Anno III             n. 18                   Gennaio 2011

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Il socialismo è un ideale 

desiderabile e attuabile?

 di Giuseppe Licandro

 

Un saggio di Gerard Allan Cohen

 pubblicato da Ponte alle Grazie

 discute le ragioni di chi auspica

 il superamento del capitalismo

 

  

 

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La grave crisi che sta attanagliando dal 2007 l’economia mondiale ha riportato al centro del dibattito politico e filosofico le dottrine a suo tempo elaborate dai teorici del socialismo, i quali erano convinti che il sistema capitalistico non fosse perfetto, né eterno, bensì storicamente determinato e intrinsecamente segnato da contraddizioni insanabili. Una prova evidente delle antinomie strutturali del capitalismo è costituita dalle cosiddette “crisi di sovrapproduzione” – generate, paradossalmente, non dalla penuria delle merci, ma dal loro eccesso rispetto alle possibilità di acquisto dei consumatori – che periodicamente comportano la distruzione di ingenti risorse agricole e industriali, i licenziamenti di massa e l’aumento della povertà.

 

Dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell’Urss nel 1991, sembrava che l’economia neoliberista avesse definitivamente sconfitto ogni tentativo di riorganizzazione dei rapporti umani su basi solidaristiche, relegando in soffitta anche la versione più moderata del socialismo, rappresentata dal riformismo socialdemocratico. È trascorso, tuttavia, appena un ventennio dalla fine del “socialismo reale” e sembra già tramontata l’acritica apologia delle «magnifiche sorti e progressive» dell’umanità nell’era della globalizzazione, portata avanti a suo tempo da intellettuali come Francis Fukuyama.

 

Il XXI secolo – che, parafrasando ancora Leopardi, potremmo fin qui definire «secol superbo e sciocco» – si è aperto all’insegna delle speculazioni finanziarie più azzardate, e della delocalizzazione selvaggia delle imprese, della precarizzazione del lavoro delle guerre neocoloniali, finendo ben presto col generare un dissesto globale mai visto in precedenza. In questa situazione di grande disordine economico-sociale si sta assistendo alla riproposizione di ricette per uscire dalla crisi che s’ispirano esplicitamente alla tradizione socialista, con una rinascita delle opere filosofiche e politiche che auspicano il superamento del capitalismo.

 

Un esempio del rinnovato interesse per il progetto socialista è il saggio Why Not Socialism? del filosofo canadese Gerald Allan Cohen (che è stato docente di Teoria Sociale e Politica presso l’Università di Oxford), pubblicato in inglese nel 2009 dalla Princeton University Press e recentemente tradotto in italiano col titolo Socialismo, perché no? (Ponte alle Grazie, pp. 64, € 9,00). Cohen apre il suo breve saggio con la metafora del campeggio, attraverso la quale intende delineare, nei primi due capitolo del libro, le condizioni ideali di un sistema economico che non sia fondato sul profitto, né su rigide gerarchie sociali.

 

Egli sostiene che, nel contesto di un campeggio, «pressoché chiunque, perfino i più contrari all’egualitarismo, accettano, anzi danno per scontate, norme di uguaglianza e di reciprocità». Infatti, se la vita all’interno di un campeggio fosse regolato dalle leggi della domanda e dell’offerta e da rigide distinzioni di classe, finirebbe per perder l’attrattiva che esercita sui turisti, che la prediligono proprio «per il senso di cameratismo, di fratellanza, ma anche [...] per ragioni di efficienza».

 

Chi accetterebbe di stare in un camping, se dovesse entrare in competizione con gli altri, impiegando il suo tempo a sottrarre loro risorse e denaro? È evidente, quindi, che la gestione socialista, «con la proprietà collettiva e la pianificazione della mutua distribuzione», risulta essere la forma migliore di amministrazione di un campeggio, cui tutti sottostanno di buon grado. Cohen si sofferma, poi, a trattare i due capisaldi fondamentali della convivenza tra campeggiatori: il principio di uguaglianza e quello di comunità.

 

La riflessione sull’uguaglianza lo porta a distinguere tre possibili tipologie: «l’uguaglianza borghese delle opportunità», tipica delle società liberali, imperniata sull’esistenza di diritti formalmente uguali per tutti, che però vengono di fatto garantiti solo a pochi; «l’uguaglianza delle opportunità liberale di sinistra», che va oltre il formalismo borghese e mira a rimuovere le disuguaglianze sociali, di modo che «i destini delle persone sono determinati dal talento innato e dalle scelte di ciascuna e non [...] dal contesto sociale cui appartengono»; «l’uguaglianza socialista delle opportunità» che vuole eliminare anche le disuguaglianze congenite per porre rimedio «a tutti gli svantaggi ineleggibili», cioè che non dipendono dalle scelte personali, ma dalle doti naturali. In un campeggio è il terzo tipo di uguaglianza che prevale, perché le differenze tra gli individui non sono stabilite a priori dalla loro estrazione sociale, né dalle loro abilità personali, quanto piuttosto da «una differenza di gusto e di scelte» che porta, per esempio, qualcuno a oziare, mentre qualche altro a dedicarsi ad attività che gli consentono di aumentare le sue scorte alimentari (la pesca o la raccolta di funghi).     

 

Il principio di comunità, tuttavia, prevede che le eventuali diversità di reddito, determinate dal lavoro individuale, siano ridotte al minimo, onde evitare che si creino distinzioni di classe che metterebbero fine all’uguaglianza sostanziale che regna nel campeggio. Questo principio stabilisce, quindi, che «le persone [...] si prendano cura le une delle altre e, inoltre, abbiano a cuore il fatto stesso di preoccuparsi le une per le altre». Nessuno potrà avvantaggiarsi in base a circostanze fortuite, come per esempio una grossa vincita alla lotteria, ma la vita del campeggio si dovrà necessariamente edificare sulla «reciprocità comunitaria», che comporta il mutuo soccorso tra i suoi membri.

 

Uscendo fuor di metafora, l'autore afferma che il modello del campeggio, tipico di una società organizzata su basi cooperative e non competitive, potrebbe in teoria applicarsi a tutte le relazioni sociali ed economiche esistenti, trasformando la società mercantile che affonda le sue radici in «una commistione di avidità e di paura», dovuta al fatto che «i propri omologhi nelle operazioni di mercato sono visti principalmente come possibili fonti di arricchimento o come minacce al proprio successo».

 

Cohen, nel terzo capitolo, passa a domandarsi se il socialismo sia «un ideale desiderabile» e, rispondendo positivamente, giunge alla seguente conclusione: «Non credo che la cooperazione e l’altruismo che si manifestano nella gita in campeggio siano comportamenti adeguati solo tra amici, o all’interno di una piccola comunità». Egli, infatti, è persuaso che sia conveniente estendere al massimo l’«amicizia sociale collettiva» insita in ogni uomo, facendo in modo di trattare «quelli con cui ho uno scambio o una qualsiasi forma di contatto come qualcuno verso cui nutro l’atteggiamento di reciprocità caratteristico dell’amicizia».

 

Nel quarto capitolo, infine, l’autore affronta il problema se il socialismo sia «un ideale realizzabile», giungendo, in questo caso, a conclusioni da lui stesso definite agnostiche. Le sue riflessioni si soffermano a esaminare i modelli potenziali di socialismo, prendendo in considerazione, in particolare, il «socialismo di mercato» e il socialismo fondato sulla «pianificazione centralizzata onnicomprensiva», entrambi da lui respinti.

 

Il primo tipo, riconducibile in qualche misura all’esperienza delle socialdemocrazie, garantisce una certa uguaglianza sociale e una migliore redistribuzione del reddito, ma «presenta una componente d’ingiustizia», in quanto «gli scambi commerciali che ne costituiscono l’anima tendono a contrapporsi al valore della comunità».

Il secondo tipo, riconducibile all’esperienza del comunismo sovietico, pur garantendo un iniziale sviluppo delle forze di produzione, «è una ricetta insoddisfacente per il successo economico», soprattutto allorquando «una società abbia acquisito le fondamenta di un sistema produttivo moderno».

 

Il superamento dei tradizionali modelli di socialismo consiste proprio nell’esperienza della vita del campeggio, che è sì organizzata in senso socialista, ma senza mercato, né centralismo burocratico. Ma si può generalizzare questa esperienza?

 

Cohen chiude Socialismo, perché no? affermando, onestamente, di non saper ancora rispondere a questa domanda, pur essendo fiducioso che in futuro si troverà il modo di «estendere il senso della comunità e la giustizia a tutta quanta la nostra vita economica».

Il suo discorso, anche se dettato da esigenze condivisibili, ci appare eccessivamente astratto e informato più da istanze teoriche anziché pragmatiche, riconducibili a una critica del capitalismo di natura prettamente etica, che non fornisce indicazioni specifiche su come costruire concretamente una nuova prospettiva socialista.

 

Siamo convinti che le difficoltà in cui versa da tempo la sinistra europea siano determinate da una carente strategia politica, dovuta sia all’inconsistenza dei programmi, spesso ricalcati in forma più morbida da quelli della destra liberale, sia all’incapacità di incidere sull’immaginario collettivo e di influenzare le masse, inducendole a preferire “la vita del campeggio”.

 

Libri come quello di Cohen servono indubbiamente ad alimentare il dibattito sul “socialismo del XXI secolo”, ma, a nostro parere, per ridare fiato al progetto socialista ci vorrebbe altresì una nuova prassi politica, che mirasse a contrastare l’egemonia dei gruppi oligarchici al potere, i quali, attraverso un uso distorto e capillare dei mezzi d’informazione, riescono a diffondere i valori del capitalismo neoliberista tra i ceti inferiori, che risultano pertanto subalterni non solo sul piano economico, ma anche culturale.

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno III, n. 18, gennaio 2011)

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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