Nuvole e pietre – Giuseppe Loteta

di MARIA GIUSY GERACE – «La vita scivolò finché lo specchio / mi rimandò l’immagine di un vecchio» recita così Riflessione, una delle liriche presenti in Nuvole e pietre (Pungitopo, pp. 88, € 10,00) di Giuseppe Loteta. Sembra questo un buon punto di partenza, un punto di sosta temporaneo che determina una presa di coscienza del percorso, lungo una vita, di un autore che ha vissuto pienamente e che non ha mai smesso di farlo.

Nelle poche righe di Riflessione il poeta medita sul tempo, che col suo incedere sospeso trascina via fatti, eventi ed emozioni, seminando il terreno di granelli di ricordi e nostalgia. Il succedersi degli anni non lo si percepisce attimo dopo attimo se non giunti al punto e nel luogo in cui si esige un “consuntivo”, è lì che improvvisamente quelli pesano come un macigno e dalla loro pesantezza si misurano i passi compiuti.

È come uno scrigno che si apre sulla spirale del tempo questa silloge di Loteta, dentro il quale si possono ritrovare immagini di uomini – amici, letterati, politici, personaggi storici, compaesani, l’umanità varia – ed eventi, figli di un’epoca, che l’autore, ormai maturo, consegna all’eternità delle sue rime. Eppure quei ricordi, momenti affidati al passato – sostiene il poeta – suggeriscono l’idea di appartenere a qualcun altro: «Sussurrate vicende / a me dinnanzi / come non mie / nel giuoco dei ricordi / che ricompone il tempo».

Ma cadremmo in errore se considerassimo il suo un semplice sguardo su un’epoca passata, poiché in verità egli non si ferma né indugia in un mondo irrigidito, ma come è suo “dovere”, osserva con sguardo vigile e profondo anche l’attuale, cogliendone deformità e bellezze. Per quanto la nostalgia sia un leitmotiv che possiamo ritrovare in gran parte delle liriche, giunti al termine del cammino di lettura, quando le pagine del libro si richiudono, non si può non riflettere su quanto appena “vissuto” e concordare, con assoluta certezza, che Loteta non è solo il poeta della memoria che indugia, ma uomo d’esperienza che inneggia all’attivismo e “vede” con piglio critico la sua epoca. Atteggiamento energico che lo porta ad affermare che «Godot non è illusione / sogno, fuga, delirio. / È volontà, passione, / […] Ma non basta aspettarlo / […] Se si crede e si lotta / arriverà».

Infatti, se in componimenti come Guadalajara «Oggi in Spagna domani in Italia», non tralascia di raccontarci eventi storici «di un passato / che sembra ormai non essere più nostro», disegna allo stesso tempo una Storia che «resiste, non scompare / con un tratto di penna». E del resistere Loteta fa la sua bandiera e narra di uomini che si ribellano «all’antico ricatto / che vuole l’uomo / belva contro l’uomo». Ripercorre guerre e schiavitù, che si ripresentano attualizzandosi e guarda agli emigranti di una volta – di qualsiasi stato o regione – come a quelli di ora, che viaggiano «verso il mondo inesplorato / della fatica e dell’umiliazione / dove sarà possibile trovare / pane e lavoro / vivendo senza casa e senza amore».

E non manca neanche la sua «Patria Sicilia / lontana e cara», vista con lo sguardo dell’esule, quel luogo incantato e contraddittorio che sa di «limoncello / limone / arancia / mandarino» e presenta, allo stesso tempo, anche un tratto amaro; a guardarla non è l’innamorato dell’amore ma l’amante della “donna amata”, della quale scorge bellezze e storture, che non la rendono però meno degna di essere il centro di un fortissimo legame. E, infatti, lo scrittore, nel riportare i suoni, la storia, gli umori e i colori della diletta terra non dimentica di «ricordare agli immemori / che ancora in Sicilia / la mafia è potere / e il potere è mafia». Simili considerazioni tradiscono il senso di realtà che mai abbandona la sua riflessione. Una poesia la sua, che non è solo interiore, ma cronaca poetica del vissuto di un’epoca.

Il ritorno in “patria”, così come quello alla memoria, è un tema tanto caro al poeta che coglie di esso anche l’aspetto penoso: «Ho baciato facce bianche di vecchi / che un tempo furono ragazzi. / Ho ripercorso, straniero, / strade e piazze […] / Ho chiesto di persone, / […] scomparse. / Il ritorno a volte è una maledizione». E nel ricordo rifioriscono e rivivono elementi di struggente suggestione come u paloggiu, «figlio della strada» e di una realtà comunitaria che pian piano ha ceduto il passo a un chiuso individualismo, e le lucciole, motivo di gioia e di emozione perché credute ormai estinte. Un monito risale dalle parole dello scrittore rivolte a un’umanità che sembra aver perduto il senso della misura: «Il peggio / è non sapere / quando smettere» poiché l’essenza riposa nel “ritrovare il sapore del pane”.

Il volume, suddiviso in tre sezioni (MiscellaneaTetralogia StrombolianaLa città), presenta come ultimo atto una serie di versi dedicati a Messina, la città che fu e quella che invece è ora. Da una parte, si affacciano all’orizzonte del lettore le sue bellezze naturali, tra le quali primeggia lo Stretto coi suoi cambi di colore, incostante, misterioso, «madre delle genti». Dall’altra, la conseguenza della morte degli antichi privilegi che «son ora i privilegi dei corrotti», di ladri e speculatori che hanno trasformato in cemento le verdi colline. Uno «scatto di volontà e di orgoglio», il risveglio chiede l’uomo-poeta, non senza un pizzico di pessimismo, poiché «son tanti gli abitanti di Messina» che non rispondono più al richiamo delle campane di Dina e Clarenza.

Per chiudere poi quest’avventura con una raccomandazione, che è anche ferma presa di posizione su quella costruzione, il Ponte sullo Stretto, che ai suoi occhi è motivo di deturpamento: «Lasciate, soprattutto, che lo Stretto / prosegua tra feluche e tra lampare / il suo radioso viaggio millenario. / E tra Scilla e Cariddi regni il mare».

Viva in quella dualità di “nuvole e pietre”, la poesia di Loteta è come gli agrumi, simbolo della sua terra, se la assaggi e ti abbandoni al suo sapore, ciò che ti lascia è quell’inconfondibile tono dolce-amaro.

Maria Giusy Gerace

(www.excursus.org, anno V, n. 53, dicembre 2013)