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Dopo il 1977
l’Italia attraversò un periodo di parziale riflusso
dell’impegno politico, durante il quale peraltro si
svilupparono taluni movimenti intorno a tematiche
civili e sociali che raccolsero l’adesione di
parecchi giovani (cortei contro il nucleare nel
1979-80 e contro l’installazione degli euromissili a
Comiso nel 1982-83).
Gli studenti
ritornarono prepotentemente sulla scena nell’autunno
del 1985, in un’estemporanea sollevazione che
riguardò le scuole medie superiori, i cui
protagonisti vennero soprannominati dalla stampa i
“ragazzi dell’85”.
I “ragazzi
dell’85”
I liceali che per
alcuni mesi protestarono vivacemente,
rivendicavano il diritto allo studio e si battevano
per ottenere strutture e servizi scolastici
migliori, chiedendo l’abolizione delle tasse
scolastiche e universitarie introdotte con la Legge
Finanziaria.
Nacque in quel
periodo il fenomeno
delle “autogestioni” delle scuole, destinato a
perpetuarsi nel tempo. Una serie di imponenti
manifestazioni si svolsero nelle principali città
italiane, raccogliendo l’adesione anche di molti
giovani disoccupati, come ad esempio quella che si
tenne a Napoli il 10 dicembre.
Il movimento,
tuttavia, entrò rapidamente in crisi e si estinse
dopo pochi mesi, anche in seguito agli incidenti e
agli scontri con le forze dell’ordine che conclusero
il corteo svoltosi a Milano il 12 dicembre, in
occasione della visita che il Ministro della
Pubblica Istruzione, Franca Falcucci, fece in alcune
scuole meneghine.
I “ragazzi
dell’85”, pur essendo prevalentemente orientati a
sinistra, si distaccarono dai contestatori dei
decenni precedenti: infatti, il loro movimento non
si pose obiettivi di tipo rivoluzionario e fu privo
di un preciso programma politico, mirando
principalmente a rendere più democratica ed
efficiente la scuola pubblica, anche se non
mancarono l’anno successivo i tentativi – in gran
parte falliti – di connettere le lotte studentesche
con quelle dei cassintegrati e del movimento
antinucleare [1].
Nel biennio 1987-88
furono gli insegnanti, aderenti ai Cobas, a
promuovere ripetute agitazioni, finalizzate al
rinnovo dei contratti di lavoro e alla difesa della
scuola pubblica, che culminarono nella
manifestazione nazionale di Roma del 7 maggio 1988.
Il crollo del Muro
di Berlino (9 novembre 1989), la crisi irreversibile
dell’Urss e la dissoluzione del Pci parvero chiudere
definitivamente la stagione dei movimenti di massa.
La “Pantera”
Inaspettatamente,
però, nel gennaio 1990 riesplose a Palermo la lotta
degli universitari contro il disegno di legge
proposto dal Ministro della Pubblica Istruzione,
Antonio Ruberti.
La Legge “Ruberti”
(successivamente approvata) introduceva l’autonomia
amministrativa degli atenei, consentendo loro di
collaborare con gli istituti privati di ricerca: ciò
fu percepito dalla maggior parte degli studenti come
un tentativo strisciante di privatizzare le
università, per cui, in poco tempo, attecchì in
tutto il Paese la protesta, che si distinse dalle
precedenti per il suo carattere spiccatamente
pacifico e democratico [2].
Fu così che nacque
“il movimento della Pantera”, nome ripreso da un
imprendibile felino, vagante in quel periodo nelle
campagne romane. In tutte le università italiane le
occupazioni si susseguirono per oltre tre mesi e la
mobilitazione raggiunse il suo culmine il 17 marzo,
allorché circa 50.000 studenti sfilarono
pacificamente a Napoli.
Al movimento fu
dedicata, l’11 gennaio, una puntata di Samarcanda,
uno dei talk show televisivi più seguiti
dell’epoca, che servì da cassa di risonanza,
favorendo l’allargamento della protesta [3].
La mancanza di
validi interlocutori, la campagna denigratoria
condotta da una parte dei mass-media (che ventilò il
pericolo di possibili infiltrazioni terroristiche) e
le difficoltà organizzative fecero presto rifluire
il movimento, dalle cui ceneri comunque, alcuni anni
dopo, nacque l’Unione degli Studenti, destinato a
diventare il maggiore sindacato giovanile italiano.
Sebbene poco
menzionata ai giorni nostri, la Pantera ebbe un
impatto importante sulle successive vicende, in
quanto, come ha correttamente messo in evidenza
Nicolò Spaziante, fu «un
movimento moderno, il primo nel suo genere, in grado
di coinvolgere migliaia di studenti, e di riaprire
il dibattito sull’istruzione pubblica» [4].
Una parte di quegli
studenti, infatti, confluì negli anni Novanta
all’interno del variegato arcipelago
del movimento “No global”, che in Italia si
dispiegò nel 2001, durante i drammatici fatti che
segnarono, dal 19 al 22 luglio, il G8 di Genova. Si
trattò di un esperienza traumatica per molti di
coloro che presero parte ai cortei genovesi, perché,
oltre alla morte di Carlo Giuliani, migliaia di
persone subirono vessazioni e maltrattamenti,
impensabili in uno stato democratico, che fecero
adombrare lo spettro di un golpe [5].
Gli anni
immediatamente successivi, segnati dal trionfo del
modello berlusconiano, non fecero registrare
movimenti di massa particolarmente incisivi, se si
escludono la lotta in difesa dell’art. 18 dello
Statuto dei Lavoratori della Cgil, che portò a Roma
oltre due milioni di persone, e le iniziative contro
il Ponte sullo Stretto di Messina e la Tav in Val di
Susa.
L’“Onda Anomala” e
gli sviluppi più recenti
Bisognerà attendere
il 2008 per assistere alla rinascita di un movimento
squisitamente studentesco, in seguito al progetto di
ristrutturazione complessivo della scuola voluto dal
Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della
Ricerca, Maria Stella Gelmini, e realizzato
attraverso l’approvazione di una serie di leggi (133/2008,
169/2008, 1/2009, Ddl 1905).
Le leggi della
Riforma “Gelmini”, riguardanti la scuola elementare,
media e superiore, hanno, tra l’altro, determinato:
i tagli degli investimenti per l’istruzione
pubblica, pari a circa 7.832.000 euro entro il 2012;
la diminuzione del personale scolastico, con una
perdita di circa 130.000 posti di lavoro nel
triennio 2009-2012; l’attivazione di nuovi indirizzi
di studio della scuola secondaria di II grado, con
sei licei, due tipi di istituto tecnico e due
indirizzi professionali; il ritorno alla valutazione
tramite voti numerici nella scuola elementare e
media; l’introduzione del maestro “prevalente” nella
scuola primaria (in sostanza, il ritorno al maestro
unico).
Il
Disegno di Legge 1905, recentemente
approvato, prevede la riorganizzazione del sistema
universitario secondo i seguenti criteri: nuove
norme di reclutamento del personale docente; fusione
di atenei e riduzione delle facoltà; ingresso di
fondazioni private nelle strutture amministrative;
restrizione della rappresentanza studentesca negli
organi gestionali; istituzione di contratti a tempo
determinato per i ricercatori, rinnovabili una sola
volta; introduzione degli scatti stipendiali per i
professori di ruolo
su base
meritocratica;
limitazione
dei fondi disponibili per garantire il diritto allo
studio.
La riforma
universitaria sta andando di pari passo con le
manovre economiche volute dal Ministro delle
Finanze, Giulio Tremonti, che hanno già determinato
pesanti riduzioni dei finanziamenti pubblici alle
università statali, costringendo gli atenei ad
aumentare vertiginosamente le tasse d’iscrizione e a
diminuire i servizi erogati.
C’è il rischio,
inoltre, di una espulsione di massa dei ricercatori
e dei lavoratori precari, visto che, come ha
giustamente sottolineato Cristina Tajani, «non v’è
nessuna certezza che l’università abbia le risorse
per assumere [...] poiché i tagli al fondo di
finanziamento ordinario (FFO) delle università
continueranno per i prossimi anni» [6].
Ecco perché negli
ultimi due anni le agitazioni studentesche sono
riprese, con un’intensità che non si vedeva da tanto
tempo, dando vita al movimento denominato “Onda
Anomala”.
Nel 2008 c’è stata
una prima fase di lotte, che ha coinvolto anche i
docenti delle scuole primarie e secondarie,
culminata nello sciopero nazionale del 30 ottobre,
cui ha fatto seguito una lenta, ma costante,
mobilitazione, esplosa in forme anche cruente
nell’autunno del 2010, con imponenti manifestazioni
nelle principali città italiane e scontri tra
manifestanti e forze dell’ordine, soprattutto a Roma
durante il corteo del 14 dicembre.
La protesta del
2010 presenta caratteristiche peculiari che la
rendono sostanzialmente differente dai movimenti del
1968 e del 1977. Gli studenti odierni, infatti, sono
in genere poco politicizzati e non s’ispirano
certamente alle teorie rivoluzionarie in auge
nel passato.
Il loro malcontento
nasce da un malessere diffuso, provocato dalla crisi
del sistema economico globale, che comporta
disoccupazione di massa, precarizzazione del lavoro,
mancanza di diritti sociali e assenza di prospettive
per il futuro [7].
Annamaria Rivera ha
individuato una stretta analogia tra la rivolta
degli studenti italiani, e quelle dei loro omologhi
francesi, greci, inglesi e spagnoli, accomunati
dalle stesse ragioni: «la violenza apparentemente “cieca”
di strati giovanili precarizzati e stigmatizzati (la racaille,
i bamboccioni…) è strumento per rendersi visibili
nello spazio pubblico, attirare l’attenzione dei
media, attestare la propria soggettività e le
proprie rivendicazioni» [8].
Si tratta, quindi,
della ribellione, a tratti caotica, di una
generazione senza speranze e senza rappresentanza
politica, che cerca di ottenere visibilità
mediatica, ricorrendo a forme di lotta mutuate anche
dagli ultras degli stadi.
I giovani di ieri
erano in qualche misura tutelati economicamente e si
battevano per acquisire diritti sociali e libertà
personali, spinti anche dalla voglia di cambiare il
mondo.
Quelli di oggi,
invece, lottano semplicemente per ottenere ciò che
altri soggetti sociali già possiedono: un titolo di
studio, un lavoro, una casa, una famiglia.
Non si possono
pertanto sovrapporre le lotte studentesche del
presente con quelle del passato, paventando
strumentalmente – come già avvenuto nel 1990 con la
“Pantera” – involuzioni di tipo sovversivo e
terroristico.
Lo storico Marco
Revelli, in un’intervista recentemente rilasciata a
Tonino Bucci su Liberazione, ha definito
“post-politico” il movimento del 2010, esprimendo
sui manifestanti dei giudizi ineccepibili che
sottoscriviamo pienamente: «Sono il prodotto della
fine dello sviluppo e lo sanno. [...]
Sono i figli del benessere interrotto, la
generazione futuro zero.
[...] Sono il prodotto della seconda Repubblica e
della tabula rasa di tutte le culture politiche»
[9].
Spesso i ragazzi
odierni per poter studiare svolgono
contemporaneamente lavori precari sottopagati e
rifiutano le formule economiche neoliberiste (libero
mercato, flessibilità, privatizzazioni), ma non
riescono ad andar oltre la mera ribellione, anche a
causa della debolezza in cui versano le forze
politiche che dovrebbero proporre un modello di
sviluppo alternativo a quello attuale.
Dopo le grandi
manifestazioni del dicembre 2010, il movimento degli
studenti ha subito una fase di rallentamento, anche
in seguito all’approvazione definitiva della riforma
universitaria. Non sappiamo, pertanto, se
nell’immediato futuro la protesta studentesca
riprenderà vigore, oppure se sia destinata a scemare
inesorabilmente.
Rimane, comunque,
assai forte all’interno della “generazione P” il
malessere sociale, frutto soprattutto della
mancanza, pressoché assoluta, di prospettive
occupazionali.
Ciò lascia
trasparire la possibilità che le rivolte giovanili
ripartano in futuro, sulla base di motivazioni più
generali, investendo i rapporti economico-sociali e
l’organizzazione del lavoro.
Giuseppe Licandro
NOTE BIBLIOGRAFICHE
[1] – Per un
bilancio critico del movimento del 1985 rimandiamo
a: MAURO SUTTORA,
I ragazzi dell’85 sotto esame,
in L’Europeo, 19 luglio 1986.
[2] –
Per una
ricostruzione puntuale del movimento del 1990
rimandiamo ai testi:
MASSIMILIANO DENARO, Cento giorni. Cronache del
Movimento studentesco della Pantera ’90, Navarra
Editore, Palermo 2007; NANDO SIMEONE, Gli
studenti della Pantera. Storia di un movimento
rimosso, Edizioni
Alegre, Roma, 2010.
[3] – Per rivedere
una sintesi della puntata di Samarcanda
dell’11 gennaio 1990, cliccare su:
http://www.vimeo.com/9184997.
[4] – NICOLÒ
SPAZIANTE,
Il ruggito della Pantera. Vent’anni dopo, in
Parolibero, 24 febbraio 2010.
[5] – Per
un’attenta ricostruzione dei fatti di Genova
rimandiamo alla lettura dei libri:
GIULIETTO CHIESA,
G8/Genova, Einaudi, Milano, 2001; CARLO
LUCARELLI, G8. Cronaca di una battaglia,
Einaudi, Milano, 2009;
[6] –
CRISTINA TAJANI,
Così Gelmini e Tremonti tagliano il futuro ai
precari della ricerca, in MicroMega on
line, 20 dicembre 2010.
[7] – Per una
comprensione più approfondita delle peculiarità
dell’attuale movimento studentesco, rimandiamo
all’articolo di Jessica Ingrami
L’Onda Anomala che disse no ai provvedimenti Gelmini,
pubblicato sul n. 63 di
www.lucidamente.com.
[8] – ANNAMARIA
RIVERA,
Discutendo di forme di lotta e di soggettività,
in Liberazione,
21 dicembre 2010.
[9] –
TONINO BUCCI,
Marco Revelli:
«Postpolitici e arrabbiati, figli di un sogno
interrotto»,
in Liberazione,
17 dicembre 2010.
Ps: Nella foto,
corteo degli studenti a Roma davanti il Colosseo il
14 dicembre 2010 .
Per la
leggere la prima parte della breve storia dei
movimenti studenteschi,
clicca qui.
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