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Gioacchino Genchi,
vicequestore di Palermo, impegnato da sempre nella
lotta contro la criminalità, si è specializzato a
partire dagli anni Ottanta in un’insolita attività
investigativa: è diventato consulente telematico
delle Procure, curando l’individuazione dei tabulati
telefonici per conto degli inquirenti. In questo
lavoro ha acquisito un’enorme competenza, tanto da
ideare un programma per computer del tutto
particolare, che consente di confrontare celermente
le informazioni immesse con quelle già memorizzate e
di stabilire in tal modo interessanti relazioni tra
varie indagini.
Genchi,
tecnicamente, non ha ascoltato i discorsi delle
telefonate oggetto delle sue intercettazioni, ma ha
solo identificato i numeri telefonici e le utenze a
cui appartengono. Allora, perché sul vicequestore si
è abbattuta una vera e propria tempesta politica e
giudiziaria che lo ha messo alla gogna, obbligandolo
persino a presentarsi davanti al
Comitato Parlamentare
per la Sicurezza della
Repubblica per chiarire le attività
investigative finora svolte?
La Procura di Roma
ha aperto un’indagine su di lui per abuso d’ufficio
e violazione della privacy e gli ha
sequestrato il computer con i dati accumulati in
lunghi anni di lavoro.
Egli è stato anche
sospeso dal servizio due volte, la prima per aver
rilasciato un’intervista al settimanale Left,
la seconda per aver risposto su Facebook alle
critiche di un giornalista (dopo l’ultimo
provvedimento, la sospensione è diventata “a tempo
indeterminato”, sebbene solitamente non superi mai i
sei mesi).
È questo il
ringraziamento per un poliziotto che ha svolto con
bravura il proprio lavoro?
Non è che, per
caso, comparando i tabulati individuati in numerose
inchieste, Genchi ha finito per scoprire qualcosa di
scottante che era meglio non sapere?
Ad esempio, alcuni
personaggi, comparsi nel corso delle investigazioni
telefoniche – a cui Genchi collaborò – relative alla
strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, risultano
pure nelle telefonate intercettate durante
l’inchiesta “Why not”, istruita nel 2006 dall’ex
Procuratore di Catanzaro Luigi de Magistris, che si
è avvalso del prezioso contributo del vicequestore
palermitano.
Per conoscere
meglio le vicissitudini di questo bravo e scomodo
funzionario di pubblica sicurezza, invitiamo a
leggere Il caso Genchi. Storia di un uomo in
balia dello Stato (Aliberti Editore, pp. 988, €
19,90) di Edoardo Montolli, giornalista e scrittore.
Si tratta di un
voluminoso saggio-racconto, in cui l’autore
ricostruisce con lo stile tipico di un romanzo
noir la vita di Genchi e le sue principali
attività investigative, lasciando spazio anche ai
commenti personali del poliziotto, che vengono
riportati in corsivo per chiosare le tesi espresse
dall’autore e chiarire meglio la dinamica di alcune
indagini.
La lettura de Il
caso Genchi è davvero istruttiva, ma francamente
inquietante e, a tratti, anche faticosa, non certo
per lo stile narrativo, scorrevole e avvincente, ma
per la congerie di informazioni con cui si entra in
contatto e che non sempre si riesce a tenere bene a
mente. Sono tante, infatti, le vicende oscure e
intricate di cui si parla nel libro, con una serie
di collegamenti impensabili che, come ha scritto
Marco Travaglio nella Prefazione, «portano al
delitto Fortugno e alla strage di Duisburg, ma anche
all’affare Sme, al grande business miliardario delle
licenze per i telefonini umts, ai crac Cirio e
Parmalat, alle scalate dei furbetti e dei furboni
del quartierino all’Antonveneta, alla Bnl e al
Corriere della sera, allo scandalo degli spionaggi e
dei dossieraggi Telecom-Sismi».
Siamo di fronte, in
pratica, agli affari più loschi e misteriosi
accaduti nel Belpaese negli ultimi vent’anni! Basta,
del resto, dare un’occhiata all’Indice ragionato
dei personaggi e all’Indice dei
nomi (che occupano da soli oltre venti pagine
del volume) per capire la portata del libro scritto
da Montolli e la ragnatela pressoché infinita di
“relazioni pericolose” che esso svela. Ci si troverà
dentro un po’ di tutto: giornalisti, imprenditori,
magistrati, mafiosi, politici, prelati, ecc.
Lasciamo, tuttavia, ai lettori il piacere di
scoprire il ginepraio di intrecci e rimandi che il
testo propone, quasi si trattasse di un intrigante
“giallo”, nel quale però nulla è inventato, ma la
cui trama rispecchia fedelmente gli scandali della
Seconda Repubblica.
Vorremmo
soffermarci un momento sull’Epilogo del
libro, nel quale Montolli afferma di aver trascorso
«otto mesi a leggere carte, relazioni e tabulati,
cercando volti, nomi e tracce», confessando che «qui
dentro c’è solo una minima parte di ciò che ho visto
e letto e sentito da Genchi». L’autore spiega che
una delle ragioni che lo hanno spinto a scrivere il
libro è stata quella di narrare «un aneddoto che
l’uomo dei telefoni mi ha spifferato all’inizio dei
nostri incontri, e che mai in vita mia avrei creduto
davvero di sentire». Si tratta di un episodio
accaduto il 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage
di via D’Amelio, dal quale emerge la rettitudine
dell’«uomo dei telefoni» e il suo profondo senso di
umanità.
Mentre era in corso
un’operazione di polizia per trasferire una
moltitudine di boss mafiosi dal carcere palermitano
dell’Ucciardone al penitenziario dell’isola di
Pianosa, uno dei reclusi si sentì male, a causa
della temperatura elevata, dello stress fisico e
dell’età avanzata. Quel detenuto era Michele Greco,
detto “il papa”, uno dei capi storici di Cosa
nostra. Ecco, nella descrizione di Montolli, come si
comportò Genchi – egregiamente, a nostro avviso – in
quel delicato frangente: «Si avvicinò al vecchio.
Ordinò di togliergli le manette e lo staccò dal
gruppo. Lo trascinò in spalla fino a un muretto,
adagiandolo in un angolo, sopra a un rialzo,
riparato da un cono d’ombra. E gli diede
dell’acqua».
Greco si riprese
subito e ringraziò il poliziotto, tendendogli la
mano e chiedendogli chi fosse. Genchi, però, a quel
punto si ritrasse con fermezza e, indicandogli la
divisa, rivolse al boss queste dignitose parole:
«Noi non abbiamo un nome. Siamo lo Stato».
Sembra inverosimile
che un abile e scrupoloso poliziotto sia finito
sotto inchiesta e che il suo prezioso materiale sia
stato addirittura requisito dalla magistratura.
Fortunatamente il
Tribunale del Riesame ha annullato il sequestro,
sostenendo che le contestazioni mosse a Genchi sono
infondate e la Cassazione ha confermato questa
sentenza, respingendo il ricorso presentato dalla
Procura romana.
Il vicequestore
siciliano, però, non è stato ancora reintegrato in
servizio e resta il fondato dubbio che egli sia mal
tollerato da una parte di quelle istituzioni che ha
sempre servito con lealtà.
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno II, n. 8, marzo 2010)
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