Non tacerò. In ricordo di don Peppino Diana – Rosario D’Agata

di EMILIANO CAVALIERE – Non tacerò. In ricordo di don Peppino Diana, sacerdote di Rosario D’Agata (Città del Sole Edizioni, pp. 276, € 14,00) è il racconto romanzato delle vicende che hanno caratterizzato gli ultimi anni della vita del parroco di Casal di Principe, ammazzato dalla Camorra il 19 marzo 1994.

Il titolo ci rimanda ad un fatto centrale all’interno della vita civile campana (e italiana) dei primi anni Novanta: l’uscita del volantino intitolato Per amore del mio popolo non tacerò, il giorno di Natale del 1991. Fortemente voluto da don Diana, questo breve testo di denuncia e protesta contro la progressiva deriva illegale e violenta nella vita cittadina locale fu fonte di sconcerto e fastidio per molti – «Va cercando guai? Non sa quale sia il suo mestiere? Non è meglio che faccia il prete?» – e speranza per alcuni. Il volantino fu anche la causa di un lungo processo di diffamazione sistematica della figura di don Diana, proseguito addirittura dopo la morte violenta di questi; tuttavia, all’infangamento ossessivo fece seguito una risposta ancor più tenace da parte del prete, che non diede quartiere alla malavita fino alle estreme conseguenze.

Di fatto, il libro si sviluppa attorno a questo avvenimento fondamentale, motore di vicende che pian piano si slacciano dalle loro dimensioni locali e finiscono per toccare e sollecitare l’esistenza di ognuno di noi, dal momento che si parla del coraggio di «gridare alto e forte il sacrosanto ‘No’ a quello stato di assedio, a quello sfacelo di uomini e di coscienze, al regno del male che non pareva avere più argini né confini».

L’autore sceglie una linea di narrazione particolare: al dialogo e al racconto preferisce spesso una forma riassuntiva, non elaborata e tendente a soffermarsi su particolari di margine. L’unico personaggio a mantenere nome e cognome è don Diana; i suoi parrocchiani, collaboratori e detrattori prendono tutti nomi d’invenzione. Anche la Camorra non è mai nominata chiaramente nel racconto (si parla di malavita): il boss con cui il sacerdote si confrontò fino all’estremo sacrificio non porta nome reale, i committenti dell’omicidio e gli esecutori rimangono nell’ombra. Gli spazi entro cui l’azione si svolge sono essi stessi fittizi (Casal di Principe e Aversa sono trasformate in «Gelasio, una popolosa cittadina della Campania», suddivisa in tre chiese parrocchiali, di cui Sant’Alfonso è quella di don Diana). Il tempo è densificato e ridotto all’essenziale: gli ultimi tre anni della vita del prete sono raccolti e romanzati nel corso di un solo anno.

Come si è detto, motore dell’azione reale fu un volantino; nel romanzo, tuttavia, questo si fonde con una vicenda parallela, che racchiude interamente le vicissitudini cui andò incontro il protagonista e ne è, in parte, causa e conseguenza. Attore principale di questa è Ciro, un giovane ragazzino, amico di don Diana, che finisce col diventare una recluta della Camorra per saldare il debito contratto dalla madre. I compiti affidati al ragazzo sono pretesto per lo scrittore: offrono la possibilità di studiare i movimenti della criminalità organizzata nella loro quotidianità. Così ci troviamo a seguire sulla scena il graduale inserimento nella comunità malavitosa del giovane, partendo dai “lavoretti” (consegne e recuperi di messaggi) e giungendo ai roghi dolosi, ai pestaggi e alle punizioni esemplari (con cui Ciro prende contatto solo superficialmente).

Il lettore viene così a contatto con il modus operandi mafioso, restandone indignato: uno dei primi episodi, in cui si sfiora la violenza perpetrata nei confronti della madre di Ciro, è in questo senso un perfetto esempio. La rassegnazione incondizionata e miserevole della vittima di fronte allo strapotere criminale diventa anche quella del lettore, in un’identificazione che non porta catarsi, ma ribrezzo. Spesso, la sensazione è che non ci sia nulla da fare: l’ingiustizia lascia senza energie per reagire.

In questo senso, le forze dell’ordine non sono d’aiuto: pur avvalendosi di buoni agenti, sembrano fin troppo limitate da un reticolo di costrizioni fatto di burocrazia, politica, abitudine e torpore. Una sorta di strano vivi e lascia vivere vige, di regola, nella società raccontata. Come in un sogno, ogni cosa è normale, eppure non lo è.

Poi don Peppino Diana decide di scendere in campo: «Don Peppino amava quella città, e dover prendere atto del progressivo degrado dell’ambiente, posto sotto il controllo di un mondo che si era posto al di sopra e al di fuori della legge, gli faceva dolere il cuore. Occorreva fare di più. Occorreva gridare alto e forte il sacrosanto ‘NO’ […]. Occorreva richiamare le coscienze al dovere di reagire, di resistere, di contrastare con la forza della verità il dilagare della sopraffazione e del dolore».

Questa presa di posizione sembrerà risvegliare, se non altro, l’attenzione, anche mediatica; tuttavia, poche persone recepiranno il formidabile valore intrinseco nelle parole del prete. Tra i pochi fulminati sarà proprio Ciro, che riuscirà nell’impresa di restare umano, di non chiudersi in se stesso e accettare ogni cosa gli venga imposta. Nella cittadinanza si percepisce un risveglio, ma un risveglio fiacco e infastidito, non reso autonomo dallo scossone che interrompe l’incubo. L’insipida sensazione di non sapere cosa verrà, né come affrontarlo la tiene bloccata, come potrebbe fare con ognuno di noi.

I personaggi creati dalla penna di D’Agata rispondono a tratti facilmente ridelineabili. Le loro caratteristiche ed i loro caratteri sono di matrice molto semplice, non tendono a grande complessità di ragionamento interiore: in genere ogni personaggio ha due poli di pensiero, verso i quali si tende alternativamente, di volta in volta. Da ciò deriva anche una rappresentazione molto essenziale di queste figure, sia nella loro personalità che nelle relazioni e nei dialoghi intrattenuti con altri personaggi: diventano insomma dei tipi, dei modelli medi in tutto, facilmente riconoscibili nella vita di ogni giorno da parte di qualsiasi lettore.

Per fare un esempio, si scoprirà che don Peppino Diana si muove nel libro tra due fuochi, uno terreno e uno spirituale; il suo linguaggio, a seconda del polo di personalità da cui viene attratto e dal destinatario del messaggio, oscilla tra una retorica semplice ed anaforica, sferzante e fin troppo palese («Gesù è stato drastico quando ha precisato che non si possono servire due padroni, Dio e il denaro… Dio e Mammona»), e dei pensieri umili e interrogativi, semplici a loro volta, in particolare in riferimento a questioni di fede («Era proprio vero quello che Dante aveva fatto dire a san Bernardo. Lei, proprio LEI aveva precorso i suoi desideri… i suoi auspici», o ancora: «Pensava forse di essere lui uno di quegli uomini di buona volontà? Non è che questo classificarsi inconscio tra di essi non fosse piuttosto un atto di superbia?»).

E d’altra parte, le due direttive di riflessione si possono sovrapporre: nell’omelia entrano questioni civili, nei discorsi etici o quotidiani s’insinua sempre il pensiero di Dio; non a caso, quello del prete è il personaggio più completo e più riuscito di D’Agata, assieme al co-protagonista Ciro.

Un’ultima cosa rimane da dire, ed è senz’altro l’aspetto più interessante del romanzo. Nel raccontare gli eventi, l’autore trova lo spazio ed il tempo per mettere a fuoco più chiaramente non solo, come già spiegato prima, le dinamiche interne e quotidiane della Camorra, ma anche quelle esterne ed internazionali. Don Vincenzo, in qualità di boss, deve trattare, discutere e scendere a patti con diversi interlocutori e partner finanziari. Alcuni di questi non sono avvocati né scugnizzi: fra essi troviamo, infatti, Miss Miller e Monsignor Vissani. La prima è un’affascinante donna di cui perfino il boss sembra avere timore e rispetto. Essa è sicura di sé, o meglio, di chi rappresenta: negli affari che il boss conduce in terra campana altri personaggi hanno forti interessi.

In un capitolo esplicativo, D’Agata intende e descrive a perfezione un problema annoso del nostro Paese: il gruppo di investitori che la Miller rappresenta, infatti, preferisce affidarsi alla malavita italiana in qualità di curatrice e garante delle sue operazioni finanziarie, piuttosto che fidarsi delle istituzioni dello Stato italiano. Paradossalmente, la magistratura e i corpi di polizia, che dovrebbero essere garanzia degli affari legali di tutti, diventano in questo caso minaccia per le transazioni illegali: eppure, a quegli investitori conviene e frutta molto di più rivolgersi alla Camorra, nonostante tutto.

Chi è, invece, Vissani? Egli è un ministro della Chiesa. Un sacerdote, come don Peppino Diana. Tuttavia, è amico di don Vincenzo; vive a Roma, gira in auto di lusso, non è immune ai vizi del fumo e dell’alcol. La differenza la spiega bene don Peppino Diana, dialogando con un amico che chiede una spiegazione per questa stranezza: «E poi, è bene precisare una volta per tutte che una cosa è la Chiesa, un’altra è lo Stato Città del Vaticano, con i suoi meccanismi e le sue esigenze di sopravvivenza». Monsignor Vissani è un funzionario; egli è il dirigente di uno Stato, che nulla ha a che fare con Dio, nonostante le apparenze. Cura degli interessi economici che vanno a proiettarsi al di là degli investimenti legali, cui l’attività cristiana e civile di don Peppino Diana è ostacolo.

Trattando così un’altra questione per lungo tempo dibattuta, l’autore stigmatizza il velato appoggio finanziario e il legame biunivoco instauratosi nel corso degli anni tra la malavita devota e il Vaticano. Anche con questi potenti avversari dovette confrontarsi don Peppino Diana, probabilmente ignaro di chi si ergeva dietro le spalle dei boss; questo libro ci fa partecipi della sua storia, del coraggio che ha avuto nell’affrontare l’ignoto. Forse, chiede lo stesso coraggio anche a noi.

Emiliano Cavaliere don Peppino Diana

(www.excursus.org, anno VI, n. 65, dicembre 2014) don Peppino Diana