Anno III             n. 22                   Maggio 2011

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Storia dei movimenti

 studenteschi in Italia

 di Giuseppe Licandro

 

Una breve rassegna delle proteste

 organizzate da alunni delle scuole

 medie superiori e da universitari.

 Seconda parte: dal 1985 al 2010

 

  

 

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Dopo il 1977 l’Italia attraversò un periodo di parziale riflusso dell’impegno politico, durante il quale peraltro si svilupparono taluni movimenti intorno a tematiche civili e sociali che raccolsero l’adesione di parecchi giovani (cortei contro il nucleare nel 1979-80 e contro l’installazione degli euromissili a Comiso nel 1982-83).

Gli studenti ritornarono prepotentemente sulla scena nell’autunno del 1985, in un’estemporanea sollevazione che riguardò le scuole medie superiori, i cui protagonisti vennero soprannominati dalla stampa i “ragazzi dell’85”.

 

I “ragazzi dell’85”

I liceali che per alcuni mesi protestarono vivacemente, rivendicavano il diritto allo studio e si battevano per ottenere strutture e servizi scolastici migliori, chiedendo l’abolizione delle tasse scolastiche e universitarie introdotte con la Legge Finanziaria.

Nacque in quel periodo il fenomeno delle “autogestioni” delle scuole, destinato a perpetuarsi nel tempo. Una serie di imponenti manifestazioni si svolsero nelle principali città italiane, raccogliendo l’adesione anche di molti giovani disoccupati, come ad esempio quella che si tenne a Napoli il 10 dicembre.

 

Il movimento, tuttavia, entrò rapidamente in crisi e si estinse dopo pochi mesi, anche in seguito agli incidenti e agli scontri con le forze dell’ordine che conclusero il corteo svoltosi a Milano il 12 dicembre, in occasione della visita che il Ministro della Pubblica Istruzione, Franca Falcucci, fece in alcune scuole meneghine.

I “ragazzi dell’85”, pur essendo prevalentemente orientati a sinistra, si distaccarono dai contestatori dei decenni precedenti: infatti, il loro movimento non si pose obiettivi di tipo rivoluzionario e fu privo di un preciso programma politico, mirando principalmente a rendere più democratica ed efficiente la scuola pubblica, anche se non mancarono l’anno successivo i tentativi – in gran parte falliti – di connettere le lotte studentesche con quelle dei cassintegrati e del movimento antinucleare [1].

 

Nel biennio 1987-88 furono gli insegnanti, aderenti ai Cobas, a promuovere ripetute agitazioni, finalizzate al rinnovo dei contratti di lavoro e alla difesa della scuola pubblica, che culminarono nella manifestazione nazionale di Roma del 7 maggio 1988.

Il crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989), la crisi irreversibile dell’Urss e la dissoluzione del Pci parvero chiudere definitivamente la stagione dei movimenti di massa.

 

La “Pantera”

Inaspettatamente, però, nel gennaio 1990 riesplose a Palermo la lotta degli universitari contro il disegno di legge proposto dal Ministro della Pubblica Istruzione, Antonio Ruberti.

La Legge “Ruberti” (successivamente approvata) introduceva l’autonomia amministrativa degli atenei, consentendo loro di collaborare con gli istituti privati di ricerca: ciò fu percepito dalla maggior parte degli studenti come un tentativo strisciante di privatizzare le università, per cui, in poco tempo, attecchì in tutto il Paese la protesta, che si distinse dalle precedenti per il suo carattere spiccatamente pacifico e democratico [2].

 

Fu così che nacque “il movimento della Pantera”, nome ripreso da un imprendibile felino, vagante in quel periodo nelle campagne romane. In tutte le università italiane le occupazioni si susseguirono per oltre tre mesi e la mobilitazione raggiunse il suo culmine il 17 marzo, allorché circa 50.000 studenti sfilarono pacificamente a Napoli.

Al movimento fu dedicata, l’11 gennaio, una puntata di Samarcanda, uno dei talk show televisivi più seguiti dell’epoca, che servì da cassa di risonanza, favorendo l’allargamento della protesta [3].

 

La mancanza di validi interlocutori, la campagna denigratoria condotta da una parte dei mass-media (che ventilò il pericolo di possibili infiltrazioni terroristiche) e le difficoltà organizzative fecero presto rifluire il movimento, dalle cui ceneri comunque, alcuni anni dopo, nacque l’Unione degli Studenti, destinato a diventare il maggiore sindacato giovanile italiano.

 

Sebbene poco menzionata ai giorni nostri, la Pantera ebbe un impatto importante sulle successive vicende, in quanto, come ha correttamente messo in evidenza Nicolò Spaziante, fu «un movimento moderno, il primo nel suo genere, in grado di coinvolgere migliaia di studenti, e di riaprire il dibattito sull’istruzione pubblica» [4].

 

Una parte di quegli studenti, infatti, confluì negli anni Novanta all’interno del variegato arcipelago del movimento “No global”, che in Italia si dispiegò nel 2001, durante i drammatici fatti che segnarono, dal 19 al 22 luglio, il G8 di Genova. Si trattò di un esperienza traumatica per molti di coloro che presero parte ai cortei genovesi, perché, oltre alla morte di Carlo Giuliani, migliaia di persone subirono vessazioni e maltrattamenti, impensabili in uno stato democratico, che fecero adombrare lo spettro di un golpe [5].

 

Gli anni immediatamente successivi, segnati dal trionfo del modello berlusconiano, non fecero registrare movimenti di massa particolarmente incisivi, se si escludono la lotta in difesa dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori della Cgil, che portò a Roma oltre due milioni di persone, e le iniziative contro il Ponte sullo Stretto di Messina e la Tav in Val di Susa.

 

L’“Onda Anomala” e gli sviluppi più recenti

Bisognerà attendere il 2008 per assistere alla rinascita di un movimento squisitamente studentesco, in seguito al progetto di ristrutturazione complessivo della scuola voluto dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Maria Stella Gelmini, e realizzato attraverso l’approvazione di una serie di leggi (133/2008, 169/2008, 1/2009, Ddl 1905).

 

Le leggi della Riforma “Gelmini”, riguardanti la scuola elementare, media e superiore, hanno, tra l’altro, determinato: i tagli degli investimenti per l’istruzione pubblica, pari a circa 7.832.000 euro entro il 2012; la diminuzione del personale scolastico, con una perdita di circa 130.000 posti di lavoro nel triennio 2009-2012; l’attivazione di nuovi indirizzi di studio della scuola secondaria di II grado, con sei licei, due tipi di istituto tecnico e due indirizzi professionali; il ritorno alla valutazione tramite voti numerici nella scuola elementare e media; l’introduzione del maestro “prevalente” nella scuola primaria (in sostanza, il ritorno al maestro unico).

 

Il Disegno di Legge 1905, recentemente approvato, prevede la riorganizzazione del sistema universitario secondo i seguenti criteri: nuove norme di reclutamento del personale docente; fusione di atenei e riduzione delle facoltà; ingresso di fondazioni private nelle strutture amministrative; restrizione della rappresentanza studentesca negli organi gestionali; istituzione di contratti a tempo determinato per i ricercatori, rinnovabili una sola volta; introduzione degli scatti stipendiali per i professori di ruolo su base meritocratica; limitazione dei fondi disponibili per garantire il diritto allo studio.

 

La riforma universitaria sta andando di pari passo con le manovre economiche volute dal Ministro delle Finanze, Giulio Tremonti, che hanno già determinato pesanti riduzioni dei finanziamenti pubblici alle università statali, costringendo gli atenei ad aumentare vertiginosamente le tasse d’iscrizione e a diminuire i servizi erogati.

C’è il rischio, inoltre, di una espulsione di massa dei ricercatori e dei lavoratori precari, visto che, come ha giustamente sottolineato Cristina Tajani, «non v’è nessuna certezza che l’università abbia le risorse per assumere [...] poiché i tagli al fondo di finanziamento ordinario (FFO) delle università continueranno per i prossimi anni» [6].

 

Ecco perché negli ultimi due anni le agitazioni studentesche sono riprese, con un’intensità che non si vedeva da tanto tempo, dando vita al movimento denominato “Onda Anomala”.

Nel 2008 c’è stata una prima fase di lotte, che ha coinvolto anche i docenti delle scuole primarie e secondarie, culminata nello sciopero nazionale del 30 ottobre, cui ha fatto seguito una lenta, ma costante, mobilitazione, esplosa in forme anche cruente nell’autunno del 2010, con imponenti manifestazioni nelle principali città italiane e scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, soprattutto a Roma durante il corteo del 14 dicembre.

 

La protesta del 2010 presenta caratteristiche peculiari che la rendono sostanzialmente differente dai movimenti del 1968 e del 1977. Gli studenti odierni, infatti, sono in genere poco politicizzati e non s’ispirano certamente alle teorie rivoluzionarie in auge nel passato.

Il loro malcontento nasce da un malessere diffuso, provocato dalla crisi del sistema economico globale, che comporta disoccupazione di massa, precarizzazione del lavoro, mancanza di diritti sociali e assenza di prospettive per il futuro [7].

Annamaria Rivera ha individuato una stretta analogia tra la rivolta degli studenti italiani, e quelle dei loro omologhi francesi, greci, inglesi e spagnoli, accomunati dalle stesse ragioni: «la violenza apparentemente “cieca” di strati giovanili precarizzati e stigmatizzati (la racaille, i bamboccioni…) è strumento per rendersi visibili nello spazio pubblico, attirare l’attenzione dei media, attestare la propria soggettività e le proprie rivendicazioni» [8].

 

Si tratta, quindi, della ribellione, a tratti caotica, di una generazione senza speranze e senza rappresentanza politica, che cerca di ottenere visibilità mediatica, ricorrendo a forme di lotta mutuate anche dagli ultras degli stadi.

 

I giovani di ieri erano in qualche misura tutelati economicamente e si battevano per acquisire diritti sociali e libertà personali, spinti anche dalla voglia di cambiare il mondo.

Quelli di oggi, invece, lottano semplicemente per ottenere ciò che altri soggetti sociali già possiedono: un titolo di studio, un lavoro, una casa, una famiglia.

Non si possono pertanto sovrapporre le lotte studentesche del presente con quelle del passato, paventando strumentalmente – come già avvenuto nel 1990 con la “Pantera” – involuzioni di tipo sovversivo e terroristico.

 

Lo storico Marco Revelli, in un’intervista recentemente rilasciata a Tonino Bucci su Liberazione, ha definito “post-politico” il movimento del 2010, esprimendo sui manifestanti dei giudizi ineccepibili che sottoscriviamo pienamente: «Sono il prodotto della fine dello sviluppo e lo sanno. [...] Sono i figli del benessere interrotto, la generazione futuro zero. [...] Sono il prodotto della seconda Repubblica e della tabula rasa di tutte le culture politiche» [9].

 

Spesso i ragazzi odierni per poter studiare svolgono contemporaneamente lavori precari sottopagati e rifiutano le formule economiche neoliberiste (libero mercato, flessibilità, privatizzazioni), ma non riescono ad andar oltre la mera ribellione, anche a causa della debolezza in cui versano le forze politiche che dovrebbero proporre un modello di sviluppo alternativo a quello attuale.

 

Dopo le grandi manifestazioni del dicembre 2010, il movimento degli studenti ha subito una fase di rallentamento, anche in seguito all’approvazione definitiva della riforma universitaria. Non sappiamo, pertanto, se nell’immediato futuro la protesta studentesca riprenderà vigore, oppure se sia destinata a scemare inesorabilmente.

Rimane, comunque, assai forte all’interno della “generazione P” il malessere sociale, frutto soprattutto della mancanza, pressoché assoluta, di prospettive occupazionali.

Ciò lascia trasparire la possibilità che le rivolte giovanili ripartano in futuro, sulla base di motivazioni più generali, investendo i rapporti economico-sociali e l’organizzazione del lavoro.

 

Giuseppe Licandro

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – Per un bilancio critico del movimento del 1985 rimandiamo a: MAURO SUTTORA, I ragazzi dell’85 sotto esame, in L’Europeo, 19 luglio 1986.

[2] – Per una ricostruzione puntuale del movimento del 1990 rimandiamo ai testi: MASSIMILIANO DENARO, Cento giorni. Cronache del Movimento studentesco della Pantera ’90, Navarra Editore, Palermo 2007; NANDO SIMEONE, Gli studenti della Pantera. Storia di un movimento rimosso, Edizioni Alegre, Roma, 2010.

[3] – Per rivedere una sintesi della puntata di Samarcanda dell’11 gennaio 1990, cliccare su: http://www.vimeo.com/9184997.

[4] – NICOLÒ SPAZIANTE, Il ruggito della Pantera. Vent’anni dopo, in Parolibero, 24 febbraio 2010.

[5]  – Per un’attenta ricostruzione dei fatti di Genova rimandiamo alla lettura dei libri: GIULIETTO CHIESA, G8/Genova, Einaudi, Milano, 2001; CARLO LUCARELLI, G8. Cronaca di una battaglia, Einaudi, Milano, 2009;

[6] – CRISTINA TAJANI, Così Gelmini e Tremonti tagliano il futuro ai precari della ricerca, in MicroMega on line, 20 dicembre 2010.

[7] – Per una comprensione più approfondita delle peculiarità dell’attuale movimento studentesco, rimandiamo all’articolo di Jessica Ingrami L’Onda Anomala che disse no ai provvedimenti Gelmini, pubblicato sul n. 63 di www.lucidamente.com.

[8] – ANNAMARIA RIVERA, Discutendo di forme di lotta e di soggettività, in Liberazione, 21 dicembre 2010.

[9] TONINO BUCCI, Marco Revelli: «Postpolitici e arrabbiati, figli di un sogno interrotto»,                              

in Liberazione, 17 dicembre 2010.

 

Ps: Nella foto, corteo degli studenti a Roma davanti il Colosseo il 14 dicembre 2010 .

 

 

Per la leggere la prima parte della breve storia dei movimenti studenteschi, clicca qui.

 

(www.excursus.org, anno III, n. 22, maggio 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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