Gli anni al contrario – Nadia Terranova

di MARIA GIUSY GERACE – Nudo, acuto, intenso, delicato. Tutto questo è Gli anni al contrario (Einaudi, pp. 150, € 16,00), ultima fatica della scrittrice siciliana Nadia Terranova. Un accumulo di emozioni e tensioni personali e politiche che l’autrice fa “deflagrare” sulla pagina con una sensibilità fluida e ordinata. Primo libro di narrativa per adulti, dopo la pubblicazione di quattro volumi dedicati ai ragazzi, tra i quali il toccante Bruno. Il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo Editore), illustrato dall’israeliana Amit Ofra.

Sul finire degli anni Settanta, si incrociano e si scontrano le vite e le aspettative dei protagonisti de Gli anni al contrario: Giovanni Santatorre e Aurora Silini. Un bagno e un asfittico soppalco, insufficienti ad accogliere l’incontenibile voglia di libertà e indipendenza dei due inesperti ragazzi, sono il punto di partenza della storia.

Spazi angusti e circoscritti da cui prende le mosse la vicenda di due sognatori “naufragati” nella Messina fine anni Settanta, primi Ottanta. Anni di fermento, gli Anni di Piombo e della lotta armata, i cui echi giungono smorzati nell’isolana città dello Stretto: realtà di provincia affetta da cronici ritardi che, inevitabilmente, attenuano i desideri di rivoluzione e li tradiscono. Fondamentalmente, una storia d’amore e di disillusioni personali e politiche.

Gli anni al contrario agguanta il lettore e lo tiene incollato al romanzo fino all’ultima battuta. Aurora, Giovanni, Mara e… Messina, sono i protagonisti. I primi tre legati da un comune “destino” e travolti dalle circostanze. La quarta, periferia marginale, che si muove silenziosa tra le pieghe delle vite dei personaggi e ne influenza le scelte e le azioni. Giovanni, terzogenito del facoltoso avvocato Santatorre, è animato dall’urgenza di dimostrare di non essere «il figlio di», ma protagonista del suo tempo. Si iscrive in Filosofia «perché studiare da rivoluzionario gli interessava», entra a far parte del Partito Marxista-Leninista spinto dalla smania di creare «[…] un grande movimento nella piccola e addormentata città sul mare». Aurora è figlia del fascistissimo Silini, direttore del carcere cittadino, pervasa dalla voglia di evadere e conquistare uno spazio tutto per sé. Studiosa e tenace, si aggrappa alla vita con la resistenza che la contraddistingue. Entrambi studenti di Filosofia, desiderosi di sbarazzarsi di quell’imbarazzante etichetta borghese cucita addosso alle famiglie d’origine.

Si incontrano in un afoso pomeriggio di giugno del 1977 e coronano il loro sogno d’amore nella selvaggia isola di Stromboli. Poi, il matrimonio, la nascita della figlia e il chiaro diversificarsi delle loro speranze. «Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario – dirà Giovanni ad Aurora. Parole uguali, significati diversi. Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire e tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi». A separarli, dunque, un diverso vocabolario affettivo e concettuale. Perfino la decisione, apparentemente condivisa e univoca, di chiamare la figlia Mara nasconde solo un’illusione. Infatti, se Giovanni trae ispirazione da Margherita Cagol, detta Mara, moglie di Renato Curcio, per Aurora, la scelta è legata alla ragazza di Bube.

Gli anni al contrario è un romanzo amaro e tuttavia appassionante, perché parla di sentimenti che si intrecciano e negli incontri si determinano. Racconta di una rivoluzione fallita – senza avere le pretese di un saggio storico – e di personaggi che arrivano in ritardo all’appuntamento con la Storia, la rincorrono senza afferrarla, complice una realtà di provincia che soffoca le tensioni e frena gli slanci. Tanto da spingere la giovane coppia a pensare «[…] che tutto accadesse da un’altra parte». Giovanni evade dalla nuova famiglia e dalla claustrofobica e «piccola casa in miniatura» che sembra ripiegarglisi addosso, e comincia a vivere di «momenti rubati».

Nonostante le ripetute fughe, l’ansia di essere all’altezza dei propri ideali lo raggiunge sempre e lo schiaccia. Quella che lo dilania è una fretta che non gli consente di attendere: «Aspetto da quando sono nato», riferisce a un compagno. Aurora, pur nell’inquietudine di un’alternativa che gli è stata preclusa, rimane e sviluppa robuste radici per affrontare le intemperie della vita, accettando il sacrificio. Mara cresce nell’assenza di un padre, senza mai smettere di cercarlo: lo ritroverà cambiato in uno dei momenti più commoventi del romanzo.

Con un linguaggio semplice, asciutto e diretto, Nadia Terranova dispone sapientemente le parole lungo la linea della frase, pesandole, levigandole, non lasciandole mai eccedere. E su questo terreno fa crescere e fermentare l’attesa, giungere il compiersi degli eventi, senza indorare la pillola. La vita presenta comunque il conto – sembra suggerire. Tra fughe, litigi, ritorni e sforzi stremati per venirsi incontro, Giovanni a Aurora si perdono nei loro cammini di solitudine. Aurora continua a lottare, la battaglia del quotidiano. Giovanni si lascia andare nel disincanto degli ideali. Ma anche per il giovane uomo, ormai sopraffatto dalle contingenze, giungerà il momento catartico del riscatto. E quel riscatto ha un nome: Mara.

La scrittrice racconta fatti precisi, calati in un contesto che ha contribuito a renderli tali. Non sembra volersi spingere oltre, fare riferimento a reconditi significati, trasformare la vicenda di Aurora e Giovanni in un monito o una speranza universali. La storia è quella che appare, in trasparenza. Un’onda travolgente di resistenza e di sconfitta che sarà il bagaglio che la piccola Mara porterà con sé, percorrendo però il suo personale viaggio. Al di là delle intenzioni dell’autrice, non è difficile scorgere in Aurora e Giovanni quell’umano e comune anelito – per quanto personale – della ricerca di un’identità, di un luogo, di qualcosa a cui appartenere, della possibilità di partecipare alla vita senza rimanere in disparte.

Quello con Gli anni al contrario di Nadia Terranova è un incontro emozionale. Un libro che si legge tutto d’un fiato e disarma il lettore, anche il più malizioso e prevenuto, con la consapevole considerazione che lo inchioda e invita alla riflessione: «In fondo i grandi non sono che bambini sopravvissuti».

Maria Giusy Gerace

(www.excursus.org, anno VII, n. 68, marzo 2015)