Anno II             n. 10                   Maggio 2010

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

La battaglia delle donne

per il diritto di votare

 di Luigi Grisolia

 

Sorta tra Ottocento e Novecento,

 parte basilare del processo

 di emancipazione, raccontata

 in un saggio per mond&editori

 

 

  

 

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«Escludere gran parte di cittadine dall’esercizio dei loro diritti giuridici e civili è stata soprattutto una questione di sopraffazione. Bisognava allontanarle dai palazzi del potere, dagli incarichi amministrativi per legiferare liberamente, e approfittare unilateralmente dei benefici, indirizzare i mezzi di produzione economica e di stampa, disporre del potere senza tener conto delle richieste della controparte». In queste poche, ma intensissime righe Gaetanina Sicari Ruffo, giornalista e storica, esprime la ragione profonda che l’ha spinta a scrivere il saggio Il voto alle donne. La lunga lotta per il suffragio femminile tra Ottocento e Novecento (Introduzione di Luciano Canfora, mond&editori, pp. 162, € 16,00).

 

Certo, si tratta di un argomento caratterizzato da una consolidata bibliografia, ma ciò non toglie la necessità di tener sempre alta l’attenzione sulle c.d. “pari opportunità”, in cui proprio l’Italia stenta, discriminando ancora le donne, se non sul piano legislativo su quello sostanziale, in troppi ambiti. Ma il lavoro della Sicari Ruffo che qui ci accingiamo a presentare ha altri due fondamentali meriti: il primo, di fornire uno sguardo d’insieme – politico, sociologico, filosofico, pedagogico, culturale – su questa battaglia, che ha dovuto sconfiggere pregiudizi secolari; il secondo, di contestualizzarla alla luce della modernità e delle prospettive future.

 

In effetti, l’idea dell’inferiorità del “gentil sesso” affonda le sue radici non solo nel racconto biblico (Eva che rovina Adamo), ma anche nella mitologia (Esiodo in particolare) e nella filosofia greca, con Aristotele che sosteneva che la natura aveva creato la donna più debole rispetto all’uomo, e pertanto era ovvio che fosse soggetta a quest’ultimo. Anche Platone era consapevole di tale disparità, sebbene, più realisticamente, la riconduceva ad una ragione legata all’educazione. Quello che si evince nel mondo greco, e in quello romano, è che comunque, per un motivo o per l’altro, la donna veniva già vista come soggetta al pater familias, madre e sposa fedele.

 

Dopo il buio del Medioevo, la stregoneria del Cinquecento, ci volle il “trionfo della ragione”, ovvero l’Illuminismo, con l’ammonimento di Montesquieu («L’imperio che noi abbiamo sulle donne è una vera tirannia»), affinché qualcuno cominciasse a metter in dubbio l’indiscussa superiorità dell’uomo. Ma non si possono distruggere in pochi anni pregiudizi secolari. La validità di questo assunto si espresse pienamente nella Rivoluzione Francese che, nota infatti la Sicari Ruffo, «ha eluso il problema» e «contraddittoriamente, pur avendo proclamato l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti allo Stato, negò alle donne i diritti politici e continuò a ragionare in termini di discriminazione». E Olympe de Gouges, che scrisse la celeberrima Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791), fu ghigliottinata.

 

Ma forse fu proprio il “tradimento” della Rivoluzione e il sacrificio di Olympe che fece emergere, in molte donne, la consapevolezza che la loro condizione di inferiorità non era affatto naturale, ma imposta da una società dominata dall’uomo. Bisognava quindi lottare per affermare la propria uguaglianza, e la battaglia per il diritto di voto – poter quindi scegliere i propri governanti – diventò una bandiera dell’emancipazione.

 

Il cammino per l’affermazione di tale diritto, com’è noto, fu difficilissimo, e interessò molti ambiti: premessa essenziale per il cambiamento fu una maturazione culturale della società, non solo dal punto di vista di una piena presa di coscienza da parte delle donne, ma anche sul piano generale, per scalfire quei già citati pregiudizi secolari, ben inculcati nella classe politica (maschile), Italia compresa. Proprio per queste ragioni, la Sicari Ruffo concentra la sua attenzione su due aspetti che sono stati certamente parti importanti di tale maturazione: quello pedagogico e quello intellettuale.

 

Se ancora Rousseau, evidenzia l’autrice, considerava l’educazione femminile «un esercizio di buone maniere, al massimo una conoscenza delle arti di casa nel microcosmo familiare», idea che si incarna nella Sophie dell’Émile, nel Primo Ottocento è stata Albertine Necker de Saussure, proprio sulla scia di valori illuministici, a sostenere che «la donna debba essere educata per sé e non in vista del matrimonio per divenire sposa, madre ed educatrice». In poche parole, deve essere concesso anche alle donne di sviluppare quelle che sono le proprie inclinazioni naturali. Una banalità, diremmo oggi: eppure, un concetto rivoluzionario nell’Italia di Fine Ottocento, dove il numero delle donne che sapeva leggere e scrivere era inferiore di un terzo rispetto a quello degli uomini, dove nei programmi della scuola emanati da Mamiani si prevedeva di dare alle donne lezioni sulla vita domestica e nessuna nozione di matematica o geometria, dove solo nel 1876 fu consentito loro l’accesso alle università, dove l’antropologo Cesare Lombroso ne aveva addirittura messo in dubbio le capacità intellettuali. Eppure ciò non impedì la realizzazione, nel nostro Paese, di importanti esperienze educative, nate in particolare intorno alla Scuola Pedagogica di Roma e alla Rivista Pedagogica da una parte, e all’opera fondamentale di Maria Montessori, dall’altra. Quest’ultima, nel 1907 aprì a Roma la prima Casa dei Bambini, dove sperimentò il suo metodo rivoluzionario, incentrato sullo sviluppo delle inclinazioni naturali dei bambini, senza differenze di sesso.

 

Per quel che riguarda l’aspetto intellettuale, la Sicari Ruffo dedica diverse e interessanti pagine ai tanti giornali femminili e alle voci di giornaliste che animarono il panorama culturale italiano già all’indomani dell’Unità. Testate quali Italia Femminile, dalle cui pagine Rina Faccio (meglio conosciuta col nome di Sibilla Aleramo) tuonava contro «la grande confusione e la grande incoerenza» relative alla questione femminile; La Donna, diretta da Guadalberta Adelaide Beccari e a cui collaborarono personalità di rilievo come Grazia Deledda, Ada Negri e Matilde Serao; La Donna e il Lavoro, diretta da Elisa Salerno, colpita dalla censura cattolica perché diffondeva notizie sull’attività femminista; La Vita, che si fece, animata da Febea (pseudonimo di Olga Ossani), promotrice di petizioni a sostegno del suffragio femminile, e divenne, come rileva l’autrice, «l’espressione dell’Italia che s’interrogava»; La Nostra Rivista. Per le Donne Italiane, diretta da Sofia Bisi Albini, fervida attivista del movimento: o, infine, La Rassegna degli Interessi Femminili, diretta da Fanny Zampini Salazar, che indagò “l’operosità femminile”, intesa come l’impiego della donna nelle arti, nelle professioni e nell’industria. Furono almeno una trentina i giornali che, dal 1868 fino agli albori del fascismo, trattarono la questione femminile. E poi l’impegno civile di grandi giornaliste: su tutte, le già citate Sibilla Aleramo (che scrisse il famoso romanzo autobiografico Una donna) e Matilde Serao che animò, con un’innovativa strategia comunicativa, numerosi giornali (a cominciare da Il Mattino) e che, pur non condividendo la causa dell’emancipazione, raccolse intorno a sé molte collaboratrici e scrittrici. Ma non vanno dimenticate altre figure, come Anna Maria Mozzoni, figura di spicco del primo femminismo italiano, Clelia Pellicano, delegata ai congressi della Federazione Internazionale delle Donne, ed Anna Franchi, autrice di Avanti il divorzio (1902!).

 

Un tale fermento intellettuale, inevitabilmente, seppur con fatica, si rifletté sulla scena politica, traducendosi in particolare proprio nella richiesta di concedere alle donne il diritto di voto, ma non solo, come sottolinea la Sicari Ruffo. Nell’area socialista, da segnalare la voce della citata Mozzoni che, ricorda puntualmente l’autrice, già nel 1881 tuonava: «Se temeste che il suffragio alle donne spingesse a corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via delle riforme sociali, calmatevi! Vi è chi provvede freni efficaci: vi è il Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e Palazzo Madama [...] e... la democrazia opportunista!». E anche Anna Kuliscioff si interessò del ruolo della donna, teorizzando una divisione dei compiti: alle borghesi la lotta per i diritti politici, alle proletarie quella per il lavoro e la parità salariale. Maggiore organizzazione tra i liberali, al cui interno nacque nel 1903 un vero e proprio movimento emancipazionista, il Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, e tutta una serie di comitati femminili che si facevano portavoce di proposte avanzate, che interessavano diversi ambiti, come il diritto al lavoro e la parità di retribuzione, la libertà di accesso a tutte le carriere qualificate, il diritto di voto amministrativo, l’abolizione dell’autorizzazione maritale per il lavoro e l’espatrio. Ma molte istanze, e in particolare quella per il suffragio, furono bloccate dal veto di Giolitti, che riteneva i tempi non ancora maturi. Più fredda l’area cattolica, dove, pur non mancando alcune voci di rilievo, la condanna da parte delle gerarchie ecclesiastiche del modernismo (che sosteneva la necessità di accordare la fede tradizionale con gli sviluppi più recenti del pensiero, come il darwinismo) e la scure della Rerum Novarum, dove si argomentava che «Certi lavori non si confanno alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, i quali grandemente proteggono l’onestà del sesso debole», fecero sì che l’Unione Donne Azione Cattolica Italiana (Udaci) si batté, più che altro, contro la laicizzazione della scuola.

 

Il Parlamento, dominato da forze conservatrici – anche durante i governi della sinistra, data la nota pratica del trasformismo – fu per decenni sordo a qualsiasi iniziativa, spesso anche rifiutando la semplice discussione di un’eventuale legge: a nulla infatti valsero il tentativo di Peruzzi, che nel 1863 presentò un disegno di legge sul voto amministrativo per vedove e nubili, o quelli di Salvatore Morelli, che per due volte, nel 1867 e nel 1877, introdusse una proposta in cui si chiedeva di accordare alle donne diritti civili e politici. Nel Primo Novecento ci furono altre iniziative, come il progetto di Roberto Mirabelli, la petizione presentata nel 1907 dalla citata Anna Maria Mozzoni e controfirmata da Maria  Montessori  del Comitato Nazionale Pro Suffragio Femminile (1910). In poche parole, sottolinea la Sicari Ruffo: «è stato calcolato che, fino al 1926, anno in cui il diritto di voto fu abrogato dal fascismo anche per la parte maschile, per ben venti volte è giunta nel Parlamento Italiano la richiesta di concessione al voto femminile ed altrettante volte respinta, con varie giustificazioni, soprattutto per il fondamentale pregiudizio che il diritto fosse in contrasto con la subordinazione della moglie al marito, ribadita dall’istituto dell’autorizzazione maritale, presente nel Codice Pisanelli». E questo nonostante, durante la Prima Guerra Mondiale, le donne si dimostrarono pronte e capaci a sostituire gli uomini nelle industrie e, sostanzialmente, sostennero l’economia di guerra grazie al loro lavoro. Ci volle un ventennio di dittatura, la stagione della Resistenza e la ventata di libertà democratica della ricostruzione dello Stato affinché, nel 1946, fosse introdotto il suffragio universale, con le donne che votarono, per la prima volta, per il referendum del 2 giugno 1946 e l’elezione dell’Assemblea Costituente.

 

Se la lotta per l’emancipazione e per il suffragio femminile certamente si inseriscono nella modernità, in quanto ne sono insiti i tre principi che la costituiscono (soggettività, natura e cultura, come emerge dalle pagine del saggio), è anche vero che, nota l’autrice, esse hanno creato «un sistema di aspettative per l’integrazione sociale e la partecipazione alla vita politica che sono andate deluse». Certo, «la condizione delle donne non è più quella d’un tempo. [...] sono ora visibili nella vita pubblica ed esercitano i loro diritti civili e politici, alcune hanno acquisito esperienza e maturità ed occupano posizioni di tutto rispetto nel mondo del lavoro», ma tutto ciò stride fortemente e tragicamente con le violenze che si consumano soprattutto, ma non solo, tra le mura domestiche, segno di una conflittualità non ancora sopita e di una mentalità retrograda e disumana che permane. È indubbio il fatto che le donne sanno essere  «protagoniste d’un effettivo e valido cambiamento, diffondendo la cultura dell’integrazione e dell’impegno, facendosi anche interpreti d’una politica dell’agire che unisca esperienza, creatività, onestà intellettuale ed impegno». Lo ha dimostrato la Storia, lo ha dimostrato la battaglia di cui si sono rese artefici. Del resto, conclude in mondo condivisibile la Sicari Ruffo, «il percorso della questione femminile è una tappa importante della memoria collettiva che, nell’intreccio dei suoi errori e delle sue puntualizzazioni, racchiude in nuce il senso d’una svolta del cammino comune ed indica, anche a chi ancora è scettico, l’esito relativo d’una causa sociale, per tanto tempo considerata inopportuna».

 

Luigi Grisolia

 

(www.excursus.org, anno II, n. 10, maggio 2010)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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