Anno II             n. 7                    Febbraio 2010

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

I controversi rapporti

tra Gheddafi e l'Italia

 di Giuseppe Licandro

 

Le relazioni economico-politiche

 intessute tra la Libia e il Belpaese

 in un assai interessante volume

 edito da Baldini Castoldi Dalai

 

 

  

 

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La Libia, possedimento turco dal 1551, passò con il Trattato di Ouchy del 1912 sotto il dominio italiano, che si affermò completamente solo nel 1931, dopo una feroce guerra coloniale condotta dal generale Rodolfo Graziani.

Nel 1949 il sovrano senussita Idris I proclamò l’indipendenza della Cirenaica e due anni dopo, annettendo anche la Tripolitania e il Fezzan, costituì il Regno di Libia.

Idris I mantenne buoni rapporti con l’Italia: una comunità nostrana, formata da circa quindicimila persone, rimase in Libia anche dopo la fine del colonialismo.

 

Notevoli interessi economici legavano i due Paesi: da un lato, c’erano le forniture di petrolio grezzo che l’ex colonia garantiva all’Italia; dall’altro, gli investimenti produttivi realizzati in Libia da aziende come l’Eni e la Fiat.

Nel 1956 fu stipulato un accordo di cooperazione tra i due Stati, che prevedeva un contributo al governo libico di quasi cinque miliardi di lire, in cambio di garanzie nei confronti degli italiani residenti nell’ex colonia.

 

L’ascesa di Gheddafi

L’1 settembre 1969 un colpo di stato, organizzato da un gruppo di ufficiali guidati dall’allora capitano Muammar Gheddafi, pose fine al regno di Idris I.

Figura certamente controversa, dai contorni politici difficilmente definibili, Gheddafi, nominato colonnello, riuscì a imporre un governo personale, che coniugava il nazionalismo arabo con orientamenti socialisti, rifiutando tuttavia il comunismo sovietico.

Delle vicende relative alla prima fase del regime gheddafiano e dei suoi problematici rapporti con l’Italia parla il saggio dello studioso Arturo Varvelli L’Italia e l’ascesa di Gheddafi. La cacciata degli italiani, le armi e il petrolio (1969-1974) (Prefazione di Angelo del Boca, Baldini Castoldi Dalai, pp. 348, € 17,50).

 

Varvelli, come ben evidenzia Del Boca nella Prefazione, ricostruisce «giorno per giorno gli anni che vanno dalla conquista del potere da parte del colonnello Gheddafi (1969) alla firma dell’accordo italo-libico di cooperazione economica (1974)», approfondendo in particolare l’episodio dell’espulsione della comunità italiana, che avvenne nel settembre del 1970 e le cui responsabilità, oltre che al regime di Gheddafi, vengono altresì attribuite dall’autore agli errori commessi dalla diplomazia italiana e al doppio gioco messo in atto dal governo egiziano.

 

L’espulsione degli italiani

Gheddafi volle subito mutare la politica intrapresa dal suo predecessore, manifestando un’accentuata autonomia dalle potenze occidentali.

Chiuse le basi militari britanniche e statunitensi, il colonnello decise di sollevare la questione dei risarcimenti per i danni coloniali da richiedere all’Italia, che in quel momento attraversava un periodo d’instabilità politica e si dimostrò impreparata ad affrontare la nuova realtà libica. Nel luglio del 1970 il governo italiano, presieduto da Mariano Rumor, si dimise e soltanto dopo un mese di laboriose trattative fu ricostituita una coalizione di centrosinistra, con a capo Emilio Colombo.

 

L’incarico di Ministro degli Esteri fu rivestito dall’agosto 1969 all’ottobre 1974 da Aldo Moro (con una parentesi tra il luglio 1972 e il luglio 1973, quando fu nominato Giuseppe Medici). Lo statista pugliese dimostrò indubbie capacità diplomatiche, ma, preso dai problemi interni italiani e fidandosi troppo della mediazione egiziana, non riuscì a prevenire le mosse di Gheddafi. Il 21 luglio 1970 il Consiglio del Comando della Rivoluzione (Ccr) approvò un decreto con cui furono espropriate, senza indennizzo, le proprietà in possesso degli italiani residenti in Libia, la maggioranza dei quali fu costretta ad abbandonare lo Stato Africano in soli due mesi.

Varvelli su questo punto esprime un giudizio inequivocabile: «Vi fu sostanzialmente una sottovalutazione della possibilità che una decisione inderogabile ai danni della collettività potesse essere presa dal leader libico senza prima aver cercato un dialogo con l’Italia».

 

I motivi del decreto

Va chiarito che le drastiche misure adottate dal regime libico riguardarono i nostri connazionali, ma non le imprese italiane impegnate in attività produttive.

Pur avendo il Ccr disposto la nazionalizzazione di tutte le società straniere di distribuzione dei prodotti petroliferi, i soci azionisti dell’Asseil, azienda mista italo-libica, furono indennizzati e l’Eni non perse le concessioni di cui godeva, anzi fu richiesta dai libici «la collaborazione dell’Agip nel rifornimento di carburanti, lubrificanti, G. P. L. e altri materiali».

Gheddafi, in verità, non fu spinto nelle sue scelte soltanto dal risentimento per il passato coloniale: i motivi che lo indussero a scagliarsi contro gli italiani furono molteplici e non sempre di facile comprensione. Varvelli riporta, a tal proposito, varie ipotesi: «l’ambasciatore dell’Arabia Saudita aveva creduto di vedere un nesso tra la misura adottata dalla Libia e la notizia pubblicata il 12 luglio da “l’Unità” circa la fornitura di munizioni a Israele. [...] Gheddafi sarebbe stato molto contrariato da un incontro segreto fra alcuni esponenti dell’ala sinistra del movimento rivoluzionario libico e i tre parlamentari italiani che erano giunti in visita a fine giugno, nel corso del quale sarebbe stata ventilata la fondazione di un “Psiup libico”. [...] la Farnesina considerava probabile che i provvedimenti presi contro l’Italia, specie per la forma minacciosa e vessatoria in cui venivano applicati, fossero la conseguenza dell’instabilità interna del regime che cercava di scaricare così le proprie tensioni interne su una collettività straniera».

Vedremo perché la terza ipotesi è, a nostro avviso, la più plausibile.

 

Il ruolo dell’Egitto

La comunità italiana funse in realtà da capro espiatorio, in un momento in cui si profilava una spaccatura tra i militari libici e si vociferava «in particolare di forti contrasti tra due correnti, quella filo-palestinese e quella filo-egiziana».

 

Gheddafi fin dall’inizio si era appoggiato al Presidente egiziano Nasser, il quale era stato un punto di riferimento per il nazionalismo socialista arabo, ma che, dopo la sconfitta subita dall’Egitto nel 1967 nella Guerra dei Sei Giorni contro Israele, aveva perso prestigio. Nasser stava tentando di recuperare i consensi e aspirava a far entrare la Libia nella sfera d’influenza egiziana. Ecco perché il Capo di Stato egiziano non collaborò con l’Italia e non cercò di evitare l’espulsione dei cittadini italiani residenti in Libia: «Con la scomparsa della collettività italiana e l’assunzione nei gangli del Paese di funzionari egiziani, la Libia diventava di fatto una propaggine dell’Egitto».

 

Le scelte di Gheddafi erano dettate soprattutto da motivazioni politiche, come argutamente segnalò in una nota l’ambasciatore Carlo Calenda: «L’operazione contro di noi, voluta e manovrata dal Cairo, ha un altro significato: di cercare di isolare nel Consiglio rivoluzionario con provvedimenti apparentemente nazionalisti gli avversari della politica filo-egiziana di Gheddafi». Nel breve volgere di pochi mesi, infatti, decine migliaia di lavoratori e funzionari egiziani sostituirono gli italiani espulsi.

 

Le reazioni del nostro governo

L’Italia provò a reagire alle misure adottate dal governo libico, ma fu consigliata dagli alleati della Nato di non ricorrere a ritorsioni economiche o politiche che avrebbero potuto danneggiare gli interessi occidentali in Libia e spingere il regime di Gheddafi a schierarsi apertamente con l’Unione Sovietica.

 

Il governo Colombo decise, pertanto, di farsi carico dei rimborsi agli esuli italiani, che ricevettero in tempi brevi i primi indennizzi per le proprietà perdute in Libia (ma solo nel 1980 il risarcimento fu completato). Si stabilì, inoltre, di rispondere alla campagna diffamatoria messa in atto dalla stampa libica con una serie di commenti sui principali mezzi d’informazione nazionali, nei quali si sottolineava il contributo fornito dagli italiani alla crescita dell’ex colonia e la loro estraneità rispetto agli eccidi commessi a suo tempo dalle truppe fasciste. Si convenne, ancora, sull’opportunità di investire l’Assemblea Generale dell’Onu della situazione incresciosa venutasi a creare in Libia.

 

Il 5 agosto Moro inviò a U Thant, Segretario Generale delle Nazioni Unite, una lettera in cui «richiamava l’attenzione sulle violazioni del diritto internazionale e dei diritti dell’uomo perpetrate da parte libica». U Thant – inspiegabilmente – non rispose alla missiva di Moro e non prese alcun provvedimento. Soltanto a fine settembre, quando ormai più di 12 mila italiani erano frettolosamente tornati in patria, il Segretario dell’Onu si degnò di consegnare «un promemoria sulla situazione riguardante il trattamento della comunità italiana al rappresentante libico», che comunque non sortì esito alcuno.

 

Il rilancio della cooperazione

I rapporti tra Italia e Libia cambiarono in seguito alla morte di Nasser che avvenne il 28 settembre 1970 e sottrasse in parte Gheddafi all’influsso egiziano. Le relazioni tra i due Stati si normalizzarono in poco tempo, soprattutto perché i servizi segreti italiani, d’accordo con quelli britannici e statunitensi, sventarono un colpo di stato contro Gheddafi, orchestrato da un oppositore politico in esilio in Italia, Omar Shalhi.

Le potenze occidentali non volevano destabilizzare la Libia e puntavano a riallacciare buone relazioni col regime del colonnello libico, contando sul suo dichiarato anticomunismo (che comunque non gli impediva di rifornirsi di armi anche dai sovietici...).

Fu per questo motivo che l’amministrazione statunitense non supportò la trama golpistica, anzi «contribuì a farla fallire avvisando della sua preparazione i libici».

 

Il 5 maggio 1971 si tenne a Tripoli un importante incontro tra Gheddafi e Moro, che gettò le basi per «lo sviluppo di quei rapporti amichevoli desiderati e necessari per entrambi i Paesi». Di lì a poco, infatti, venne offerta all’Eni la possibilità di costruire una grande raffineria di petrolio a Zavia, vicino a Tripoli.

Nel 1971 alcune grosse aziende italiane (Cogefar, Impresit, Lodigiani) aprirono in Libia vari cantieri, costruendo edifici, strade e infrastrutture di ogni genere. La Fiat cedette parte della proprietà della Libya Motor (la sua concessionaria libica) a un imprenditore di fiducia, Suleiman Dahan, che s’impegnò a tutelarne gli interessi.

 

Armi e petrolio

Il governo di Tripoli cominciò a pressare l’Italia affinché, oltre agli investimenti economici, fornisse alla Libia anche supporti di tipo militare e, alla fine del 1971, venne inoltrata una formale richiesta a Roma per ottenere dei mezzi cingolati (gli M-113), prodotti dall’azienda Oto-Melara di La Spezia.

 

L’intesa con i militari libici fu portata a termine da Giulio Andreotti, diventato nel 1972 Presidente del Consiglio per due volte a cavallo delle elezioni politiche che misero temporaneamente fine al centrosinistra. L’accordo, stipulato a giugno, «impegnava il governo italiano, oltre che alla cessione dei mezzi militari con il relativo materiale sussidiario, anche all’addestramento di personale libico nell’utilizzo degli armamenti».

L’iniziativa ebbe anche risvolti economici: quando il governo libico iniziò a nazionalizzare le imprese petrolifere straniere, l’Eni ricevette un trattamento di riguardo e il 30 settembre 1972 si stipulò un patto tra l’azienda italiana e la compagnia petrolifera nazionale libica (Lnoc), che portò alla costituzione di una joint venture paritetica per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio. In tal modo l’Italia «diventava per Tripoli un partner privilegiato».

 

La crisi del 1973

I rapporti italo-libici vacillarono nel 1973, quando il regime di Gheddafi assunse una politica radicalmente avversa all’Occidente. Riassumiamo brevemente gli avvenimenti che in quell’anno innescarono una complessa crisi internazionale: il 6 marzo a Khartum tre diplomatici (due americani e un belga) furono uccisi in un attentato terroristico; il 21 marzo ci fu un attacco di due Mirage libici contro un aeroplano statunitense nello spazio aereo soprastante il Golfo della Sirte (che la Libia rivendicava come proprio), con diversi feriti; l’1 settembre Sadat, successore di Nasser, e Gheddafi firmarono a Tripoli un patto per l’unificazione fra Egitto e Libia (che però in seguito fallì); il 6 ottobre Egitto e Siria attaccarono Israele durante la festa dello Yom Kippur: la guerra durò 16 giorni e si concluse senza vincitori, né vinti; il 17 ottobre e il 4 novembre l’Opec decise, per ritorsione contro gli Stati che avevano appoggiato Israele nella guerra, di ridurre la produzione di petrolio grezzo, rispettivamente del 5 e del 25 per cento, facendone quadruplicare in poche settimane il prezzo e avviando così una spirale inflazionistica a livello planetario; il 17 dicembre un gruppo di estremisti palestinesi portò a termine un atto terroristico all’aeroporto romano di Fiumicino, provocando 22 morti.

 

L’Accordo del 1974

In quel caotico contesto accadde però che Gheddafi si isolò sul piano internazionale e sentì l’esigenza di consolidare l’alleanza con l’Italia, proprio mentre la politica estera del Belpaese si orientava verso posizioni più favorevoli alla causa palestinese, grazie anche alla costituzione di un nuovo governo di centrosinistra.

Fu così che il 25 febbraio 1974 il Primo ministro libico Jallud e il Presidente del Consiglio italiano Rumor firmarono a Roma «l’accordo-quadro di cooperazione economica, tecnica e scientifica» che sostituiva quello del 1956.

 

I legami fra i due stati si rinsaldarono ancor più nel dicembre 1976, quando la Libyan Arab Foreign Bank, di proprietà dello stato libico, acquistò «una percentuale (il 9,5%) di una grande azienda occidentale, entrando nel Consiglio di Amministrazione della Fiat e consentendo così un introito di 415 milioni di dollari in un periodo di crisi della società».

A metà degli anni Settanta Gheddafi si avvicinò all’Unione Sovietica, orientando la sua politica estera sempre più all’insegna dell’antiamericanismo. Ma nel 1986, dopo l’avvento al potere in Urss di Gorbačëv, il colonnello si ritrovò nuovamente isolato e dovette subire il bombardamento di Tripoli da parte dell’aviazione statunitense, cui rispose immediatamente con il lancio – fallito – di due missili Scud contro Lampedusa e in seguito, come ammesso dallo stesso governo libico, con l’attentato terroristico che a Lockerbie in Scozia il 21 dicembre 1988 distrusse un Boeing 747 della compagnia Pan Am.

 

Il Trattato di Amicizia del 2008

Oggi la Libia si segnala negativamente per lo scarso rispetto dei diritti umani, come prova la triste storia dei profughi imprigionati e maltrattati nei centri di detenzione libici.

Nonostante ciò, l’Italia – che evidentemente non può fare a meno del petrolio libico – continua a intrattenere buoni rapporti con il regime di Tripoli.

È del 30 agosto 2008 la firma di un Trattato di Amicizia tra i due Stati, le cui clausole prevedono il pagamento di 5 miliardi di dollari alla Libia per i danni subiti durante la dominazione coloniale. Ovviamente in cambio della possibilità per molte aziende nostrane di realizzare lucrosi affari nello stato africano.

Concludendo il suo interessante volume, Varvelli ribadisce una verità che – anche se non ci aggrada – bisogna tenere sempre ben presente: «Fra Tripoli e Roma, quindi, quel rapporto di complementarietà e di reciproca indispensabilità, sancito per la prima volta con l’accordo del 1974, si rinnova sempre».

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno II, n. 7, febbraio 2010)

 

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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