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Lo scorso 5 gennaio
si è celebrato il ventottesimo anniversario della
morte del giornalista Giuseppe Fava, originario
di Palazzolo Acreide. Un personaggio scomodo, ucciso
dalla mafia per le verità che con tenacia
denunciava, incurante dei pericoli a cui poteva
andare incontro. Per ricordarlo, presentiamo un
interessante libro che racchiude i suoi ultimi
interventi, dal titolo
Un anno. Scritti
per la rivista
«I
Siciliani»
(Mesogea, pp. 400, € 22,00).
Quest’opera,
pubblicata postuma, raccoglie gli articoli e le
inchieste che Fava, anche sotto diversi pseduonimi,
ha scritto appunto per I Siciliani, da lui
fondata nel 1983 e attraverso cui ha potuto quindi
esprimere liberamente le proprie opinioni, senza
alcun veto di tipo editoriale. La testata nasce in
un periodo profondamente violento della storia della
Sicilia, tanto da suscitare interesse anche nel
resto del Paese. Un’Italia colpita, segnata dai
numerosi omicidi che si susseguono nell’isola, da
quello di Piersanti Mattarella a quello del generale
Dalla Chiesa.
«I Siciliani,
giornale di inchieste in tutti i campi della società:
poltica, attualità, sport, spettacolo, costume,
arte, vuole essere appunto il documento critico di
una realtà meridionale che profondamente,nel bene e
nel male, appartiene a tutti gli italiani. Un
giornale che ogni mese sarà anche un libro da
custodire. Libro della storia che noi viviamo.
Scritto giorno per giorno»,
scrive Fava nel gennaio del 1983. Con lo scopo di
dimostrare anche come la mafia non sia più (già
allora...) esclusivamente un affair siciliano,
ma una piaga diffusasi a macchia d’olio in tutta
Italia, soprattutto nei posti di potere.
Come in una sorta
di diario, il giornalista racchiude i suoi pensieri
per poi mostrarli ai lettori, alternando temi
scottanti come la corruzione, lo scempio della base
di Comiso, ad altri più leggeri come il cinema e il
teatro. Proprio su quest'ultimo argomento scrive un
articolo intitolato Sulla decadenza del cinema
italiano, con cui confronta un certo tipo di
cinema americano con quello italiano dell’epoca, che
secondo Fava stava annegando nella pusillanimità e
nel volgare, «Gestito da produttori e da leggi
che non concedono valore alle idee ma esclusivamente
al profitto, riserva spazi sempre più stretti a
coloro che concepiscono il cinema come mezzo di
racconto poetico o di evoluzione politica (Rosi,
Scola, Bertolucci) e chiama a raccolta i manovratori
dei mediocri, dei culinudi, della risata grassa,
del doppio-senso d'avanspettacolo, registi che
riescono a fare anche un film al mese, che non
riescono a portare il nostro cinema oltre confine».
Cosa è cambiato da
allora? È interessante come quasi nulla sembra
essere mutato dagli anni Ottanta, anzi semmai è
peggiorato...
Una delle qualità
di questa raccolta risiede nella scrittura fresca e
diretta del suo autore, senza peli sulla lingua;
Fava dice dei produttori cinematografici: «Non
costruiscono il film su un copione, su un’idea, un
pensiero civile, un problema del tempo, ma soltanto
sul nome. Mettiamo un film su Pozzetto! Gli si
mettono accanto due attrici disponibili a recitare
con capezzoli e pube all'aperto. [...] Il
film fa un botto da due o tre miliardi e si va
avanti, ogni mese sempre più verso la tetraggine, il
torvo, l’osceno».
Tema trattato con
tenacia dal giornalista è quello della base
missilistica di Comiso. La sua rivista si schiera
apertamente con il movimento pacifista che si
mobilita affinché i 112 missili Cruise non siano
installati. Infatti, nel suo Ti lascio in eredità
i missili di Comiso Fava fa una dura riflessione
su quello che le generazioni future potranno
rinfacciare a chi ha permesso tale scempio: «Un
giorno accadrà che i nostri figli o nipoti che
ancora debbono nascere ci guarderanno negli occhi
con un sorriso sprezzante, e ci chiederanno: voi
dove eravate quando fu deciso di costruire la base
dei missili a Comiso e condannarci quindi a una vita
provvisoria?
Come vi siete permessi di appropriarvi anche del
nostro destino umano prima ancora che fossimo
concepiti? Un essere umano afflitto da un’atroce
inguaribile deformità, il quale apprende che il
padre pur sapendo che sarebbe stato malato, deforme,
infelice, volle tuttavia egualmente farlo nascere,
ha il diritto di sputare in faccia al padre».
Questa vicenda pone
l'accento sul popolo siciliano, da migliaia di anni
terra di conquista, in cui gli altri arrivano,
saccheggiano, stuprano, costruiscono qualche
monumento e poi se ne vanno. I siciliani vengono
descritti da Fava come una colonia incapace di
essere un vero popolo. E su questa debolezza poi è
facile arrivare alla costruzione di una base
missilistica.
Altro tema
importante per il giornalista di Palazzolo Acreide è
Catania, e i catanesi. Sua città d’adozione, Fava
ne conosce ogni aspetto, anche il più invisibile. Il
capoluogo etneo è vista come il fulcro da cui
scaturiscono tutti i fatti di cronaca dell'epoca: i
cavalieri del lavoro che reggono le sorti
della Sicilia, la grande esplosione mafiosa,
l’assassinio di Dalla Chiesa, tutto sembra
ricondurre a questa città. Tale fenomeno viene
soprannominato da Fava come "Sindrome Catania".
Un luogo nel quale
in poco tempo è facile che un piccolo politico di
paese possa diventare gevernatore di un territorio,
e un oscuro appaltatore di provincia possa
trasformarsi in cavaliere del lavoro che
faccia diventare oro tutto quello che tocca. Tutto
sta nella diversità, la diversità nell’intendere la
vita, il rapporto fra l’uomo e gli altri uomini. Si
dice persino che a Catania, onde potersi affrancare
da Palermo, alla fine si sia inventata la mafia. La
città, nel Secondo Dopoguerra, si è popolata di
gente avida, forte, rapace venuta dai paesi vicini,
gente con una limitata ma precisa preparazione
culturale, animata da fantasia e spirito
d'iniziativa che è riuscita ad impadronirsi di tutti
i settori della società.
Questi personaggi
si sono impadroniti della città, conquistando almeno
il settanta per cento del livello sociale che conta
e dirige il grande centro civile: le docenze
universitarie, le cariche di partito, le clientele
professionali, le costruzioni, gli appalti,
eccetera.
Un anno
rappresenta un affresco della Sicilia degli anni
Ottanta raccontata attraverso gli occhi e la penna
di un testimone attento e a tutto campo, un uomo che
vantava un curriculum vitae eccezionale:
giornalista, scrittore, saggista, pittore e
sceneggiatore di fama mondiale.
Un uomo che ha
provocato un terremoto nel deserto culturale della
città etnea fino ad allora prigioniera di un
silenzio omertoso. Giuseppe Fava ha mostrato a noi
lettori del ventunesimo secolo come poco o nulla sia
cambiato in una terra che nonostante tutto si ama
visceralmente, e per cui bisogna comunque lottare.
«A che serve
vivere, se non c’è il coraggio di lottare?»
(Giuseppe Fava)
Serena
Intelisano
(www.excursus.org,
anno IV, n. 31, febbraio 2012)
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