Cinquant’anni dietro la macchina da presa – Sergio D’Offizi

doffizicinquantannidietromacchinadi CLAUDIA SANTONOCITO – «La luce (e quindi la fotografia) è puro sentimento: nel corso della mia vita professionale me ne sono servito per creare delle atmosfere, caratterizzare e perfezionare scenografie, impreziosire costumi e arredi, valorizzando attori e attrici, mascherando o levigando le imperfezioni dei loro volti, o accentuando i loro tratti migliori».

Una carriera dedicata alla ricerca e alla creazione della luce perfetta quella di Sergio D’Offizi, direttore della fotografia tra i più amati della storia del cinema. Nel volume Cinquant’anni dietro la macchina da presa. La mia fotografia nei film (Prefazione di Amedeo di Sora, Introduzione di Gerry Guida, Effepi Libri, pp. 160,  € 13,00) è racchiusa tutta la sua vita, dagli albori fino alla notorietà, scandita coi tempi di un film.

Nei Titoli di testa racconta della sua nascita avvolta nell’accecante “luce” estiva del 1934, del lavoro del padre nel cinema (come ispettore nella cura degli aspetti organizzativi e logistici della lavorazione dei film dei ricordi tragici legati alla guerra), dei suoi primi impieghi al suo fianco negli studi di Cinecittà. Arrivando poi ai primi ingaggi da solo, ai primi western, fino al 1971, quando Nanni Loy lo volle con sé.

Ed ecco profilarsi il suo Primo Tempo, un tempo dove la figura predominante è il grande Alberto Sordi, che ben presto dimostrò nei confronti di Sergio una stima e un’amicizia che, com’è noto, il suo carattere un po’ rugoso non concedeva facilmente. Furono anni di grandi film, di viaggi, di disavventure, di aneddoti, ma anche di grandi scelte. I film fotografati da D’Offizi sono talmente tanti (117 per l’esattezza) che risulta impossibile scegliere qualche titolo da citare, per evitare di far torto ai grandi nomi con cui lavorò.

Nell’Intervallo D’Offizi ci racconta della luce, della passione per il suo lavoro che crea arte anche se in maniera nascosta, delle nuove tecnologie che si sono insinuate sempre di più nel mondo del cinema. Il Secondo Tempo è tutto dedicato alla descrizione dei registi con i quali ha lavorato, professionisti con cui si sono creati dei rapporti di feeling e stima che con alcuni si sono protratti molto più in là che durante la sola preparazione del film. I grandi nomi si alternano in questo capitolo saltando da Duccio Tessari, a Nanni Loy al burbero buono Mario Monicelli, senza dimenticare sia la collaborazione con Massimo Troisi, nel film Ricomincio da tre, che la profonda intesa con Ruggero Deodato che con il suo Cannibal Holocaust è tra i film più censurati della storia del cinema, addirittura bandito da moltissimi Paesi.

Il Dietro le quinte è un botta e risposta con Gerry Guida, le domande spaziano sulla curiosità se D’Offizi potesse essere stato mai interessato alla regia, se avesse mai avuto preferenze per un genere particolare o per un’attrice o un attore. Seguono delle domande sulla tv con particolare interesse per quella americana, e inevitabili sono le rivelazioni sul film che ha amato più di tutti: Sistemo l’America e torno di Nanni Loy che si è poi anche rivelato uno dei più faticosi sia fisicamente che psicologicamente durante la lavorazione.

Infine le Testimonianze di attori come Lello Arena, Giuliano Gemma, Renato Scarpa o Alberto Rossi, ma anche della costumista Gianna Gissi con la quale lavorò durante Il marchese del Grillo e Amici miei II, tutti entusiasti della cortesia e della professionalità di Sergio. Le Considerazioni finali insieme ad una Breve Antologia Critica, all’elenco dei Premi e Nominations e alla completa Filmografia di D’Offizi, chiudono questo volumetto vibrante di amore per il proprio lavoro e per il cinema.

Sergio D’Offizi scandisce il suo tempo e con un linguaggio semplice ci regala un viaggio attraverso più di cinquant’anni di cinema tra volti, registi e film che hanno fatto la storia del nostro paese. E lo fa con la passione di chi ha vissuto di luce e con la luce ha allietato la serata e ha fatto sognare milioni di spettatori. Il direttore della fotografia è uno di quei lavori che forse solo pochi sanno quanto possa essere fondamentale per la settima arte, anzi per dirlo con le sue parole: «La luce indaga, racconta: come nella vita, nulla esisterebbe se non fosse illuminato nel modo giusto. Non ci sarebbero i colori, sfumature e neanche le ombre».

E a noi non resta che ringraziarlo.

Claudia Santonocito

(www.excursus.org, anno VIII, n. 76, ottobre 2016)