|
La presenza
femminile nei lager nazisti non è stata oggetto in
passato di particolari attenzioni, né si è
riscontrata all’interno della memorialistica
concentrazionaria, almeno in Italia, una
significativa produzione di scritti sulle donne, se
si escludono i libri di Giuliana Tedeschi (Questo
povero corpo, Editrice Italiana; C’è un
punto della terra..., La Giuntina),
un’insegnante di origine ebraica, tra i pochi
sopravvissuti del campo di sterminio di
Auschwitz-Birkenau.
Questa lacuna è stata recentemente
colmata da alcuni lavori di ricerca, che hanno
focalizzato il proprio interesse sulle condizioni
delle detenute nei campi di concentramento. Tra
questi ricordiamo: La deportazione femminile nei
lager nazisti (Franco Angeli) a cura di Lucio
Monaco; Essere donne nel lager (La Giuntina)
a cura di Alessandra Chiappano; Le donne e la
Shoah (Avagliano Editore) di Giovanna De
Angelis; Come una rana
d’inverno (Bompiani) di Daniela Padoan.
I tormenti delle
donne nei lager
Uno tra i testi più
esaustivi sull’argomento è stato scritto di recente
da Alexia Giustini, dottoranda in Filosofia e Teoria
delle Scienze Umane presso l’Università “Roma Tre”,
autrice del libro on line La corporeità femminile
nell’universo concentrazionario nazista (ScriptaWeb,
pp. 80, € 19,00), la quale nella Presentazione
spiega che «il saggio, pur muovendosi da
un’inevitabile e necessaria presentazione storica
della Shoah, si pone in un’ottica squisitamente
filosofica, senza tralasciare la dimensione
strettamente letteraria della testimonianza».
L’assunto da cui
prende le mosse la Giustini è una frase di Giuliana
Tedeschi, riportata in Come una rana d’inverno
di Padoan, in cui si sostiene che «la lettura
del Lager fatta da una donna è completamente
diversa, nello spirito, da quella fatta da un uomo»,
sulla base della tesi che «le donne abbiano subito
traumi superiori a quelli sopportati dagli uomini».
L’affermazione può apparire discutibile, almeno se
rapportata alla testimonianza delle atroci
sofferenze patite dagli uomini internati ad
Auschwitz, che Primo Levi ha fornito in due suoi
capolavori narrativi: Se questo è un uomo
(Einaudi) e I sommersi e i salvati (Einaudi).
Tuttavia, a ben
riflettere, l’argomentazione non appare affatto
peregrina, se si considera la regressione a uno
stadio primitivo subita dai prigionieri nei lager,
dove s’instaurava una sorta di “guerra di tutti
contro tutti” nella quale i più forti e aggressivi
tendevano a prevaricare gli individui più deboli
fisicamente o meno votati alla competizione per
sopravvivere. Come ha rilevato lucidamente lo stesso
Levi in Se questo è uomo, infatti, «la legge
del lager diceva: “Mangia il tuo pane e, se puoi,
quello del tuo vicino”, e non lasciava posto per la
gratitudine».
Sebbene le
generalizzazioni siano sempre da evitare, giacché
ogni individuo tende a fornire risposte diverse agli
stimoli provenienti dall’ambiente circostante,
tuttavia ci pare plausibile che le donne abbiano
patito mediamente più degli uomini la rigidissima
disciplina dei lager, perché non erano in grado di
resistere a lungo al genere di vita infernale
imposto dai carcerieri. In più, esse furono spesso
sottoposte a tormenti anche più gravosi di quelli
inflitti ai maschi, dovendo subire anche violenze
sessuali, aborti coatti e uccisioni dei figli
neonati.
L’odio nazista
contro le ebree
Se in passato le
donne hanno narrato meno degli uomini le proprie
esperienze concentrazionarie è perché, a detta della
Giustini, «è mancata una determinazione collettiva e
pubblica a dare un senso e un valore alla loro
memoria». A partire dagli anni Settanta, secondo
l’autrice, il femminismo e i nuovi orientamenti
della ricerca storiografica, più attenta alle
vicende personali anziché soltanto ai grandi eventi
politico-militari, «hanno restituito alla storia le
voci degli esclusi dal processo sociale».
La
riscoperta delle memorie delle donne sopravvissute
ai lager, ha arricchito le fonti a disposizione,
permettendo «di vedere nella vicenda femminile,
legata alla persecuzione e al genocidio, un
ulteriore aspetto della ideologia nazifascista,
capace di restituire un quadro più completo della
Shoah e della deportazione».
L’ideologia
nazifascista prevedeva il connubio tra razzismo e
sessismo, nel senso che, pur rispettando formalmente
le donne “ariane”, i nazisti le giudicavano comunque
inferiori ai maschi della stessa “razza”,
considerandole un mero strumento riproduttivo e
relegandole al semplice ruolo di mogli e madri, in
posizione del tutto subalterna.
Allo stesso modo il
disprezzo nutrito nei confronti delle donne “non
ariane” dai nazisti risultò maggiore rispetto
all’odio riservato ai maschi di “altre razze”, con i
quali essi comunque dovettero confrontarsi e
competere sul piano militare e politico. L’odio
razziale si concentrò in particolare contro le donne
ebree «in quanto “generatrici di razza”» e fu anche
per questo motivo che i nazisti furono più spietati
con loro.
Il sistema
concentrazionario del Terzo Reich
Nella seconda parte
del suo saggio la Giustini parla del sistema
concentrazionario del Terzo Reich, distinguendo
varie tipologie di lager: «campi di concentramento,
campi per il lavoro obbligatorio, campi di sterminio
e campi di raccolta e di transito».
I
campi di concentramento (denominati “KZ” o “KL”)
sorsero in Germania nel 1933 per relegarvi gli
oppositori politici e i soggetti considerati
antisociali. Nel 1942 queste strutture diventarono
una riserva di manodopera per sostenere lo sforzo
bellico, con la diffusione dei lavori forzati e
l’inasprimento delle condizioni di vita. Analoghi
tipi di lager furono istituiti all’inizio della
Seconda guerra mondiale nei territori occupati dalle
armate nazifasciste, in particolare nell’Est
europeo.
In Polonia furono
impiantati, dal 1941 al 1943, i principali campi di
sterminio (detti “VL”), appositamente predisposti
per realizzare la Soluzione Finale
del problema ebraico (Chelmo, Belzec,
Majdanek, Sobibór, Treblinka). Si stima che, in
appena due anni di attività, nei lager polacchi
siano stati trucidati circa 1.700.000 ebrei!
Un discorso a parte
va fatto per il sistema carcerario di Auschwitz, il
quale comprendeva
tre lager principali e 39
sottocampi, venendo utilizzato, nello
stesso tempo, sia come luogo di lavoro che di
sterminio: vi trovarono la morte circa un milione di
persone, che vennero perlopiù sterminate nella
struttura concentrazionaria ubicata a Birkenau.
Dopo il 1942 le
esigenze belliche scatenarono quella che l’autrice
definisce «la caccia agli schiavi di Hitler»:
milioni di persone furono deportate nei lager e
costrette a lavorare anche sedici ore al giorno,
malnutrite, maltrattate e in condizioni
igienico-sanitarie pessime.
Ciò provocò un alto
tasso di mortalità tra i detenuti e un continuo
ricambio della manodopera. Un trattamento assai duro
fu riservato, dopo la caduta del Fascismo e
l’armistizio dell’8 settembre 1943, ai prigionieri
italiani, in quanto essi, essendo considerati
traditori, andarono «ad occupare [...] i gradini più
bassi della gerarchia sociale del campo».
I
maltrattamenti e le umiliazioni inferte agli
internati innescarono in tempi brevi «un processo di
deumanizzazione», determinandone la perdita
dell’identità e della dignità umana: «Ad essere
rubata dalle SS è soprattutto l’individualità e la
personalità dei prigionieri e delle prigioniere». Il
recluso, pertanto, si reificava, assumendo le
sembianze di «un oggetto-cavia neutro, [...]
manovrabile e manipolabile indiscriminatamente».
In
questo tragico contesto molte donne divennero
vittime di insulti e oltraggi, anche da parte della
popolazione civile. Racconta, a tal proposto, Edith
Bruck in Chi ti ama così (Lerici): «Ci
portavano spesso a disinfettarci [...] e dovevamo
attendere per lunghe ore in fila, nude, il nostro
turno. Nel frattempo i giovani tedeschi si
divertivano a punzecchiarci il sedere con le canne
dei fucili, oppure sputavano sui nostri capezzoli».
Sui
prigionieri venivano, inoltre, eseguite
sperimentazioni mediche pazzesche e brutali, dettate
dalle ossessioni eugenetiche distintive
dell’ideologia nazista. Ad Auschwitz e Ravensbrück,
molte detenute ebree e rom furono «sottoposte a
crudeli esperimenti, destinati a migliorare i metodi
di sterilizzazione di massa», mentre altre vennero
usate addirittura come cavie umane per provare
l’efficacia di alcuni farmaci, dopo essere state
artificialmente infettate con colture di bacilli!
La resistenza
delle donne
Molte
prigioniere escogitarono sistemi di autodifesa per
cercare di attutire la violenza esercitata contro di
loro. Alcune divennero collaboratrici degli
aguzzini, trasformandosi in Blokove, cioè
vigilanti dell’ordine nelle baracche; altre
accettarono di prostituirsi, perché, vendendo il
proprio corpo, speravano di prolungare a lungo la
propria triste esistenza. La maggior parte,
tuttavia, fece ricorso a tre fondamentali tecniche
di sopravvivenza: 1) stabilire vincoli personali con
qualcuno; 2) aggrapparsi al passato, dando libero
sfogo alla fantasia; 3) continuare a curare la
propria persona.
La Giustini parla
della capacità che talune internate ebbero di
«creare famiglie putative dopo la perdita dei propri
cari» e riporta la testimonianza della citata
Tedeschi, la quale fu sostenuta nei momenti di
maggior sofferenza da Zilly, una detenuta più
anziana di lei che la prese sotto la propria
custodia. Il fenomeno, comunque, non fu
generalizzato e non divenne una regola per tutti,
anche perché nei lager amicizia e solidarietà si
manifestarono «solo in
piccola misura e in caso di necessità».
Utili
alla sopravvivenza si dimostrarono anche i contegni
assunti da quelle detenute che curarono «il ricordo
di ciò che si faceva e si era prima di varcare i
cancelli del campo» (scambiandosi, ad esempio,
ricette di cucina o parlando del proprio precedente
lavoro) oppure fecero costante uso di cosmetici
improvvisati (ottenuti mischiando gesso e olio o
semplicemente adoperando la margarina come crema) e
presero l’abitudine di addobbarsi con rudimentali
spille di legno e bigodini di fil di ferro. Fu così
che parecchie di loro, migliorando il proprio
aspetto fisico, riuscirono sia «a superare la
selezione», sia «ad arginare la perdita del senso di
sé».
La
Giustini è convinta che parecchie donne seppero
opporsi efficacemente, attraverso una forma di
resistenza passiva, all’«apoteosi della biopolitica»
e al «delirio di onnipotenza» che spinsero i nazisti
a tramutare i campi di prigionia in una sorta di
“inferno dantesco”, nel quale molti reclusi
tendevano ben presto a trasformarsi – secondo la
nota definizione fornita da Levi – in «mussulmani»,
ossia in esseri totalmente estraniati ed emarginati,
destinati ad essere rapidamente selezionati e
inviati alle camere a gas.
Perché bisogna ricordare
Nella
parte finale del suo saggio, la Giustini racconta il
suo incontro avvenuto nel giugno scorso, presso la
Casa della Memoria e della Storia di Roma, con la
militante antifascista Vera Michelin Salomon, che
nel 1944 fu internata, assieme all’amica Enrica
Filippini-Lera, prima a
Dachau e poi ad
Aichach, un penitenziario femminile situato in Alta
Baviera, dove nella primavera del 1945 fu liberata
grazie all’arrivo delle truppe alleate.
La
Salomon ha parlato a lungo della sua detenzione e
del durissimo regime carcerario a cui fu sottoposta
dalle SS, che la Giustini così descrive in sintesi:
«sveglia all’alba, colazione con acqua sporca e una
fetta di pane, [...] pranzo e cena a base di zuppa
acquosa fatta di rape e poi il lavoro [...] fatto di
dodici ore consecutive, trascorse nei terreni
circostanti il carcere-fortezza a lavorare la terra,
senza rivolgersi mai la parola, perché era
proibito».
Nel
campo di Aichach, Vera ha vissuto quella che
l’autrice definisce «un’esperienza ai limiti
dell’umano», nella quale le detenute, abbrutite e
ridotte a uno stato pressoché larvale, erano persino
incapaci di lamentarsi e andavano incontro alla
morte con sollievo: nel campo, perciò, «si moriva
senza urli, semplicemente si scompariva senza far
rumore».
Nelle
Conclusioni, la Giustini spiega le ragioni
per le quali non bisogna mai dimenticare
l’Olocausto, continuando a perpetuarne la memoria
tra le giovani generazioni, e cita un significativo
brano di Paul Ricœur – che sottoscriviamo
appieno – tratto dal saggio Ricordare,
dimenticare, perdonare (il Mulino), in cui si
parla del nesso tra passato e presente: «Se non
bisogna dimenticare è anzitutto per resistere
all’universale rovina che minaccia le tracce stesse
lasciate dagli eventi [...]. Ma, fra queste tracce,
ci sono anche le ferite inflitte alle sue vittime
dal corso violento della storia: se non bisogna
dimenticare è quindi anche, e forse soprattutto, per
continuare ad onorare le vittime della violenza
storica».
Giuseppe Licandro
(www.excursus.org,
anno III,
n. 19, febbraio 2011)
|