Anno III             n. 24                   Luglio 2011

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Italia negli anni Settanta:

 si tesse la tela del ragno

 di Giuseppe Licandro

 

In un libro pubblicato da Laruffa

 Giusva Branca ricostruisce

 e reinterpreta uno dei periodi

 fondamentali della nostra storia

 

  

 

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Ci era sembrato, guardando il recente passato storico, che gli atti di violenza frequenti e ripetuti, i tanti attentati alle postazioni civili e alle istituzioni, fossero il frutto di un disordine sociale e politico a lungo protrattosi, dovuto ad istanze non recepite ed eluse di gruppi eversivi occasionali. Scopriamo ora, a distanza di anni, con una ricostruzione capillare che pone in fila i tasselli di un puzzle che sembra irreale, ben altra ragione alla base di quel caos, un disegno strutturalmente occulto all’epoca che filtra ora nella rete e attraverso le voci di stampa, quando il maggior numero dei protagonisti non è più o è stato scagionato.

 

Al centro dunque il golpe operetta, come è stato definito quello del 7-8 dicembre del 1970, da chi ha voluto sminuirlo, ma che tale non fu, non solo perché ordito nei dettagli come risulta dalle confessione di pentiti e da dichiarazioni di inquirenti, ma pure per le conseguenze che da esso sono derivate. Il giornalista Giusva Branca, ne I giorni del ragno (Laruffa Editore, pp. 138, € 12,00), ha raccolto una ricca documentazione sull’organizzazione del progetto che intendeva attaccare lo Stato al cuore e destituirlo. Le notizie che vi sono trattate sono già note. Non costituiscono quindi uno scoop, ma  l’intelligenza dell’autore sta nell’accostarle insieme agli altri eventi che avvennero contemporaneamente e che potrebbero farle apparire  come spicciola quotidianità magari tumultuosa e non come inerenti fatti eclatanti di un progetto eversivo cui avevano dato l’appoggio mafia, ‘ndrangheta, servizi deviati, massoneria, esponenti politici. A distanza di più di quarant’anni ora è conosciuto da tutti quello che allora era noto solo ai congiurati, ovvero che non furono quattro o cinque sessantenni fuori di testa, come definiti nel processo iniziale del 1978, ma ben quarantasei, individuati nella sentenza di secondo grado della Corte dei Conti del 1984 che li assolse. Solo ad alcuni imputati minori furono comminate pene per detenzione di armi da fuoco.

 

Fortuna fu che il golpe fallisse, ancora non si sa bene per quale motivo, visto che tutto era pronto per farlo esplodere. Ordini dall’alto, forse mediati da Licio Gelli, fecero arrestare la macchina infernale che avrebbe dovuto occupare i Ministeri della Difesa e dell’Interno, le sedi della Rai, rapire il Presidente Giuseppe Saragat ed assassinare il Capo della Polizia Angelo Vicari. Non ci fu un Cicerone che svelasse in tempo i piani del novello Catilina, anche se quest’ultimo, nelle vesti dell’ideatore, Junio Valerio Borghese, si salvò con la fuga in Spagna, assieme all’ufficiale Gavino Matta. Il contrordine fermò invece diverse migliaia di congiurati che erano giunti a Roma, al Ministero dell’Interno, dove aveva avuto già inizio la distribuzione delle armi e delle munizioni a 187 uomini già appostati vicino le sedi televisive, da dove avrebbe pronunziato un proclama il Principe Nero Borghese. Sono passati oltre quarant’anni, eppure alcuni particolari restano avvolti ancora nella nebbia del “si dice e non si dice”, nonostante dichiarazioni di pentiti, processi e relazioni di commissioni di indagine abbiano da tempo fatto luce su quel tentativo andato a vuoto. Ma non così si può dire dell’ondata di stragi, omicidi eccellenti, attentati e guerre che l’hanno preceduto e seguito. 

 

Fin dal 1969, come in una tela di ragno abilmente tessuta, gruppi clandestini si muovevano per la Penisola, tentando accordi con vertici militari, con esponenti della mafia siciliana e della ‘ndrangheta calabrese, con la massoneria, i servizi segreti deviati, Cosa Nostra era compiacente, come hanno rivelato i pentiti Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti. Per i malavitosi la posta in gioco era la revisione dei processi di alcuni loro familiari che rischiavano troppo, per altri l’affermazione di un potere politico di destra che avrebbe tolto di mezzo i comunisti considerati un pericolo incombente.

 

Più tardi infatti, un anno prima di morire assassinato, Pier Paolo Pasolini, che aveva compreso il disegno eversivo, scriveva:

 «Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe [...]. Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti. [...] Io so i nomi del gruppo di potenti che con l’aiuto della Cia (e in secondo ordine di colonnelli greci e della mafia) hanno creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista».

E concludeva: «Io so. Ma non ho prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive [...] che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».

 

Subentrò un’atmosfera di guerra dunque non dichiarata apparentemente, ma visibile per gli agguati, le azioni terroristiche, i rapimenti, le stragi, le uccisioni di singoli uomini eccellenti e di cittadini innocenti durante gli attentati. Negli anni immediatamente successivi al 1970 si è fatto di tutto per sminuire la portata del golpe, definendolo “burletta” e considerandolo pressoché un gioco, una pura messa in scena.

 

Ma a voler bene distinguere, come fa Giusva Branca, mettendo in ordine gli avvenimenti e i documenti acquisiti successivamente, si scopre che non fu per niente una burla, perché creò negli animi quell’agitazione bellica che esplose successivamente non solo con le guerre di mafia in Sicilia ed in Calabria, ma con rivolte aperte contro lo Stato, sostenute prima dai terroristi neri e poi dal terrorismo delle Brigate Rosse: una catena di vendette e di ritorsioni per annullare reciprocamente il potere degli uni sugli altri e per influenzare l’opinione pubblica. Episodi sanguinosi e misteriosi di cui ancora si ragiona per l’eco che hanno suscitato negli animi degli italiani sono probabilmente da collegare a questa destabilizzazione e non solo il rapimento e l’uccisione di Moro, ma persino la scomparsa del giornalista Mauro de Mauro, prelevato sotto la porta della sua casa, a Palermo, alla vigilia delle nozze della figlia, e poi ucciso barbaramente. Due esempi, ma se ne potrebbero fare tanti altri, che hanno fatto scalpore per il legame non insensato, bensì reale, con il disegno eversivo, come si è appurato di recente.

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

(www.excursus.org, anno III, n. 24, luglio 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

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