Anno III             n. 19                   Febbraio 2011

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Le terribili sofferenze

 delle donne nei lager

 di Giuseppe Licandro

 

In un testo edito da ScriptaWeb

 Alexia Giustini prende in esame

 la presenza femminile nei campi

 di detenzione del Terzo Reich

 

  

 

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La presenza femminile nei lager nazisti non è stata oggetto in passato di particolari attenzioni, né si è riscontrata all’interno della memorialistica concentrazionaria, almeno in Italia, una significativa produzione di scritti sulle donne, se si escludono i libri di Giuliana Tedeschi (Questo povero corpo, Editrice Italiana; C’è un punto della terra..., La Giuntina), un’insegnante di origine ebraica, tra i pochi sopravvissuti del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

 

Questa lacuna è stata recentemente colmata da alcuni lavori di ricerca, che hanno focalizzato il proprio interesse sulle condizioni delle detenute nei campi di concentramento. Tra questi ricordiamo: La deportazione femminile nei lager nazisti (Franco Angeli) a cura di Lucio Monaco; Essere donne nel lager (La Giuntina) a cura di Alessandra Chiappano; Le donne e la Shoah (Avagliano Editore) di Giovanna De Angelis; Come una rana d’inverno (Bompiani) di Daniela Padoan.

 

I tormenti delle donne nei lager

Uno tra i testi più esaustivi sull’argomento è stato scritto di recente da Alexia Giustini, dottoranda in Filosofia e Teoria delle Scienze Umane presso l’Università “Roma Tre”, autrice del libro on line La corporeità femminile nell’universo concentrazionario nazista (ScriptaWeb, pp. 80, € 19,00), la quale nella Presentazione spiega che «il saggio, pur muovendosi da un’inevitabile e necessaria presentazione storica della Shoah, si pone in un’ottica squisitamente filosofica, senza tralasciare la dimensione strettamente letteraria della testimonianza».

 

L’assunto da cui prende le mosse la Giustini è una frase di Giuliana Tedeschi, riportata in Come una rana d’inverno di Padoan, in cui si sostiene che «la lettura del Lager fatta da una donna è completamente diversa, nello spirito, da quella fatta da un uomo», sulla base della tesi che «le donne abbiano subito traumi superiori a quelli sopportati dagli uomini». L’affermazione può apparire discutibile, almeno se rapportata alla testimonianza delle atroci sofferenze patite dagli uomini internati ad Auschwitz, che Primo Levi ha fornito in due suoi capolavori narrativi: Se questo è un uomo (Einaudi) e I sommersi e i salvati (Einaudi).

 

Tuttavia, a ben riflettere, l’argomentazione non appare affatto peregrina, se si considera la regressione a uno stadio primitivo subita dai prigionieri nei lager, dove s’instaurava una sorta di “guerra di tutti contro tutti” nella quale i più forti e aggressivi tendevano a prevaricare gli individui più deboli fisicamente o meno votati alla competizione per sopravvivere. Come ha rilevato lucidamente lo stesso Levi in Se questo è uomo, infatti, «la legge del lager diceva: “Mangia il tuo pane e, se puoi, quello del tuo vicino”, e non lasciava posto per la gratitudine».  

 

Sebbene le generalizzazioni siano sempre da evitare, giacché ogni individuo tende a fornire risposte diverse agli stimoli provenienti dall’ambiente circostante, tuttavia ci pare plausibile che le donne abbiano patito mediamente più degli uomini la rigidissima disciplina dei lager, perché non erano in grado di resistere a lungo al genere di vita infernale imposto dai carcerieri. In più, esse furono spesso sottoposte a tormenti anche più gravosi di quelli inflitti ai maschi, dovendo subire anche violenze sessuali, aborti coatti e uccisioni dei figli neonati.

 

L’odio nazista contro le ebree

Se in passato le donne hanno narrato meno degli uomini le proprie esperienze concentrazionarie è perché, a detta della Giustini, «è mancata una determinazione collettiva e pubblica a dare un senso e un valore alla loro memoria». A partire dagli anni Settanta, secondo l’autrice, il femminismo e i nuovi orientamenti della ricerca storiografica, più attenta alle vicende personali anziché soltanto ai grandi eventi politico-militari, «hanno restituito alla storia le voci degli esclusi dal processo sociale».

 

La riscoperta delle memorie delle donne sopravvissute ai lager, ha arricchito le fonti a disposizione, permettendo «di vedere nella vicenda femminile, legata alla persecuzione e al genocidio, un ulteriore aspetto della ideologia nazifascista, capace di restituire un quadro più completo della Shoah e della deportazione».

 

L’ideologia nazifascista prevedeva il connubio tra razzismo e sessismo, nel senso che, pur rispettando formalmente le donne “ariane”, i nazisti le giudicavano comunque inferiori ai maschi della stessa “razza”, considerandole un mero strumento riproduttivo e relegandole al semplice ruolo di mogli e madri, in posizione del tutto subalterna.

 

Allo stesso modo il disprezzo nutrito nei confronti delle donne “non ariane” dai nazisti risultò maggiore rispetto all’odio riservato ai maschi di “altre razze”, con i quali essi comunque dovettero confrontarsi e competere sul piano militare e politico. L’odio razziale si concentrò in particolare contro le donne ebree «in quanto “generatrici di razza”» e fu anche per questo motivo che i nazisti furono più spietati con loro.

 

Il sistema concentrazionario del Terzo Reich

Nella seconda parte del suo saggio la Giustini parla del sistema concentrazionario del Terzo Reich, distinguendo varie tipologie di lager: «campi di concentramento, campi per il lavoro obbligatorio, campi di sterminio e campi di raccolta e di transito».

 

I campi di concentramento (denominati “KZ” o “KL”) sorsero in Germania nel 1933 per relegarvi gli oppositori politici e i soggetti considerati antisociali. Nel 1942 queste strutture diventarono una riserva di manodopera per sostenere lo sforzo bellico, con la diffusione dei lavori forzati e l’inasprimento delle condizioni di vita. Analoghi tipi di lager furono istituiti all’inizio della Seconda guerra mondiale nei territori occupati dalle armate nazifasciste, in particolare nell’Est europeo.

 

In Polonia furono impiantati, dal 1941 al 1943, i principali campi di sterminio (detti “VL”), appositamente predisposti per realizzare la Soluzione Finale del problema ebraico (Chelmo, Belzec, Majdanek, Sobibór, Treblinka). Si stima che, in appena due anni di attività, nei lager polacchi siano stati trucidati circa 1.700.000 ebrei!

 

Un discorso a parte va fatto per il sistema carcerario di Auschwitz, il quale comprendeva tre lager principali e 39 sottocampi, venendo utilizzato, nello stesso tempo, sia come luogo di lavoro che di sterminio: vi trovarono la morte circa un milione di persone, che vennero perlopiù sterminate nella struttura concentrazionaria ubicata a Birkenau.   

 

Dopo il 1942 le esigenze belliche scatenarono quella che l’autrice definisce «la caccia agli schiavi di Hitler»: milioni di persone furono deportate nei lager e costrette a lavorare anche sedici ore al giorno, malnutrite, maltrattate e in condizioni igienico-sanitarie pessime.

Ciò provocò un alto tasso di mortalità tra i detenuti e un continuo ricambio della manodopera. Un trattamento assai duro fu riservato, dopo la caduta del Fascismo e l’armistizio dell’8 settembre 1943, ai prigionieri italiani, in quanto essi, essendo considerati traditori, andarono «ad occupare [...] i gradini più bassi della gerarchia sociale del campo».

 

I maltrattamenti e le umiliazioni inferte agli internati innescarono in tempi brevi «un processo di deumanizzazione», determinandone la perdita dell’identità e della dignità umana: «Ad essere rubata dalle SS è soprattutto l’individualità e la personalità dei prigionieri e delle prigioniere». Il recluso, pertanto, si reificava, assumendo le sembianze di «un oggetto-cavia neutro, [...] manovrabile e manipolabile indiscriminatamente».

 

In questo tragico contesto molte donne divennero vittime di insulti e oltraggi, anche da parte della popolazione civile. Racconta, a tal proposto, Edith Bruck in Chi ti ama così (Lerici): «Ci portavano spesso a disinfettarci [...] e dovevamo attendere per lunghe ore in fila, nude, il nostro turno. Nel frattempo i giovani tedeschi si divertivano a punzecchiarci il sedere con le canne dei fucili, oppure sputavano sui nostri capezzoli».

 

Sui prigionieri venivano, inoltre, eseguite sperimentazioni mediche pazzesche e brutali, dettate dalle ossessioni eugenetiche distintive dell’ideologia nazista. Ad Auschwitz e Ravensbrück, molte detenute ebree e rom furono «sottoposte a crudeli esperimenti, destinati a migliorare i metodi di sterilizzazione di massa», mentre altre vennero usate addirittura come cavie umane per provare l’efficacia di alcuni farmaci, dopo essere state artificialmente infettate con colture di bacilli!

 

La resistenza delle donne

Molte prigioniere escogitarono sistemi di autodifesa per cercare di attutire la violenza esercitata contro di loro. Alcune divennero collaboratrici degli aguzzini, trasformandosi in Blokove, cioè vigilanti dell’ordine nelle baracche; altre accettarono di prostituirsi, perché, vendendo il proprio corpo, speravano di prolungare a lungo la propria triste esistenza. La maggior parte, tuttavia, fece ricorso a tre fondamentali tecniche di sopravvivenza: 1) stabilire vincoli personali con qualcuno; 2) aggrapparsi al passato, dando libero sfogo alla fantasia; 3) continuare a curare la propria persona.

 

La Giustini parla della capacità che talune internate ebbero di «creare famiglie putative dopo la perdita dei propri cari» e riporta la testimonianza della citata Tedeschi, la quale fu sostenuta nei momenti di maggior sofferenza da Zilly, una detenuta più anziana di lei che la prese sotto la propria custodia. Il fenomeno, comunque, non fu generalizzato e non divenne una regola per tutti, anche perché nei lager amicizia e solidarietà si manifestarono «solo in piccola misura e in caso di necessità».

 

Utili alla sopravvivenza si dimostrarono anche i contegni assunti da quelle detenute che curarono «il ricordo di ciò che si faceva e si era prima di varcare i cancelli del campo» (scambiandosi, ad esempio, ricette di cucina o parlando del proprio precedente lavoro) oppure fecero costante uso di cosmetici improvvisati (ottenuti mischiando gesso e olio o semplicemente adoperando la margarina come crema) e presero l’abitudine di addobbarsi con rudimentali spille di legno e bigodini di fil di ferro. Fu così che parecchie di loro, migliorando il proprio aspetto fisico, riuscirono sia «a superare la selezione», sia «ad arginare la perdita del senso di sé».

 

La Giustini è convinta che parecchie donne seppero opporsi efficacemente, attraverso una forma di resistenza passiva, all’«apoteosi della biopolitica» e al «delirio di onnipotenza» che spinsero i nazisti a tramutare i campi di prigionia in una sorta di “inferno dantesco”, nel quale molti reclusi tendevano ben presto a trasformarsi – secondo la nota definizione fornita da Levi – in «mussulmani», ossia in esseri totalmente estraniati ed emarginati, destinati ad essere rapidamente selezionati e inviati alle camere a gas.

 

Perché bisogna ricordare

Nella parte finale del suo saggio, la Giustini racconta il suo incontro avvenuto nel giugno scorso, presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma, con la militante antifascista Vera Michelin Salomon, che nel 1944 fu internata, assieme all’amica Enrica Filippini-Lera, prima a Dachau e poi ad Aichach, un penitenziario femminile situato in Alta Baviera, dove nella primavera del 1945 fu liberata grazie all’arrivo delle truppe alleate.

 

La Salomon ha parlato a lungo della sua detenzione e del durissimo regime carcerario a cui fu sottoposta dalle SS, che la Giustini così descrive in sintesi: «sveglia all’alba, colazione con acqua sporca e una fetta di pane, [...] pranzo e cena a base di zuppa acquosa fatta di rape e poi il lavoro [...] fatto di dodici ore consecutive, trascorse nei terreni circostanti il carcere-fortezza a lavorare la terra, senza rivolgersi mai la parola, perché era proibito».

 

Nel campo di Aichach, Vera ha vissuto quella che l’autrice definisce «un’esperienza ai limiti dell’umano», nella quale le detenute, abbrutite e ridotte a uno stato pressoché larvale, erano persino incapaci di lamentarsi e andavano incontro alla morte con sollievo: nel campo, perciò, «si moriva senza urli, semplicemente si scompariva senza far rumore».

 

Nelle Conclusioni, la Giustini spiega le ragioni per le quali non bisogna mai dimenticare l’Olocausto, continuando a perpetuarne la memoria tra le giovani generazioni, e cita un significativo brano di Paul Ricœur – che sottoscriviamo appieno – tratto dal saggio Ricordare, dimenticare, perdonare (il Mulino), in cui si parla del nesso tra passato e presente: «Se non bisogna dimenticare è anzitutto per resistere all’universale rovina che minaccia le tracce stesse lasciate dagli eventi [...]. Ma, fra queste tracce, ci sono anche le ferite inflitte alle sue vittime dal corso violento della storia: se non bisogna dimenticare è quindi anche, e forse soprattutto, per continuare ad onorare le vittime della violenza storica».

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno III, n. 19, febbraio 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

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