Anno II             n. 11                   Giugno 2010

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Il populismo autoritario

di Silvio Berlusconi

 di Luigi Grisolia

 

In un saggio di Nicola Tranfaglia,

 edito da Baldini Castoldi Dalai,

 i motivi di una definizione forte

 ma, purtroppo, assai fondata

 

 

  

 

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Il “caso Berlusconi”, ovvero dell’uomo prestato dall’economia alla politica, capace di creare un partito maggioritario e conquistare la fiducia degli italiani per ben tre volte, è da sempre oggetto di studio, proprio per la sua singolarità. Negli ultimi tempi si sta sviluppando una bibliografia che cerca una prima storicizzazione del fenomeno, rintracciandone gli essenziali tratti politici e, quindi, definendone la natura. In quest’area, un libro certamente importante è Lo statista di Massimo Giannini, pubblicato da Baldini Castoldi Dalai un paio di anni fa, editore che si dimostra molto attento alla tematica, avendo dato recentemente alle stampe un altro, importante, volume: Populismo autoritario. Autobiografia di una nazione (pp. 162, € 15,00), dello storico Nicola Tranfaglia.

 

Tutto il saggio ruota intorno ad un quesito fondamentale: perché Berlusconi ha vinto per ben tre volte le elezioni, l’ultima nel 2008? Certamente ha contato il potere mediatico di cui dispone, ma non è sufficiente individuare la risposta a tale domanda esclusivamente nel controllo delle televisioni. No, sostiene l’autore, le ragioni sono più profonde. Intanto, l’attuale premier si è avvalso di una solida alleanza, nata fin dagli anni Sessanta, con la Chiesa Cattolica e il mondo imprenditoriale, in particolare le Pmi (come emerge dai due capitoli biografici che lo storico dedica al Presidente del Consiglio). E, sostanzialmente da quando è “sceso in campo”, ha conquistato «una sorta di egemonia culturale che la sinistra ha perduto [...]: l’egemonia che nasce dalla concezione della vita diffusa da tempo tra le grandi masse popolari, dopo che la Chiesa si è secolarizzata e si sono affermati anche in Italia i valori del Paese dominante in Occidente, gli Stati Uniti d’America».

Questi valori sono, in particolare, il denaro quale simbolo di potere, la felicità individuale quale obiettivo primario, l’assenza di uno Stato regolatore e la fine della fede in qualunque ideologia progressista e di mutamento sociale.

 

Proprio per la presenza di tali elementi, è senz’altro possibile definire il regime politico attuale “populistico”. È sufficiente pensare a due tra i maggiori casi storici di populismo del Novecento – il Brasile di Getulio Vargas e l’Argentina di Juan Domingo Perόn – per rendersene pienamente conto. Anche in quei casi, i Capi del Governo avevano il chiaro appoggio della Chiesa, nonché della classe economico-imprenditoriale emergente (nel caso brasiliano, gli operai delle fabbriche – in un Paese dove però la stragrande maggioranza dei lavoratori erano agricoltori –, in quello argentino della borghesia militare), e in cambio riservarono loro parecchi benefici e interventi politici. Come è accaduto e sta accadendo in Italia. Facili gli esempi: legge sulla fecondazione assistita, polemiche sulla pillola abortiva, da una parte, legge sul falso in bilancio, “scudo fiscale” e periodici condoni, dall’altra. Certo, le somiglianze finiscono qui, perché è ben noto che quei due regimi sfociarono, alla fine, in vere e proprie dittature, con abolizione del regime parlamentare, dei partiti politici, eccetera.

 

Quindi, quello di Berlusconi non è certamente un populismo dittatoriale, ma, purtroppo, presenta degli aspetti che inevitabilmente portano a definirlo autoritario, e che ruotano intorno ad un altro elemento tipico dei populismi, ovvero l’esaltazione del Capo: chi è al potere può tutto. Tradotto nella lingua del premier: chi è eletto dal popolo può tutto.  Quest’idea si concretizza in molteplici comportamenti e prese di posizione: leggi ad personam, forzatura della Costituzione – più in generale del sistema giuridico – e volontà di stravolgerla, insofferenza davanti all’azione dei magistrati, inconcepibilità della satira contro il governo e delle voci di critica da parte della stampa e dei mass media, mistificazione della realtà.

 

Sorprende come siano evidenti le affinità tra gli obiettivi dei governi di Berlusconi e quelli del famigerato Piano di Rinascita Democratica della Loggia P2, che, chiosa Tranfaglia, forse è sciolta solo dal punto di vista formale: dividere i sindacati, esautorare il Parlamento, impedire che la magistratura causi problemi al potere esecutivo con le sue indagini, controllare le televisioni. Del resto, Berlusconi, come ha ammesso lui stesso – salvo poi negarlo sistematicamente – e come risulta dagli elenchi, era un affiliato.

 

Un autoritarismo che si riscontra nei tentativi di ottenere l’immunità giudiziaria per se stesso (in primis) e per le altre cariche dello Stato (sta per arrivare il terzo, nonostante le pronunce di incostituzionalità), violando palesemente il principio di uguaglianza, nell’approvazione di una legge elettorale in cui i cittadini devono solo mettere una “x” ma non possono scegliere gli eletti (ci pensano i partiti, ci pensa il Capo) o, ancora, in «una serie di misure legislative volte a stabilizzare le condizioni di illegalità e di impunità a cui i ceti sociali legati alla coalizione o parte di essa aspirano in via permanente». Come la Legge “Cirami”; come lo “scudo fiscale” approvato lo scorso anno, che secondo lo storico costituisce «l’apologo del modo di operare di questo populismo»: per riempire le svuotate casse dello Stato, si privilegiano, senza neanche il rischio di una sanzione giudiziaria, gli evasori fiscali e i mafiosi che hanno esportato illegalmente il loro denaro all’estero.

 

«Quello che dovrebbe sconcertare un’opinione pubblica degna di questo nome è l’angustia di orizzonti propria di Silvio Berlusconi, le bugie continue di cui infiora i suoi discorsi, la sistematica capacità di presentare se stesso e la sua parte politica in maniera non corrispondente alla realtà della sua vita», tuona Tranfaglia. Ma, dinnanzi al bombardamento mediatico delle sei televisioni governative, unito al fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini si informa solo attraverso le televisioni, e quindi in maniera assolutamente sommaria, nonché al servilismo di molti giornalisti ed intellettuali, tutto ciò non risulta evidente. E così accade che le grandi manifestazioni dell’opposizione (in ultima quella del 2008 contro il Lodo “Alfano”) o contro il governo (quella del 5 dicembre 2009 del “popolo viola”) vengano oscurate dai canali televisivi. Ad ennesima conferma, aggiungiamo noi, i dati diffusi pochi giorni fa: sul Tg1, solo il 19,6% dello spazio politico è dedicato all’opposizione, mentre ben il 43,2% al governo e il 15% ai partiti di maggioranza.

 

E attraverso le stesse televisioni si assiste ad incredibili mistificazioni della realtà. Una delle più clamorose, pochi mesi orsono: Marazzo si dimette per lo scandalo transessuali, Boffo per presunte frequentazioni omosessuali, con i media e i giornali del premier (ovvero Libero e il Giornale) che li mettono sulla gogna. Berlusconi frequenta minorenni, organizza feste con escort e dichiara che non ha nessuna intenzione di lasciare, neanche se sarà condannato per corruzione nel Processo “Mills”, senza che questo provochi alcuna reazione morale nell’opinione pubblica. «Grande abilità mediatica, non c’è che dire, ma anche – polemizza Tranfaglia – incapacità di reazione di quel 70% di italiani che si abbevera esclusivamente ai canali televisivi pubblici e privati sempre più sotto il controllo da parte del Capo del Governo».

 

Eppure, conclude lo storico, proprio gli ultimi avvenimenti potrebbero preludere ad un declino di Berlusconi, del «modello Berlusconi», quali le notissime divisioni all’interno del Pdl, con l’esplosione del “caso Fini”, che ha rivendicato il suo diritto a non essere d’accordo col Capo, l’aprirsi di una lotta di una successione, nonché una certa insofferenza che sta nascendo nei giovani nei confronti di questo tipo di destra, autoritaria. E, la speranza è sempre l’ultima a morire (l’autore è stato parlamentare per la sinistra), anche una presa di coscienza delle opposizioni ad unirsi e presentare una chiara e convincente alternativa di governo. Certo, la questione del tramonto del premier è ancora problematica, e, per il momento, se ne può parlare solo in termini interrogativi.

 

Luigi Grisolia


(www.excursus.org, anno II, n. 11, giugno 2010)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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