Anno IV             n. 30                   Gennaio 2012

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

 Gli immigrati in Europa:

 sogni infranti e delusioni

 di Valeria Scopelliti

 

In un diario edito da Mesogea

 i modi di vivere e le riflessioni

 di giovani che cercano fortuna

 in un eldorado che non esiste

 

  

 

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Senza un piano ben deciso, ma con la convinzione di cambiare la propria vita, Rachid Nini decide di lasciare il proprio Paese natale, il Marocco, per realizzare il sogno che molti africani, e non solo, hanno: tentare la fortuna nella ricca e democratica Europa. Grazie all’attività di giornalista, Nini ha lasciato una vivida testimonianza della sua esperienza nel Vecchio Continente. Tradotto da Camilla Albanese, Diario di un clandestino (Mesogea, pp. 208, € 19,50) è un'importantissima testimonianza sul modo di vivere e di pensare dei tanti immigrati che ogni giorno arrivano sulle nostre coste. Dietro ogni singola persona, infatti, si nasconde una storia che vive in bilico tra il passato familiare e il gelido futuro che l’aspetta in questo mondo ostile. Come splendidamente descritto da Nini negli "appunti" lasciati qua e là e che, riuniti, danno vita al libro, ci si sente comunque stranieri in uno Stato come la Spagna, che continua a fare i conti con il suo lungo e tortuoso rapporto con il mondo arabo.

 

Gli immigrati, immaginati come i nuovi moriscos che tornano come servi nel Paese che per secoli hanno dominato, si trovano a combattere contro le istituzioni, la povertà, la burocrazia che impedisce loro qualsiasi vita pubblica. Proprio ciò porta lo scrittore a sottolineare che anche se non si è mai stati delinquenti questo tipo di vita ti costringe ad esserlo, trasformandoti in ladro e spacciatore pur di andare avanti.

 

Il dramma più grande sta nel destino di questi giovani provenienti dalla classe media, che si trovano a dover fare i braccianti nei campi di arance o i muratori nei cantieri, vivendo nell'ombra di una società di cui non fanno parte. Attraverso le sue parole, Nini racconta il variegato mondo dei reietti e la strana solidarietà che si forma tra loro, dimostrando come spesso ci si può fidare più di ladri e furfanti che delle autorità che dovrebbero proteggerti.

 

Per sfuggire ai poliziotti si vive da nomadi, cambiando continuamente città e lavoro, adattandosi alle opportunità che la vita ci offre. Si lavora solo per sopravvivere, per potersi permettere una stanza in cui dormire e qualcosa da mangiare, in un misto di schiavitù e libertà che, pur obbligandoti a spaccarti la schiena per pochi soldi al giorno, ti permette di scomparire nel nulla quando quel tipo di vita ti ha stancato. Un giorno dunque puoi stare nei campi a raccogliere le arance insieme a rumeni e rom, la settimana dopo ti puoi trovare in un'altra città a servire pizze per il proprietario ebreo e il mese successivo a lavorare in una discoteca.

 

Cambiando posto e lavoro senza soluzione di continuità, Nini si rende conto non solo dell'infinita varietà di persone che popolano il mondo dei reclusi ma anche della differente accoglienza nelle varie città e negli Stati, con i mille espedienti per sopravvivere e gli immancabili amici e nemici che si incontrano sempre in posti diversi e in momenti diversi. In fondo quello che accomuna tutti è il voler cambiare la propria vita, in un eldorado che esiste solo nei sogni di coloro che partono. È proprio dallo scontro tra la proiezione che il migrante fa nel suo immaginario prima del viaggio e la realtà che si trova a vivere che nasce il disagio, il quale spesso in modo inevitabile porta il sognatore a trasformarsi in delinquente. Quasi in modo del tutto casuale, un maestro di scuola elementare in Marocco può lavorare per un'organizzazione che rivende in Africa auto rubate in Europa o spacciare droga nelle grandi capitali. Questo è uno degli aspetti che più di altri è messo in risalto da Nini: ovvero il passaggio da una vita legale, tranquilla, da piccolo borghese nel proprio Paese, a quella da vagabondo in Europa, fuori da ogni ordinamento e sempre in fuga dalla polizia.

 

La parte che risulta più interessante è senza dubbio quella riguardante il giudizio che gli immigrati si formano su noi europei e sulla nostra cultura. Sono soprattutto gli spagnoli ad essere presi di mira dall'autore, visto che è lo Stato in cui ha trascorso più tempo, ma pure gli immancabili turisti inglesi, sempre uguali e con gli stessi comportamenti. Anche le città finiscono per confondersi tra di loro, con le stesse vie e gli stessi palazzi, o i bar pieni di gente a qualsiasi ora del giorno e della notte. Nonché i datori di lavoro o i poliziotti con i cani addestrati a scovare "l'odore di arabo", e ci sono poche possibilità di fuggire a questa caccia se non cambiando nuovamente Paese, casa, lavoro.

 

La cosa più difficile da controllare però sono i ricordi e la nostalgia. In ogni nuovo posto si ritrova sempre qualcosa che ti riporta alla tua città natale, alla tua casa e alla tua famiglia. Passando per le vie del centro storico di una cittadina qualunque, magari, ti viene in mente quel quartiere di Rabat, ma anche quel giorno in quel bar, mentre con gli amici si parlava di politica e si tentava di cambiare il mondo. Mentre adesso ti ritrovi solo, tentando di dare un senso a quello che avviene.

 

Quasi tutte le riflessioni dell'autore partono proprio dal ricordo della propria vita in Marocco e da come in pochi mesi tutto può cambiare per una persona. Così la politica, che per tanti anni lo aveva animato all'università, ora diventa un aspetto lontano e insignificante, e le giornate passate a scrivere racconti sembrano non esistere più quando tutte le mattine si sta nei campi a raccogliere le arance. Ma anche le abitudini dimenticate dell'infanzia tornano a fare visita al protagonista, che si ritrova a immaginare gli odori dei piatti cucinati dalla nonna o le discussioni con il padre morto tanti anni prima. 

 

Il viaggio fisico si trasforma, dunque, anche in viaggio interiore perché porta lo scrittore ad analizzare se stesso, la propria storia e l'incertezza del futuro tra la ricerca di un senso in questo continente e il desiderio latente, ma sempre più forte, di tornare a casa per recuperare una vita davvero significativa per il soggetto, in contrasto con l'esistenza straniante vissuta nel Paese straniero.

 

Valeria Scopelliti

(www.excursus.org, anno IV, n. 30, gennaio 2012)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Maria Gerace, Serena Intelisano, Pamela La Camera, Roberto La Fauci,

Giuseppe Licandro, Marco Mazzi, Domenica Riggio, Carmine Zaccaro, Ivana Vaccaroni

 

 

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