Anno II             n. 16                   Novembre 2010

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Un viaggio appassionato 

attraverso la modernità

 di Giuseppe Licandro

 

Eugenio Scalfari naviga dentro

 lalto mare aperto della cultura

 europea dal Cinquecento in poi,

 in un volume edito da Einaudi

 

 

  

 

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Nel 1979 il filosofo francese Jean-François Lyotard ha pubblicato La condition postmoderne (tradotto in italiano da Feltrinelli nel 1985), un pregevole saggio destinato a riscuotere un grosso successo editoriale e a influenzare l’orientamento dell’arte, della letteratura e della filosofia nei decenni successivi.

 

Le tesi di Lyotard – riprese e sviluppate in Italia in forma originale da Pier Aldo Rovatti e Gianni Vattimo, che hanno elaborato la fortunata nozione di “pensiero debole” – muovono dall’assunto che «possiamo considerare “postmoderna” l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni», cioè di dottrine filosofiche come l’illuminismo, l’idealismo, il marxismo e di religioni come il cristianesimo fondate sull’idea del progresso storico e dell’evoluzione teleologica dell’agire umano verso il raggiungimento di fini ultimi (la felicità, la libertà, l’uguaglianza, la salvezza, ecc.). In sostanza, secondo Lyotard, «ognuno dei grandi racconti di emancipazione, a qualunque genere abbia dato l’egemonia, è per così dire invalidato nel suo fondamento dagli ultimi cinquant’anni [...]: Auschwitz confuta la dottrina speculativa».

 

La fase storica caratterizzata dal cosiddetto “tardo capitalismo”, che ha avuto inizio intorno alla metà del XX secolo, ha pertanto determinato profondi mutamenti non solo nella natura dei rapporti economico-sociali (passaggio dal fordismo al toyotismo e dalle guerre imperialistiche alla globalizzazione), ma anche nel modo di intendere la vita e di percepire la realtà all’interno dei Paesi Occidentali. Alle “grandi narrazioni” si è, dunque, sostituito un sapere frammentato, relativizzato e reversibile, fondato su punti di vista non più marcatamente ideologici, che ha trovato nell’informatica il suo principale strumento di divulgazione e che presuppone un nuovo tipo di relazioni, instabili e precarie, tra gli individui: «il contratto limitato nel tempo si sostituisce di fatto all’istituzione permanente nel campo professionale, affettivo, sessuale, culturale, familiare, internazionale».

 

Alla cultura postmoderna fa da pendant l’avvento della “società dello spettacolo”, a suo tempo preconizzata e stigmatizzata da Guy Debord, che sembra aver raggiunto all’inizio del nuovo millennio il suo approdo più maturo, attraverso quella inusuale forma di gestione del potere che è la “videocrazia”, che comporta l’enorme impiego dei mass-media per condizionare i gusti personali e gli orientamenti politici degli individui, sempre più disarticolati tra loro. La condizione postmoderna si spiega – come ha scritto Marco Gatto in Fredric Jameson (Rubbettino) – «col fallimento del progetto moderno, con la sua ansia di rinnovamento [...] che si trasforma, perde i suoi connotati e diventa allegoria di una frattura, di una perdita».

 

Ma in che cosa è consistito il “progetto moderno”?

Cosa è stata propriamente la “modernità”?

 

A queste domande è possibile rispondere facendo riferimento all’ultimo, avvincente saggio di Eugenio Scalfari, illustre editorialista de la Repubblica e de L’espresso, dal titolo Per l’alto mare aperto. La modernità e il pensiero danzante (Einaudi, pp. 286, € 19,50).

Scalfari individua nella figura omerica di Odisseo il simbolo – ante litteram – del mondo moderno, perché egli «possiede tutti i requisiti per rappresentare il mito della modernità, le contraddizioni e le lacerazioni della modernità, l’intelligenza, l’attenzione alle cause e agli effetti che ne derivano, la razionalità dei moderni e le loro passioni, la loro volontà di potenza integrata dalla tolleranza ed evocata dal Romantik».

 

Conoscenza razionale del mondo e volontà di dominarlo sono stati, quindi, i tratti salienti della società moderna, cui si è unita la laicità e la tolleranza in ambito religioso e politico, anche se non sono mancate le spinte di segno contrario che hanno provocato – in taluni frangenti – l’affermarsi di atteggiamenti intransigenti e autoritari, i quali, spesso in nome di una distorta interpretazione della libertà e dell’uguaglianza, hanno finito per arrestare le spinte progressiste insite nella stessa modernità.

 

Per l’alto mare aperto si snoda come una sorta di lungo excursus storico-filosofico-letterario, che prende in esame i maggiori intellettuali e scrittori europei dal Cinquecento all’Ottocento, soffermandosi in particolare su Montaigne, Cervantes, Cartesio, Spinoza, Diderot, Kant, Hegel, Chateaubriand, Tocqueville, Leopardi, Goethe, Baudelaire, Rilke, Proust, Joyce, Dostoevskij, Tolstoj, Marx, Freud, Nietzsche.

Secondo Scalfari, il pensiero moderno propriamente detto ha avuto inizio con Michel de Montaigne, autore degli Essays, una raccolta di riflessioni che contiene in nuce i caratteri peculiari della modernità: infatti, «è in quel libro che per la prima volta si mette in discussione l’assolutezza della verità e se ne afferma invece la relatività; si contesta l’autorità del dogma e si esalta l’autonomia della coscienza individuale. Infine si privilegia la razionalità del pensiero sull’istintività delle emozioni».

 

Dopo essersi articolata per circa quattro secoli in forme sempre rinnovate e originali, la modernità ha cominciato a dissolversi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, allorché Friedrich Nietzsche ne ha messo in discussione il sistema di valori, affermando una nuova prospettiva filosofica che ha posto in risalto, a parere di Scalfari, «la perdita del centro, la moltiplicazione infinita dei centri, la volontà presente in ciascuno di essi di accrescere la potenza e la forza di attrazione».

L’agonia della modernità è durata – dopo la morte di Nietzsche – per circa settant’anni, alla fine dei quali si è imposta una visione del mondo per alcuni versi ostile al pensiero razionale, che Scalfari polemicamente definisce “antimoderna”, anziché “postmoderna”: «Per tutto il Novecento l’antimodernità ha conteso con una modernità sempre più languente e sempre meno sicura di sé».

Riguardo ai pensatori del XX secolo, a parte alcuni riferimenti a Thomas Mann, al surrealismo e all’esistenzialismo, l’autore prende in considerazione soprattutto Italo Calvino ed Eugenio Montale, da lui giudicati come «gli ultimi fuochi» di una modernità ormai irrimediabilmente al crepuscolo.

 

Molto importante per Scalfari è la figura di Denis Diderot, il filosofo illuminista che più di tutti ha incarnato lo spirito moderno. A lui lo scrittore dedica il primo capitolo del libro, immaginandosi di incontrarlo nei giardini del Palais-Royal di Parigi e di convincerlo a diventare la sua guida intellettuale nel viaggio all’interno della modernità.

Il confronto con Diderot consente all’autore di esprimere, in forma dialogica, il suo imbarazzo per le sorti del mondo occidentale agli inizi del Nuovo Millennio e la sua sostanziale estraneità ai fermenti culturali dell’epoca contemporanea.

 

Riportiamo, in conclusione, un brano del dialogo immaginario tra il filosofo e il giornalista, che esprime molto bene il distacco con cui Scalfari – che si sente ancora portatore dei valori più positivi della modernità – si pone nei confronti della cultura e della società del proprio tempo:

«Voi uomini d’oggi non siete più moderni?»

«No, caro maestro, noi siamo contemporanei. Purtroppo. Dico meglio: noi moderni viviamo circondati dai contemporanei. Vi assicuro che ci viviamo molto male. Questa è la ragione per cui desidero fare questo viaggio da voi guidato»

«Vi sentite circondato dai barbari?»

«Avete capito benissimo».

 

Quello di Scalfari è un disagio che condividiamo pienamente, sentendoci anche noi sempre più estraniati da un mondo contrassegnato dall’assenza di regole e dal trionfo dell’effimero, della volgarità, dell’ignoranza, del cattivo gusto, della superstizione e dell’arroganza, nel quale l’avere conta molto più dell’essere.

Nell’attesa che un “nuovo Rinascimento” sopraggiunga per avviare una “seconda modernità”, che sia però scevra dagli errori che hanno determinato il collasso della precedente e tenga nel dovuto conto ciò che di buono è presente anche nella cultura postmoderna.

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno II, n. 16, novembre 2010)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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