Anno II             n. 8                    Marzo 2010

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Il "caso Genchi": perché

accanirsi su un detective

 di Giuseppe Licandro

 

Un volume pubblicato da Aliberti

 narra le traversie che ha vissuto

 il bravo vicequestore di Palermo

 per aver svolto indagini scottanti

 

 

  

 

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Gioacchino Genchi, vicequestore di Palermo, impegnato da sempre nella lotta contro la criminalità, si è specializzato a partire dagli anni Ottanta in un’insolita attività investigativa: è diventato consulente telematico delle Procure, curando l’individuazione dei tabulati telefonici per conto degli inquirenti. In questo lavoro ha acquisito un’enorme competenza, tanto da ideare un programma per computer del tutto particolare, che consente di confrontare celermente le informazioni immesse con quelle già memorizzate e di stabilire in tal modo interessanti relazioni tra varie indagini.

 

Genchi, tecnicamente, non ha ascoltato i discorsi delle telefonate oggetto delle sue intercettazioni, ma ha solo identificato i numeri telefonici e le utenze a cui appartengono. Allora, perché sul vicequestore si è abbattuta una vera e propria tempesta politica e giudiziaria che lo ha messo alla gogna, obbligandolo persino a presentarsi davanti al Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica per chiarire le attività investigative finora svolte?

La Procura di Roma ha aperto un’indagine su di lui per abuso d’ufficio e violazione della privacy e gli ha sequestrato il computer con i dati accumulati in lunghi anni di lavoro.

Egli è stato anche sospeso dal servizio due volte, la prima per aver rilasciato un’intervista al settimanale Left, la seconda per aver risposto su Facebook alle critiche di un giornalista (dopo l’ultimo provvedimento, la sospensione è diventata “a tempo indeterminato”, sebbene solitamente non superi mai i sei mesi).

 

È questo il ringraziamento per un poliziotto che ha svolto con bravura il proprio lavoro?

Non è che, per caso, comparando i tabulati individuati in numerose inchieste, Genchi ha finito per scoprire qualcosa di scottante che era meglio non sapere?

Ad esempio, alcuni personaggi, comparsi nel corso delle investigazioni telefoniche – a cui Genchi collaborò – relative alla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, risultano pure nelle telefonate intercettate durante l’inchiesta “Why not”, istruita nel 2006 dall’ex Procuratore di Catanzaro Luigi de Magistris, che si è avvalso del prezioso contributo del vicequestore palermitano.

 

Per conoscere meglio le vicissitudini di questo bravo e scomodo funzionario di pubblica sicurezza, invitiamo a leggere Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato (Aliberti Editore, pp. 988, € 19,90) di Edoardo Montolli, giornalista e scrittore.

Si tratta di un voluminoso saggio-racconto, in cui l’autore ricostruisce con lo stile tipico di un romanzo noir la vita di Genchi e le sue principali attività investigative, lasciando spazio anche ai commenti personali del poliziotto, che vengono riportati in corsivo per chiosare le tesi espresse dall’autore e chiarire meglio la dinamica di alcune indagini.

 

La lettura de Il caso Genchi è davvero istruttiva, ma francamente inquietante e, a tratti, anche faticosa, non certo per lo stile narrativo, scorrevole e avvincente, ma per la congerie di informazioni con cui si entra in contatto e che non sempre si riesce a tenere bene a mente. Sono tante, infatti, le vicende oscure e intricate di cui si parla nel libro, con una serie di collegamenti impensabili che, come ha scritto Marco Travaglio nella Prefazione, «portano al delitto Fortugno e alla strage di Duisburg, ma anche all’affare Sme, al grande business miliardario delle licenze per i telefonini umts, ai crac Cirio e Parmalat, alle scalate dei furbetti e dei furboni del quartierino all’Antonveneta, alla Bnl e al Corriere della sera, allo scandalo degli spionaggi e dei dossieraggi Telecom-Sismi».

 

Siamo di fronte, in pratica, agli affari più loschi e misteriosi accaduti nel Belpaese negli ultimi vent’anni! Basta, del resto, dare un’occhiata all’Indice ragionato dei personaggi e all’Indice dei nomi (che occupano da soli oltre venti pagine del volume) per capire la portata del libro scritto da Montolli e la ragnatela pressoché infinita di “relazioni pericolose” che esso svela. Ci si troverà dentro un po’ di tutto: giornalisti, imprenditori, magistrati, mafiosi, politici, prelati, ecc. Lasciamo, tuttavia, ai lettori il piacere di scoprire il ginepraio di intrecci e rimandi che il testo propone, quasi si trattasse di un intrigante “giallo”, nel quale però nulla è inventato, ma la cui trama rispecchia fedelmente gli scandali della Seconda Repubblica.

 

Vorremmo soffermarci un momento sull’Epilogo del libro, nel quale Montolli afferma di aver trascorso «otto mesi a leggere carte, relazioni e tabulati, cercando volti, nomi e tracce», confessando che «qui dentro c’è solo una minima parte di ciò che ho visto e letto e sentito da Genchi». L’autore spiega che una delle ragioni che lo hanno spinto a scrivere il libro è stata quella di narrare «un aneddoto che l’uomo dei telefoni mi ha spifferato all’inizio dei nostri incontri, e che mai in vita mia avrei creduto davvero di sentire». Si tratta di un episodio accaduto il 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via D’Amelio, dal quale emerge la rettitudine dell’«uomo dei telefoni» e il suo profondo senso di umanità.

 

Mentre era in corso un’operazione di polizia per trasferire una moltitudine di boss mafiosi dal carcere palermitano dell’Ucciardone al penitenziario dell’isola di Pianosa, uno dei reclusi si sentì male, a causa della temperatura elevata, dello stress fisico e dell’età avanzata. Quel detenuto era Michele Greco, detto “il papa”, uno dei capi storici di Cosa nostra. Ecco, nella descrizione di Montolli, come si comportò Genchi – egregiamente, a nostro avviso – in quel delicato frangente: «Si avvicinò al vecchio. Ordinò di togliergli le manette e lo staccò dal gruppo. Lo trascinò in spalla fino a un muretto, adagiandolo in un angolo, sopra a un rialzo, riparato da un cono d’ombra. E gli diede dell’acqua».

Greco si riprese subito e ringraziò il poliziotto, tendendogli la mano e chiedendogli chi fosse. Genchi, però, a quel punto si ritrasse con fermezza e, indicandogli la divisa, rivolse al boss queste dignitose parole: «Noi non abbiamo un nome. Siamo lo Stato».

 

Sembra inverosimile che un abile e scrupoloso poliziotto sia finito sotto inchiesta e che il suo prezioso materiale sia stato addirittura requisito dalla magistratura.

Fortunatamente il Tribunale del Riesame ha annullato il sequestro, sostenendo che le contestazioni mosse a Genchi sono infondate e la Cassazione ha confermato questa sentenza, respingendo il ricorso presentato dalla Procura romana.

Il vicequestore siciliano, però, non è stato ancora reintegrato in servizio e resta il fondato dubbio che egli sia mal tollerato da una parte di quelle istituzioni che ha sempre servito con lealtà.

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno II, n. 8, marzo 2010)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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