|
La Libia,
possedimento turco dal 1551, passò con il
Trattato di Ouchy del 1912 sotto il dominio
italiano, che si affermò completamente solo nel
1931, dopo una feroce guerra coloniale condotta dal
generale Rodolfo Graziani.
Nel 1949 il sovrano
senussita Idris I proclamò l’indipendenza della
Cirenaica e due anni dopo, annettendo anche la
Tripolitania e il Fezzan, costituì il Regno di
Libia.
Idris I mantenne
buoni rapporti con l’Italia: una comunità nostrana,
formata da circa quindicimila persone, rimase in
Libia anche dopo la fine del colonialismo.
Notevoli interessi
economici legavano i due Paesi: da un lato, c’erano
le forniture di petrolio grezzo che l’ex colonia
garantiva all’Italia; dall’altro, gli investimenti
produttivi realizzati in Libia da aziende come l’Eni
e la Fiat.
Nel 1956 fu
stipulato un accordo di cooperazione tra i due
Stati, che prevedeva un contributo al governo libico
di quasi cinque miliardi di lire, in cambio di
garanzie nei confronti degli italiani residenti
nell’ex colonia.
L’ascesa di
Gheddafi
L’1 settembre 1969
un colpo di stato, organizzato da un gruppo di
ufficiali guidati dall’allora capitano Muammar
Gheddafi, pose fine al regno di Idris I.
Figura certamente
controversa, dai contorni politici difficilmente
definibili, Gheddafi, nominato colonnello, riuscì a
imporre un governo personale, che coniugava il
nazionalismo arabo con orientamenti socialisti,
rifiutando tuttavia il comunismo sovietico.
Delle vicende
relative alla prima fase del regime gheddafiano e
dei suoi problematici rapporti con l’Italia parla il
saggio dello studioso Arturo Varvelli L’Italia e
l’ascesa di Gheddafi. La cacciata degli italiani, le
armi e il petrolio (1969-1974) (Prefazione
di Angelo del Boca, Baldini Castoldi Dalai, pp.
348, € 17,50).
Varvelli, come ben
evidenzia Del Boca nella Prefazione,
ricostruisce «giorno per giorno gli anni che vanno
dalla conquista del potere da parte del colonnello
Gheddafi (1969) alla firma dell’accordo italo-libico
di cooperazione economica (1974)», approfondendo in
particolare l’episodio dell’espulsione della
comunità italiana, che avvenne nel settembre del
1970 e le cui responsabilità, oltre che al regime di
Gheddafi, vengono altresì attribuite dall’autore
agli errori commessi dalla diplomazia italiana e al
doppio gioco messo in atto dal governo egiziano.
L’espulsione
degli italiani
Gheddafi volle
subito mutare la politica intrapresa dal suo
predecessore, manifestando un’accentuata autonomia
dalle potenze occidentali.
Chiuse le basi
militari britanniche e statunitensi, il colonnello
decise di sollevare la questione dei risarcimenti
per i danni coloniali da richiedere all’Italia, che
in quel momento attraversava un periodo
d’instabilità politica e si dimostrò impreparata ad
affrontare la nuova realtà libica. Nel luglio del
1970 il governo italiano, presieduto da Mariano
Rumor, si dimise e soltanto dopo un mese di
laboriose trattative fu ricostituita una coalizione
di centrosinistra, con a capo Emilio Colombo.
L’incarico di
Ministro degli Esteri fu rivestito dall’agosto 1969
all’ottobre 1974 da Aldo Moro (con una parentesi tra
il luglio 1972
e il luglio 1973, quando fu nominato Giuseppe Medici).
Lo statista pugliese dimostrò indubbie capacità
diplomatiche, ma, preso dai problemi interni
italiani e fidandosi troppo della mediazione
egiziana, non riuscì a prevenire le mosse di
Gheddafi. Il 21 luglio 1970 il Consiglio del Comando
della Rivoluzione (Ccr) approvò un decreto con cui
furono espropriate, senza indennizzo, le proprietà
in possesso degli italiani residenti in Libia, la
maggioranza dei quali fu costretta ad abbandonare lo
Stato Africano in soli due mesi.
Varvelli su questo
punto esprime un giudizio inequivocabile: «Vi fu
sostanzialmente una sottovalutazione della
possibilità che una decisione inderogabile ai danni
della collettività potesse essere presa dal leader
libico senza prima aver cercato un dialogo con
l’Italia».
I motivi del
decreto
Va chiarito che le
drastiche misure adottate dal regime libico
riguardarono i nostri connazionali, ma non le
imprese italiane impegnate in attività produttive.
Pur avendo il Ccr
disposto la nazionalizzazione di tutte le società
straniere di distribuzione dei prodotti petroliferi,
i soci azionisti dell’Asseil, azienda mista
italo-libica, furono indennizzati e l’Eni non perse
le concessioni di cui godeva, anzi fu richiesta dai
libici «la collaborazione dell’Agip nel rifornimento
di carburanti, lubrificanti, G. P. L. e altri
materiali».
Gheddafi, in
verità, non fu spinto nelle sue scelte soltanto dal
risentimento per il passato coloniale: i motivi che
lo indussero a scagliarsi contro gli italiani furono
molteplici e non sempre di facile comprensione.
Varvelli riporta, a tal proposito, varie ipotesi:
«l’ambasciatore dell’Arabia Saudita aveva creduto di
vedere un nesso tra la misura adottata dalla Libia e
la notizia pubblicata il 12 luglio da “l’Unità”
circa la fornitura di munizioni a Israele. [...]
Gheddafi sarebbe stato molto contrariato da un
incontro segreto fra alcuni esponenti
dell’ala sinistra del movimento rivoluzionario
libico e i tre parlamentari italiani che erano
giunti in visita a fine giugno, nel corso del quale
sarebbe stata ventilata la fondazione di un “Psiup
libico”. [...] la Farnesina considerava probabile
che i provvedimenti presi contro l’Italia, specie
per la forma minacciosa e vessatoria in cui venivano
applicati, fossero la conseguenza dell’instabilità
interna del regime che cercava di scaricare così le
proprie tensioni interne su una collettività
straniera».
Vedremo perché la
terza ipotesi è, a nostro avviso, la più plausibile.
Il ruolo
dell’Egitto
La comunità
italiana funse in realtà da capro espiatorio, in un
momento in cui si profilava una spaccatura tra i
militari libici e si vociferava «in particolare di
forti contrasti tra due correnti, quella
filo-palestinese e quella filo-egiziana».
Gheddafi fin
dall’inizio si era appoggiato al Presidente egiziano
Nasser, il quale era stato un punto di riferimento
per il nazionalismo socialista arabo, ma che, dopo
la sconfitta subita dall’Egitto nel 1967 nella
Guerra dei Sei Giorni contro Israele, aveva perso
prestigio. Nasser stava tentando di recuperare i
consensi e aspirava a far entrare la Libia nella
sfera d’influenza egiziana. Ecco perché il Capo di
Stato egiziano non collaborò con l’Italia e non
cercò di evitare l’espulsione dei cittadini italiani
residenti in Libia: «Con la scomparsa della
collettività italiana e l’assunzione nei gangli del
Paese di funzionari egiziani, la Libia diventava di
fatto una propaggine dell’Egitto».
Le scelte di
Gheddafi erano dettate soprattutto da motivazioni
politiche, come argutamente segnalò in una nota
l’ambasciatore Carlo Calenda: «L’operazione contro
di noi, voluta e manovrata dal Cairo, ha un altro
significato: di cercare di isolare nel Consiglio
rivoluzionario con provvedimenti apparentemente
nazionalisti gli avversari della politica
filo-egiziana di Gheddafi». Nel breve volgere di
pochi mesi, infatti, decine migliaia di lavoratori e
funzionari egiziani sostituirono gli italiani
espulsi.
Le reazioni del
nostro governo
L’Italia provò a
reagire alle misure adottate dal governo libico, ma
fu consigliata dagli alleati della Nato di non
ricorrere a ritorsioni economiche o politiche che
avrebbero potuto danneggiare gli interessi
occidentali in Libia e spingere il regime di
Gheddafi a schierarsi apertamente con l’Unione
Sovietica.
Il governo Colombo
decise, pertanto, di farsi carico dei rimborsi agli
esuli italiani, che ricevettero in tempi brevi i
primi indennizzi per le proprietà perdute in Libia
(ma solo nel 1980 il risarcimento fu completato). Si
stabilì, inoltre, di rispondere alla campagna
diffamatoria messa in atto dalla stampa libica con
una serie di commenti sui principali mezzi
d’informazione nazionali, nei quali si sottolineava
il contributo fornito dagli italiani alla crescita
dell’ex colonia e la loro estraneità rispetto agli
eccidi commessi a suo tempo dalle truppe fasciste.
Si convenne, ancora, sull’opportunità di investire
l’Assemblea Generale dell’Onu della situazione
incresciosa venutasi a creare in Libia.
Il 5 agosto Moro
inviò a U Thant, Segretario Generale delle Nazioni
Unite, una lettera in cui «richiamava l’attenzione
sulle violazioni del diritto internazionale e dei
diritti dell’uomo perpetrate da parte libica». U
Thant – inspiegabilmente – non rispose alla missiva
di Moro e non prese alcun provvedimento. Soltanto a
fine settembre, quando ormai più di 12 mila italiani
erano frettolosamente tornati in patria, il
Segretario dell’Onu si degnò di consegnare «un
promemoria sulla situazione riguardante il
trattamento della comunità italiana al
rappresentante libico», che comunque non sortì esito
alcuno.
Il rilancio
della cooperazione
I rapporti tra
Italia e Libia cambiarono in seguito alla morte di
Nasser che avvenne il 28 settembre 1970 e sottrasse
in parte Gheddafi all’influsso egiziano. Le
relazioni tra i due Stati si normalizzarono in poco
tempo, soprattutto perché i servizi segreti
italiani, d’accordo con quelli britannici e
statunitensi, sventarono un colpo di stato contro
Gheddafi, orchestrato da un oppositore politico in
esilio in Italia, Omar Shalhi.
Le potenze
occidentali non volevano destabilizzare la Libia e
puntavano a riallacciare buone relazioni col regime
del colonnello libico, contando sul suo dichiarato
anticomunismo (che comunque non gli impediva di
rifornirsi di armi anche dai sovietici...).
Fu per questo
motivo che l’amministrazione statunitense non
supportò la trama golpistica, anzi «contribuì a
farla fallire avvisando della sua preparazione i
libici».
Il 5 maggio 1971 si
tenne a Tripoli un importante incontro tra Gheddafi
e Moro, che gettò le basi per «lo sviluppo di quei
rapporti amichevoli desiderati e necessari per
entrambi i Paesi». Di lì a poco, infatti, venne
offerta all’Eni la possibilità di costruire una
grande raffineria di petrolio a Zavia, vicino a
Tripoli.
Nel 1971 alcune
grosse aziende italiane (Cogefar, Impresit,
Lodigiani) aprirono in Libia vari cantieri,
costruendo edifici, strade e infrastrutture di ogni
genere. La Fiat cedette parte della proprietà della
Libya Motor (la sua concessionaria libica) a un
imprenditore di fiducia, Suleiman Dahan, che
s’impegnò a tutelarne gli interessi.
Armi e petrolio
Il governo di
Tripoli cominciò a pressare l’Italia affinché, oltre
agli investimenti economici, fornisse alla Libia
anche supporti di tipo militare e, alla fine del
1971, venne inoltrata una formale richiesta a Roma
per ottenere dei mezzi cingolati (gli M-113),
prodotti dall’azienda Oto-Melara di La Spezia.
L’intesa con i
militari libici fu portata a termine da Giulio
Andreotti, diventato nel 1972 Presidente del
Consiglio per due volte a cavallo delle elezioni
politiche che misero temporaneamente fine al
centrosinistra. L’accordo, stipulato a giugno,
«impegnava il governo italiano, oltre che alla
cessione dei mezzi militari con il relativo
materiale sussidiario, anche all’addestramento di
personale libico nell’utilizzo degli armamenti».
L’iniziativa ebbe
anche risvolti economici: quando il governo libico
iniziò a nazionalizzare le imprese petrolifere
straniere, l’Eni ricevette un trattamento di
riguardo e il 30 settembre 1972 si stipulò un patto
tra l’azienda italiana e la compagnia petrolifera
nazionale libica (Lnoc), che portò alla costituzione
di una joint venture paritetica per lo
sfruttamento dei giacimenti di petrolio. In tal modo
l’Italia «diventava per Tripoli un partner
privilegiato».
La crisi del
1973
I rapporti
italo-libici vacillarono nel 1973, quando il regime
di Gheddafi assunse una politica radicalmente
avversa all’Occidente. Riassumiamo brevemente gli
avvenimenti che in quell’anno innescarono una
complessa crisi internazionale: il 6 marzo a Khartum
tre diplomatici (due americani e un belga) furono
uccisi in un attentato terroristico; il 21 marzo ci
fu un attacco di due Mirage libici contro un
aeroplano statunitense nello spazio aereo
soprastante il Golfo della Sirte (che la Libia
rivendicava come proprio), con diversi feriti; l’1
settembre Sadat, successore di Nasser, e Gheddafi
firmarono a Tripoli un patto per l’unificazione fra
Egitto e Libia (che però in seguito fallì); il 6
ottobre Egitto e Siria attaccarono Israele durante
la festa dello Yom Kippur: la guerra durò 16 giorni
e si concluse senza vincitori, né vinti; il 17
ottobre e il 4 novembre l’Opec decise, per
ritorsione contro gli Stati che avevano appoggiato
Israele nella guerra, di ridurre la produzione di
petrolio grezzo, rispettivamente del 5 e del 25 per
cento, facendone quadruplicare in poche settimane il
prezzo e avviando così una spirale inflazionistica a
livello planetario; il 17 dicembre un gruppo di
estremisti palestinesi portò a termine un atto
terroristico all’aeroporto romano di Fiumicino,
provocando 22 morti.
L’Accordo del
1974
In quel caotico
contesto accadde però che Gheddafi si isolò sul
piano internazionale e sentì l’esigenza di
consolidare l’alleanza con l’Italia, proprio mentre
la politica estera del Belpaese si orientava verso
posizioni più favorevoli alla causa palestinese,
grazie anche alla costituzione di un nuovo governo
di centrosinistra.
Fu così che il 25
febbraio 1974 il Primo ministro libico Jallud e il
Presidente del Consiglio italiano Rumor firmarono a
Roma «l’accordo-quadro di cooperazione economica,
tecnica e scientifica» che sostituiva quello del
1956.
I legami fra i due
stati si rinsaldarono ancor più nel dicembre 1976,
quando la Libyan Arab Foreign Bank, di proprietà
dello stato libico, acquistò «una percentuale (il
9,5%) di una grande azienda occidentale, entrando
nel Consiglio di Amministrazione della Fiat e
consentendo così un introito di 415 milioni di
dollari in un periodo di crisi della società».
A metà degli anni
Settanta Gheddafi si avvicinò all’Unione Sovietica,
orientando la sua politica estera sempre più
all’insegna dell’antiamericanismo. Ma nel 1986, dopo
l’avvento al potere in Urss di Gorbačëv, il
colonnello si ritrovò nuovamente isolato e dovette
subire il bombardamento di Tripoli da parte
dell’aviazione statunitense, cui rispose
immediatamente con il lancio – fallito – di due
missili Scud contro Lampedusa e in seguito, come
ammesso dallo stesso governo libico, con l’attentato
terroristico che a Lockerbie in Scozia
il 21 dicembre 1988
distrusse un Boeing 747 della compagnia Pan Am.
Il Trattato di
Amicizia del 2008
Oggi la Libia si
segnala negativamente per lo scarso rispetto dei
diritti umani, come prova la triste storia dei
profughi imprigionati e maltrattati nei centri di
detenzione libici.
Nonostante ciò,
l’Italia – che evidentemente non può fare a meno del
petrolio libico – continua a intrattenere buoni
rapporti con il regime di Tripoli.
È del 30 agosto
2008 la firma di un Trattato di Amicizia tra i due
Stati, le cui clausole prevedono il pagamento di 5
miliardi di dollari alla Libia per i danni subiti
durante la dominazione coloniale. Ovviamente in
cambio della possibilità per molte aziende nostrane
di realizzare lucrosi affari nello stato africano.
Concludendo il suo
interessante volume, Varvelli ribadisce una verità
che – anche se non ci aggrada – bisogna tenere
sempre ben presente: «Fra Tripoli e Roma, quindi,
quel rapporto di complementarietà e di reciproca
indispensabilità, sancito per la prima volta con
l’accordo del 1974, si rinnova sempre».
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno II,
n. 7, febbraio 2010)
|