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La grave crisi che
sta attanagliando dal 2007 l’economia mondiale ha
riportato al centro del dibattito politico e
filosofico le dottrine a suo tempo elaborate dai
teorici del socialismo, i quali erano convinti che
il sistema capitalistico non fosse perfetto, né
eterno, bensì storicamente determinato e
intrinsecamente segnato da contraddizioni
insanabili. Una prova evidente delle antinomie
strutturali del capitalismo è costituita dalle
cosiddette “crisi di sovrapproduzione” – generate,
paradossalmente, non dalla penuria delle merci, ma
dal loro eccesso rispetto alle possibilità di
acquisto dei consumatori – che periodicamente
comportano la distruzione di ingenti risorse
agricole e industriali, i licenziamenti di massa e
l’aumento della povertà.
Dopo il crollo del
Muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell’Urss
nel 1991, sembrava che l’economia neoliberista
avesse definitivamente sconfitto ogni tentativo di
riorganizzazione dei rapporti umani su basi
solidaristiche, relegando in soffitta anche la
versione più moderata del socialismo, rappresentata
dal riformismo socialdemocratico. È trascorso,
tuttavia, appena un ventennio dalla fine del
“socialismo reale” e sembra già tramontata
l’acritica apologia delle «magnifiche sorti e
progressive» dell’umanità nell’era della
globalizzazione, portata avanti a suo tempo da
intellettuali come Francis Fukuyama.
Il XXI secolo –
che, parafrasando ancora Leopardi, potremmo fin qui
definire «secol superbo e sciocco» – si è aperto
all’insegna delle speculazioni finanziarie più
azzardate, e della delocalizzazione selvaggia delle
imprese, della precarizzazione del lavoro delle
guerre neocoloniali, finendo ben presto col generare
un dissesto globale mai visto in precedenza. In
questa situazione di grande disordine
economico-sociale si sta assistendo alla
riproposizione di ricette per uscire dalla crisi che
s’ispirano esplicitamente alla tradizione
socialista, con una rinascita delle opere
filosofiche e politiche che auspicano il superamento
del capitalismo.
Un esempio del
rinnovato interesse per il progetto socialista è il
saggio Why Not Socialism? del filosofo
canadese Gerald Allan Cohen (che è stato docente di
Teoria Sociale e Politica presso l’Università di
Oxford), pubblicato in inglese nel 2009 dalla
Princeton University Press e recentemente tradotto
in italiano col titolo Socialismo, perché no?
(Ponte alle Grazie, pp. 64, € 9,00). Cohen apre il
suo breve saggio con la metafora del campeggio,
attraverso la quale intende delineare, nei primi due
capitolo del libro, le condizioni ideali di un
sistema economico che non sia fondato sul profitto,
né su rigide gerarchie sociali.
Egli sostiene che,
nel contesto di un campeggio, «pressoché chiunque,
perfino i più contrari all’egualitarismo, accettano,
anzi danno per scontate, norme di uguaglianza e di
reciprocità». Infatti, se la vita all’interno di un
campeggio fosse regolato dalle leggi della domanda e
dell’offerta e da rigide distinzioni di classe,
finirebbe per perder l’attrattiva che esercita sui
turisti, che la prediligono proprio «per il senso di
cameratismo, di fratellanza, ma anche [...] per
ragioni di efficienza».
Chi accetterebbe di
stare in un camping, se dovesse entrare in
competizione con gli altri, impiegando il suo tempo
a sottrarre loro risorse e denaro? È evidente,
quindi, che la gestione socialista, «con la
proprietà collettiva e la pianificazione della mutua
distribuzione», risulta essere la forma migliore di
amministrazione di un campeggio, cui tutti
sottostanno di buon grado. Cohen si sofferma, poi, a
trattare i due capisaldi fondamentali della
convivenza tra campeggiatori: il principio di
uguaglianza e quello di comunità.
La riflessione
sull’uguaglianza lo porta a distinguere tre
possibili tipologie: «l’uguaglianza borghese
delle opportunità», tipica delle società liberali,
imperniata sull’esistenza di diritti formalmente
uguali per tutti, che però vengono di fatto
garantiti solo a pochi; «l’uguaglianza delle
opportunità liberale di sinistra», che va
oltre il formalismo borghese e mira a rimuovere le
disuguaglianze sociali, di modo che «i destini delle
persone sono determinati dal talento innato e dalle
scelte di ciascuna e non [...] dal contesto sociale
cui appartengono»; «l’uguaglianza socialista delle
opportunità» che vuole eliminare anche le
disuguaglianze congenite per porre rimedio «a
tutti gli svantaggi ineleggibili», cioè che non
dipendono dalle scelte personali, ma dalle doti
naturali. In un campeggio è il terzo tipo di
uguaglianza che prevale, perché le differenze tra
gli individui non sono stabilite a priori dalla loro
estrazione sociale, né dalle loro abilità personali,
quanto piuttosto da «una differenza di gusto e di
scelte» che porta, per esempio, qualcuno a oziare,
mentre qualche altro a dedicarsi ad attività che gli
consentono di aumentare le sue scorte alimentari (la
pesca o la raccolta di funghi).
Il principio di
comunità, tuttavia, prevede che le eventuali
diversità di reddito, determinate dal lavoro
individuale, siano ridotte al minimo, onde evitare
che si creino distinzioni di classe che metterebbero
fine all’uguaglianza sostanziale che regna nel
campeggio. Questo principio stabilisce, quindi, che
«le persone [...] si prendano cura le une delle
altre e, inoltre, abbiano a cuore il fatto stesso
di preoccuparsi le une per le altre». Nessuno
potrà avvantaggiarsi in base a circostanze fortuite,
come per esempio una grossa vincita alla lotteria,
ma la vita del campeggio si dovrà necessariamente
edificare sulla «reciprocità comunitaria», che
comporta il mutuo soccorso tra i suoi membri.
Uscendo fuor di
metafora, l'autore afferma che il modello del
campeggio, tipico di una società organizzata su basi
cooperative e non competitive, potrebbe in teoria
applicarsi a tutte le relazioni sociali ed
economiche esistenti, trasformando la società
mercantile che affonda le sue radici in «una
commistione di avidità e di paura», dovuta al fatto
che «i propri omologhi nelle operazioni di mercato
sono visti principalmente come possibili fonti di
arricchimento o come minacce al proprio successo».
Cohen, nel terzo
capitolo, passa a domandarsi se il socialismo sia
«un ideale desiderabile» e, rispondendo
positivamente, giunge alla seguente conclusione:
«Non credo che la cooperazione e l’altruismo che si
manifestano nella gita in campeggio siano
comportamenti adeguati solo tra amici, o all’interno
di una piccola comunità». Egli, infatti, è persuaso
che sia conveniente estendere al massimo l’«amicizia
sociale collettiva» insita in ogni uomo, facendo in
modo di trattare «quelli con cui ho uno scambio o
una qualsiasi forma di contatto come qualcuno verso
cui nutro l’atteggiamento di reciprocità
caratteristico dell’amicizia».
Nel quarto
capitolo, infine, l’autore affronta il problema se
il socialismo sia «un ideale realizzabile»,
giungendo, in questo caso, a conclusioni da lui
stesso definite agnostiche. Le sue riflessioni si
soffermano a esaminare i modelli potenziali di
socialismo, prendendo in considerazione, in
particolare, il «socialismo di mercato» e il
socialismo fondato sulla «pianificazione
centralizzata onnicomprensiva», entrambi da lui
respinti.
Il primo tipo,
riconducibile in qualche misura all’esperienza delle
socialdemocrazie, garantisce una certa uguaglianza
sociale e una migliore redistribuzione del reddito,
ma «presenta una componente d’ingiustizia», in
quanto «gli scambi commerciali che ne costituiscono
l’anima tendono a contrapporsi al valore della
comunità».
Il secondo tipo,
riconducibile all’esperienza del comunismo
sovietico, pur garantendo un iniziale sviluppo delle
forze di produzione, «è una ricetta insoddisfacente
per il successo economico», soprattutto allorquando
«una società abbia acquisito le fondamenta di un
sistema produttivo moderno».
Il superamento dei
tradizionali modelli di socialismo consiste proprio
nell’esperienza della vita del campeggio, che è sì
organizzata in senso socialista, ma senza mercato,
né centralismo burocratico. Ma si può generalizzare
questa esperienza?
Cohen chiude
Socialismo, perché no? affermando, onestamente,
di non saper ancora rispondere a questa domanda, pur
essendo fiducioso che in futuro si troverà il modo
di «estendere il senso della comunità e la giustizia
a tutta quanta la nostra vita economica».
Il suo discorso,
anche se dettato da esigenze condivisibili, ci
appare eccessivamente astratto e informato più da
istanze teoriche anziché pragmatiche, riconducibili
a una critica del capitalismo di natura prettamente
etica, che non fornisce indicazioni specifiche su
come costruire concretamente una nuova prospettiva
socialista.
Siamo convinti che
le difficoltà in cui versa da tempo la sinistra
europea siano determinate da una carente strategia
politica, dovuta sia all’inconsistenza dei
programmi, spesso ricalcati in forma più morbida da
quelli della destra liberale, sia all’incapacità di
incidere sull’immaginario collettivo e di
influenzare le masse, inducendole a preferire “la
vita del campeggio”.
Libri come quello
di Cohen servono indubbiamente ad alimentare il
dibattito sul “socialismo del XXI secolo”, ma, a
nostro parere, per ridare fiato al progetto
socialista ci vorrebbe altresì una nuova prassi
politica, che mirasse a contrastare l’egemonia dei
gruppi oligarchici al potere, i quali, attraverso un
uso distorto e capillare dei mezzi d’informazione,
riescono a diffondere i valori del capitalismo
neoliberista tra i ceti inferiori, che risultano
pertanto subalterni non solo sul piano economico, ma
anche culturale.
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno III, n. 18, gennaio 2011)
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