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Ci era sembrato,
guardando il recente passato storico, che gli atti
di violenza frequenti e ripetuti, i tanti attentati
alle postazioni civili e alle istituzioni, fossero
il frutto di un disordine sociale e politico a lungo
protrattosi, dovuto ad istanze non recepite ed eluse
di gruppi eversivi occasionali. Scopriamo ora, a
distanza di anni, con una ricostruzione capillare
che pone in fila i tasselli di un puzzle che sembra
irreale, ben altra ragione alla base di quel caos,
un disegno strutturalmente occulto all’epoca che
filtra ora nella rete e attraverso le voci di
stampa, quando il maggior numero dei protagonisti
non è più o è stato scagionato.
Al centro dunque il
golpe operetta, come è stato definito quello
del 7-8 dicembre del 1970, da chi ha voluto
sminuirlo, ma che tale non fu, non solo perché
ordito nei dettagli come risulta dalle confessione
di pentiti e da dichiarazioni di inquirenti, ma pure
per le conseguenze che da esso sono derivate. Il
giornalista Giusva Branca, ne I giorni del ragno
(Laruffa Editore, pp. 138, € 12,00), ha
raccolto una ricca documentazione
sull’organizzazione del progetto che intendeva
attaccare lo Stato al cuore e destituirlo. Le
notizie che vi sono trattate sono già note. Non
costituiscono quindi uno scoop, ma l’intelligenza
dell’autore sta nell’accostarle insieme agli altri
eventi che avvennero contemporaneamente e che
potrebbero farle apparire come spicciola
quotidianità magari tumultuosa e non come inerenti
fatti eclatanti di un progetto eversivo cui avevano
dato l’appoggio mafia, ‘ndrangheta, servizi deviati,
massoneria, esponenti politici. A distanza di più di
quarant’anni ora è conosciuto da tutti quello che
allora era noto solo ai congiurati, ovvero che non
furono quattro o cinque sessantenni fuori di testa,
come definiti nel processo iniziale del 1978, ma ben
quarantasei, individuati nella sentenza di secondo
grado della Corte dei Conti del 1984 che li assolse.
Solo ad alcuni imputati minori furono comminate pene
per detenzione di armi da fuoco.
Fortuna fu che il
golpe fallisse, ancora non si sa bene per quale
motivo, visto che tutto era pronto per farlo
esplodere. Ordini dall’alto, forse mediati da Licio
Gelli, fecero arrestare la macchina infernale che
avrebbe dovuto occupare i Ministeri della Difesa e
dell’Interno, le sedi della Rai, rapire il
Presidente Giuseppe Saragat ed assassinare il Capo
della Polizia Angelo Vicari. Non ci fu un Cicerone
che svelasse in tempo i piani del novello Catilina,
anche se quest’ultimo, nelle vesti dell’ideatore,
Junio Valerio Borghese, si salvò con la fuga in
Spagna, assieme all’ufficiale Gavino Matta. Il
contrordine fermò invece diverse migliaia di
congiurati che erano giunti a Roma, al Ministero
dell’Interno, dove aveva avuto già inizio la
distribuzione delle armi e delle munizioni a 187
uomini già appostati vicino le sedi televisive, da
dove avrebbe pronunziato un proclama il Principe
Nero Borghese. Sono passati oltre quarant’anni,
eppure alcuni particolari restano avvolti ancora
nella nebbia del “si dice e non si dice”, nonostante
dichiarazioni di pentiti, processi e relazioni di
commissioni di indagine abbiano da tempo fatto luce
su quel tentativo andato a vuoto. Ma non così si può
dire dell’ondata di stragi, omicidi eccellenti,
attentati e guerre che l’hanno preceduto e seguito.
Fin dal 1969, come
in una tela di ragno abilmente tessuta, gruppi
clandestini si muovevano per la Penisola, tentando
accordi con vertici militari, con esponenti della
mafia siciliana e della ‘ndrangheta calabrese, con
la massoneria, i servizi segreti deviati, Cosa
Nostra era compiacente, come hanno rivelato i
pentiti Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti. Per
i malavitosi la posta in gioco era la revisione dei
processi di alcuni loro familiari che rischiavano
troppo, per altri l’affermazione di un potere
politico di destra che avrebbe tolto di mezzo i
comunisti considerati un pericolo incombente.
Più tardi infatti,
un anno prima di morire assassinato, Pier Paolo
Pasolini, che aveva compreso il disegno eversivo,
scriveva:
«Io so. Io so i
nomi dei responsabili di quello che viene chiamato
golpe [...]. Io so i nomi dei responsabili
della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i
nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di
Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del
“vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi
fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti
autori materiali delle prime stragi, sia infine gli
“ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
[...] Io so i nomi del gruppo di potenti che con
l’aiuto della Cia (e in secondo ordine di colonnelli
greci e della mafia) hanno creato (del resto
miseramente fallendo) una crociata anticomunista».
E concludeva:
«Io so. Ma non ho prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore,
che cerca di seguire tutto ciò che succede, di
conoscere tutto ciò che se ne scrive [...]
che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare
l’arbitrarietà, la follia e il mistero».
Subentrò
un’atmosfera di guerra dunque non dichiarata
apparentemente, ma visibile per gli agguati, le
azioni terroristiche, i rapimenti, le stragi, le
uccisioni di singoli uomini eccellenti e di
cittadini innocenti durante gli attentati. Negli
anni immediatamente successivi al 1970 si è fatto di
tutto per sminuire la portata del golpe, definendolo
“burletta” e considerandolo pressoché un gioco, una
pura messa in scena.
Ma a voler bene
distinguere, come fa Giusva Branca, mettendo in
ordine gli avvenimenti e i documenti acquisiti
successivamente, si scopre che non fu per niente una
burla, perché creò negli animi quell’agitazione
bellica che esplose successivamente non solo con le
guerre di mafia in Sicilia ed in Calabria, ma con
rivolte aperte contro lo Stato, sostenute prima dai
terroristi neri e poi dal terrorismo delle Brigate
Rosse: una catena di vendette e di ritorsioni per
annullare reciprocamente il potere degli uni sugli
altri e per influenzare l’opinione pubblica. Episodi
sanguinosi e misteriosi di cui ancora si ragiona per
l’eco che hanno suscitato negli animi degli italiani
sono probabilmente da collegare a questa
destabilizzazione e non solo il rapimento e
l’uccisione di Moro, ma persino la scomparsa del
giornalista Mauro de Mauro, prelevato sotto la porta
della sua casa, a Palermo, alla vigilia delle nozze
della figlia, e poi ucciso barbaramente. Due esempi,
ma se ne potrebbero fare tanti altri, che hanno
fatto scalpore per il legame non insensato, bensì
reale, con il disegno eversivo, come si è appurato
di recente.
Gaetanina Sicari
Ruffo
(www.excursus.org,
anno III, n. 24, luglio 2011)
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