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«Escludere gran
parte di cittadine dall’esercizio dei loro diritti
giuridici e civili è stata soprattutto una questione
di sopraffazione. Bisognava allontanarle dai palazzi
del potere, dagli incarichi amministrativi per
legiferare liberamente, e approfittare
unilateralmente dei benefici, indirizzare i mezzi di
produzione economica e di stampa, disporre del
potere senza tener conto delle richieste della
controparte». In queste poche, ma intensissime righe
Gaetanina Sicari Ruffo, giornalista e storica,
esprime la ragione profonda che l’ha spinta a
scrivere il saggio Il voto alle donne. La lunga
lotta per il suffragio femminile tra Ottocento e
Novecento (Introduzione di Luciano
Canfora, mond&editori, pp. 162, € 16,00).
Certo, si tratta di
un argomento caratterizzato da una consolidata
bibliografia, ma ciò non toglie la necessità di
tener sempre alta l’attenzione sulle c.d. “pari
opportunità”, in cui proprio l’Italia stenta,
discriminando ancora le donne, se non sul piano
legislativo su quello sostanziale, in troppi ambiti.
Ma il lavoro della Sicari Ruffo che qui ci
accingiamo a presentare ha altri due fondamentali
meriti: il primo, di fornire uno sguardo d’insieme –
politico, sociologico, filosofico, pedagogico,
culturale – su questa battaglia, che ha dovuto
sconfiggere pregiudizi secolari; il secondo, di
contestualizzarla alla luce della modernità e delle
prospettive future.
In effetti, l’idea
dell’inferiorità del “gentil sesso” affonda le sue
radici non solo nel racconto biblico (Eva che rovina
Adamo), ma anche nella mitologia (Esiodo in
particolare) e nella filosofia greca, con Aristotele
che sosteneva che la natura aveva creato la donna
più debole rispetto all’uomo, e pertanto era ovvio
che fosse soggetta a quest’ultimo. Anche Platone era
consapevole di tale disparità, sebbene, più
realisticamente, la riconduceva ad una ragione
legata all’educazione. Quello che si evince nel
mondo greco, e in quello romano, è che comunque, per
un motivo o per l’altro, la donna veniva già vista
come soggetta al pater familias, madre e
sposa fedele.
Dopo il buio del
Medioevo, la stregoneria del Cinquecento, ci volle
il “trionfo della ragione”, ovvero l’Illuminismo,
con l’ammonimento di Montesquieu («L’imperio che noi
abbiamo sulle donne è una vera tirannia»), affinché
qualcuno cominciasse a metter in dubbio l’indiscussa
superiorità dell’uomo. Ma non si possono distruggere
in pochi anni pregiudizi secolari. La validità di
questo assunto si espresse pienamente nella
Rivoluzione Francese che, nota infatti la Sicari
Ruffo, «ha eluso il problema» e
«contraddittoriamente, pur avendo proclamato
l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti allo
Stato, negò alle donne i diritti politici e continuò
a ragionare in termini di discriminazione». E Olympe
de Gouges, che scrisse la celeberrima
Dichiarazione dei diritti della donna e della
cittadina (1791), fu ghigliottinata.
Ma forse fu proprio
il “tradimento” della Rivoluzione e il sacrificio di
Olympe che fece emergere, in molte donne, la
consapevolezza che la loro condizione di inferiorità
non era affatto naturale, ma imposta da una società
dominata dall’uomo. Bisognava quindi lottare per
affermare la propria uguaglianza, e la battaglia per
il diritto di voto – poter quindi scegliere i propri
governanti – diventò una bandiera
dell’emancipazione.
Il cammino per
l’affermazione di tale diritto, com’è noto, fu
difficilissimo, e interessò molti ambiti: premessa
essenziale per il cambiamento fu una maturazione
culturale della società, non solo dal punto di vista
di una piena presa di coscienza da parte delle
donne, ma anche sul piano generale, per scalfire
quei già citati pregiudizi secolari, ben inculcati
nella classe politica (maschile), Italia compresa.
Proprio per queste ragioni, la Sicari Ruffo
concentra la sua attenzione su due aspetti che sono
stati certamente parti importanti di tale
maturazione: quello pedagogico e quello
intellettuale.
Se ancora Rousseau,
evidenzia l’autrice, considerava l’educazione
femminile «un esercizio di buone maniere, al massimo
una conoscenza delle arti di casa nel microcosmo
familiare», idea che si incarna nella Sophie dell’Émile,
nel Primo Ottocento è stata Albertine Necker de
Saussure, proprio sulla scia di valori
illuministici, a sostenere che «la donna debba
essere educata per sé e non in vista del matrimonio
per divenire sposa, madre ed educatrice». In poche
parole, deve essere concesso anche alle donne di
sviluppare quelle che sono le proprie inclinazioni
naturali. Una banalità, diremmo oggi: eppure, un
concetto rivoluzionario nell’Italia di Fine
Ottocento, dove il numero delle donne che sapeva
leggere e scrivere era inferiore di un terzo
rispetto a quello degli uomini, dove nei programmi
della scuola emanati da Mamiani si prevedeva di dare
alle donne lezioni sulla vita domestica e nessuna
nozione di matematica o geometria, dove solo nel
1876 fu consentito loro l’accesso alle università,
dove l’antropologo Cesare Lombroso ne aveva
addirittura messo in dubbio le capacità
intellettuali. Eppure ciò non impedì la
realizzazione, nel nostro Paese, di importanti
esperienze educative, nate in particolare intorno
alla Scuola Pedagogica di Roma e alla Rivista
Pedagogica da una parte, e all’opera
fondamentale di Maria Montessori, dall’altra.
Quest’ultima, nel 1907 aprì a Roma la prima Casa dei
Bambini, dove sperimentò il suo metodo
rivoluzionario, incentrato sullo sviluppo delle
inclinazioni naturali dei bambini, senza differenze
di sesso.
Per quel che
riguarda l’aspetto intellettuale, la Sicari Ruffo
dedica diverse e interessanti pagine ai tanti
giornali femminili e alle voci di giornaliste che
animarono il panorama culturale italiano già
all’indomani dell’Unità. Testate quali Italia
Femminile, dalle cui pagine Rina Faccio (meglio
conosciuta col nome di Sibilla Aleramo) tuonava
contro «la grande confusione e la grande incoerenza»
relative alla questione femminile; La Donna,
diretta da Guadalberta Adelaide Beccari e a cui
collaborarono personalità di rilievo come Grazia
Deledda, Ada Negri e Matilde Serao; La Donna e il
Lavoro, diretta da Elisa Salerno, colpita dalla
censura cattolica perché diffondeva notizie
sull’attività femminista; La Vita, che si
fece, animata da Febea (pseudonimo di Olga Ossani),
promotrice di petizioni a sostegno del suffragio
femminile, e divenne, come rileva l’autrice,
«l’espressione dell’Italia che s’interrogava»; La
Nostra Rivista. Per le Donne Italiane, diretta
da Sofia Bisi Albini, fervida attivista del
movimento: o, infine, La Rassegna degli Interessi
Femminili, diretta da Fanny Zampini Salazar, che
indagò “l’operosità femminile”, intesa come
l’impiego della donna nelle arti, nelle professioni
e nell’industria. Furono almeno una trentina i
giornali che, dal 1868 fino agli albori del
fascismo, trattarono la questione femminile. E poi
l’impegno civile di grandi giornaliste: su tutte, le
già citate Sibilla Aleramo (che scrisse il famoso
romanzo autobiografico Una donna) e Matilde
Serao che animò, con un’innovativa strategia
comunicativa, numerosi giornali (a cominciare da
Il Mattino) e che, pur non condividendo la causa
dell’emancipazione, raccolse intorno a sé molte
collaboratrici e scrittrici. Ma non vanno
dimenticate altre figure, come Anna Maria Mozzoni,
figura di spicco del primo femminismo italiano,
Clelia Pellicano, delegata ai congressi della
Federazione Internazionale delle Donne, ed Anna
Franchi, autrice di Avanti il divorzio
(1902!).
Un tale fermento
intellettuale, inevitabilmente, seppur con fatica,
si rifletté sulla scena politica, traducendosi in
particolare proprio nella richiesta di concedere
alle donne il diritto di voto, ma non solo, come
sottolinea la Sicari Ruffo. Nell’area socialista, da
segnalare la voce della citata Mozzoni che, ricorda
puntualmente l’autrice, già nel 1881 tuonava: «Se
temeste che il suffragio alle donne spingesse a
corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via
delle riforme sociali, calmatevi! Vi è chi provvede
freni efficaci: vi è il Quirinale, il Vaticano,
Montecitorio e Palazzo Madama [...] e... la
democrazia opportunista!». E anche Anna Kuliscioff
si interessò del ruolo della donna, teorizzando una
divisione dei compiti: alle borghesi la lotta per i
diritti politici, alle proletarie quella per il
lavoro e la parità salariale. Maggiore
organizzazione tra i liberali, al cui interno nacque
nel 1903 un vero e proprio movimento
emancipazionista, il Consiglio Nazionale delle Donne
Italiane, e tutta una serie di comitati femminili
che si facevano portavoce di proposte avanzate, che
interessavano diversi ambiti, come il diritto al
lavoro e la parità di retribuzione, la libertà di
accesso a tutte le carriere qualificate, il diritto
di voto amministrativo, l’abolizione
dell’autorizzazione maritale per il lavoro e
l’espatrio. Ma molte istanze, e in particolare
quella per il suffragio, furono bloccate dal veto di
Giolitti, che riteneva i tempi non ancora maturi.
Più fredda l’area cattolica, dove, pur non mancando
alcune voci di rilievo, la condanna da parte delle
gerarchie ecclesiastiche del modernismo (che
sosteneva la necessità di accordare la fede
tradizionale con gli sviluppi più recenti del
pensiero, come il darwinismo) e la scure della
Rerum Novarum, dove si argomentava che «Certi
lavori non si confanno alle donne, fatte da natura
per i lavori domestici, i quali grandemente
proteggono l’onestà del sesso debole», fecero sì che
l’Unione Donne Azione Cattolica Italiana (Udaci) si
batté, più che altro, contro la laicizzazione della
scuola.
Il Parlamento,
dominato da forze conservatrici – anche durante i
governi della sinistra, data la nota pratica del
trasformismo – fu per decenni sordo a qualsiasi
iniziativa, spesso anche rifiutando la semplice
discussione di un’eventuale legge: a nulla infatti
valsero il tentativo di Peruzzi, che nel 1863
presentò un disegno di legge sul voto amministrativo
per vedove e nubili, o quelli di Salvatore Morelli,
che per due volte, nel 1867 e nel 1877, introdusse
una proposta in cui si chiedeva di accordare alle
donne diritti civili e politici. Nel Primo Novecento
ci furono altre iniziative, come il progetto di
Roberto Mirabelli, la petizione presentata nel 1907
dalla citata Anna Maria Mozzoni e controfirmata da
Maria Montessori del Comitato Nazionale Pro
Suffragio Femminile (1910). In poche parole,
sottolinea la Sicari Ruffo: «è stato calcolato che,
fino al 1926, anno in cui il diritto di voto fu
abrogato dal fascismo anche per la parte maschile,
per ben venti volte è giunta nel Parlamento Italiano
la richiesta di concessione al voto femminile ed
altrettante volte respinta, con varie
giustificazioni, soprattutto per il fondamentale
pregiudizio che il diritto fosse in contrasto con la
subordinazione della moglie al marito, ribadita
dall’istituto dell’autorizzazione maritale, presente
nel Codice Pisanelli». E questo nonostante, durante
la Prima Guerra Mondiale, le donne si dimostrarono
pronte e capaci a sostituire gli uomini nelle
industrie e, sostanzialmente, sostennero l’economia
di guerra grazie al loro lavoro. Ci volle un
ventennio di dittatura, la stagione della Resistenza
e la ventata di libertà democratica della
ricostruzione dello Stato affinché, nel 1946, fosse
introdotto il suffragio universale, con le donne che
votarono, per la prima volta, per il referendum del
2 giugno 1946 e l’elezione dell’Assemblea
Costituente.
Se la lotta per
l’emancipazione e per il suffragio femminile
certamente si inseriscono nella modernità, in quanto
ne sono insiti i tre principi che la costituiscono
(soggettività, natura e cultura, come emerge dalle
pagine del saggio), è anche vero che, nota
l’autrice, esse hanno creato «un sistema di
aspettative per l’integrazione sociale e la
partecipazione alla vita politica che sono andate
deluse». Certo, «la condizione delle donne non è più
quella d’un tempo. [...] sono ora visibili nella
vita pubblica ed esercitano i loro diritti civili e
politici, alcune hanno acquisito esperienza e
maturità ed occupano posizioni di tutto rispetto nel
mondo del lavoro», ma tutto ciò stride fortemente e
tragicamente con le violenze che si consumano
soprattutto, ma non solo, tra le mura domestiche,
segno di una conflittualità non ancora sopita e di
una mentalità retrograda e disumana che permane. È
indubbio il fatto che le donne sanno essere
«protagoniste d’un effettivo e valido cambiamento,
diffondendo la cultura dell’integrazione e
dell’impegno, facendosi anche interpreti d’una
politica dell’agire che unisca esperienza,
creatività, onestà intellettuale ed impegno». Lo ha
dimostrato la Storia, lo ha dimostrato la battaglia
di cui si sono rese artefici. Del resto, conclude in
mondo condivisibile la Sicari Ruffo, «il percorso
della questione femminile è una tappa importante
della memoria collettiva che, nell’intreccio dei
suoi errori e delle sue puntualizzazioni, racchiude
in nuce il senso d’una svolta del cammino
comune ed indica, anche a chi ancora è scettico,
l’esito relativo d’una causa sociale, per tanto
tempo considerata inopportuna».
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno II, n. 10, maggio 2010)
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