|
Cosa unisce sei
intellettuali del Novecento, tra loro così
dissimili, come Walter Benjamin, Jacques Derrida,
Michel Foucault, Martin Heidegger, Alexandre Kojève,
Carl Schmitt? Indubbiamente la genialità, non
disgiunta tuttavia da una certa dose di
avventatezza, che li ha spinti ad avventurarsi nei
meandri della politica, con risultati non sempre
apprezzabili.
Questa è la tesi
sostenuta dallo studioso statunitense Mark Lilla,
docente di Studi umanistici presso la Columbia
University e autore dell’interessante saggio Il
genio avventato. Heidegger, Schmitt, Benjamin,
Kojève, Foucault, Derrida e i tiranni moderni
(Baldini Castoldi Dalai, pp. 240, € 17,50).
Nella Prefazione
Lilla chiarisce che l’intento del suo scritto
consiste nel mostrare «cosa succede quando certi
individui e certi ingegni vengono a trovarsi
immischiati nel turbine della politica», senza per
questo voler «fornire ai lettori un pretesto per
liquidare tali figure come irresponsabili».
Heidegger e il
nazismo
Nel primo capitolo
Lilla affronta la dibattuta questione dei rapporti
intercorsi tra Heidegger e il nazionalsocialismo,
recentemente riproposta da Emmanuel Faye nel saggio
Heidegger. L’introduzione del nazismo nella
filosofia
(L’Asino d’Oro).
Come risaputo,
infatti, l’autore di Essere e tempo aderì nel
1933 al Partito nazionalsocialista, divenendo nel
contempo rettore dell’Università di
Friburgo.
Durante il suo
rettorato, durato appena un anno, Heidegger fece
destituire dall’insegnamento il chimico Hermann
Staudinger, in quanto pacifista, e denunciò
l’allievo Eduard Baumgarten, quale «assiduo
frequentatore dell’ebreo Eduard Fraenkel».
In seguito, pur non
partecipando attivamente alla vita politica, egli
non mancò di sostenere il regime hitleriano: per
queste ragioni nel Secondo dopoguerra fu allontanato
dall’insegnamento universitario, anche se venne poi
reintegrato nel 1949, grazie all’interessamento di
Karl Jaspers.
L’autore
ricostruisce con precisione la natura dei rapporti
intercorsi fra Heidegger e il nazismo, facendo
riferimento all’ampia letteratura che esiste
sull’argomento, in particolare agli scritti di
Victor Farìas, Hugo Hott, Emil Kettering, Gϋnther
Neske e Richard Wolin.
Dalla sua disamina
emerge la sostanziale contiguità che è esistita fra
le istanze metafisiche e tradizionalistiche del
pensiero heideggeriano e lo spirito nazionalistico e
antidemocratico del nazismo, sebbene il filosofo di
Messkirch non abbia lesinato le sue critiche al
modernismo e alla sociobiologia presenti
nell’ideologia nazionalsocialista.
Un’ampia parte del
capitolo è dedicata al complesso legame che
Heidegger stabilì con Jaspers (la cui amicizia,
tuttavia, s’incrinò dopo il 1933) e, soprattutto,
con Hannah Arendt, la quale fu sua allieva e, per
qualche tempo, anche sua amante: nonostante la
precoce rottura della relazione amorosa, egli
mantenne con la Arendt un rapporto di cordiale
amicizia che si protrasse fino alla morte di lei,
avvenuta nel 1975.
Lilla, facendo un
parallelo con le esperienze politiche di Platone a
Siracusa, ritiene che l’errore di Heidegger sia
consistito «nell’avere creduto per un momento che la
filosofia potesse guidare la politica», cioè
nell’aver confidato che «la determinazione nazista a
costruire una nuova nazione fosse compatibile con la
sua personale e più ambiziosa determinazione a
rifondare l’intera tradizione del pensiero
occidentale».
Le delazioni
compiute nei confronti di Baumgarten e Staudinger
gettano un’ombra indelebile sulla figura del
filosofo tedesco e, pur non compromettendo la
qualità delle sue riflessioni
ontologico-esistenziali, ne inficiano a nostro
avviso la statura morale.
Le controverse
idee politiche di Schmitt
Il secondo capitolo
è dedicato a Carl Schmitt (1894-1985), uno dei
maggiori pensatori politici del Novecento, che aderì
al partito nazista nel 1933 e divenne per qualche
anno il «consulente legale» del regime hitleriano.
Secondo Lilla,
l’adesione di Schmitt al nazismo non fu
superficiale, come quella di altri intellettuali
dell’epoca, dato che egli assunse incarichi
impegnativi e assolse «un ruolo di supporter
ufficiale del regime nazista», difendendo l’operato
di Hitler e giustificando le leggi antisemite
introdotte in Germania negli anni Trenta.
Le sue funzioni
all’interno del sistema politico tedesco, però,
andarono scemando a partire dal 1936, allorché fu
accusato da altri giuristi nazisti di essere
eccessivamente moderato.
Il ritiro dalla vita
politica salvò Schmitt, nel Secondo dopoguerra,
dalle ritorsioni sovietiche e americane: egli
trascorse diciotto mesi in un campo di prigionia, fu
in seguito processato a Norimberga, ma infine venne
assolto e si ritirò a Plettemberg, sua città natale.
A poco a poco il suo
pensiero venne rivalutato ed egli, negli ultimi anni
di vita, ottenne riconoscimenti vari, incontrando
noti intellettuali di area liberale come Raymond
Aron.
La riscoperta di
Schmitt è spiegabile, secondo Lilla, in base a due
ragioni: «Una è che le sue preoccupazioni politiche
– la sovranità, l’unità nazionale, la stabilità
costituzionale, la guerra, i pericoli che derivano
dall’ignorare l’inimicizia delle nazioni – sono
tornate al centro del dibattito politico europeo.
Un’altra è che Schmitt è uno dei pochi teorici
politici tedeschi del Novecento interessati a tali
questioni e l’unico grande attivo nel dopoguerra».
La destra
conservatrice ha visto in lui il critico della
democrazia, condividendone la tesi secondo cui «i
principi su cui si basa il liberalismo [...] siano
finzioni e che i reali fondamenti della vita
politica di una nazione [...] siano illiberali». Ma
anche la sinistra radicale ha usato le
argomentazioni presenti nelle opere del filosofo
tedesco (Teologia politica, Il concetto
del politico, Dottrina della costituzione,
Legalità e legittimità), dato che «la sua
critica del parlamentarismo [...] smaschera il
dominio nelle società liberali».
Lilla si sofferma ad
analizzare i cardini della teoria politica
schimittiana, in particolare il binomio
«amico-nemico», il «decisionismo» e i risvolti
teologici, che nell’era della globalizzazione gli
sembrano essere tornati di attualità.
I conflitti
interetnici, tipici della società post-moderna,
hanno riproposto, infatti, lo scontro tra popoli
preconizzato da Schmitt; la spettacolarizzazione
della politica, indotta dai mass-media, ha
rilanciato il ruolo del capo, esaltato dal pensatore
tedesco; il ritorno del fondamentalismo religioso ha
ridato fiato alle istanze teologiche presenti nei
suoi scritti.
Lo studioso
statunitense teme, tuttavia, che la riscoperta di
Schmitt racchiuda un’insidia politica non
trascurabile, in quanto «molti sono quelli che
esibiscono la sua stessa avversione alla società
liberale, e come lui auspicano appassionatamente un
nuovo ordinamento». Un timore – riteniamo – senz’altro
condivisibile.
Benjamin: tra
messianesimo e marxismo
Nel terzo capitolo
lo studioso statunitense prende in considerazione la
figura di Walter Benjamin (1892-1940), filosofo e
critico letterario tedesco, morto suicida mentre
tentava di fuggire dalla Francia invasa dai nazisti.
Benjamin, da
giovane, aveva manifestato interesse per il
movimento sionista e si era dedicato, sotto
l’influsso di Gershom Scholem, allo studio della
tradizione mistica ebraica.
La prima fase della
sua attività filosofica fu animata dalla ricerca di
un fondamento epistemologico che permettesse di
superare il dualismo kantiano tra fenomeno e noumeno
e rendesse «l’esperienza religiosa logicamente
possibile».
La componente
mistico-religiosa segnò anche i suoi primi scritti
letterari (tra cui l’importante Saggio su Le
affinità elettive di Goethe) ed egli si
avvicinò per breve tempo al vitalismo
irrazionalistico di George Sorel, cominciando a
interessarsi di questioni politiche.
La svolta della sua
vita avvenne nel 1923, quando si trasferì a
Francoforte per conseguire l’abilitazione
all’insegnamento universitario. Qui ebbe modo di
conoscere Theodor Adorno, Ernst Bloch ed Erich Fromm
e si accostò al marxismo, al quale aderì formalmente
a partire dal 1924, anno in cui si legò
sentimentalmente alla regista teatrale russa Asja
Lacis, che in seguito gli fece conoscere Bertolt
Brecht.
Benjamin, pur non
essendo iscritto al Partito comunista tedesco,
divenne un “intellettuale organico” e non sollevò
obiezioni sulla politica repressiva intrapresa in
quel periodo da Stalin, collaborando attivamente
all’Istituto per la ricerca sociale diretto da Max
Horkheimer ed entrando a far parte dei ranghi della
Scuola di Francoforte.
Nel 1933 si trasferì
a Parigi, dove si dedicò alla stesura di importanti
saggi come L’opera d’arte nell’epoca della sua
riproducibilità tecnica o come l’incompiuta I
«Passages» di Parigi, continuando a scrivere per
la rivista
Zeitschrift für Sozialforschung,
organo ufficiale del gruppo francofortese.
La rottura di Benjamin con il regime sovietico
avvenne poco prima della sua tragica morte, quando
respinse il Patto di non aggressione russo-tedesco,
stipulato nel 1939, che, a parere di Lilla,
«infranse finalmente ogni sua possibile illusione
sulla missione redentrice del comunismo». Il suo
disappunto si manifestò chiaramente nell’ultimo dei
suoi scritti,
Tesi di filosofia della storia,
animato da una rinnovata tensione apocalittica.
Proprio l’istanza messianica, sempre presente nella
sua produzione filosofico-letteraria, serve a
spiegare la contraddizione che ha distinto il
pensiero di Benjamin, cioè il suo oscillare tra
teologia e materialismo storico. Secondo Lilla, del
resto, «tutti i movimenti e i pensatori messianici
sono uniti da una pericolosa tendenza “ad accelerare
la fine” nell’intento di ottenere qui, sulla terra,
quanto ci è stato promesso nel regno dei cieli».
Le concessioni fatte dal filosofo tedesco al
totalitarismo stalinista, in verità, si sono
limitate all’attesa di un nuovo ordine
socio-politico che ponesse fine alle ingiustizie del
mondo, senza un coinvolgimento diretto nell’agone
politico, e la sua adesione al marxismo si è
innestata dentro una lettura teleologica del
divenire storico, nel quale, come egli scrisse
concludendo le
Tesi di filosofia della storia,
«ogni istante e ogni secondo sono la stretta porta
da cui può entrare il Messia».
La «fine della Storia» secondo Kojève
Nella quarta parte de
Il genio avventato
si parla di Alexandre Kojève (1902-1968), filosofo
francese di origini russe, che fu affascinato dal
comunismo sovietico, sebbene la sua simpatia verso
Stalin si possa spiegare con motivazioni prettamente
teoretiche, legate a un’originale e, per molti
versi, fuorviante interpretazione della storia in
chiave hegeliana.
Kojève,
nato in una facoltosa famiglia moscovita, divenne
comunista subito dopo la Rivoluzione d’Ottobre, ma a
diciassette anni preferì fuggire all’estero,
laureandosi a Heidelberg sotto la guida di Jaspers e
stabilendosi poi a Parigi a partire dal 1926.
Con
l’aiuto
dell’amico filosofo Alexandre Koyrè, egli iniziò a
insegnare presso l’École Pratique des Hautes Études,
dedicandosi alla divulgazione del pensiero
hegeliano.
Particolarmente
importante fu il seminario da lui tenuto nel 1933
sulla Fenomenologia dello spirito di
Hegel, che, secondo Lilla, «ha influenzato in
maniera significativa lo scenario intellettuale
francese del Ventesimo secolo».
Nelle
conferenze degli anni Trenta, poi pubblicate nel
volume Introduction à la lecture de Hegel,
Kojève approfondì uno dei temi centrali della
Fenomenologia hegeliana, cioè la «dialettica
servo-padrone», che ruota attorno al conflitto e al
reciproco riconoscimento tra proprietari e
lavoratori, anticipando in parte il materialismo
storico-dialettico di Marx.
Il
filosofo russo-francese ha fatto propria la visione
dialettica e oggettiva della Storia sostenuta da
Hegel, convincendosi, a parere di Lilla, che
«l’intero mondo sviluppato muovesse [...] verso una
società burocratica razionalmente organizzata priva
di distinzioni di classe». Ecco spiegato perché il
comunismo sovietico gli apparve come il punto di
approdo ineluttabile della civiltà umana, da
accettarsi nonostante le storture evidenti!
In lui
si manifestò anche la convinzione che il percorso
storico fosse giunto al suo culmine, precorrendo la
tesi – francamente opinabile – elaborata in seguito
da Francis Fukuyama intorno alla «fine della Storia»
indotta dalla globalizzazione.
Nel
Secondo dopoguerra Kojève cambiò in parte la sua
collocazione politica, sostenendo l’Europa quale
polo intermedio che fungesse da tramite tra le
superpotenze.
La
svolta fu determinata dal fatto che il filosofo
divenne consulente del Ministero delle Finanze del
Governo Francese per le relazioni economiche con
l’estero, incarico che mantenne fino alla morte.
Secondo Lilla, «la strategia di Kojève mirava a
creare una terza forza, unificando l’Europa, e [...]
costituendo una sorta di “impero latino”,
all’interno del quale la Francia avrebbe svolto il
ruolo di primus inter pares».
Rimase
comunque in lui ferma la convinzione che il
comunismo sovietico fosse una tappa necessaria verso
l’unificazione e la pacificazione dell’umanità,
suscitando le obiezioni dell’amico Leo Strauss che,
nel saggio La tirannide del 1948, gli
ricordò come l’utopica società da lui auspicata non
fosse altro che «lo stato in cui la base
dell’umanità si inaridisce o nel quale l’uomo perde
la sua umanità».
Le
«esperienze-limite» di Foucault
Più
convulsa appare la vicenda biografia di Michel
Foucault (1926-1984), di cui Lilla parla nel quinto
capitolo del suo volume. Risultano, infatti, di
difficile comprensione le ragioni che spinsero
Foucault, negli anni Settanta, a farsi portavoce di
istanze politiche assai radicali, che sconfinarono
nell’apologia della violenza rivoluzionaria.
Nato a
Parigi da un’agiata famiglia borghese, egli si
accostò alla filosofia nel Secondo dopoguerra e si
iscrisse alla École Normale Supérieure, denotando
però un’indole ribelle, con seri problemi
psicologici che lo spinsero persino a tentare il
suicidio.
Lilla,
riprendendo quanto asserito da James Miller nella
biografia del filosofo francese, ritiene che «il
motivo delle sofferenze di Foucault risiedeva in
un’omosessualità mal vécue», ma che fossero
anche dovute al fascino su lui esercitato dalle
cosiddette «esperienze-limite» (erotismo, follia,
droga, sadomasochismo e suicidio).
Nonostante un breve periodo di militanza nel Partito
Comunista Francese, Foucault non nutrì da giovane
particolare interesse per la politica attiva e,
secondo Lilla, «ebbe poco da spartire con il
marxismo e lo stalinismo degli anni Cinquanta»,
subendo piuttosto l’influsso della filosofia di
Nietzsche e della psicanalisi di Jacques Lacan.
Dopo
aver vissuto per qualche anno in Svezia, in Polonia e in Germania, il filosofo rientrò in patria, dove
ottenne un enorme successo con la pubblicazione, nel
1961, della sua maggiore opera, Storia della
follia nell’età classica, cui fecero seguito
altri importanti saggi come Nascita della clinica
e Le parole e le cose, caratterizzati
da quella che Lilla definisce «una sorta di anarchia
psicologico-morale».
In
seguito ad un breve soggiorno in Tunisia, Foucault
ritornò a Parigi in seguito alla rivolta degli
studenti nel maggio del 1968 ed ebbe così inizio una
fase del tutto inedita della sua esistenza, che fu
segnata da un notevole impegno politico: Lilla ci
ricorda che, in quel periodo, egli «firmava
manifesti, prendeva parte alle dimostrazioni e
lanciava pietre contro i poliziotti». Fu negli anni
Settanta che il filosofo si avvicinò alla Gauche
Prolétarienne, un gruppo politico d’ispirazione
maoista che teorizzava il ricorso alla «giustizia
popolare» e alla violenza di massa.
Negli
ultimi anni di vita Foucault, pur attenuando il suo
credo rivoluzionario, fu presente nella scena
politica francese, sostenendo i popoli in lotta
contro l’oppressione imperialistica, anche se finì
per interessarsi in prevalenza di problematiche
legate alla vita individuale, come dimostra l’ultima
sua opera in tre volumi, La storia della
sessualità.
Lilla,
sempre sulla base di quanto riportato da Miller,
ritiene che dietro l’estremismo politico di Foucault
«vi fosse la sua morbosa attrazione per le
“esperienze-limite”» e che il suo impegno militante,
in fondo, non fosse altro che una proiezione dei
«demoni interiori» da cui era stato ossessionato fin
da giovane.
Le
sfumature teologiche di Derrida
Il sesto
capitolo prende in esame la figura e l’opera di
Jacques Derrida (1930-2004), padre del
decostruzionismo, che a differenza di altri
intellettuali francesi si è completamente tenuto
alla larga dalla politica, almeno fino al 1989.
Egli ha
lavorato a lungo
alla École des
Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi,
alternando questa attività a periodi di insegnamento
in alcune università statunitensi. Quando
la sua stella è tramontata in Francia, le sue idee
hanno continuato a circolare negli Usa, in quello
che Lilla definisce «postmodernismo accademico», un
orientamento culturale di tipo sincretico, che ha
portato alla commistione di Derrida con pensatori
disparati come Adorno, Baudrillard, Benjamin,
Deleuze, Foucault, Lyotard.
La sua
formazione culturale ha subito l’influsso delle
teorie strutturalistiche diffuse negli anni
Cinquanta e Sessanta in Francia soprattutto
dall’antropologo Claude Lévi-Strauss, il quale ha
focalizzato i suoi studi sulle civiltà extraeuropee,
sostenendo la relatività dei valori etico-politici e
asserendo, in antitesi all’umanesimo marxista e
all’esistenzialismo, che i processi storici
dipendono da strutture relazionali e da forze
sociali oggettive.
Altro
riferimento importante per Derrida è stato
Heidegger, anche se egli ha finito con
l’oltrepassare l’orizzonte metafisico entro il quale
si è mosso il “mago di Messkirch”, ripudiando il
«logocentrismo» su cui si è edificata la tradizione
filosofica occidentale.
Negli
anni Novanta, tuttavia, Derrida si è improvvisamente
accostato alla politica, pubblicando diversi saggi (Oggi
l’Europa, Spettri di Marx, Politica
dell’amicizia, Moscou aller-retour), nei
quali ha attaccato, come ricorda Lilla, «la “nuova
Internazionale” del capitalismo globale e dei media
che hanno egemonizzato il mondo».
Derrida,
pur sostenendo il valore convenzionale della legge e
del diritto, ha affermato in questi scritti,
alquanto contraddittoriamente, che «esiste un
concetto chiamato giustizia che si colloca “al di
fuori e al di là della legge”». Questa «idea
infinita di giustizia», non ancora realizzatasi
sulla Terra, rimanda a una dimensione “altra” e
presuppone l’esistenza di un Messia che può renderne
effettivo il compimento nel mondo. Compito del
decostruzionista è appunto quello di preparare
l’avvento della futura giustizia terrena.
Negli
ultimi scritti Derrida ha recuperato il pensiero di
Marx, soprattutto la «promessa messianica» presente
nella sua visione del mondo, criticando la
democrazia liberale in quanto «indefinitamente
perfettibile, e dunque sempre insufficiente e
futura».
Lilla
ironizza con le «curiose sfumature teologiche
dell’ultimo Derrida», ritenendole comunque
«incompatibili con i principi liberali».
Nonostante Lilla abbia espresso sui filosofi da lui
presi in esame – soprattutto su Benjamin, Foucault e
Derrida – giudizi non sempre condivisibili, Il
genio avventato costituisce comunque un saggio
molto stimolante, che induce il lettore a riflettere
sul rapporto tra intellettuali e potere nel XX
secolo, ammonendolo sui pericoli insiti in quella
che l’autore, nella Postfazione, definisce
«la tentazione di cedere al fascino di un’idea»,
cioè di «permettere alla passione di accecarci con
il suo potenziale tirannico».
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno II, n. 13, agosto 2010)
|