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L’edizione 2011
della cinquantesima Marcia della Pace da Perugia ad
Assisi ha avuto luogo all’insegna di polemiche.
Coincideva infatti quest’anno con il
centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia,
per cui il giorno prima le donne del movimento “Se
non ora quando?”, che hanno dato in varie occasioni
segnali della loro presenza per la rifondazione
della Repubblica. Prima di intervenire il 25
settembre alla marcia, hanno manifestato a Roma
contro l’instabilità dell’attuale scenario politico,
provenendo numerose da Nord e Sud con treni che
hanno attraversato l’Italia rappresentando un
simbolico coinvolgimento di tutta la Penisola. Il
motivo essenziale: la difesa della Costituzione
Italiana. Sono intervenuti esperti qualificati
tra cui Silvia Calamandrei, nipote del più noto
Piero, indimenticabile difensore della Carta.
Tutte le
partecipanti, ricevute più tardi dal Presidente
Napolitano, hanno aderito alla marcia a carattere
internazionale cui hanno preso parte migliaia di
persone, sostenendo la legittimità di un clima di
pacificazione per un reale rinnovamento etico,
sociale e politico auspicato, tra gli altri, anche
da Aldo Capitini. Questi, il 24 settembre del 1961,
percorse i 24 chilometri del percorso assieme a
Norberto Bobbio, Italo Calvino e Renato Guttuso, col
sostegno di fautori della pace come i filosofi
Domenico Antonio Cardone, Felice Battaglia e non
ultimo Danilo Dolci, che hanno lottato con i loro
scritti e con le loro opere in nome di un alto
ideale di non violenza.
Quest’anno la
bandiera arcobaleno, che è considerata il simbolo
universale della pace, è stata spiegata
sull’Arco di S. Girolamo a Perugia, rivolta verso la
Rocca di Assisi, sostenuta dai due sindaci delle
città coinvolte, rispettivamente Wladimiro
Boccali (centrosinistra) e Claudio Ricci
(centrodestra), uniti dall’anniversario. Al seguito
associazioni laiche e religiose, sindacati, gruppi
spontanei, movimenti politici, associazioni, ai
quali Boccali ha rivolto un appello con queste
parole: «Siete la parte migliore di quest’Italia
lacerata».
Straordinaria
esperienza di Danilo Dolci in Sicilia
Il pensiero corre
subito alle parole dell’operatore di giustizia e di
pace Dolci, scomparso nel 1997, pronunziate a suo
tempo, ma dal sapore attualissimo: «La pace che
amiamo e dobbiamo realizzare non è tranquillità,
quiete, assenza di sensibilità, evitare i conflitti
necessari, assenza d'impegno, paura del nuovo, ma
capacità di rinnovarsi, costruire, lottare e vincere
in modo nuovo: è salute, pienezza di vita (anche se
nell'impegno ci si lascia la pelle), modo diverso di
vivere».
Dopo aver
frequentato per due anni la comunità di Nomadelfia,
in provincia di Grosseto, diretta da don Zeno,
concepì l’idea di una scuola per gente povera in un
luogo a Sud della Penisola. Trasferitosi sin dal
1952 da Sesana (al confine tra Italia e Slovenia) a
Trappeto (in provincia di Palermo), ha realizzato
una serie di opere benemerite per la popolazione
siciliana bisognosa di assistenza e di consigli.
Fondò la casa che chiamò “Borgo di Dio”
soprattutto per ospitare orfani ed emarginati. Non
poteva certo contenere tutti quelli che a lui si
rivolgevano, ma con interventi sempre più
mirati presso privati ed autorità, raccolse i fondi
necessari per sopravvivere, anche digiunando e
battendosi per creare lavoro. Escogitò un modo per
sfruttare le acque dello Jato ed irrigare i campi,
chiedendo l’intervento pubblico. Più tardi diede
inizio alla battaglia per la diga del Belice.
Nel 1958 fondò a
Partinico il Centro Studi nel quale accolse
volontari italiani e stranieri. Ne discusse con
tutta la popolazione del luogo ed il risultato fu il
libro Chissà se i pesci piangono (Einaudi,
1973). Contemporaneamente avviò una campagna per
incrementare l’istruzione che doveva essere alla
base d’ogni rinnovamento com’è argomentato nel suo
testo Inventare il futuro (Laterza, 1972) e,
contestualmente, fondò il Centro Educativo di Mirto,
sempre a Partinico. Tale scuola suscitò numerose
battaglie non violente, affrontate sempre con
determinazione e bontà di intento. Dolci arrivò
anche ad essere incarcerato e processato con alcuni
sindacalisti per incitamento alla sedizione. Germano
Bonora lo ha definito l’Omero dei poveri e il
suo metodo fu detto della maieutica, parola
aristotelica che indica l’arte di trarre il pensiero
dal fondo dell'animo, discuterlo con gli altri e
concretizzarlo.
Fede ed azione
La Parola di Dio,
elemento primario di ogni discussione, è stata
sempre accompagnata da un grande incitamento
all’agire ed all'operare per il bene della
collettività. I centri dolciani divennero ben presto
una fucina ed un esempio da imitare: gli ospiti
tutti uguali, senza nessuna distinzione e
privilegio, venivano educati al lavoro, ma pure al
pensiero e alla cultura e iniziati ad un’onesta
formazione, come ne La città del Sole del
filosofo Tommaso Campanella.
Ma il grande modello
civile a lui vicino era quello di Gandhi, per la sua
capacità di soffrire, per il suo modo di chiedere
senza recare offesa e per l’energia del suo animo.
Una vera e propria rivoluzione in nome del trionfo
dei diritti umani veniva rivendicata anche da Aldo
Capitini, ispiratore di Dolci, in particolare in
Rivoluzione aperta (Parenti, 1956) e in Il
potere di tutti (La Nuova Italia, 1969). In
quest’ultima opera si legge:
«Ognuno deve
imparare che ha in mano una parte di potere, e sta a
lui usarla bene, nel vantaggio di tutti; deve
imparare che non c’è bisogno di ammazzare nessuno,
ma che cooperando o non cooperando, egli ha in mano
l'arma del consenso e del dissenso. E questo potere
lo ha ognuno, anche i lontani, le donne, i
giovanissimi, i deboli, purché siano coraggiosi e si
muovano cercando e facendo, senza farsi
impressionare da chi li spaventa con il potere,
invece di persuaderli con la libertà e la giustizia
e l’onestà esemplare dei dirigenti».
I principi fondanti
di una società che si rispetti non devono tradire
gli ultimi, come oggi succede, bensì partire dalle
loro necessità, prima di tutto per comprenderle e
poi per cercare di soddisfarle nella misura del
possibile. Nella nostra attuale temperie storica,
invece, come ha di recente denunziato il cardinale
Angelo Bagnasco, Presidente della Cei, l’esistenza
facile e gaudente in cui molti, che dovrebbero avere
senso di responsabilità e rispetto per chi non ce la
fa, si crogiolano, ha corrotto la democrazia e
creato danni considerevoli alla credibilità e alla
sopravvivenza dei valori universali.
Il movimento
della non violenza, oggi
Capitini e Dolci,
con i loro libri di testimonianza e le loro azioni,
hanno lasciato una grande eredità non solo ai loro
conterranei, ma a tutti gli uomini di buona volontà
che intendono pacificare il mondo dilaniato da
guerre e violenze. Tantissimi sono i saggi che li
riguardano.
Ultimamente è stato
creato anche in rete un c.d. Laboratorio Majeutico
Dolciano: Danilo Dolci Project che risulta
molto attivo nell’ incrementare progetti di
eccellente contenuto pedagogico. Inoltre, gruppi di
volontari sempre più numerosi continuano ad operare
non solo in tutto il territorio italiano, ma anche
all’estero, in Africa e nella ex Jugoslavia come i
“Beati Costruttori di Pace” di don Albino Bizzotto,
onde diffondere il messaggio di pacificazione e
speranza di rinnovamento.
Gaetanina Sicari
Ruffo
Nella foto: Danilo Dolci
(www.excursus.org,
anno III, n. 28, novembre 2011)
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