Dostoevskij, Nieztsche e la crisi del cristianesimo – Vladimir Kantor

di MARTA ALTIERI – Solo alcune menti sanno cogliere il senso della propria epoca, la sua direzione, i suoi protagonisti e antagonisti, le sue glorie e i suoi affanni. Friedrich Nietzsche e Fëdor M. Dostoevskij sono due eminenti conturbanti pensatori e scrittori che hanno sentito il peso dell’epoca moderna e sofferto il suo sconvolgimento, ragionando su quella che il filosofo russo Vladimir Kantor definisce come «uno degli sconvolgimenti globali del XX secolo»: la crisi del cristianesimo.

Il suo breve volume – Dostoevskij, Nieztsche e la crisi del cristianesimo in Europa (Amos Edizioni, pp. 120, € 10,00) – con testo russo a fronte, che apre la collana Esodo, va a toccare uno degli argomenti più delicati e controversi della storia del pensiero moderno, affrontata dai due «filosofi della tragedia», come li definisce l’autore.

La riflessione di Vladimir Kantor risulta precisa e concentrica, ruotando intorno ai punti cardine di questa delicata diatriba, evitando di far intervenire troppe “voci”, al di fuori di quelle dei due protagonisti. L’autore divide il suo discorso in otto punti e si focalizza essenzialmente sull’opera dostoevskijana, in particolar modo su La Leggenda del Grande Inquisitore, inserito all’interno del romanzo capolavoro I Fratelli Karamazov, e l’Anticristo nietzschiano.

Sebbene entrambi abbiano portato alla luce la crisi del cristianesimo, il tentativo di Kantor è di spiegare «come essi intendevano in modo diverso questa crisi». Non emerge per questo la priorità o l’influenza di uno sull’altro, ma piuttosto l’«acume delle risposte» date dai due autori ai problemi sorti in Europa all’alba di questa catastrofe.

Nell’analisi di questi problemi, Vladimir Kantor indirizza il lettore verso una, forse l’unica, grande motivazione della caduta del cristianesimo, legata alle conseguenze di un baratro di diseguaglianza sociale e culturale. La «rivolta delle masse», insieme ai loro dèi pagani, che guardano alla terra e non al cielo, ha provocato questo attacco alla religione cristiana. L’ideale «sovranazionale» è venuto meno e la massa ha avuto bisogno di un inquadramento, di una forma di governo totalitario che riporti ordine e “unisca”.

Kantor passa in rassegna le opere dostoevskijane per esporre la visione della crisi da parte dello scrittore russo, che sembra tracciare il suo evolversi a partire dal romanzo Povera gente, in cui i poveri sono ancora puri di cuore, al Sosia, in cui «il piccolo uomo aveva ancora le mani legate» e la malvagità si limitava solo «agli intrighi dell’impiego», per finire a I Fratelli Karamazov dove la forza oscura sembra aver trovato il suo discepolo nel personaggio di Smerdjakov.  

I poveri sono i ribelli del cristianesimo; allo stesso tempo, sono loro che cercano Cristo. E tuttavia, essi vorrebbero essere fedeli all’ideale, non alla Chiesa, nella quale risiede la “presa di potere”, punto su cui Nietzsche e Dostoevskij divergeranno. In entrambi vi è la stessa accusa, sia essa aperta o sottesa, che riguarda la polarizzazione di poveri deboli e potenti divini, la cui ambientazione è la città. I due filosofi scrittori rappresentano una lotta che è sì fra il bene e il male, ma che vive anche all’interno del bene stesso, dove i poveri sono coloro che rifiutano «un bene che sembrerebbe evidente». Il rifiuto totale di Cristo viene collocato nella miseria e nella povertà che hanno reso il popolo antropofago, e perciò portatore del messaggio anticristiano.

Nella sfilata dei personaggi, Kantor non lascia ovviamente in disparte nemmeno un Raskol’nikov (cognome che, ricordiamo, deriva dal verbo russo “dividere”), il quale ha tentato di elevarsi al di sopra della massa, di diventare un potente malvagio, ma si è arreso, dimostrandosi un debole e suscitando la derisione del popolo, l’unico in grado di portare l’accetta, la macchia dell’assassinio, la malvagità.

Il motivo della scelta o rifiuto di Cristo si intreccia a quello della stirpe degli uomini eletti, intesi in questo contesto come i puri – gli “idioti” –, non come superuomini. Vladimir Kantor esamina i temi dell’idiotismo (interviene anche il dibattito sul Cristianesimo come religione “sana” o “malata”)e dei dèmoni ribelli,  proseguendo l’excursus all’interno dell’opera di Dostoevskij. Kantor ci mostra come egli abbia costruito un quadro quasi sistematico del suo mondo, vagliando gli strati umani per indagare dove e in che modalità questa crisi del cristianesimo si è manifestata. Ne l’Idiota, Myškin è «un cavaliere povero», un puro, e non incarna affatto la stoltezza; essa appartiene al vero idiota Smerdjakov, nonché ai ribelli Stavrogin e Verchovenskij de I Dèmoni, che hanno abbandonato l’ideale sovranazionale del cristianesimo per seguire, come afferma Kantor, gli «dèi tribali».

Accanto alla dicotomia povero/debole e potente/divino, si affaccia un altro scontro, questa volta fra discordia e unione, che sottende l’importanza della religione nel mantenere intatta l’unità nazionale. Su questo punto emerge la divergenza di interpretazione fra Nietzsche e Dostoevskij; il primo, individuando nel cristianesimo la repressione di qualsiasi volontà di potenza e di libertà del singolo, il secondo considerando la religione del Messia come «la massima forza unificante».

Dostoevskij e Nietzsche appellano all’uomo di potenza in relazione a Cristo, ma mentre per il primo Egli già rappresentava «l’autentico superuomo», ovvero il Dio Uomo, per Nietzsche il superuomo avrebbe in realtà sostituito Cristo. In questa parte, forse la più significativa del volume, Kantor analizza la figura del Grande Inquisitore e la curiosa contraddittorietà della figura nel momento in cui la si accosta agli ideali nietzschiani di superuomo e Cristo – il primo simile al Grande Inquisitore doestoevskijano, il secondo affine a Cristo nelle parole dell’Inquisitore.

Nonostante ciò, ricorda Vladimir Kantor, la visione di Dostoevskij, in accordo con i testi evangelici, è che il bene è sempre tragico, e non può trionfare. Per quanto riguarda il pensiero di Nietzsche invece, Il Grande Inquisitore di Dostoevskij diventa uno spunto per contrastare il principio cristiano che Cristo è venuto sulla terra per tutti, non solo per i superuomini. Il presupposto democratico dell’insegnamento cristiano è nemico dell’elevazione dell’uomo, ostacolo alla sua volontà di potenza. Per Dostoevskij è, contrariamente, l’unica salvezza. Kantor individua ne La Leggenda del Grande Inquisitore, l’eterna diatriba sul senso del cristianesimo, il dialogo simbolo della sua crisi.

Ciò che entrambi ci comunicano è che nella lotta morale non cessa di esserci la ricerca, e che nell’affanno non vi è stata una resa senza tentativi di risorgere. Tuttavia, «come ha dimostrato la storia», tutto ciò sembra mirare ad una visione tragica di una perdita irrecuperabile. Del resto, in quanto crisi, Kantor ne discute insieme alla testimonianza dei due filosofi, secondo il suo significato letterale, spesso travisato o dimenticato: non fine, ma cambiamento, un aspetto inevitabile nella storia dei popoli e delle culture, che può ritornare sui suoi passi o intraprendere altre direzioni.

Secondo le parole di Vladimir Kantor, all’alba della ricostruzione successiva alla caduta del totalitarismo, l’Europa sembra aver raccolto quella «opportunità» lanciata da Cristo con il suo esempio e che Dostoevskij raccontava nei suoi romanzi, incarnando nelle istituzioni politiche democratiche le istituzioni cristiane. Conclude l’autore che non è certamente una soluzione definitiva, ma lo scopo non è questo. Kantor ha lucidamente esposto le idee di due menti acute e turbolente che hanno cercato di scuotere le coscienze in previsione di una soluzione ancora non alle porte.

Marta Altieri

(www.excursus.org, anno IX, n. 82, aprile 2017)