Anno I             n. 1                    Agosto 2009

Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Bisogna tutelare i valori

 della lotta dei partigiani

 di Giuseppe Licandro

 

Va contrastato il revisionismo

che pone sul medesimo piano

i fascisti della Rsi con coloro

che si batterono per la libertà

  

 

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Il 23 giugno 2008 l’onorevole Lucio Barani, insieme a una trentina di deputati del Partito della Libertà, ha presentato la proposta di legge n. 1360 recante il titolo Istituzione dell’Ordine del Tricolore e adeguamento dei trattamenti pensionistici di guerra, che è stata inserita fra le norme da discutere presso la Commissione “Difesa” della Camera dei Deputati (per leggerne il contenuto clicca qui).

 

In seguito, però, alle vibranti proteste dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e di una nutrita schiera di cittadini (una petizione popolare ha raggiunto in poco tempo oltre 15.000 sottoscrizioni sul sito web di Articolo 21), il Presidente del Consiglio ha fatto ritirare la proposta di legge.

 

Nel testo si asseriva che l’istituzione dell’Ordine del Tricolore era un atto obbligato per onorare adeguatamente i combattenti che tra il settembre 1943 e l’aprile del 1945 «impugnarono le armi e operarono una scelta di schieramento convinti della “bontà” della loro lotta per la rinascita della Patria».

Non si trattava, però, come potrebbe sembrare a prima vista, di una onorificenza riservata ai partigiani che si batterono contro l’invasione nazista dell’Italia, in quanto essa veniva estesa anche ai militi della Repubblica Sociale Italiana, che fiancheggiarono i tedeschi dopo l’8 settembre 1943.

 

Le insidie del revisionismo

L’intento dichiarato dai presentatori della legge era quello di «riconoscere, con animo oramai pacificato, la pari dignità di una partecipazione al conflitto avvenuta in uno dei momenti più drammatici e difficili da interpretare della storia d’Italia». Come dire: i combattenti che parteciparono alla guerra civile del 1943-45 erano tutti italiani, non importa se a favore o contro la democrazia e la libertà!

 

In una fase storica assai delicata per la società italiana, nella quale da tempo si assiste al dilagare delle polemiche revisionistiche contro “gli eccessi” della Resistenza (si veda il profluvio di scritti che Giampaolo Pansa ha dedicato a questo argomento), la proposta di legge n. 1360 è apparsa l’ultimo, beffardo tassello di un processo di rimozione della memoria storica nazionale, finalizzato a liquidare le distinzioni fra fascisti e antifascisti e a portare a compimento la legittimazione non solo del fascismo, ma anche di quella sua variante, per molti versi delirante, che fu la Rsi.

 

Certo, è giusto rispettare i morti, di qualunque colore politico essi siano. E non ha senso edulcorare la Resistenza, sottacendone gli episodi controversi o i conflitti intestini.

Tuttavia, è storicamente – oltre che politicamente – scorretto porre sullo stesso piano chi morì per difendere la propria terra dalla feroce occupazione nazista e chi, al contrario, proprio quella occupazione sostenne e agevolò.

 

Il valore morale e politico della Resistenza

Tra le tante pagine illuminanti e obiettive che sono state scritte intorno alla Resistenza italiana, vorremmo citare Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri) che Claudio Pavone ha pubblicato nel 1991.

La Resistenza, secondo Pavone, fu un movimento caratterizzato principalmente da tre componenti, che s’intrecciarono tra loro: la «guerra civile» che contrappose fascisti e antifascisti, la «guerra di classe» che animò soprattutto i gruppi partigiani d’ispirazione comunista e la «guerra patriottica» che fu combattuta contro l’invasione tedesca della penisola. Ma l’elemento che accomunò tutti gli antifascisti fu la voglia di liberarsi dalla tirannia e di fuoriuscire da un lungo periodo di oppressione e di ingiustizia. Questa fu la principale motivazione politica e morale di chi prese parte alla Resistenza, che Pavone mette giustamente in evidenza affermando che: «Il primo significato di libertà che assume la scelta resistenziale è implicito nel suo essere un atto di disobbedienza [...]. Era cioè una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù».

 

Dall’altra parte, invece, si posizionarono individui che, anche se spesso in buona fede, continuarono a seguire la logica dell’obbedienza cieca e incondizionata al “duce”, riassunta nello slogan fascista «credere, obbedire, combattere». I “repubblichini”, pertanto, non fecero una scelta dettata dalla libertà, bensì dalla continuità nei confronti di un regime oppressivo e conformista, il quale dopo il 1938, tra l’altro, divenne succube del potente alleato nazista, recependone in pieno la cultura intollerante e razzista.

Proprio il pluralismo presente all’interno del movimento partigiano e del Comitato di liberazione nazionale (che comprendeva azionisti, cattolici, comunisti, liberali, monarchici e socialisti) rappresentò il valore politico più pregnante della Resistenza italiana, delineando in nuce gli scenari che distinsero in seguito l’Italia democratica.

 

Se avessero vinto i nazifascisti...

È per tale ragione che riteniamo inammissibile porre sullo stesso piano i partigiani che combatterono il nazismo e i “repubblichini” che invece condivisero il folle progetto hitleriano mirante a creare un “nuovo ordine mondiale”. Del resto, se oggi in Europa si può discutere liberamente di questi argomenti e si può parlare pro o contro l’esperienza resistenziale, bisogna ringraziare soprattutto coloro che sconfissero il nazifascismo. 

 

A tal proposito, ci sembra opportuno ricordare quanto a suo tempo disse, durante un vivace dibattito televisivo, Vittorio Foa, attivista antifascista ed esponente del socialismo italiano, al senatore missino Giorgio Pisanò, che aveva posto sullo stesso piano etico e politico i fascisti e gli antifascisti: «Se vincevate voi, io sarei ancora in prigione; poiché abbiamo vinto noi, tu sei Senatore della Repubblica. Questa è la differenza».

 

Ci auguriamo, quindi, che lo spirito democratico, tanto sbandierato dalle forze politiche sia di governo che di opposizione, prevalga sul revanscismo fascista e che mai più si proponga una normativa simile!

 

Giuseppe Licandro

 

(Nella foto: manifesto realizzato dall'Anpi-Firenze in occasione del 25 aprile 2009)

 

(www.excursus.org, anno I, n. 1, agosto 2009)

   

                           

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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