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Sono ancora vive
nella memoria dell’opinione pubblica italiana le
celebri crociate di Berlusconi – e in accodamento di
tutto il centro-destra, soprattutto di Forza Italia
– contro il pericolo dei comunisti al governo, e,
viceversa, la demonizzazione dell’uomo di Arcore da
parte del centro-sinistra (fino a qualche anno fa) e
dell’estrema sinistra e di Di Pietro (tuttora).
Entrambi gli schieramenti si scagliavano, e si
scagliano, contro un avversario da loro
identificato, per usare la convincente terminologia
di Angelo Ventrone, come «nemico interno». Una
propaganda politica che si basa quindi sulla netta
divisione tra ciò che è bene (noi) e ciò che male
(l’avversario), che è chiaramente il nemico da
combattere.
Si tratta di una
peculiarità che ha segnato tutte le lotte politiche
da un periodo che parte fin dai Primi del Novecento,
e caratterizzata, perlomeno fino alla caduta del
Muro di Berlino, dalla ricorrente equivalenza tra
“nemico interno” e “nemico esterno” (quest’ultimo
identificato con uno Stato che agiva contro gli
interessi dell’Italia). E che è oggetto di analisi
di un accurato saggio del citato Ventrone, Il
nemico interno. Immagini e simboli della lotta
politica nell’Italia del ’900
(Donzelli, pp. 342, € 27,00), diviso in due parti:
nella prima, l’autore offre una riflessione sul
tema, mentre nella seconda si analizza l’evoluzione
della propaganda, alla luce del «nemico interno»,
attraverso una carrellata fotografica dei manifesti
politici, opportunamente commentati.
Questa “particolare”
storia comincia sostanzialmente, dalla Guerra di
Libia di inizio Novecento: il Partito Socialista,
fedele a ciò che Andrea Costa (il primo parlamentare
della sinistra “estrema”) aveva dichiarato già nel
1887 («né un uomo né un soldo»), si oppose
fortemente all’invasione africana. E così, se la
propaganda socialista, nella pagine de l’Avanti!,
rappresentava il vampiro borghese nell’atto di
succhiare il sangue al misero lavoratore, quella
avversaria tacciava i socialisti di essere al
servizio dei Turchi. E infatti, in una cartolina
dell’epoca, intestata emblematicamente «più l’Italia
va avanti, più l’Avanti! va indietro», veniva
raffigurato un centauro turco ansimante nell’atto di
ritirarsi. Va tenuto presente che questa creatura
mitologica all’epoca era un simbolo tipico della
propaganda socialista: spesso infatti essa
rappresentava, appunto, un centauro nell’atto di
scoccare una penna d’oca, che a sua volta
simboleggiava lo slancio verso il futuro e l’impegno
verso l’alfabetizzazione della classe lavoratrice.
Lo stesso
atteggiamento fu mantenuto dal Psi anche dopo lo
scoppio della Prima Guerra Mondiale e l’entrata nel
conflitto dell’Italia. Sebbene, come nota Ventrone,
il partito «non assunse del corso nel conflitto un
atteggiamento aprioristicamente antipatriottico»,
tale presa di posizione venne criticata dagli
avversari come un tradimento. Al punto che un
volantino rappresenta la Nuova Triplice, formata da
Filippo Turati (segretario Psi), Francesco Giuseppe
(imperatore di Austria-Ungheria) e Guglielmo II
(imperatore tedesco), a sottolineare, appunto, come
i socialisti si schieravano con i nemici
dell’Italia. Dal canto suo, il Partito Socialista si
batteva a favore della neutralità evidenziando le
brutalità della guerra. Così, in una raffigurazione:
«Un individuo pacifico e legato da vincoli di
solidarietà ai suoi simili, dopo la partecipazione
al conflitto diventava [...] una “belva”, uno
scheletro con la divisa militare che si scagliava,
senza alcun vero motivo, contro altri morti viventi
identici a lui».
La propaganda
socialista proseguì in questa sua campagna anche
all’indomani della fine del conflitto, quando, in un
efficace disegno pubblicato sull’Avanti! nel
dicembre del 1920, la guerra, rappresentata come uno
scheletro avvolto nel tricolore (chiaro riferimento
alla partecipazione italiana), tiene tra le mani il
suo figliolo, cioè il fascismo, nell’atto di porlo
nella culla (il capitalismo). Si tratta di una
rappresentazione metaforica della nascita del
fascismo. Da notare anche che, in basso alla culla,
vi è un sacchetto con “avena per la stampa”, a
simboleggiare come essa veniva addomesticata dai
fascisti. Del resto, come nota giustamente Ventrone,
la stampa dell’epoca «in grande maggioranza,
sostenne il fascismo, manifestando tolleranza, se
non vera e propria simpatia, verso le violenze delle
sue squadre»: autorevoli testate giustificavano,
quindi, chi per un motivo chi per un altro, i
fascisti, almeno fino al delitto Matteotti (Il
Giornale d’Italia e La Tribuna) o
comunque fino a quando non fu chiara la svolta
autoritaria (il Corriere della sera di Luigi
Albertini).
Naturalmente, con la
politica espansionistica fascista, ritornò
fortissimo il collegamento negativo tra fascismo e
guerra (intesa come «fonte di morte e distruzione»,
come nota l’autore, e non ovviamente esaltata come
dalla dittatura). Così, se la propaganda fascista,
in seguito alle sanzioni commutate dalla Società
delle Nazioni, dichiarava che «se tu mangi troppo
derubi la Patria», in un numero dell’Almanacco
antifascista del 1930 usciva una tavola nella
quale sullo slogan «Abbasso la guerra
imperialista», capeggiava un ritratto di Mussolini
modificato fino a farlo assomigliare ad un teschio.
Per quel che
concerne il periodo della Seconda Guerra Mondiale,
sono diverse le immagini e i manifesti raccolti da
Ventrone. Tra questi, vogliamo qui ricordarne due.
Il primo fu realizzato dalla propaganda della
Repubblica Sociale Italiana, che univa
all’antiamericanismo anche una forte dose di
razzismo (sulla scia della svolta in tal senso del
regime fascista negli anni Trenta). Infatti, i
soldati americani erano spesso raffigurati come
uomini di colore. E così, in un manifesto del 1944,
il soldato americano nero è raffigurato nel chiaro
intento di perpetuare una violenza sessuale su una
povera ragazza; e la scritta «difendila! Potrebbe
essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua
figlia». Quello degli stupri era un tema ricorrente
nella propaganda della Rsi, suffragata anche dalle
migliaia di episodi reali denunciati con
l’occupazione dell’Italia Meridionale da parte degli
anglo-americani. Inoltre, nota Ventrone, «il fatto
che nel materiale di propaganda il protagonista
fosse spesso un uomo di colore serviva ad alimentare
il timore legato all’arrivo di popolazioni
considerate ancora allo stadio selvaggio»; si
cercava, insomma, attraverso «l’identificazione
degli Stati Uniti con le violenze dei soldati di
colore [...] di denunciare la mancanza di civiltà
dell’invasore». Un’«impressionante immagine di cosa
vuol dire guerra civile» è invece
rappresentata dal manifestino di “Stato d’accusa”
della Brigata d’Assalto Garibaldi “Lombardia”. Tali
manifestini dovevano essere appesi ai muri delle
città appena liberate e contenevano il nome (e il
luogo di abitazione) di coloro che si erano meritati
l’appellativo di “nemici della patria” in quanto
erano (o erano stati) «al servizio dei tedeschi e
dei traditori fascisti» e che quindi,
«nell’imminenza della Liberazione», erano additati
«al disprezzo ed all’ostracismo del Popolo ed ai
Patrioti per la giusta punizione». L’autore ricorda
quale fosse tale punizione: il taglio dei capelli e
la pubblica gogna per le donne che si erano date ai
tedeschi o ai fascisti; la richiesta di abiurare
pubblicamente al proprio passato; un processo con
una giuria più o meno improvvisata; l’uccisione in
agguati per strada e la fucilazione immediata in
caso di cattura.
Terminato il
conflitto, si aprì l’aspro periodo di scontro tra i
vari partiti della neonata Repubblica. E fu
confermata l’equivalenza tra “nemico interno” e
“nemico esterno”. Infatti, in vista delle elezioni
dell’aprile del 1948, un manifesto del Fronte
Democratico Popolare, ricco di riferimenti
simbolici, rappresentava un De Gasperi «cecchino di
Truman» che indossava la tipica divisa della Militar
Police statunitense, con in testa l’elmo chiodato
(dell’esercito germanico), su cui era raffigurata la
bandiera americana, mentre con la mano sinistra
teneva un grande scudo crociato e con la destra una
mazza ferrata, brutale strumento utilizzato dai
soldati austro-ungarici nella Prima Guerra Mondiale
contro l’esercito italiano. Insomma, De Gasperi,
“nemico interno” in quanto capo della Dc, era anche
al servizio del “nemico esterno”, perché succube
degli Usa (e non si dimenticavano i suoi trascorsi
come parlamentare austriaco prima e durante la
Grande Guerra). In virtù di ciò, si invitava a
votare Garibaldi (il suo viso con la stella d’Italia
sullo sfondo era il simbolo del Fronte) «contro i
provocatori di guerre» e «i venduti allo straniero».
In realtà, nota
Ventrone, «per gli avversari del Fdp, il vero
Garibaldi non aveva niente a che fare con quello
usato dalle sinistre come proprio simbolo
elettorale. Anzi, era semmai necessario continuare,
proprio nel suo nome, la lotta per cacciare dal
Paese lo “straniero”». E così, un manifesto
rappresentava Garibaldi a cavallo e “alla riscossa”,
seguito dalle sue camicie rosse, che scacciava
Togliatti, al grido «si scoprono le tombe, si levano
i morti, va fuori d’Italia, va fuori o stranier!».
Il Partito Comunista rispondeva con una
raffigurazione del burattinaio Truman che muoveva le
sue marionette: Scelba, De Gasperi, Einaudi e Sforza
(manifesto che tra l’altro è stato scelto come
copertina del volume).
Il collegamento tra
“nemico interno” e “nemico esterno” era presente
anche nella propaganda di altre forze politiche. Per
esempio, il Partito Nazionale Monarchico diffuse un
manifesto in cui si invitava gli italiani a votare
per la propria bandiera e si rappresentavano quattro
signori caratteristi, ognuno dei quali era simbolo
di un partito e portava un vessillo. L’uomo della Dc
quella statunitense, l’uomo del Pci quella
dell’Urss, l’uomo del Pli quella della Gran Bretagna
e, infine, l’uomo del Pnm il tricolore italiano
(ovviamente con il simbolo sabaudo al centro).
Il 1953 fu un altro
anno di aspre polemiche segnate dalla c.d. “legge
truffa”, oggetto delle mire della sinistra. Un
manifesto del Pci, che ricalcava una locandina
cinematografica, annunciava l’uscita del film
L’ultima truffa, prodotto dalla “Forchettoni
Associated”, distribuito dalla “Premiocrazia
Grattiana”, diretto da Aspide de Capperi (cioè De
Gasperi) e interpretato da Gamella (il segretario Dc
Guido Gonnella), Saramat (il segretario Psdi
Saragat), Spaccardi (il segretario del Pri Pacciardi)
e Pigliabruna (il segretario Pli Villabruna). Nella
locandina, in cui si specificava che il film era
“vietato a tutte le persone oneste”, era raffigurato
un uomo, travestito da bandito con il tipico
bavaglio costituito da un fazzoletto con lo scudo
crociato, che furtivamente portava via in un sacco
il suo bottino (cioè il premio di maggioranza,
previsto da quella legge). Il settimanale
democristiano Libertas rispondeva con una
cartolina in cui un uomo, elegante, appartenente al
ceto medio (uno dei gruppi sociali a cui la Dc si
rivolgeva) era affiancato da due burattini, che
rappresentavano l’uno un fascista (Msi) e l’altro un
partigiano comunista (Pci) e, retoricamente,
chiedeva: «Italiano, quale dei tre vuoi essere?».
Gli anni Sessanta e
Settanta sono carichi di storia ben nota. Dal punto
di vista della propaganda politica possiamo
affermare che, probabilmente, il momento di
“maggiore tensione” fu rappresentato dalle elezioni
del 1976, in cui il sorpasso delle sinistre ai danni
delle forze di governo guidate dalla Dc appariva ai
più praticamente certo. Il Pci invitava a votare
comunista perché «comunque la rigira... la Dc è
sempre Disordine e Corruzione» (con le iniziali di
queste ultime due parole ben evidenziate in rosso e
grassetto). I democristiani, invece, in un manifesto
riportavano i risultati della sinistra alle
regionali del 1975 (dove aveva raggiunto il 47%), e,
pragmaticamente, chiedevano: «Manca solo il 3,1% e
l’Italia diventa comunista. È questo che vuoi?»; in
un altro manifesto, tre grossi punti interrogativi
rossi facevano da titolo all’altrettanto pragmatica
domanda: «quanto sei disposto a rischiare per
scoprire se il Pci è sincero?». Ventrone nota come
in questi manifesti, rispetto agli anni precedenti,
«i toni si erano andati gradualmente attenuando e
che i comunisti italiani costituissero un pericolo
per la democrazia non era più un fatto assodato,
quanto una domanda, un dubbio». Simpatico un
manifesto del Psi, che recitava: «C’era una volta
Fanfaneve e i sette nani. Ci sono ancora. Regnano
sul Bel Paese felici e contenti da quasi trent’anni.
Spezza l’incantesimo». Ed erano raffigurati,
appunto, Fanfaneve (cioè Fanfani) con Morpisolo
(Tommaso Morlino), Dottolombo (Emilio Colombo),
Rumorgongolo (Mariano Rumor), Donat-Brontolattin
(Carlo Donat-Cattin), Andreottolo (Andreotti),
Tavianevolo (Paolo Emilio Taviani) e Picciolo
(Flaminio Piccoli). Rompere l’incantesimo, inoltre,
significava anche evitare che Fanfaneve baciasse il
rospo col fez fascista disegnato in basso: e cioè
che la Dc chiamasse al governo l’Msi.
L’ultima sezione
della parte riguardante i manifesti copre il periodo
che dagli Ottanta arriva fino ai giorni nostri e, in
particolare, l’attenzione è posta sulla Lega Nord,
fin dalle sue origini come Lega Lombarda e i suoi
toni nettamente contro Roma, contro gli immigrati e
a sostegno delle tradizioni locali («Sì alla
polenta, No al cous cous»), e sulle forze di estrema
destra. E così, mentre Forza Nuova, in alcuni suoi
manifesti, contiene espliciti richiami al regime
fascista, Fiamma Tricolore, in un manifesto del
2000, in maniera razzista “urla”: «Gay, lesbiche,
transex? Ma siamo matti? L’Italia ha bisogno di
bambini!».
Infine, per chiudere
questo articolo, ci sembra opportuno riportare la
considerazione conclusiva che offre lo stesso
Ventrone: al termine di questo percorso «va
sottolineato come, nonostante le profonde
trasformazioni sia della vita politica che delle
modalità di comunicazione, in vasta parte della
classe politica italiana sia ancora forte la
tentazione di continuare a utilizzare immagini e
slogan nati nel passato, legati quindi a un contesto
che non esiste più, per radicalizzare
ideologicamente la vita politica nazionale,
compattare il proprio schieramento, delegittimare
l’avversario e legittimare se stessi come gli unici,
esclusivi rappresentanti dei veri interessi
nazionali».
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno II, n. 14, settembre 2010)
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