Anno II             n. 14                   Settembre 2010

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

La propaganda politica

attraverso i manifesti

 di Luigi Grisolia

 

Slogan, idee e temi del confronto,

 dalla Guerra di Libia del 1911-12

 fino ai giorni nostri, commentati

 in un testo pubblicato da Donzelli

 

 

  

 

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Sono ancora vive nella memoria dell’opinione pubblica italiana le celebri crociate di Berlusconi – e in accodamento di tutto il centro-destra, soprattutto di Forza Italia – contro il pericolo dei comunisti al governo, e, viceversa, la demonizzazione dell’uomo di Arcore da parte del centro-sinistra (fino a qualche anno fa) e dell’estrema sinistra e di Di Pietro (tuttora). Entrambi gli schieramenti si scagliavano, e si scagliano, contro un avversario da loro identificato, per usare la convincente terminologia di Angelo Ventrone, come «nemico interno». Una propaganda politica che si basa quindi sulla netta divisione tra ciò che è bene (noi) e ciò che male (l’avversario), che è chiaramente il nemico da combattere.

 

Si tratta di una peculiarità che ha segnato tutte le lotte politiche da un periodo che parte fin dai Primi del Novecento, e caratterizzata, perlomeno fino alla caduta del Muro di Berlino, dalla ricorrente equivalenza tra “nemico interno” e “nemico esterno” (quest’ultimo identificato con uno Stato che agiva contro gli interessi dell’Italia). E che è oggetto di analisi di un accurato saggio del citato Ventrone, Il nemico interno. Immagini e simboli della lotta politica nell’Italia del 900 (Donzelli, pp. 342, € 27,00), diviso in due parti: nella prima, l’autore offre una riflessione sul tema, mentre nella seconda si analizza l’evoluzione della propaganda, alla luce del «nemico interno», attraverso una carrellata fotografica dei manifesti politici, opportunamente commentati.

 

Questa “particolare” storia comincia sostanzialmente, dalla Guerra di Libia di inizio Novecento: il Partito Socialista, fedele a ciò che Andrea Costa (il primo parlamentare della sinistra “estrema”) aveva dichiarato già nel 1887 («né un uomo né un soldo»), si oppose fortemente all’invasione africana. E così, se la propaganda socialista, nella pagine de l’Avanti!, rappresentava il vampiro borghese nell’atto di succhiare il sangue al misero lavoratore, quella avversaria tacciava i socialisti di essere al servizio dei Turchi. E infatti, in una cartolina dell’epoca, intestata emblematicamente «più l’Italia va avanti, più l’Avanti! va indietro», veniva raffigurato un centauro turco ansimante nell’atto di ritirarsi. Va tenuto presente che questa creatura mitologica all’epoca era un simbolo tipico della propaganda socialista: spesso infatti essa rappresentava, appunto, un centauro nell’atto di scoccare una penna d’oca, che a sua volta simboleggiava lo slancio verso il futuro e l’impegno verso l’alfabetizzazione della classe lavoratrice. 

 

Lo stesso atteggiamento fu mantenuto dal Psi anche dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l’entrata nel conflitto dell’Italia. Sebbene, come nota Ventrone, il partito «non assunse del corso nel conflitto un atteggiamento aprioristicamente antipatriottico», tale presa di posizione venne criticata dagli avversari come un tradimento. Al punto che un volantino rappresenta la Nuova Triplice, formata da Filippo Turati (segretario Psi), Francesco Giuseppe (imperatore di Austria-Ungheria) e Guglielmo II (imperatore tedesco), a sottolineare, appunto, come i socialisti si schieravano con i nemici dell’Italia. Dal canto suo, il Partito Socialista si batteva a favore della neutralità evidenziando le brutalità della guerra. Così, in una raffigurazione: «Un individuo pacifico e legato da vincoli di solidarietà ai suoi simili, dopo la partecipazione al conflitto diventava [...] una “belva”, uno scheletro con la divisa militare che si scagliava, senza alcun vero motivo, contro altri morti viventi identici a lui».

 

La propaganda socialista proseguì in questa sua campagna anche all’indomani della fine del conflitto, quando, in un efficace disegno pubblicato sull’Avanti! nel dicembre del 1920, la guerra, rappresentata come uno scheletro avvolto nel tricolore (chiaro riferimento alla partecipazione italiana), tiene tra le mani il suo figliolo, cioè il fascismo, nell’atto di porlo nella culla (il capitalismo). Si tratta di una rappresentazione metaforica della nascita del fascismo. Da notare anche che, in basso alla culla, vi è un sacchetto con “avena per la stampa”, a simboleggiare come essa veniva addomesticata dai fascisti. Del resto, come nota giustamente Ventrone, la stampa dell’epoca «in grande maggioranza, sostenne il fascismo, manifestando tolleranza, se non vera e propria simpatia, verso le violenze delle sue squadre»: autorevoli testate giustificavano, quindi, chi per un motivo chi per un altro, i fascisti, almeno fino al delitto Matteotti (Il Giornale d’Italia e La Tribuna) o comunque fino a quando non fu chiara la svolta autoritaria (il Corriere della sera di Luigi Albertini).

Naturalmente, con la politica espansionistica fascista, ritornò fortissimo il collegamento negativo tra fascismo e guerra (intesa come «fonte di morte e distruzione», come nota l’autore, e non ovviamente esaltata come dalla dittatura). Così, se la propaganda fascista, in seguito alle sanzioni commutate dalla Società delle Nazioni, dichiarava che «se tu mangi troppo derubi la Patria», in un numero dell’Almanacco antifascista del 1930 usciva una tavola nella quale sullo slogan «Abbasso la guerra imperialista», capeggiava un ritratto di Mussolini modificato fino a farlo assomigliare ad un teschio.

 

Per quel che concerne il periodo della Seconda Guerra Mondiale, sono diverse le immagini e i manifesti raccolti da Ventrone. Tra questi, vogliamo qui ricordarne due. Il primo fu realizzato dalla propaganda della Repubblica Sociale Italiana, che univa all’antiamericanismo anche una forte dose di razzismo (sulla scia della svolta in tal senso del regime fascista negli anni Trenta). Infatti, i soldati americani erano spesso raffigurati come uomini di colore. E così, in un manifesto del 1944, il soldato americano nero è raffigurato nel chiaro intento di perpetuare una violenza sessuale su una povera ragazza; e la scritta «difendila! Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia». Quello degli stupri era un tema ricorrente nella propaganda della Rsi, suffragata anche dalle migliaia di episodi reali denunciati con l’occupazione dell’Italia Meridionale da parte degli anglo-americani. Inoltre, nota Ventrone, «il fatto che nel materiale di propaganda il protagonista fosse spesso un uomo di colore serviva ad alimentare il timore legato all’arrivo di popolazioni considerate ancora allo stadio selvaggio»; si cercava, insomma, attraverso «l’identificazione degli Stati Uniti con le violenze dei soldati di colore [...] di denunciare la mancanza di civiltà dell’invasore». Un’«impressionante immagine di cosa vuol dire guerra civile» è invece rappresentata dal manifestino di “Stato d’accusa” della Brigata d’Assalto Garibaldi “Lombardia”. Tali manifestini dovevano essere appesi ai muri delle città appena liberate e contenevano il nome (e il luogo di abitazione) di coloro che si erano meritati l’appellativo di “nemici della patria” in quanto erano (o erano stati) «al servizio dei tedeschi e dei traditori fascisti» e che quindi, «nell’imminenza della Liberazione», erano additati «al disprezzo ed all’ostracismo del Popolo ed ai Patrioti per la giusta punizione». L’autore ricorda quale fosse tale punizione: il taglio dei capelli e la pubblica gogna per le donne che si erano date ai tedeschi o ai fascisti; la richiesta di abiurare pubblicamente al proprio passato; un processo con una giuria più o meno improvvisata; l’uccisione in agguati per strada e la fucilazione immediata in caso di cattura.

 

Terminato il conflitto, si aprì l’aspro periodo di scontro tra i vari partiti della neonata Repubblica. E fu confermata l’equivalenza tra “nemico interno” e “nemico esterno”. Infatti, in vista delle elezioni dell’aprile del 1948, un manifesto del Fronte Democratico Popolare, ricco di riferimenti simbolici, rappresentava un De Gasperi «cecchino di Truman» che indossava la tipica divisa della Militar Police statunitense, con in testa l’elmo chiodato (dell’esercito germanico), su cui era raffigurata la bandiera americana, mentre con la mano sinistra teneva un grande scudo crociato e con la destra una mazza ferrata, brutale strumento utilizzato dai soldati austro-ungarici nella Prima Guerra Mondiale contro l’esercito italiano. Insomma, De Gasperi, “nemico interno” in quanto capo della Dc, era anche al servizio del “nemico esterno”, perché succube degli Usa (e non si dimenticavano i suoi trascorsi come parlamentare austriaco prima e durante la Grande Guerra). In virtù di ciò, si invitava a votare Garibaldi (il suo viso con la stella d’Italia sullo sfondo era il simbolo del Fronte) «contro i provocatori di guerre» e «i venduti allo straniero».

In realtà, nota Ventrone, «per gli avversari del Fdp, il vero Garibaldi non aveva niente a che fare con quello usato dalle sinistre come proprio simbolo elettorale. Anzi, era semmai necessario continuare, proprio nel suo nome, la lotta per cacciare dal Paese lo “straniero”». E così, un manifesto rappresentava Garibaldi a cavallo e “alla riscossa”, seguito dalle sue camicie rosse, che scacciava Togliatti, al grido «si scoprono le tombe, si levano i morti, va fuori d’Italia, va fuori o stranier!». Il Partito Comunista rispondeva con una raffigurazione del burattinaio Truman che muoveva le sue marionette: Scelba, De Gasperi, Einaudi e Sforza (manifesto che tra l’altro è stato scelto come copertina del volume).

 

Il collegamento tra “nemico interno” e “nemico esterno” era presente anche nella propaganda di altre forze politiche. Per esempio, il Partito Nazionale Monarchico diffuse un manifesto in cui si invitava gli italiani a votare per la propria bandiera e si rappresentavano quattro signori caratteristi, ognuno dei quali era simbolo di un partito e portava un vessillo. L’uomo della Dc quella statunitense, l’uomo del Pci quella dell’Urss, l’uomo del Pli quella della Gran Bretagna e, infine, l’uomo del Pnm il tricolore italiano (ovviamente con il simbolo sabaudo al centro).

 

Il 1953 fu un altro anno di aspre polemiche segnate dalla c.d. “legge truffa”, oggetto delle mire della sinistra. Un manifesto del Pci, che ricalcava una locandina cinematografica, annunciava l’uscita del film L’ultima truffa, prodotto dalla “Forchettoni Associated”, distribuito dalla “Premiocrazia Grattiana”, diretto da Aspide de Capperi (cioè De Gasperi) e interpretato da Gamella (il segretario Dc Guido Gonnella), Saramat (il segretario Psdi Saragat), Spaccardi (il segretario del Pri Pacciardi) e Pigliabruna (il segretario Pli Villabruna). Nella locandina, in cui si specificava che il film era “vietato a tutte le persone oneste”, era raffigurato un uomo, travestito da bandito con il tipico bavaglio costituito da un fazzoletto con lo scudo crociato, che furtivamente portava via in un sacco il suo bottino (cioè il premio di maggioranza, previsto da quella legge). Il settimanale democristiano Libertas rispondeva con una cartolina in cui un uomo, elegante, appartenente al ceto medio (uno dei gruppi sociali a cui la Dc si rivolgeva) era affiancato da due burattini, che rappresentavano l’uno un fascista (Msi) e l’altro un partigiano comunista (Pci) e, retoricamente, chiedeva: «Italiano, quale dei tre vuoi essere?».

 

Gli anni Sessanta e Settanta sono carichi di storia ben nota. Dal punto di vista della propaganda politica possiamo affermare che, probabilmente, il momento di “maggiore tensione” fu rappresentato dalle elezioni del 1976, in cui il sorpasso delle sinistre ai danni delle forze di governo guidate dalla Dc appariva ai più praticamente certo. Il Pci invitava a votare comunista perché «comunque la rigira... la Dc è sempre Disordine e Corruzione» (con le iniziali di queste ultime due parole ben evidenziate in rosso e grassetto). I democristiani, invece, in un manifesto riportavano i risultati della sinistra alle regionali del 1975 (dove aveva raggiunto il 47%), e, pragmaticamente, chiedevano: «Manca solo il 3,1% e l’Italia diventa comunista. È questo che vuoi?»; in un altro manifesto, tre grossi punti interrogativi rossi facevano da titolo all’altrettanto pragmatica domanda: «quanto sei disposto a rischiare per scoprire se il Pci è sincero?». Ventrone nota come in questi manifesti, rispetto agli anni precedenti, «i toni si erano andati gradualmente attenuando e che i comunisti italiani costituissero un pericolo per la democrazia non era più un fatto assodato, quanto una domanda, un dubbio». Simpatico un manifesto del Psi, che recitava: «C’era una volta Fanfaneve e i sette nani. Ci sono ancora. Regnano sul Bel Paese felici e contenti da quasi trent’anni. Spezza l’incantesimo». Ed erano raffigurati, appunto, Fanfaneve (cioè Fanfani) con Morpisolo (Tommaso Morlino), Dottolombo (Emilio Colombo), Rumorgongolo (Mariano Rumor), Donat-Brontolattin (Carlo Donat-Cattin), Andreottolo (Andreotti), Tavianevolo (Paolo Emilio Taviani) e Picciolo (Flaminio Piccoli). Rompere l’incantesimo, inoltre, significava anche evitare che Fanfaneve baciasse il rospo col fez fascista disegnato in basso: e cioè che la Dc chiamasse al governo l’Msi.

 

L’ultima sezione della parte riguardante i manifesti copre il periodo che dagli Ottanta arriva fino ai giorni nostri e, in particolare, l’attenzione è posta sulla Lega Nord, fin dalle sue origini come Lega Lombarda e i suoi toni nettamente contro Roma, contro gli immigrati e a sostegno delle tradizioni locali («Sì alla polenta, No al cous cous»), e sulle forze di estrema destra. E così, mentre Forza Nuova, in alcuni suoi manifesti, contiene espliciti richiami al regime fascista, Fiamma Tricolore, in un manifesto del 2000, in maniera razzista “urla”: «Gay, lesbiche, transex? Ma siamo matti? L’Italia ha bisogno di bambini!».

 

Infine, per chiudere questo articolo, ci sembra opportuno riportare la considerazione conclusiva che offre lo stesso Ventrone: al termine di questo percorso «va sottolineato come, nonostante le profonde trasformazioni sia della vita politica che delle modalità di comunicazione, in vasta parte della classe politica italiana sia ancora forte la tentazione di continuare a utilizzare immagini e slogan nati nel passato, legati quindi a un contesto che non esiste più, per radicalizzare ideologicamente la vita politica nazionale, compattare il proprio schieramento, delegittimare l’avversario e legittimare se stessi come gli unici, esclusivi rappresentanti dei veri interessi nazionali».

 

Luigi Grisolia

 

(www.excursus.org, anno II, n. 14, settembre 2010)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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