Il sacrificio dell’ape – Giovanni Sinapi

sinapiilsacrificiodellapedi CHIARA PINI – Il Ventesimo Secolo ha imposto delle nuove regole ai suoi concittadini. Regole alle quali siamo tutti, chi più chi meno, sottomessi. Ci sono persone nel mondo che sono talmente sommerse da impegni, pensieri e preoccupazioni da scegliere fin troppo spesso di dare spazio agli aspetti più effimeri della nostra realtà, trascurando così ciò che è, o dovrebbe essere, veramente importante.

Raggiungere il successo è ormai un imperativo categorico per diventare veramente “qualcuno”, per poter affermare con certezza di “esistere”. Si lavora freneticamente giorno e notte, per raggiungere obiettivi sempre più alti, per superare i propri limiti. È ormai comunemente accettato infatti che ottenere quanti più agi e privilegi possibile sia la base della felicità. Ma è una felicità illusoria quella che si cerca di raggiungere in questo modo: infatti, non può appagare pienamente ciò di cui non si riesce mai a godere né a condividere.

Attirati come in una spirale infinita di desideri trasformiamo ogni traguardo in un nuovo punto di partenza e non ci fermiamo mai a gustare il presente, l’unico tempo che ci è dato di vivere con certezza, e proiettiamo ogni nostro desiderio in un futuro migliore, ancora più ricco. Pur di raggiungere i nostri obiettivi non guardiamo in faccia nessuno, scavalchiamo tutti, colleghi, amici e parenti. Dedichiamo molto più tempo a noi stessi di quanto sarebbe necessario e i rapporti con le persone che ci circondano ogni giorno rimangono sterili e superficiali.

Il secondo imperativo è il tempo. Il presente, così come lo vivono in tanti, non consente di avere tempo da dedicare agli altri, e involontariamente, per il principio del cane che si morde la coda, escludiamo dalla nostra vita le persone più care, quelle per le quali abbiamo iniziato a fare tanti sacrifici.

In questo modo le gratificazioni che non si riescono ad ottenere nei rapporti interpersonali, si ricercano giorno per giorno nei successi lavorativi e la scalata sociale diventa l’unica cosa capace di rendere degna di lode quella che altrimenti sarebbe solo una misera esistenza. E, spesso, là dove tale scalata non riesce subentra la depressione, il senso di perdizione totale, il completo fallimento.

Addirittura può capitare che anche la famiglia d’origine sia vissuta come un limite in tal senso, un’ancora che ci impedisce di spiccare il “folle volo” che trasformerà (necessariamente in meglio) la nostra vita. E così molti decidono di partire, di allontanarsi da tutto e da tutti, di recidere ogni legame con il passato e di dimenticare le proprie soffocanti radici. I ricordi vengono confinati in una parte oscura della memoria e si cerca di reinventarsi come individui nuovi, nell’accezione spiccatamente latina del termine, ovvero persone “che si sono fatte da sole”.

Questa condizione, oltre ad essere una realtà per moltissime persone, è anche quella che vivono, ciascuno a suo modo, i due protagonisti descritti magistralmente nel romanzo Il sacrificio dell’ape (Minerva Edizioni, pp. 316, € 12,00) dal giovane Giovanni Sinapi. I due profili si delineano in maniera parallela e lentamente entriamo in contatto con le loro vite, i loro pensieri e capiamo il perché del loro agire.

Robert è una persona rispettabile che si è realizzata sotto ogni punto di vista, almeno così potrebbe sembrare apparentemente. Vive a Los Angeles e grazie alla sua instancabile dedizione per il lavoro è diventato dirigente in un’importante azienda farmaceutica. Egli non è solo un gran lavoratore, è anche un figlio riguardoso, un marito e un padre di famiglia.

Nell’avanzare della narrazione però scopriamo un altro profilo, quello di un uomo solo, senza veri amici, che mal sopporta i genitori e che ha fallito anche con la sua famiglia, con la quale ha instaurato un rapporto superficiale, di abitudine e a tratti conflittuale. Tra lui e il figlio non c’è dialogo né rispetto e con la moglie manca ogni complicità. È un uomo debole che, non riuscendo a gestire né il suo ruolo di padre né quello di marito, riversa tutte le sue energie nel lavoro, unica fonte di soddisfazione e serenità.

Peter invece vive a Washington e lì ha realizzato il suo grande sogno: fondare una compagnia teatrale e diventarne lo sceneggiatore. Purtroppo però la sua è un’impresa che non riesce a raggiungere il successo ed è in balia degli sbalzi d’umore del suo fondatore, il quale è in preda a costanti crisi depressive. È di fatto anch’egli un uomo solo, incapace di amare se stesso e gli altri il quale, al contrario dell’altro protagonista, conduce una vita molto più disordinata e rifiuta ogni contatto con la sua famiglia d’origine.

Sono due mondi a confronto: quello di una vita borghese, del raziocinio, dell’ordine e del successo rappresentato da Robert e quello quasi bohémien, sognatore, del vivere alla giornata e del fallimento di Peter. Due vite parallele che sembrano non avere alcun punto in comune, ma in realtà due uomini entrambi in fuga dal loro passato e incapaci di vivere il presente.

Il passato che si sono lasciati alle spalle è però comune.

Essi ai tempi del liceo, nonostante le differenze caratteriali già marcate all’epoca, erano grandi amici e le loro vicissitudini sono portate alla luce con incredibile abilità da parte dell’autore. Tramite continui salti temporali scopriamo un po’ alla volta la nascita di questa insolita amicizia, le avventure che la videro saldarsi sempre più e la brusca rottura che ne segnò la fine. È un continuo scambio tra presente e passato che desta grande curiosità nella lettura e cattura l’attenzione grazie alle continue suspance.

Svelati tutti i retroscena i due protagonisti si ritroveranno a dover fare i conti col proprio passato e ad affrontare gli antichi dissapori delle cose non dette. Sarà in grado un uomo legato alla carriera come Robert di sacrificare i suoi sforzi per dare spazio a qualcosa di più profondo dopo tanti anni di sterilità sentimentale? E come riuscirà un uomo sempre in fuga da se stesso come Peter a decidere di guardare in faccia la sua vita e affrontare le ferite subite?

Per scoprirlo non perdetevi questa lettura: Giovanni Sinapi, con la sua capacità, degna di un veterano, di analizzare e descrivere la complessità della psiche umana, saprà catturarvi!

Chiara Pini

(www.excursus.org, anno V, n. 50, settembre 2013)