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Il “caso
Berlusconi”, ovvero dell’uomo prestato dall’economia
alla politica, capace di creare un partito
maggioritario e conquistare la fiducia degli
italiani per ben tre volte, è da sempre oggetto di
studio, proprio per la sua singolarità. Negli ultimi
tempi si sta sviluppando una bibliografia che cerca
una prima storicizzazione del fenomeno,
rintracciandone gli essenziali tratti politici e,
quindi, definendone la natura. In quest’area, un
libro certamente importante è Lo statista di
Massimo Giannini, pubblicato da Baldini Castoldi
Dalai un paio di anni fa, editore che si dimostra
molto attento alla tematica, avendo dato
recentemente alle stampe un altro, importante,
volume: Populismo autoritario. Autobiografia di
una nazione (pp. 162, € 15,00), dello storico
Nicola Tranfaglia.
Tutto il saggio
ruota intorno ad un quesito fondamentale: perché
Berlusconi ha vinto per ben tre volte le elezioni,
l’ultima nel 2008? Certamente ha contato il potere
mediatico di cui dispone, ma non è sufficiente
individuare la risposta a tale domanda
esclusivamente nel controllo delle televisioni. No,
sostiene l’autore, le ragioni sono più profonde.
Intanto, l’attuale premier si è avvalso di una
solida alleanza, nata fin dagli anni Sessanta, con
la Chiesa Cattolica e il mondo imprenditoriale, in
particolare le Pmi (come emerge dai due capitoli
biografici che lo storico dedica al Presidente del
Consiglio). E, sostanzialmente da quando è “sceso in
campo”, ha conquistato «una sorta di egemonia
culturale che la sinistra ha perduto [...]:
l’egemonia che nasce dalla concezione della vita
diffusa da tempo tra le grandi masse popolari, dopo
che la Chiesa si è secolarizzata e si sono affermati
anche in Italia i valori del Paese dominante in
Occidente, gli Stati Uniti d’America».
Questi valori sono,
in particolare, il denaro quale simbolo di potere,
la felicità individuale quale obiettivo primario,
l’assenza di uno Stato regolatore e la fine della
fede in qualunque ideologia progressista e di
mutamento sociale.
Proprio per la
presenza di tali elementi, è senz’altro possibile
definire il regime politico attuale “populistico”. È
sufficiente pensare a due tra i maggiori casi
storici di populismo del Novecento – il Brasile di
Getulio Vargas e l’Argentina di Juan Domingo Perόn –
per rendersene pienamente conto. Anche in quei casi,
i Capi del Governo avevano il chiaro appoggio della
Chiesa, nonché della classe
economico-imprenditoriale emergente (nel caso
brasiliano, gli operai delle fabbriche – in un Paese
dove però la stragrande maggioranza dei lavoratori
erano agricoltori –, in quello argentino della
borghesia militare), e in cambio riservarono loro
parecchi benefici e interventi politici. Come è
accaduto e sta accadendo in Italia. Facili gli
esempi: legge sulla fecondazione assistita,
polemiche sulla pillola abortiva, da una parte,
legge sul falso in bilancio, “scudo fiscale” e
periodici condoni, dall’altra. Certo, le somiglianze
finiscono qui, perché è ben noto che quei due regimi
sfociarono, alla fine, in vere e proprie dittature,
con abolizione del regime parlamentare, dei partiti
politici, eccetera.
Quindi, quello di
Berlusconi non è certamente un populismo
dittatoriale, ma, purtroppo, presenta degli aspetti
che inevitabilmente portano a definirlo
autoritario, e che ruotano intorno ad un altro
elemento tipico dei populismi, ovvero l’esaltazione
del Capo: chi è al potere può tutto. Tradotto nella
lingua del premier: chi è eletto dal popolo può
tutto. Quest’idea si concretizza in molteplici
comportamenti e prese di posizione: leggi ad
personam, forzatura della Costituzione –
più in generale del sistema giuridico – e volontà di
stravolgerla, insofferenza davanti all’azione dei
magistrati, inconcepibilità della satira contro il
governo e delle voci di critica da parte della
stampa e dei mass media, mistificazione della
realtà.
Sorprende come
siano evidenti le affinità tra gli obiettivi dei
governi di Berlusconi e quelli del famigerato Piano
di Rinascita Democratica della Loggia P2, che,
chiosa Tranfaglia, forse è sciolta solo dal punto di
vista formale: dividere i sindacati, esautorare il
Parlamento, impedire che la magistratura causi
problemi al potere esecutivo con le sue indagini,
controllare le televisioni. Del resto, Berlusconi,
come ha ammesso lui stesso – salvo poi negarlo
sistematicamente – e come risulta dagli elenchi, era
un affiliato.
Un autoritarismo
che si riscontra nei tentativi di ottenere
l’immunità giudiziaria per se stesso (in primis)
e per le altre cariche dello Stato (sta per arrivare
il terzo, nonostante le pronunce di
incostituzionalità), violando palesemente il
principio di uguaglianza, nell’approvazione di una
legge elettorale in cui i cittadini devono solo
mettere una “x” ma non possono scegliere gli eletti
(ci pensano i partiti, ci pensa il Capo) o, ancora,
in «una serie di misure legislative volte a
stabilizzare le condizioni di illegalità e di
impunità a cui i ceti sociali legati alla coalizione
o parte di essa aspirano in via permanente». Come la
Legge “Cirami”; come lo “scudo fiscale” approvato lo
scorso anno, che secondo lo storico costituisce
«l’apologo del modo di operare di questo populismo»:
per riempire le svuotate casse dello Stato, si
privilegiano, senza neanche il rischio di una
sanzione giudiziaria, gli evasori fiscali e i
mafiosi che hanno esportato illegalmente il loro
denaro all’estero.
«Quello che
dovrebbe sconcertare un’opinione pubblica degna di
questo nome è l’angustia di orizzonti propria di
Silvio Berlusconi, le bugie continue di cui infiora
i suoi discorsi, la sistematica capacità di
presentare se stesso e la sua parte politica in
maniera non corrispondente alla realtà della sua
vita», tuona Tranfaglia. Ma, dinnanzi al
bombardamento mediatico delle sei televisioni
governative, unito al fatto che la stragrande
maggioranza dei cittadini si informa solo attraverso
le televisioni, e quindi in maniera assolutamente
sommaria, nonché al servilismo di molti giornalisti
ed intellettuali, tutto ciò non risulta evidente. E
così accade che le grandi manifestazioni
dell’opposizione (in ultima quella del 2008 contro
il Lodo “Alfano”) o contro il governo (quella del 5
dicembre 2009 del “popolo viola”) vengano oscurate
dai canali televisivi. Ad ennesima conferma,
aggiungiamo noi, i dati diffusi pochi giorni fa: sul
Tg1, solo il 19,6% dello spazio politico è dedicato
all’opposizione, mentre ben il 43,2% al governo e il
15% ai partiti di maggioranza.
E attraverso le
stesse televisioni si assiste ad incredibili
mistificazioni della realtà. Una delle più
clamorose, pochi mesi orsono: Marazzo si dimette per
lo scandalo transessuali, Boffo per presunte
frequentazioni omosessuali, con i media e i giornali
del premier (ovvero Libero e il Giornale)
che li mettono sulla gogna. Berlusconi frequenta
minorenni, organizza feste con escort e dichiara che
non ha nessuna intenzione di lasciare, neanche se
sarà condannato per corruzione nel Processo “Mills”,
senza che questo provochi alcuna reazione morale
nell’opinione pubblica. «Grande abilità mediatica,
non c’è che dire, ma anche – polemizza Tranfaglia –
incapacità di reazione di quel 70% di italiani che
si abbevera esclusivamente ai canali televisivi
pubblici e privati sempre più sotto il controllo da
parte del Capo del Governo».
Eppure, conclude lo
storico, proprio gli ultimi avvenimenti potrebbero
preludere ad un declino di Berlusconi, del «modello
Berlusconi», quali le notissime divisioni
all’interno del Pdl, con l’esplosione del “caso
Fini”, che ha rivendicato il suo diritto a non
essere d’accordo col Capo, l’aprirsi di una lotta di
una successione, nonché una certa insofferenza che
sta nascendo nei giovani nei confronti di questo
tipo di destra, autoritaria. E, la speranza è sempre
l’ultima a morire (l’autore è stato parlamentare per
la sinistra), anche una presa di coscienza delle
opposizioni ad unirsi e presentare una chiara e
convincente alternativa di governo. Certo, la
questione del tramonto del premier è ancora
problematica, e, per il momento, se ne può parlare
solo in termini interrogativi.
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno II, n. 11, giugno 2010)
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