|
Nel 1979 il filosofo
francese Jean-François Lyotard ha pubblicato La
condition postmoderne (tradotto in italiano da
Feltrinelli nel 1985), un pregevole saggio destinato
a riscuotere un grosso successo editoriale e a
influenzare l’orientamento dell’arte, della
letteratura e della filosofia nei decenni
successivi.
Le tesi di Lyotard –
riprese e sviluppate in Italia in forma originale da
Pier Aldo Rovatti e Gianni Vattimo, che hanno
elaborato la fortunata nozione di “pensiero debole”
– muovono dall’assunto che «possiamo considerare
“postmoderna” l’incredulità nei confronti delle
metanarrazioni», cioè di dottrine filosofiche come
l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo e di
religioni come il cristianesimo fondate sull’idea
del progresso storico e dell’evoluzione teleologica
dell’agire umano verso il raggiungimento di fini
ultimi (la felicità, la libertà, l’uguaglianza, la
salvezza, ecc.). In sostanza, secondo Lyotard,
«ognuno dei grandi racconti di emancipazione, a
qualunque genere abbia dato l’egemonia, è per così
dire invalidato nel suo fondamento dagli ultimi
cinquant’anni [...]: Auschwitz confuta la dottrina
speculativa».
La fase storica
caratterizzata dal cosiddetto “tardo capitalismo”,
che ha avuto inizio intorno alla metà del XX secolo,
ha pertanto determinato profondi mutamenti non solo
nella natura dei rapporti economico-sociali
(passaggio dal fordismo al toyotismo e dalle guerre
imperialistiche alla globalizzazione), ma anche nel
modo di intendere la vita e di percepire la realtà
all’interno dei Paesi Occidentali. Alle “grandi
narrazioni” si è, dunque, sostituito un sapere
frammentato, relativizzato e reversibile, fondato su
punti di vista non più marcatamente ideologici, che
ha trovato nell’informatica il suo principale
strumento di divulgazione e che presuppone un nuovo
tipo di relazioni, instabili e precarie, tra gli
individui: «il contratto limitato nel tempo si
sostituisce di fatto all’istituzione permanente nel
campo professionale, affettivo, sessuale, culturale,
familiare, internazionale».
Alla cultura
postmoderna fa da pendant l’avvento della
“società dello spettacolo”, a suo tempo preconizzata
e stigmatizzata da Guy Debord, che sembra aver
raggiunto all’inizio del nuovo millennio il suo
approdo più maturo, attraverso quella inusuale forma
di gestione del potere che è la “videocrazia”, che
comporta l’enorme impiego dei mass-media per
condizionare i gusti personali e gli orientamenti
politici degli individui, sempre più disarticolati
tra loro. La condizione postmoderna si spiega – come
ha scritto Marco Gatto in Fredric Jameson
(Rubbettino) – «col fallimento del progetto moderno,
con la sua ansia di rinnovamento [...] che si
trasforma, perde i suoi connotati e diventa
allegoria di una frattura, di una perdita».
Ma in che cosa è
consistito il “progetto moderno”?
Cosa è stata
propriamente la “modernità”?
A queste domande è
possibile rispondere facendo riferimento all’ultimo,
avvincente saggio di Eugenio Scalfari, illustre
editorialista de la Repubblica e de
L’espresso, dal titolo Per l’alto mare
aperto. La modernità e il pensiero danzante
(Einaudi, pp. 286, € 19,50).
Scalfari individua
nella figura omerica di Odisseo il simbolo – ante
litteram – del mondo moderno, perché egli
«possiede tutti i requisiti per rappresentare il
mito della modernità, le contraddizioni e le
lacerazioni della modernità, l’intelligenza,
l’attenzione alle cause e agli effetti che ne
derivano, la razionalità dei moderni e le loro
passioni, la loro volontà di potenza integrata dalla
tolleranza ed evocata dal Romantik».
Conoscenza razionale
del mondo e volontà di dominarlo sono stati, quindi,
i tratti salienti della società moderna, cui si è
unita la laicità e la tolleranza in ambito religioso
e politico, anche se non sono mancate le spinte di
segno contrario che hanno provocato – in taluni
frangenti – l’affermarsi di atteggiamenti
intransigenti e autoritari, i quali, spesso in nome
di una distorta interpretazione della libertà e
dell’uguaglianza, hanno finito per arrestare le
spinte progressiste insite nella stessa modernità.
Per l’alto mare
aperto si
snoda come una sorta di lungo excursus
storico-filosofico-letterario, che prende in esame i
maggiori intellettuali e scrittori europei dal
Cinquecento all’Ottocento, soffermandosi in
particolare su Montaigne, Cervantes, Cartesio,
Spinoza, Diderot, Kant, Hegel, Chateaubriand,
Tocqueville, Leopardi, Goethe, Baudelaire, Rilke,
Proust, Joyce, Dostoevskij, Tolstoj, Marx, Freud,
Nietzsche.
Secondo Scalfari, il
pensiero moderno propriamente detto ha avuto inizio
con Michel de Montaigne, autore degli Essays,
una raccolta di riflessioni che contiene in nuce
i caratteri peculiari della modernità: infatti, «è
in quel libro che per la prima volta si mette in
discussione l’assolutezza della verità e se ne
afferma invece la relatività; si contesta l’autorità
del dogma e si esalta l’autonomia della coscienza
individuale. Infine si privilegia la razionalità del
pensiero sull’istintività delle emozioni».
Dopo essersi
articolata per circa quattro secoli in forme sempre
rinnovate e originali, la modernità ha cominciato a
dissolversi a partire dalla seconda metà
dell’Ottocento, allorché Friedrich Nietzsche ne ha
messo in discussione il sistema di valori,
affermando una nuova prospettiva filosofica che ha
posto in risalto, a parere di Scalfari, «la perdita
del centro, la moltiplicazione infinita dei centri,
la volontà presente in ciascuno di essi di
accrescere la potenza e la forza di attrazione».
L’agonia della
modernità è durata – dopo la morte di Nietzsche –
per circa settant’anni, alla fine dei quali si è
imposta una visione del mondo per alcuni versi
ostile al pensiero razionale, che Scalfari
polemicamente definisce “antimoderna”, anziché
“postmoderna”: «Per tutto il Novecento
l’antimodernità ha conteso con una modernità sempre
più languente e sempre meno sicura di sé».
Riguardo ai
pensatori del XX secolo, a parte alcuni riferimenti
a Thomas Mann, al surrealismo e all’esistenzialismo,
l’autore prende in considerazione soprattutto Italo
Calvino ed Eugenio Montale, da lui giudicati come
«gli ultimi fuochi» di una modernità ormai
irrimediabilmente al crepuscolo.
Molto importante per
Scalfari è la figura di Denis Diderot, il filosofo
illuminista che più di tutti ha incarnato lo spirito
moderno. A lui lo scrittore dedica il primo capitolo
del libro, immaginandosi di incontrarlo nei giardini
del Palais-Royal di Parigi e di convincerlo a
diventare la sua guida intellettuale nel viaggio
all’interno della modernità.
Il confronto con
Diderot consente all’autore di esprimere, in forma
dialogica, il suo imbarazzo per le sorti del mondo
occidentale agli inizi del Nuovo Millennio e la sua
sostanziale estraneità ai fermenti culturali
dell’epoca contemporanea.
Riportiamo, in
conclusione, un brano del dialogo immaginario tra il
filosofo e il giornalista, che esprime molto bene il
distacco con cui Scalfari – che si sente ancora
portatore dei valori più positivi della modernità –
si pone nei confronti della cultura e della società
del proprio tempo:
«Voi uomini d’oggi
non siete più moderni?»
«No, caro maestro,
noi siamo contemporanei. Purtroppo. Dico meglio: noi
moderni viviamo circondati dai contemporanei. Vi
assicuro che ci viviamo molto male. Questa è la
ragione per cui desidero fare questo viaggio da voi
guidato»
«Vi sentite
circondato dai barbari?»
«Avete capito
benissimo».
Quello di Scalfari è
un disagio che condividiamo pienamente, sentendoci
anche noi sempre più estraniati da un mondo
contrassegnato dall’assenza di regole e dal trionfo
dell’effimero, della volgarità, dell’ignoranza, del
cattivo gusto, della superstizione e dell’arroganza,
nel quale l’avere conta molto più dell’essere.
Nell’attesa che un
“nuovo Rinascimento” sopraggiunga per avviare una
“seconda modernità”, che sia però scevra dagli
errori che hanno determinato il collasso della
precedente e tenga nel dovuto conto ciò che di buono
è presente anche nella cultura postmoderna.
Giuseppe Licandro
(www.excursus.org,
anno II,
n. 16, novembre 2010)
|