora una volta, però, la sentinella spegne sul nascere ogni velleità: «Cor cazzo che ve demo ospitalità. Er prence nostro me dice de responne cusì, cor cazzo, e si insistete m’ha detto de dirve anco vaffancù!».

Sognando porchette e salsicce
Le tragicomiche avventure dell’incapace marconte continuano a ripetizione anche quando, dopo molta fatica, arriva alla meta tanto agognata. Qui, al posto di un castello e di un feudo da amministrare, si ritrova davanti a un rudere disastrato e a un contado di villani affamati. Mancano anche i più elementari beni e mezzi di sussistenza, cibo compreso. Nonostante tutto, Berlocchio non si perde d’animo e inizia a esercitare il suo potere, dando ordini inconcludenti ai sottoposti ed emettendo insulse leggi ai danni del popolo.

Alla fine della giornata tutti gli abitanti di Tripalle, compresi Berlocchio e la sua corte, sono però accomunati dal medesimo destino. Cadono stanchissimi in fradici letti, arrovellandosi per la fame che storce loro stomaco e budella. In assenza di vivande non resta altro da fare che addormentarsi e sognare polpette, porchette, prosciutti, salami, salsicce, crostate di fichi e torte sbrisolone, fantasticando pantagrueliche abbuffate.

Un linguaggio pirotecnico e spumeggiante
Una delle componenti più importanti dell’opera di Malerba in genere, e soprattutto de Il pataffio, è la particolarità del linguaggio. Nel romanzo si possono rilevare almeno tre differenti registri linguistici che s’intersecano continuamente: il buffo e altezzoso italiano di Berlocchio, il latino farsesco e macchiettistico di frato Cappuccio e lo sguaiato e triviale dialetto romanesco dei contadini e dei popolani di Tripalle. La lingua del narratore, infine, viene a configurarsi come una sintesi, volutamente disorientante, dei vari idiomi presenti nel testo, dando vita a un colorito e pittoresco pasticcio verbale che crea un effetto esilarante.

Il pataffio è un bellissimo romanzo comico, scritto da uno dei più grandi autori italiani del Novecento in una pirotecnica lingua inventata e imperniato su una vicenda buffa e fantastica, ambientata in un Medioevo imprecisato e grottesco, caratterizzato non da cavalieri, damigelle e valori cortesi, ma da ignoranza, miseria e barbarie. In questo luogo immaginario, aperto a ogni sorpresa e colpo di scena, può succedere di tutto, perfino che i soldati utilizzino, al posto di lance e corazze, pietre ed escrementi e che, al mercato del paese, si trovino commercianti che vendono i sassi più belli del mondo, donne ninfomani che vengono offerte al miglior acquirente e uomini che si accoppiano liberamente con gli animali. Lo stesso marconte Berlocchio, insoddisfatto dalla moglie e alla ricerca di bizzarre avventure sessuali, nel corso della storia s’invaghirà di una giovane somara, che diverrà sua amante e sarà nominata per suo volere cortigiana.

Marco Adornetto

(www.excursus.org, anno VIII, n. 74, luglio-agosto 2016)