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Senza un piano ben deciso, ma con la convinzione di
cambiare la propria vita, Rachid Nini decide di
lasciare il proprio Paese natale, il Marocco, per
realizzare il sogno che molti africani, e non solo,
hanno: tentare la fortuna nella ricca e democratica
Europa. Grazie all’attività di giornalista, Nini ha
lasciato una vivida testimonianza della sua
esperienza nel Vecchio Continente. Tradotto da
Camilla Albanese, Diario di un clandestino
(Mesogea, pp. 208, € 19,50) è un'importantissima
testimonianza sul modo di vivere e di pensare dei
tanti immigrati che ogni giorno arrivano sulle
nostre coste. Dietro ogni singola persona, infatti,
si nasconde una storia che vive in bilico tra il
passato familiare e il gelido futuro che l’aspetta
in questo mondo ostile. Come splendidamente
descritto da Nini negli "appunti" lasciati qua e là
e che, riuniti, danno vita al libro, ci si sente
comunque stranieri in uno Stato come la Spagna, che
continua a fare i conti con il suo lungo e tortuoso
rapporto con il mondo arabo.
Gli immigrati, immaginati come i nuovi moriscos
che tornano come servi nel Paese che per secoli
hanno dominato, si trovano a combattere contro le
istituzioni, la povertà, la burocrazia che impedisce
loro qualsiasi vita pubblica. Proprio ciò porta lo
scrittore a sottolineare che anche se non si
è mai stati delinquenti questo tipo di vita ti
costringe ad esserlo, trasformandoti in ladro e
spacciatore pur di andare avanti.
Il dramma più grande sta nel destino di questi
giovani provenienti dalla classe media, che si
trovano a dover fare i braccianti nei campi di
arance o i muratori nei cantieri, vivendo nell'ombra
di una società di cui non fanno parte. Attraverso le
sue parole, Nini racconta il variegato mondo dei
reietti e la strana solidarietà che si forma tra
loro, dimostrando come spesso ci si può fidare più
di ladri e furfanti che delle autorità che
dovrebbero proteggerti.
Per sfuggire ai poliziotti si vive da nomadi,
cambiando continuamente città e lavoro, adattandosi
alle opportunità che la vita ci offre. Si lavora
solo per sopravvivere, per potersi permettere
una stanza in cui dormire e qualcosa da mangiare, in
un misto di schiavitù e libertà che, pur
obbligandoti a spaccarti la schiena per pochi soldi
al giorno, ti permette di scomparire nel nulla
quando quel tipo di vita ti ha stancato. Un giorno
dunque puoi stare nei campi a raccogliere le arance
insieme a rumeni e rom, la settimana dopo ti
puoi trovare in un'altra città a servire pizze per
il proprietario ebreo e il mese successivo a
lavorare in una discoteca.
Cambiando posto e lavoro senza soluzione di
continuità, Nini si rende conto non solo
dell'infinita varietà di persone che popolano il
mondo dei reclusi ma anche della differente
accoglienza nelle varie città e negli Stati, con i
mille espedienti per sopravvivere e gli immancabili
amici e nemici che si incontrano sempre in posti
diversi e in momenti diversi. In fondo quello che
accomuna tutti è il voler cambiare la propria vita,
in un eldorado che esiste solo nei sogni di coloro
che partono. È proprio dallo scontro tra la
proiezione che il migrante fa nel suo immaginario
prima del viaggio e la realtà che si trova a vivere
che nasce il disagio, il quale spesso in modo
inevitabile porta il sognatore a trasformarsi in
delinquente. Quasi in modo del tutto casuale, un
maestro di scuola elementare in Marocco può lavorare
per un'organizzazione che rivende in Africa auto
rubate in Europa o spacciare droga nelle grandi
capitali. Questo è uno degli aspetti che più di
altri è messo in risalto da Nini: ovvero il
passaggio da una vita legale, tranquilla, da piccolo
borghese nel proprio Paese, a quella da vagabondo in
Europa, fuori da ogni ordinamento e sempre in fuga
dalla polizia.
La parte che risulta più interessante è senza dubbio
quella riguardante il giudizio che gli immigrati si
formano su noi europei e sulla nostra cultura. Sono
soprattutto gli spagnoli ad essere presi di mira
dall'autore, visto che è lo Stato in cui ha
trascorso più tempo, ma pure gli immancabili turisti
inglesi, sempre uguali e con gli stessi
comportamenti. Anche le città finiscono per
confondersi tra di loro, con le stesse vie e gli
stessi palazzi, o i bar pieni di gente a qualsiasi
ora del giorno e della notte. Nonché i datori di
lavoro o i poliziotti con i cani addestrati a
scovare "l'odore di arabo", e ci sono poche
possibilità di fuggire a questa caccia se non
cambiando nuovamente Paese, casa, lavoro.
La cosa più difficile da controllare però sono i
ricordi e la nostalgia. In ogni nuovo posto si
ritrova sempre qualcosa che ti riporta alla tua
città natale, alla tua casa e alla tua famiglia.
Passando per le vie del centro storico di una
cittadina qualunque, magari, ti viene in mente quel
quartiere di Rabat, ma anche quel giorno in quel
bar, mentre con gli amici si parlava di politica e
si tentava di cambiare il mondo. Mentre adesso ti
ritrovi solo, tentando di dare un senso a quello che
avviene.
Quasi tutte le riflessioni dell'autore partono
proprio dal ricordo della propria vita in Marocco e
da come in pochi mesi tutto può cambiare per una
persona. Così la politica, che per tanti anni lo
aveva animato all'università, ora diventa un aspetto
lontano e insignificante, e le giornate passate a
scrivere racconti sembrano non esistere più quando
tutte le mattine si sta nei campi a raccogliere le
arance. Ma anche le abitudini dimenticate
dell'infanzia tornano a fare visita al protagonista,
che si ritrova a immaginare gli odori dei piatti
cucinati dalla nonna o le discussioni con il padre
morto tanti anni prima.
Il viaggio fisico si trasforma, dunque, anche in
viaggio interiore perché porta lo scrittore ad
analizzare se stesso, la propria storia e
l'incertezza del futuro tra la ricerca di un senso
in questo continente e il desiderio latente, ma
sempre più forte, di tornare a casa per recuperare
una vita davvero significativa per il soggetto, in
contrasto con l'esistenza straniante vissuta nel
Paese straniero.
Valeria Scopelliti
(www.excursus.org,
anno IV, n. 30, gennaio 2012)
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