L’ultimo inganno prima che faccia notte – Stefano Belotti

di FRANCESCA MARRARI – Drugo: «Ma no, sono dei nichilisti, capito?». / Donny: «Eh?». / Drugo: «Continuavano a ripetermi che non credono in niente» (Dal film Il grande Lebowski, regia di Ethan e Joel Coen, 1998).

L’ultimo inganno prima che faccia notte (Wlm Edizioni, pp. 136, € 13,30), primo romanzo dell’autore bergamasco Stefano Belotti, si caratterizza come un oscuro viaggio nelle vite di un gruppo di giovani: Steph, il Giangi, Sara e Alex che si alternano nel ruolo di voce narrante delle vicende di cui, loro malgrado, sono protagonisti. Il romanzo è strutturato come se fosse una sorta di diario “collettivo” in cui a rotazione i personaggi offrono la propria personale visione dei fatti. Ogni intervento, infatti, è preceduto dal nome della voce narrante di turno e dalla data e ora in cui si verificano i diversi avvenimenti (i fatti si svolgono a fine anni Novanta).

Le date ci permettono di dare una precisa collocazione temporale ai personaggi e alle vicende, anche se dalla lettura del romanzo si capisce quanto poi le date siano un puro pretesto. Il mondo che viene fuori dal romanzo di Stefano Belotti può essere, infatti, perfettamente sovrapponibile a quello in cui viviamo noi, cittadini del XXI secolo, o meglio lo è la sua parte violenta, marcia e cinica, che ci viene descritta in modo crudo e diretto.

L’autore nei saluti finali, riferendosi al suo romanzo, fa quella che si connota come una vera e propria dichiarazione di stile affermando: «Mi auguro che chi lo abbia letto non desideri ritrovare particolari significati nella storia in sé o negli aneddoti raccontati poiché – semplicemente – non ce ne sono» e che «tutto in L’ultimo inganno prima che faccia notte è fine a se stesso e allo sviluppo della propria trama narrativa […]».

Un’operazione questa che potremmo definire “tarantiniana” [1], non solo per il fatto di mettere al centro della propria narrazione ambientazioni e personaggi pulp [2] in cui sangue e violenza si mescolano in un groviglio di situazioni ma soprattutto per la scelta non tanto di narrare, raccontare una storia con tanto di morale finale, piuttosto quella di “presentare” la realtà così com’è, senza lasciare spazio a giudizi di sorta. Un’operazione “pop” insomma. La famosa corrente artistica della Pop Art, sviluppatasi in America negli anni Cinquanta, si limitava effettivamente a presentare la realtà così com’è, riconoscendo il valore intrinseco delle cose, degli oggetti della società consumistica quale si andava delineando l’America negli anni del boom economico, innalzando tali oggetti ad opere d’arte.

Le immagini prodotte dal cinema, dalla televisione e dalla pubblicità, gli oggetti commerciali di una società consumistica si presentano come nuovi idoli, materiali espressivi per gli artisti esponenti del movimento, in cui tuttavia manca una volontà di critica effettiva. Quando Andy Warhol raffigura la sedia elettrica, non vi è da leggere una critica alla pena di morte. La sedia elettrica è innalzata a simbolo della modernità, a simbolo della società americana al pari della bandiera a stelle e strisce o di Marilyn Monroe. Ed è proprio il simbolo, anche per il romanzo di Stefano Belotti, la chiave di volta per una sua interpretazione.

I ragazzi protagonisti di queste pagine trasformano ogni cosa in simbolo e di conseguenza in merce, persino le relazioni umane. Se la società dei consumi negli anni Cinquanta era solo agli albori, negli anni Novanta-Duemila la mercificazione è arrivata ad uno stadio molto avanzato, investendo tutti gli ambiti, portando al trionfo del cinismo nei rapporti umani, alla perdita di significato. L’altro è trasformato in merce, è diventato valore di scambio utile solo a soddisfare i propri bisogni.

Viene quasi naturale a questo punto fare un altro parallelo, letterario questa volta. Come non pensare al romanzo American Psycho (Einaudi) di Bret Easton Ellis e al suo protagonista Patrick Bateman, giovane bello e ricco, frequentatore dei locali più alla moda, attento in modo ossessivo all’aspetto estetico. La sua vita è però ricca di particolari piuttosto inquietanti poiché il personaggio è in realtà un assassino freddo, metodico e spietato.

Il parallelo con uno dei protagonisti del nostro romanzo, Alex, è immediato e, per chi ha visto l’omonimo film tratto dal romanzo American Psycho è impossibile non pensare al Patrick/Christian Bale in preda alla sua “lucida” follia omicida o al Mr. Blonde del film Le Iene di Quentin Tarantino che tortura un poliziotto, senza battere ciglio, sulle note di Stuck in the middle with you degli Stealers Wheel (il nostro Alex opta invece per una più moderna It’s time to play the game dei Motörhead).

In questa sorta di presente continuo, intriso di violenza, cinismo, egoismo, l’atteggiamento di fondo dei protagonisti tende a negare l’esistenza di valori oggettivi sui quali fondare il proprio agire affermando quel relativismo etico di cui si discute così spesso in relazione alla nostra società. L’ultimo inganno prima che faccia notte non racconta ma presenta il mondo di oggi come vuoto esistenziale che si colma solo con sesso e violenza. È l’eccesso di edonismo che porta al nulla, al vuoto, alla negazione di qualsiasi valore.

Come suggerisce l’autore, il romanzo va letto per quello che è: non ha una morale, non ha redenzione. Le situazioni descritte sono forti, adatte per lo più ad un pubblico adulto. L’intreccio non è mai noioso poiché il ritmo narrativo è tenuto vivo da colpi di scena, da dialoghi veloci, incisivi, dinamici. Questo è un romanzo che già nelle dichiarazioni di Stefano Belotti si propone come un entertainment nudo e crudo che tuttavia permette di riflettere, anche se in modo indiretto, su tematiche che interessano il nostro vivere in società.

Francesca Marrari

NOTE BIBLIOGRAFICHE

[1] – L’aggettivo è utilizzato in riferimento al cinema del regista americano Quentin Tarantino.
[2] Un libro/film che tratta argomenti dai contenuti forti.

(www.excursus.org, anno VII, n. 68, marzo 2015)