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Quarant’anni fa le
strade e le piazze delle principali città del
Belpaese si animarono di chiassosi cortei di
studenti, dando vita al primo movimento giovanile di
massa della storia nazionale. Mai prima di allora
gruppi tanto cospicui di ragazzi si erano
organizzati spontaneamente per protestare contro le
autorità politiche e il sistema dei partiti, anche
se molti giovani (“i ragazzi dalle magliette a
strisce”) avevano già preso parte nel 1960 alle
proteste popolari che avevano indotto alle
dimissioni il governo di centrodestra guidato da
Fernando Tambroni.
Il Sessantotto in
Italia
Il movimento
studentesco ebbe inizio in Italia nell’autunno del
1967, allorché vennero occupate le università di
Torino e Trento e la Cattolica di Milano. La
protesta fu innescata dalla proposta di riforma
universitaria avanzata dal Ministro della Pubblica
Istruzione Luigi Gui, che voleva introdurre i
dipartimenti e tre diversi livelli di laurea.
Nel febbraio del
1968 fu occupata anche l’Università di Roma e in
poco tempo il movimento dilagò in tutta la penisola,
estendendosi anche alle scuole medie superiori e
raggiungendo il suo apice nell’autunno del 1969,
quando gli studenti si unirono agli operai
metalmeccanici impegnati nel rinnovo dei contratti
[1].
Il Sessantotto
italiano, a differenza di quello statunitense e in
sintonia con quello francese e tedesco, fu
caratterizzato da un’accentuata politicizzazione,
che prendeva spunto dalla “rivoluzione culturale”
cinese per mettere in discussione non solo i valori
della classe dominante, ma anche la linea politica –
giudicata troppo moderata – dei due maggiori partiti
della sinistra tradizionale, il Pci e il Psi.
L’egalitarismo costituì il motivo ideologico
preponderante delle proteste degli studenti, ma la
loro mobilitazione fu anche sostenuta dal desiderio
di modificare il proprio ruolo all’interno della
società.
Concordiamo, in tal
senso, con quanto sostenuto da Guido Viale: «È la
separatezza della scuola e della vita degli studenti
rispetto al mondo della produzione e al resto della
società in questi anni, assai più del ruolo
dell’ideologia, che spiega la spinta di massa a
intervenire nelle lotte operaie che si sviluppa
dentro il movimento» [2].
Le istanze di
rinnovamento democratico della società emersero
pienamente durante l’“autunno caldo” del 1969,
quando gli studenti coniugarono le loro
rivendicazioni con quelle degli operai, arricchendo
la propria progettualità politica.
Il Sessantotto in
Italia, tuttavia, non fu solo un evento dai tratti
marcatamente politici, destinato a generare una
pletora di gruppi estremisti dalla vita effimera. Al
suo interno, infatti, ci fu anche una nutrita
componente meno politicizzata, formata da ragazze e
ragazzi che volevano conquistare maggiori libertà
individuali, rendere più vivibile la scuola e
affrancarsi dai rigidi controlli sociali, guardando
con simpatia agli hippies americani che
protestavano contro la Guerra del Vietnam e
praticavano forme alternative di vita comunitaria.
Quello del
Sessantotto, quindi, fu un movimento variegato,
percorso dalla voglia di cambiare una società
conservatrice e bigotta, che assegnava ai giovani un
ruolo marginale. Al di là di alcuni momenti di
violenza e di tensione anche intensi – la battaglia
di Valle Giulia a Roma dell’1 marzo, la
contestazione davanti alla Scala di Milano del 7
dicembre e gli scontri davanti alla Bussola di
Viareggio del 31 dicembre – si trattò perlopiù di un
moto gioioso e libertario che permise a tanti
ragazzi di avviare un processo di maturazione
personale, anche contrapponendosi alle istituzioni
della società civile (famiglia, scuola, chiesa,
ecc.) che, a quei tempi, esercitavano nei loro
confronti forme di oppressione molto marcate.
Alcune delle riforme
realizzate in Italia tra il 1969 e il 1978 furono
direttamente riconducibili alle lotte studentesche
del 1967-69, ad esempio la riforma degli organi
collegiali della scuola e il libero accesso
all’università; talaltre lo furono indirettamente,
come le leggi sul divorzio e sull’aborto, l’equo
canone per gli affitti delle case, il voto ai
diciottenni, ecc.
L’istruzione
universitaria si aprì ai ceti medio-bassi e si
attenuò la selezione. Come ha ricordato, in un suo
saggio, Mario Capanna – leader del Movimento
Studentesco di Milano – una delle maggiori conquiste
di allora, infatti, fu «la restituzione allo
studente dello “statino” senza apposizione del voto
negativo, in caso di esame andato male. Così lo
studente poteva rimediare [...] al successivo
appello d’esami» [3].
Molti sessantottini,
dopo il 1970, rientrarono all’interno dei partiti
tradizionali, alcuni scelsero di impegnarsi nei
piccoli gruppi della Nuova Sinistra (Avanguardia
Operaia, Lotta Continua, Movimento dei Lavoratori
per il Socialismo, Partito di Unità Proletaria,
Potere Operaio, ecc.), altri intrapresero la strada
fosca e dissennata della lotta armata, altri ancora
si dedicarono all’impegno civile e sociale, cercando
ad esempio di modificare istituzioni ritenute
anacronistiche come i manicomi.
Quasi nessuno smise
di occuparsi di politica e ancora oggi qualcuno di
loro riveste incarichi importanti all’interno del
sistema politico nostrano (da Maurizio Ferrara a
Paolo Guzzanti, da Massimo Cacciari a Marco Boato),
pur con posizioni avverse al radicalismo giovanile o
comunque lontane da esso.
Parecchi si sono affermati nell’ambito del
giornalismo (Gad Lerner, Paolo Liguori, Paolo
Mieli), della narrativa (Erri De Luca, Antonio
Pennacchi, Lidia Ravera), della saggistica (Mario
Capanna, Alberto Asor Rosa, Adriano Sofri), del
cinema (Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci,
Gabriele Salvatores), della musica (Francesco De
Gregori, Paolo Pietrangeli, Antonello Venditti).
Il fatti del
Settantasette
Di segno ben diverso
fu il movimento del 1977, che coincise con l’avvio
di una fase di profonda ristrutturazione del sistema
economico e politico mondiale, culminato negli anni
Ottanta nell’avvento del neoliberismo e della
globalizzazione che mise in crisi sia i paesi del
“socialismo reale”, sia il modello socialdemocratico
prevalente in vari stati occidentali. Al movimento
del 1977 mancò – come ha giustamente osservato Guido
Crainz – «l’ottimismo del ’68, la “carica
psicologica di ‘onnipotenza’ ” della generazione
precedente» [4].
A proposito delle
differenze tra il movimento del 1968 e quello del
1977 nei rapporti con i mass-media, Lucia
Annunziata ha
scritto: «Il ‘68 aveva la missione di cambiare il
mondo ed era dunque impegnato a infiltrarsi nei
media per modificare (in questo senso non è un caso
che quell’anno abbia prodotto una massa enorme di
giornalisti). Il ‘77, che non crede nelle
istituzioni e dunque nel cambiamento, è invece
impegnato soprattutto a raccontarsi, come atto di
affermazione di indipendenza dalle convenzioni di
cui le istituzioni rappresentano l’organizzazione
finale» [5].
Una massa frustrata
e arrabbiata di studenti e giovani lavoratori – che
costituivano quella che Asor Rosa definì la «seconda
società» degli emarginati contrapposta alla «prima
società» dei lavoratori garantiti [6] – si scagliò
per circa un anno contro il “compromesso storico” e
la politica dei governi di “unità nazionale”,
prendendo spunto da una circolare emanata dal
Ministro della Pubblica Istruzione Franco Maria
Malfatti – poi ritirata –
che introduceva due
distinti livelli di laurea, aumentava le tasse
scolastiche e vietava agli universitari la
possibilità di reiterare negli anni una stessa
materia d’esame, lasciando trasparire la volontà di
abrogare le riforme democratiche concesse negli anni
precedenti dai governi di centrosinistra.
La protesta
fu portata avanti, in una prima fase, dai gruppi
della Nuova Sinistra scampati alla sconfitta
elettorale del 20 giugno 1976, quando la lista di
Democrazia Proletaria – che riuniva Ao, Lc, Mls,
Pdup – aveva raggiunto appena l’1,5 per cento dei
voti.
Alla guida del
movimento, però, si pose ben presto Autonomia
Operaia, un nuovo soggetto politico formato
soprattutto dai membri più giovani del proletariato
urbano, che raccolse l’eredità del disciolto Potere
Operaio, uno dei gruppi sessantottini fondato da
Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone.
Gli autonomi
si posero l’obiettivo di sollevare la classe
operaia, parzialmente disillusa dal moderatismo dei
partiti storici della sinistra, per realizzare in
Italia una rivoluzione anticapitalistica, guardando
con indulgenza alle Brigate Rosse, ai Nuclei Armati
Proletari e a Prima Linea, anche se non ne
adottarono la strategia
clandestina e non ne condivisero fino in fondo i
metodi di azione.
La risposta delle
masse, però, fu deludente e la rabbia giovanile si
esaurì in un’escalation di violenza fine a se
stessa, che inesorabilmente isolò e indebolì il
movimento.
In alcune
circostanze, tuttavia, i disordini furono provocati
ab arte dal comportamento degli agenti delle
squadre speciali della Polizia, alcuni dei quali
furono accusati di aver proditoriamente usato le
armi da fuoco travestendosi da dimostranti, come
peraltro testimoniato da diverse foto, diventate
celebri, che furono scattate da Tano D’Amico [7].
Dopo le occupazioni
dei principali atenei, il 17 febbraio un comizio
tenuto all’Università La Sapienza di Roma da Luciano
Lama, segretario della Cgil, fu interrotto dalle
vivaci contestazioni di un gruppo di studenti che
indussero il leader comunista ad andare via, insieme
al servizio d’ordine del suo sindacato. Enrico
Berlinguer, segretario del Pci, prese le distanze
dal movimento, bollando i contestatori con l’epiteto
di “diciannovisti” (alias “fascisti”) e definendoli
spregiativamente, alcuni mesi dopo, “untorelli”.
Epicentro del
movimento divenne poi Bologna, dove l’11 marzo si
registrarono scontri assai violenti tra i collettivi
studenteschi e la polizia, che culminarono
nell’assassinio di Francesco Lorusso. Altri momenti
di estrema tensione si registrarono a Roma, dove il
21 aprile fu colpito a morte l’agente Settimio
Passamonti. Sempre a Roma, il 12 maggio, rimase
uccisa Giorgiana Masi durante una carica della
polizia contro una manifestazione pacifica indetta
dal Partito Radicale a sostegno di otto referendum.
Dopo i violenti
scontri del 14 maggio a Milano, durante i quali morì
l’agente Antonio Custrà, il movimento rifluì per
qualche tempo, per poi toccare il proprio apice col
Convegno sulla repressione che si tenne a Bologna
dal 25 al 27 settembre: l’evento fece registrare una
massiccia partecipazione di giovani e si svolse
senza particolari incidenti, ma rivelò l’isolamento
dei convenuti rispetto alla città, evidenziando
inoltre le lacerazioni intestine che dividevano
ormai gli autonomi dagli altri gruppi di sinistra.
Le proteste di
piazza ripresero in concomitanza degli omicidi da
parte dei neofascisti di due militanti comunisti –
Walter Rossi, morto il 30 settembre a Roma, e
Benedetto Petrone, ucciso il 28 novembre a Bari, cui
fece da tragica pendant l’uccisione di
Roberto Crescenzio in un bar torinese incendiato da
estremisti di sinistra l’1 ottobre – e della
vertenza per il rinnovo del contratto dei
metalmeccanici (con un imponente corteo a Roma, il 2
dicembre).
Le mobilitazioni a
poco a poco si esaurirono ed ebbe inizio il
“riflusso”, che fu accentuato dalla uccisione di
Aldo Moro ad opere delle Brigate Rosse nella
primavera del 1978. L’esito del movimento del 1977
fu sostanzialmente negativo, soprattutto perché,
come ha affermato Giovanni De Luna, «frantumò la
convinzione che aveva sempre reso immediatamente
politici i conflitti sociali [...] nella
contrapposizione tra chi non aveva certezze e chi
[...] queste certezze le aveva» [8].
Le interpretazioni
del 1977
I giovani studenti e
proletari che manifestarono nel Settantasette
presentavano al loro interno una molteplicità di
componenti, tra loro spesso in aperta
contrapposizione: oltre agli autonomi e ai militanti
dei gruppi della Nuova Sinistra, infatti, c’erano i
collettivi femministi (che misero in discussione la
leadership dei “compagni maschi”), gli “indiani
metropolitani” (che costituivano l’“ala creativa” e
ironica del movimento) e i “cani sciolti”, cioè
coloro che partecipavano
alle proteste senza riconoscersi in alcun gruppo
organizzato.
Vittorio Borelli,
direttore del Quotidiano dei lavoratori,
rappresentò perfettamente, in un saggio del 1979, il
carattere di tanti ragazzi che nel 1977 si
accostarono all’impegno politico: «Giovani a una
dimensione. Diversi da noi e dalle nuove
generazioni. Diversi per l’urgenza di
rivoluzione-redenzione del mondo che si portavano
dentro. Diversi perché cresciuti nella fase
ascendente dei movimenti [...]. Diversi perché non
avevano avuto il tempo di leggere, fare all’amore,
andare a ballare e stancarsene, fare le cazzate che
si fanno a quella età. [...] Giovani a cavallo tra
due epoche, tra rivoluzione e restaurazione» [9].
Un’interessante
interpretazione del significato culturale delle
proteste del 1977 fu avanzata da Umberto Eco, il
quale, cogliendo dentro il movimento un linguaggio
espressivo assimilabile a quello delle correnti
letterarie più dirompenti del Novecento, sostenne
che «le nuove generazioni parlano e vivono nella
loro pratica quotidiana il linguaggio (ovvero la
molteplicità dei linguaggi) dell’avanguardia» [10].
Il semiologo piemontese vide in varie componenti del
movimento delle similitudini con gli intellettuali
antiborghesi del Primo Novecento e, addirittura, «la
presenza di una forma di vitalismo estetico che
presenta curiose analogie col futurismo e altri
fenomeni dell’Italia inizio secolo, non escluso il
richiamo a Nietzsche» [11].
Secondo una
prospettiva affine, Claudia Salaris ha indicato il
tratto più originale del 1977 nel détournement,
a suo tempo predicato dal movimento situazionista di
Guy Debord: «oggetti o immagini strettamente
connessi alla società (opere d’arte, slogan,
pubblicità, manifesti, giornali – false testate o
false notizie – [...]) vennero sottratti alla loro
destinazione e posti in un ambito diverso, laddove
il significato originario si perdeva nella
costruzione di un nuovo insieme significante (a
volte senza significato)» [12].
Il 1977 segnò
l’inizio in Italia di quelli che furono definiti –
prendendo spunto dal titolo di un noto film di
Margarethe von Trotta – “anni di piombo”, volendo
indicare con questo termine sia il clima di violenza
armata scatenato dai gruppi terroristici di estrema
sinistra, sia il riflusso del movimento studentesco
innescato dal “disincanto” in cui incorsero
tantissimi giovani, delusi dagli esiti infausti
delle lotte sociali degli anni Settanta [13].
Giuseppe
Licandro
NOTE BIBLIOGRAFICHE
[1] – Per una
cronologia dettagliata degli avvenimenti del
Sessantotto e, più in generale, degli anni Sessanta
e Settanta in Italia rimandiamo a: MICHELE BRAMBILLA,
Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto,
Rizzoli, Milano, 1994.
Cfr. in particolare
l’appendice, che si può leggere cliccando sul
seguente sito:
http://www.rassegnastampa-totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1335.
[2] – GUIDO VIALE,
Il Sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione,
Mazzotta, Milano, 1978, p. 36.
[3] – MARIO CAPANNA,
Formidabili quegli anni, Rizzoli, Milano,
1988, p. 66.
[4] – GUIDO CRAINZ,
Autobiografia di una Repubblica. Le radici
dell’Italia attuale, Donzelli, Roma, 2009, p.
121.
[5] – Cfr. LUCIA
ANNUNZIATA, 1977. L’ultima foto di famiglia,
Einaudi, Torino, 2007.
[6] – Cfr. ALBERTO
ASOR ROSA, Le due società, Einaudi, Torino,
1977.
[7] – Per vedere
alcune tra le più significative foto degli scontri
consultare il sito:
http://www.arengario.it/tano/fotografie-vendita/movimento77.htm.
Illuminante, per
capire quanto realmente successe allora,
l’intervista rilasciata ad Andrea Cangini il 23
ottobre 2008 sul Quotidiano Nazionale da
Francesco Cossiga, nel 1977 Ministro degli Interni,
dal titolo
Soluzione ai problemi? Per Cossiga una nuova
strategia della tensione.
[8] – GIOVANNI DE
LUNA, Le ragioni di un decennio. 1969-1979.
Militanza, violenza, sconfitta, memoria,
Feltrinelli, Milano, 2009, p. 133.
[9] – VITTORIO
BORELLI, Diario di un militante. Intorno a un
suicidio, Feltrinelli, Milano, 1979, pp. 27-28.
[10] – UMBERTO ECO,
Come parlano i «nuovi barbari». C’è un’altra
lingua: l’italo-indiano, in L’espresso,
10 aprile 1977.
[11] – UMBERTO ECO,
Anno Nove, in Corriere della Sera,
25 febbraio 1977.
[12] – CLAUDIA
SALARIS, Il movimento del Settantasette.
Linguaggi e scritture dell’ala creativa, AAA
Edizioni, Bertiolo (Ud), 1997, p. 25.
[13] – Per una
trattazione più approfondita di quelle che furono le
conseguenze e l’eredità del movimento del 1977
rimandiamo all’articolo
La rivolta che segnò la fine delle illusioni,
pubblicato sul n. 63 della rivista on line
LucidaMente.
Ps:
Nell’immagine, i primi soccorsi a Roberto
Crescenzio; foto tratta dal portale
dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (www.vittimeterrorismo.it),
alla pagina
www.vittimeterrorismo.it/memorie/schede/crescenzio.htm.
(www.excursus.org,
anno III,
n. 21, aprile 2011)
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