Anno IV             n. 31                   Febbraio 2012

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

 Gli ultimi editoriali

 di Giuseppe Fava

 di Serena Intelisano

 

In un libro stampato da Mesogea

 un anno di scritti per I Siciliani,

 la sua rivista: la mafia e Catania

 al centro di puntuali riflessioni

 

  

 

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Lo scorso 5 gennaio si è celebrato il ventottesimo anniversario della morte del giornalista Giuseppe Fava, originario di Palazzolo Acreide. Un personaggio scomodo, ucciso dalla mafia per le verità che con tenacia denunciava, incurante dei pericoli a cui poteva andare incontro. Per ricordarlo, presentiamo un interessante libro che racchiude i suoi ultimi interventi, dal titolo Un anno. Scritti per la rivista «I Siciliani» (Mesogea, pp. 400, € 22,00).

 

Quest’opera, pubblicata postuma, raccoglie gli articoli e le inchieste che Fava, anche sotto diversi pseduonimi, ha scritto appunto per I Siciliani, da lui fondata nel 1983 e attraverso cui ha potuto quindi esprimere liberamente le proprie opinioni, senza alcun veto di tipo editoriale. La testata nasce in un periodo profondamente violento della storia della Sicilia, tanto da suscitare interesse anche nel resto del Paese. Un’Italia colpita, segnata dai numerosi omicidi che si susseguono nell’isola, da quello di Piersanti Mattarella a quello del generale Dalla Chiesa.

 

«I Siciliani, giornale di inchieste in tutti i campi della società: poltica, attualità, sport, spettacolo, costume, arte, vuole essere appunto il documento critico di una realtà meridionale che profondamente,nel bene e nel male, appartiene a tutti gli italiani. Un giornale che ogni mese sarà anche un libro da custodire. Libro della storia che noi viviamo. Scritto giorno per giorno», scrive Fava nel gennaio del 1983. Con lo scopo di dimostrare anche come la mafia non sia più (già allora...) esclusivamente un affair siciliano, ma una piaga diffusasi a macchia d’olio in tutta Italia, soprattutto nei posti di potere.

 

Come in una sorta di diario, il giornalista racchiude i suoi pensieri per poi mostrarli ai lettori, alternando temi scottanti come la corruzione, lo scempio della base di Comiso, ad altri più leggeri come il cinema e il teatro. Proprio su quest'ultimo argomento scrive un articolo intitolato Sulla decadenza del cinema italiano, con cui confronta un certo tipo di cinema americano con quello italiano dell’epoca, che secondo Fava stava annegando nella pusillanimità e nel volgare, «Gestito da produttori e da leggi che non concedono valore alle idee ma esclusivamente al profitto, riserva spazi sempre più stretti a coloro che concepiscono il cinema come mezzo di racconto poetico o di evoluzione politica (Rosi, Scola, Bertolucci) e chiama a raccolta i manovratori dei mediocri, dei culinudi, della risata grassa, del doppio-senso d'avanspettacolo, registi che riescono a fare anche un film al mese, che non riescono a portare il nostro cinema oltre confine».

 

Cosa è cambiato da allora? È interessante come quasi nulla sembra essere mutato dagli anni Ottanta, anzi semmai è peggiorato...

 

Una delle qualità di questa raccolta risiede nella scrittura fresca e diretta del suo autore, senza peli sulla lingua; Fava dice dei produttori cinematografici: «Non costruiscono il film su un copione, su un’idea, un pensiero civile, un problema del tempo, ma soltanto sul nome. Mettiamo un film su Pozzetto! Gli si mettono accanto due attrici disponibili a recitare con capezzoli e pube all'aperto. [...] Il film fa un botto da due o tre miliardi e si va avanti, ogni mese sempre più verso la tetraggine, il torvo, l’osceno».

 

Tema trattato con tenacia dal giornalista è quello della base missilistica di Comiso. La sua rivista si schiera apertamente con il movimento pacifista che si mobilita affinché i 112 missili Cruise non siano installati. Infatti, nel suo Ti lascio in eredità i missili di Comiso Fava fa una dura riflessione su quello che le generazioni future potranno rinfacciare a chi ha permesso tale scempio: «Un giorno accadrà che i nostri figli o nipoti che ancora debbono nascere ci guarderanno negli occhi con un sorriso sprezzante, e ci chiederanno: voi dove eravate quando fu deciso di costruire la base dei missili a Comiso e condannarci quindi a una vita provvisoria? Come vi siete permessi di appropriarvi anche del nostro destino umano prima ancora che fossimo concepiti? Un essere umano afflitto da un’atroce inguaribile deformità, il quale apprende che il padre pur sapendo che sarebbe stato malato, deforme, infelice, volle tuttavia egualmente farlo nascere, ha il diritto di sputare in faccia al padre».

 

Questa vicenda pone l'accento sul popolo siciliano, da migliaia di anni terra di conquista, in cui gli altri arrivano, saccheggiano, stuprano, costruiscono qualche monumento e poi se ne vanno. I siciliani vengono descritti da Fava come una colonia incapace di essere un vero popolo. E su questa debolezza poi è facile arrivare alla costruzione di una base missilistica.

 

Altro tema importante per il giornalista di Palazzolo Acreide è Catania, e i catanesi.  Sua città d’adozione, Fava ne conosce ogni aspetto, anche il più invisibile. Il capoluogo etneo è vista come il fulcro da cui scaturiscono tutti i fatti di cronaca dell'epoca: i cavalieri del lavoro che reggono le sorti della Sicilia, la grande esplosione mafiosa, l’assassinio di Dalla Chiesa, tutto sembra ricondurre a questa città. Tale fenomeno viene soprannominato da Fava come "Sindrome Catania".

 

Un luogo nel quale in poco tempo è facile che un piccolo politico di paese possa diventare gevernatore di un territorio, e un oscuro appaltatore di provincia possa trasformarsi in cavaliere del lavoro che faccia diventare oro tutto quello che tocca. Tutto sta nella diversità, la  diversità nell’intendere la vita, il rapporto fra l’uomo e gli altri uomini. Si dice persino che a Catania, onde potersi affrancare da Palermo, alla fine si sia inventata la mafia. La città, nel Secondo Dopoguerra, si è popolata di gente avida, forte, rapace venuta dai paesi vicini, gente con una limitata ma precisa preparazione culturale, animata da fantasia e spirito d'iniziativa che è riuscita ad impadronirsi di tutti i settori della società.

Questi personaggi si sono impadroniti della città, conquistando almeno il settanta per cento del livello sociale che conta e dirige il grande centro civile: le docenze universitarie, le cariche di partito, le clientele professionali, le costruzioni, gli appalti, eccetera.

 

Un anno rappresenta un affresco della Sicilia degli anni Ottanta raccontata attraverso gli occhi e la penna di un testimone attento e a tutto campo, un uomo che vantava un curriculum vitae eccezionale: giornalista, scrittore, saggista, pittore e sceneggiatore di fama mondiale.

 

Un uomo che ha provocato un terremoto nel deserto culturale della città etnea fino ad allora prigioniera di un silenzio omertoso. Giuseppe Fava ha mostrato a noi lettori del ventunesimo secolo come poco o nulla sia cambiato in una terra che nonostante tutto si ama visceralmente, e per cui bisogna comunque lottare.

 

«A che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?»

(Giuseppe Fava)

 

Serena Intelisano

 

(www.excursus.org, anno IV, n. 31, febbraio 2012)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Maria Gerace, Serena Intelisano, Pamela La Camera, Roberto La Fauci,

Giuseppe Licandro, Marco Mazzi, Domenica Riggio, Carmine Zaccaro, Ivana Vaccaroni

 

 

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