Anno III             n. 21                   Aprile 2011

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Storia dei movimenti

 studenteschi in Italia

 di Giuseppe Licandro

 

Una breve rassegna delle proteste

 organizzate da alunni delle scuole

 medie superiori e da universitari.

 Prima parte: dal 1968 al 1977

 

  

 

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Quarant’anni fa le strade e le piazze delle principali città del Belpaese si animarono di chiassosi cortei di studenti, dando vita al primo movimento giovanile di massa della storia nazionale. Mai prima di allora gruppi tanto cospicui di ragazzi si erano organizzati spontaneamente per protestare contro le autorità politiche e il sistema dei partiti, anche se molti giovani (“i ragazzi dalle magliette a strisce”) avevano già preso parte nel 1960 alle proteste popolari che avevano indotto alle dimissioni il governo di centrodestra guidato da Fernando Tambroni.

 

Il Sessantotto in Italia

Il movimento studentesco ebbe inizio in Italia nell’autunno del 1967, allorché vennero occupate le università di Torino e Trento e la Cattolica di Milano. La protesta fu innescata dalla proposta di riforma universitaria avanzata dal Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Gui, che voleva introdurre i dipartimenti e tre diversi livelli di laurea.

 

Nel febbraio del 1968 fu occupata anche l’Università di Roma e in poco tempo il movimento dilagò in tutta la penisola, estendendosi anche alle scuole medie superiori e raggiungendo il suo apice nell’autunno del 1969, quando gli studenti si unirono agli operai metalmeccanici impegnati nel rinnovo dei contratti [1].  

 

Il Sessantotto italiano, a differenza di quello statunitense e in sintonia con quello francese e tedesco, fu caratterizzato da un’accentuata politicizzazione, che prendeva spunto dalla “rivoluzione culturale” cinese per mettere in discussione non solo i valori della classe dominante, ma anche la linea politica – giudicata troppo moderata – dei due maggiori partiti della sinistra tradizionale, il Pci e il Psi. L’egalitarismo costituì il motivo ideologico preponderante delle proteste degli studenti, ma la loro mobilitazione fu anche sostenuta dal desiderio di modificare il proprio ruolo all’interno della società.

 

Concordiamo, in tal senso, con quanto sostenuto da Guido Viale: «È la separatezza della scuola e della vita degli studenti rispetto al mondo della produzione e al resto della società in questi anni, assai più del ruolo dell’ideologia, che spiega la spinta di massa a intervenire nelle lotte operaie che si sviluppa dentro il movimento» [2].

Le istanze di rinnovamento democratico della società emersero pienamente durante l’“autunno caldo” del 1969, quando gli studenti coniugarono le loro rivendicazioni con quelle degli operai, arricchendo la propria progettualità politica.

 

Il Sessantotto in Italia, tuttavia, non fu solo un evento dai tratti marcatamente politici, destinato a generare una pletora di gruppi estremisti dalla vita effimera. Al suo interno, infatti, ci fu anche una nutrita componente meno politicizzata, formata da ragazze e ragazzi che volevano conquistare maggiori libertà individuali, rendere più vivibile la scuola e affrancarsi dai rigidi controlli sociali, guardando con simpatia agli hippies americani che protestavano contro la Guerra del Vietnam e praticavano forme alternative di vita comunitaria.

 

Quello del Sessantotto, quindi, fu un movimento variegato, percorso dalla voglia di cambiare una società conservatrice e bigotta, che assegnava ai giovani un ruolo marginale. Al di là di alcuni momenti di violenza e di tensione anche intensi – la battaglia di Valle Giulia a Roma dell’1 marzo, la contestazione davanti alla Scala di Milano del 7 dicembre e gli scontri davanti alla Bussola di Viareggio del 31 dicembre – si trattò perlopiù di un moto gioioso e libertario che permise a tanti ragazzi di avviare un processo di maturazione personale, anche contrapponendosi alle istituzioni della società civile (famiglia, scuola, chiesa, ecc.) che, a quei tempi, esercitavano nei loro confronti forme di oppressione molto marcate.

 

Alcune delle riforme realizzate in Italia tra il 1969 e il 1978 furono direttamente riconducibili alle lotte studentesche del 1967-69, ad esempio la riforma degli organi collegiali della scuola e il libero accesso all’università; talaltre lo furono indirettamente, come le leggi sul divorzio e sull’aborto, l’equo canone per gli affitti delle case, il voto ai diciottenni, ecc.

 

L’istruzione universitaria si aprì ai ceti medio-bassi e si attenuò la selezione. Come ha ricordato, in un suo saggio, Mario Capanna – leader del Movimento Studentesco di Milano – una delle maggiori conquiste di allora, infatti, fu «la restituzione allo studente dello “statino” senza apposizione del voto negativo, in caso di esame andato male. Così lo studente poteva rimediare [...] al successivo appello d’esami» [3].

 

Molti sessantottini, dopo il 1970, rientrarono all’interno dei partiti tradizionali, alcuni scelsero di impegnarsi nei piccoli gruppi della Nuova Sinistra (Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Movimento dei Lavoratori per il Socialismo, Partito di Unità Proletaria, Potere Operaio, ecc.), altri intrapresero la strada fosca e dissennata della lotta armata, altri ancora si dedicarono all’impegno civile e sociale, cercando ad esempio di modificare istituzioni ritenute anacronistiche come i manicomi.

 

Quasi nessuno smise di occuparsi di politica e ancora oggi qualcuno di loro riveste incarichi importanti all’interno del sistema politico nostrano (da Maurizio Ferrara a Paolo Guzzanti, da Massimo Cacciari a Marco Boato), pur con posizioni avverse al radicalismo giovanile o comunque lontane da esso. Parecchi si sono affermati nell’ambito del giornalismo (Gad Lerner, Paolo Liguori, Paolo Mieli), della narrativa (Erri De Luca, Antonio Pennacchi, Lidia Ravera), della saggistica (Mario Capanna, Alberto Asor Rosa, Adriano Sofri), del cinema (Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, Gabriele Salvatores), della musica (Francesco De Gregori, Paolo Pietrangeli, Antonello Venditti).   

 

Il fatti del Settantasette

Di segno ben diverso fu il movimento del 1977, che coincise con l’avvio di una fase di profonda ristrutturazione del sistema economico e politico mondiale, culminato negli anni Ottanta nell’avvento del neoliberismo e della globalizzazione che mise in crisi sia i paesi del “socialismo reale”, sia il modello socialdemocratico prevalente in vari stati occidentali. Al movimento del 1977 mancò – come ha giustamente osservato Guido Crainz – «l’ottimismo del ’68, la “carica psicologica di ‘onnipotenza’ ” della generazione precedente» [4].

 

A proposito delle differenze tra il movimento del 1968 e quello del 1977 nei rapporti con i mass-media, Lucia Annunziata ha scritto: «Il ‘68 aveva la missione di cambiare il mondo ed era dunque impegnato a infiltrarsi nei media per modificare (in questo senso non è un caso che quell’anno abbia prodotto una massa enorme di giornalisti). Il ‘77, che non crede nelle istituzioni e dunque nel cambiamento, è invece impegnato soprattutto a raccontarsi, come atto di affermazione di indipendenza dalle convenzioni di cui le istituzioni rappresentano l’organizzazione finale» [5].

 

Una massa frustrata e arrabbiata di studenti e giovani lavoratori – che costituivano quella che Asor Rosa definì la «seconda società» degli emarginati contrapposta alla «prima società» dei lavoratori garantiti [6] – si scagliò per circa un anno contro il “compromesso storico” e la politica dei governi di “unità nazionale”, prendendo spunto da una circolare emanata dal Ministro della Pubblica Istruzione Franco Maria Malfatti – poi ritirata – che introduceva due distinti livelli di laurea, aumentava le tasse scolastiche e vietava agli universitari la possibilità di reiterare negli anni una stessa materia d’esame, lasciando trasparire la volontà di abrogare le riforme democratiche concesse negli anni precedenti dai governi di centrosinistra.

 

La protesta fu portata avanti, in una prima fase, dai gruppi della Nuova Sinistra scampati alla sconfitta elettorale del 20 giugno 1976, quando la lista di Democrazia Proletaria – che riuniva Ao, Lc, Mls, Pdup – aveva raggiunto appena l’1,5 per cento dei voti.

Alla guida del movimento, però, si pose ben presto Autonomia Operaia, un nuovo soggetto politico formato soprattutto dai membri più giovani del proletariato urbano, che raccolse l’eredità del disciolto Potere Operaio, uno dei gruppi sessantottini fondato da Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone.

 

Gli autonomi si posero l’obiettivo di sollevare la classe operaia, parzialmente disillusa dal moderatismo dei partiti storici della sinistra, per realizzare in Italia una rivoluzione anticapitalistica, guardando con indulgenza alle Brigate Rosse, ai Nuclei Armati Proletari e a Prima Linea, anche se non ne adottarono la strategia clandestina e non ne condivisero  fino in fondo i metodi di azione.

La risposta delle masse, però, fu deludente e la rabbia giovanile si esaurì in un’escalation di violenza fine a se stessa, che inesorabilmente isolò e indebolì il movimento.

In alcune circostanze, tuttavia, i disordini furono provocati ab arte dal comportamento degli agenti delle squadre speciali della Polizia, alcuni dei quali furono accusati di aver proditoriamente usato le armi da fuoco travestendosi da dimostranti, come peraltro testimoniato da diverse foto, diventate celebri, che furono scattate da Tano D’Amico [7].

 

Dopo le occupazioni dei principali atenei, il 17 febbraio un comizio tenuto all’Università La Sapienza di Roma da Luciano Lama, segretario della Cgil, fu interrotto dalle vivaci contestazioni di un gruppo di studenti che indussero il leader comunista ad andare via, insieme al servizio d’ordine del suo sindacato. Enrico Berlinguer, segretario del Pci, prese le distanze dal movimento, bollando i contestatori con l’epiteto di “diciannovisti” (alias “fascisti”) e definendoli spregiativamente, alcuni mesi dopo, “untorelli”.

 

Epicentro del movimento divenne poi Bologna, dove l’11 marzo si registrarono scontri assai violenti tra i collettivi studenteschi e la polizia, che culminarono nell’assassinio di Francesco Lorusso. Altri momenti di estrema tensione si registrarono a Roma, dove il 21 aprile fu colpito a morte l’agente Settimio Passamonti. Sempre a Roma, il 12 maggio, rimase uccisa Giorgiana Masi durante una carica della polizia contro una manifestazione pacifica indetta dal Partito Radicale a sostegno di otto referendum.

 

Dopo i violenti scontri del 14 maggio a Milano, durante i quali morì l’agente Antonio Custrà, il movimento rifluì per qualche tempo, per poi toccare il proprio apice col Convegno sulla repressione che si tenne a Bologna dal 25 al 27 settembre: l’evento fece registrare una massiccia partecipazione di giovani e si svolse senza particolari incidenti, ma rivelò l’isolamento dei convenuti rispetto alla città, evidenziando inoltre le lacerazioni intestine che dividevano ormai gli autonomi dagli altri gruppi di sinistra.

 

Le proteste di piazza ripresero in concomitanza degli omicidi da parte dei neofascisti di due militanti comunisti – Walter Rossi, morto il 30 settembre a Roma, e Benedetto Petrone, ucciso il 28 novembre a Bari, cui fece da tragica pendant l’uccisione di Roberto Crescenzio in un bar torinese incendiato da estremisti di sinistra l’1 ottobre – e della vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici (con un imponente corteo a Roma, il 2 dicembre).

Le mobilitazioni a poco a poco si esaurirono ed ebbe inizio il “riflusso”, che fu accentuato dalla uccisione di Aldo Moro ad opere delle Brigate Rosse nella primavera del 1978. L’esito del movimento del 1977 fu sostanzialmente negativo, soprattutto perché, come ha affermato Giovanni De Luna, «frantumò la convinzione che aveva sempre reso immediatamente politici i conflitti sociali [...] nella contrapposizione tra chi non aveva certezze e chi [...] queste certezze le aveva» [8].

 

Le interpretazioni del 1977

I giovani studenti e proletari che manifestarono nel Settantasette presentavano al loro interno una molteplicità di componenti, tra loro spesso in aperta contrapposizione: oltre agli autonomi e ai militanti dei gruppi della Nuova Sinistra, infatti, c’erano i collettivi femministi (che misero in discussione la leadership dei “compagni maschi”), gli “indiani metropolitani” (che costituivano l’“ala creativa” e ironica del movimento) e i “cani sciolti”, cioè coloro che partecipavano alle proteste senza riconoscersi in alcun gruppo organizzato.

 

Vittorio Borelli, direttore del Quotidiano dei lavoratori, rappresentò perfettamente, in un saggio del 1979, il carattere di tanti ragazzi che nel 1977 si accostarono all’impegno politico: «Giovani a una dimensione. Diversi da noi e dalle nuove generazioni. Diversi per l’urgenza di rivoluzione-redenzione del mondo che si portavano dentro. Diversi perché cresciuti nella fase ascendente dei movimenti [...]. Diversi perché non avevano avuto il tempo di leggere, fare all’amore, andare a ballare e stancarsene, fare le cazzate che si fanno a quella età. [...] Giovani a cavallo tra due epoche, tra rivoluzione e restaurazione» [9].  

 

Un’interessante interpretazione del significato culturale delle proteste del 1977 fu avanzata da Umberto Eco, il quale, cogliendo dentro il movimento un linguaggio espressivo assimilabile a quello delle correnti letterarie più dirompenti del Novecento, sostenne che «le nuove generazioni parlano e vivono nella loro pratica quotidiana il linguaggio (ovvero la molteplicità dei linguaggi) dell’avanguardia» [10]. Il semiologo piemontese vide in varie componenti del movimento delle similitudini con gli intellettuali antiborghesi del Primo Novecento e, addirittura, «la presenza di una forma di vitalismo estetico che presenta curiose analogie col futurismo e altri fenomeni dell’Italia inizio secolo, non escluso il richiamo a Nietzsche» [11].

Secondo una prospettiva affine, Claudia Salaris ha indicato il tratto più originale del 1977 nel détournement, a suo tempo predicato dal movimento situazionista di Guy Debord: «oggetti o immagini strettamente connessi alla società (opere d’arte, slogan, pubblicità, manifesti, giornali – false testate o false notizie – [...]) vennero sottratti alla loro destinazione e posti in un ambito diverso, laddove il significato originario si perdeva nella costruzione di un nuovo insieme significante (a volte senza significato)» [12].

 

Il 1977 segnò l’inizio in Italia di quelli che furono definiti – prendendo spunto dal titolo di un noto film di Margarethe von Trotta – “anni di piombo”, volendo indicare con questo termine sia il clima di violenza armata scatenato dai gruppi terroristici di estrema sinistra, sia il riflusso del movimento studentesco innescato dal “disincanto” in cui incorsero tantissimi giovani, delusi dagli esiti infausti delle lotte sociali degli anni Settanta [13].

 

Giuseppe Licandro

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – Per una cronologia dettagliata degli avvenimenti del Sessantotto e, più in generale, degli anni Sessanta e Settanta in Italia rimandiamo a: MICHELE BRAMBILLA, Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto, Rizzoli, Milano, 1994.

Cfr. in particolare l’appendice, che si può leggere cliccando sul seguente sito: http://www.rassegnastampa-totustuus.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1335.

[2] – GUIDO VIALE, Il Sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione, Mazzotta, Milano, 1978, p. 36.

[3] – MARIO CAPANNA, Formidabili quegli anni, Rizzoli, Milano, 1988, p. 66.

[4] – GUIDO CRAINZ, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Donzelli, Roma, 2009, p. 121.

[5] – Cfr. LUCIA ANNUNZIATA, 1977. L’ultima foto di famiglia, Einaudi, Torino, 2007. 

[6] – Cfr. ALBERTO ASOR ROSA, Le due società, Einaudi, Torino, 1977.

[7] – Per vedere alcune tra le più significative foto degli scontri consultare il sito: http://www.arengario.it/tano/fotografie-vendita/movimento77.htm.

Illuminante, per capire quanto realmente successe allora, l’intervista rilasciata ad Andrea Cangini il 23 ottobre 2008 sul Quotidiano Nazionale da Francesco Cossiga, nel 1977 Ministro degli Interni, dal titolo Soluzione ai problemi? Per Cossiga una nuova strategia della tensione.

[8] – GIOVANNI DE LUNA, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano, 2009, p. 133.

[9] – VITTORIO BORELLI, Diario di un militante. Intorno a un suicidio, Feltrinelli, Milano, 1979, pp. 27-28.

[10] – UMBERTO ECO, Come parlano i «nuovi barbari». C’è un’altra lingua: l’italo-indiano, in L’espresso, 10 aprile 1977.

[11] – UMBERTO ECO, Anno Nove, in Corriere della Sera, 25 febbraio 1977.

[12] – CLAUDIA SALARIS, Il movimento del Settantasette. Linguaggi e scritture dell’ala creativa, AAA Edizioni, Bertiolo (Ud), 1997, p. 25.

[13] – Per una trattazione più approfondita di quelle che furono le conseguenze e l’eredità del movimento del 1977 rimandiamo all’articolo La rivolta che segnò la fine delle illusioni, pubblicato sul n. 63 della rivista on line LucidaMente.

 

Ps: Nell’immagine, i primi soccorsi a Roberto Crescenzio; foto tratta dal portale dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (www.vittimeterrorismo.it), alla pagina www.vittimeterrorismo.it/memorie/schede/crescenzio.htm.

 

 

(www.excursus.org, anno III, n. 21, aprile 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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