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Il 23 giugno 2008 l’onorevole Lucio Barani, insieme
a una trentina di deputati del Partito della
Libertà, ha presentato la proposta di legge n. 1360
recante il titolo Istituzione dell’Ordine del
Tricolore e adeguamento dei trattamenti
pensionistici di guerra, che è stata inserita
fra le norme da discutere presso la Commissione
“Difesa” della Camera dei Deputati (per leggerne il
contenuto
clicca qui).
In seguito, però, alle vibranti proteste dell’Anpi
(Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) e di
una nutrita schiera di cittadini (una petizione
popolare ha raggiunto in poco tempo oltre 15.000
sottoscrizioni sul sito web di Articolo 21),
il Presidente del Consiglio ha fatto ritirare la
proposta di legge.
Nel testo si asseriva che l’istituzione dell’Ordine
del Tricolore era un atto obbligato per onorare
adeguatamente i combattenti che tra il settembre
1943 e l’aprile del 1945 «impugnarono le armi e
operarono una scelta di schieramento convinti della
“bontà” della loro lotta per la rinascita della
Patria».
Non si trattava,
però, come potrebbe sembrare a prima vista, di una
onorificenza riservata ai partigiani che si
batterono contro l’invasione nazista dell’Italia, in
quanto essa veniva estesa anche ai militi della
Repubblica Sociale Italiana, che fiancheggiarono i
tedeschi dopo l’8 settembre 1943.
Le insidie del revisionismo
L’intento dichiarato dai presentatori della legge
era quello di «riconoscere, con animo oramai
pacificato, la pari dignità di una partecipazione al
conflitto avvenuta in uno dei momenti più drammatici
e difficili da interpretare della storia d’Italia».
Come dire: i combattenti che parteciparono alla
guerra civile del 1943-45 erano tutti italiani, non
importa se a favore o contro la democrazia e la
libertà!
In una fase storica assai delicata per la società
italiana, nella quale da tempo si assiste al
dilagare delle polemiche revisionistiche contro “gli
eccessi” della Resistenza (si veda il profluvio di
scritti che Giampaolo Pansa ha dedicato a questo
argomento), la proposta di legge n. 1360 è apparsa
l’ultimo, beffardo tassello di un processo di
rimozione della memoria storica nazionale,
finalizzato a liquidare le distinzioni fra fascisti
e antifascisti e a portare a compimento la
legittimazione non solo del fascismo, ma anche di
quella sua variante, per molti versi delirante, che
fu la Rsi.
Certo, è giusto rispettare i morti, di qualunque
colore politico essi siano. E non ha senso
edulcorare la Resistenza, sottacendone gli episodi
controversi o i conflitti intestini.
Tuttavia, è storicamente – oltre che politicamente –
scorretto porre sullo stesso piano chi morì per
difendere la propria terra dalla feroce occupazione
nazista e chi, al contrario, proprio quella
occupazione sostenne e agevolò.
Il valore morale e
politico della Resistenza
Tra le tante pagine
illuminanti e obiettive che sono state scritte
intorno alla Resistenza italiana, vorremmo citare
Una guerra
civile. Saggio storico sulla moralità nella
Resistenza
(Bollati
Boringhieri) che Claudio Pavone ha pubblicato
nel 1991.
La Resistenza,
secondo Pavone, fu un movimento caratterizzato
principalmente da tre componenti, che
s’intrecciarono tra loro: la «guerra civile» che
contrappose fascisti e antifascisti, la «guerra di
classe» che animò soprattutto i gruppi partigiani
d’ispirazione comunista e la «guerra patriottica»
che fu combattuta contro l’invasione tedesca della
penisola. Ma l’elemento che accomunò tutti gli
antifascisti fu la voglia di liberarsi dalla
tirannia e di fuoriuscire da un lungo periodo di
oppressione e di ingiustizia. Questa fu la
principale motivazione politica e morale di chi
prese parte alla Resistenza, che Pavone mette
giustamente in evidenza affermando che: «Il primo
significato di libertà che assume la scelta
resistenziale è implicito nel suo essere un atto di
disobbedienza [...]. Era cioè una rivolta contro il
potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione
dell’antico principio che il potere non deve averla
vinta sulla virtù».
Dall’altra parte,
invece, si posizionarono individui che, anche se
spesso in buona fede, continuarono a seguire la
logica dell’obbedienza cieca e incondizionata al
“duce”, riassunta nello slogan fascista «credere,
obbedire, combattere». I “repubblichini”, pertanto,
non fecero una scelta dettata dalla libertà, bensì
dalla continuità nei confronti di un regime
oppressivo e conformista, il quale dopo il 1938, tra
l’altro, divenne succube del potente alleato
nazista, recependone in pieno la cultura
intollerante e razzista.
Proprio il
pluralismo presente all’interno del movimento
partigiano e del Comitato di liberazione nazionale
(che comprendeva azionisti, cattolici, comunisti,
liberali, monarchici e socialisti) rappresentò il
valore politico più pregnante della Resistenza
italiana, delineando in nuce gli scenari che
distinsero in seguito l’Italia democratica.
Se avessero vinto i
nazifascisti...
È per tale ragione
che riteniamo inammissibile porre sullo stesso piano
i partigiani che combatterono il nazismo e i
“repubblichini” che invece condivisero il folle
progetto hitleriano mirante a creare un “nuovo
ordine mondiale”. Del resto, se oggi in Europa si
può discutere liberamente di questi argomenti e si
può parlare pro o contro l’esperienza resistenziale,
bisogna ringraziare soprattutto coloro che
sconfissero il nazifascismo.
A tal proposito, ci
sembra opportuno ricordare quanto a suo tempo disse,
durante un vivace dibattito televisivo, Vittorio
Foa, attivista antifascista ed esponente del
socialismo italiano, al senatore missino Giorgio
Pisanò, che aveva posto sullo stesso piano etico e
politico i fascisti e gli antifascisti: «Se
vincevate voi, io sarei ancora in prigione; poiché
abbiamo vinto noi, tu sei Senatore della Repubblica.
Questa è la differenza».
Ci auguriamo, quindi, che lo spirito democratico,
tanto sbandierato dalle forze politiche sia di
governo che di opposizione, prevalga sul revanscismo
fascista e che mai più si proponga una normativa
simile!
Giuseppe Licandro
(Nella foto:
manifesto realizzato dall'Anpi-Firenze in occasione
del 25 aprile 2009)
(www.excursus.org,
anno I,
n. 1, agosto 2009)
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