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La bibliografia sul
terremoto del 28 dicembre 1908, che ha colpito la
zona dello Stretto di Messina, distruggendo la città
peloritana e Reggio Calabria, danneggiando
fortemente una miriade di centri minori, e
provocando la morte di migliaia di persone, è
estremamente ricca. Com’è noto, è stato un
cataclisma di proporzioni tali da, drammaticamente,
segnare una vera e propria cesura nella vicenda
locale: non senza motivo, infatti, gli storici
racchiudono l’Età Moderna di Messina in un arco di
tempo che va dal 1783 (anno di un altro fortissimo
sisma) proprio al 1908. Gli studi esistenti sulla
catastrofe ne analizzano praticamente tutte le
sfaccettature: dalla lentezza dei soccorsi italiani
alla loro inefficienza, dall’umanità e la grandezza
dell’opera prestata dai marinai russi e inglesi alla
solidarietà dei napoletani, da episodi encomiabili a
quelli, disgustosi, di sciacallaggio e avidità nella
tragedia.
Un lavoro che, in
un certo senso, racchiude in sé, se non tutti,
almeno la maggior parte di questi aspetti è
sicuramente Il terremoto di Messina.
Corrispondenze, testimonianze e polemiche
giornalistiche, a cura di Francesco Mercadante e
con una Prefazione di Salvatore Pugliatti. Il
volume, edito per la prima volta nel 1958 (Edizioni
dell’Ateneo, Roma) e poi riproposto dall’Istituto
Storico “Gaetano Salvemini” di Messina nel 2003, è
ora disponibile, in ristampa anastatica, grazie
all’opera dell’editore reggino Città del Sole
Edizioni (pp. 884, € 30,00).
Come si evince dal
titolo, si tratta di un libro che raccoglie le tante
voci (di solidarietà, di protesta, di polemica) che
si sono levate nel panorama giornalistico nazionale
all’indomani della catastrofe, comprese quelle di
intellettuali, scrittori, storici e politici di
primo piano. Voci di fondamentale importanza: «Ai
giornali [...] – scrive il curatore nell’Introduzione
– spettò il ruolo di cori della tragedia: cori
popolari, dall’arte non raffinata, ma dalla passione
ardentissima»; in un’epoca in cui non esisteva la
televisione, in cui i trasporti erano difficili, si
può facilmente comprendere il ruolo che ebbe la
carta stampata. «In quell’alba del 28 dicembre 1908
la distanza di Messina dal continente – ma bisogna
dire, ohimé!, dall’Italia – si rivela letteralmente
incalcolabile. Il Regno cessa di comunicare con due
province del sud, date per irraggiungibili, proprio
nell’urgenza estrema delle vite da salvare e che per
quella ministeriale irraggiungibilità non furono
salvate».
Mercadante ha
raccolto decine di testimonianze giornalistiche
(rammaricandosi, tra l’altro, di averne dovute
escluderne alcune per ragioni di spazio) e le ha
suddivise in sezioni, per facilitarne la lettura e
la consultazione. Inevitabilmente, la prima di
queste si intitola La catastrofe, raccoglie
soprattutto i racconti e le testimonianze di chi
l’ha vissuta in prima persona. Come quella di
Gaetano Salvemini: «Ero a letto allorquando sentii
che tutto barcollava intorno a me e un rumore
sinistro che giungeva dal di fuori. In camicia, come
ero, balzai dal letto e con uno slancio fui alla
finestra per vedere cosa accadeva. Feci appena in
tempo a spalancarla che la casa precipitò come in un
vortice, si inabissò, e tutto disparve in un
nebbione denso, traversato da rumori come di valanga
e da urla di gente che precipitando moriva. Tutto
disparve tranne il muro maestro ove si trovava la
finestra alla cui tenda m’ero avvinghiato con la
frenesia della disperazione. Sotto di me – si deve
pensare che ero al quarto piano – le macerie avevano
fatto un cumulo tale che il mio urto fu meno forte
di quanto poteva spettarmi. Mi feci male ma non mi
uccisi». O di Luigi Parmeggiani: «Dormivo: mi sentii
svegliare, non so se dalla voce di mia moglie che mi
chiamava affrettata ed ansiosa o al rumore infernale
della casa che crollava [...]. Istintivamente mi
gettai carponi a coprire il mio bambino che [...]
dormiva tra babbo e mamma e sentii qualcosa cadermi
addosso [...]. s’era fatto un instante di silenzio,
poi tutt’intorno da fuori per le mura squarciate,
per il soffitto rovinato, urli, urli, urli che
entravano a dirci la terribile sventura. Ad un
tratto fra quegli urli ecco quello di mia moglie,
terribile, angoscioso, rantolante come l’urlo di uno
scannato: “la mia bambina! la mia bambina! Gigi, la
nostra bambina non c’è più!”. Balzai dal letto: “no,
no! non lo dire! non può essere, aspetta: la
troveremo!”».
Le dimensioni della
catastrofe sono immediatamente chiare: Arnaldo
Bruschettini scrive che «Messina è un ammasso di
rovine [...] sulle quali continua a divampare
l’incendio. Non si debbono contare i morti, ma chi è
rimasto vivo», mentre Antonio Restori, che abitava
in una zona collinare e quindi poteva vedere la
situazione dall’alto, afferma che «Levatosi il sole,
dissipatasi in parte la polvere, col cannocchiale
cominciai a guardare: Messina non c’era più».
Nei giorni seguenti
la popolazione superstite, i primi soccorritori e i
giornalisti che giungono nell’area assistono a Lo
spettacolo della distruzione, drammatico titolo
della seconda sezione del volume. Di rilievo sono i
reportage di Goffredo Bellonci, dai quali citiamo
alcune frasi che racchiudono in sé tutta l’entità
della tragedia: «Le notti di Messina sono orrende:
chi rimanga su questa terra nefasta ad esercitare i
doveri del suo ufficio non ha possibilità di dormire
e di mangiare e deve stare al buio, rodendosi di non
potere porgere nessun aiuto ai sepolti che ancora si
lamentano da sotto le macerie, rabbrividendo alle
folate che recano il puzzo enorme dei cadaveri» (4
gennaio 1909); «Come più ci allontaniamo dal giorno
del disastro immane, più la città presenta l
‘aspetto di una necropoli fantasticamente orrida» (6
gennaio); «Salgo sopra la collina e guardo sotto la
città distrutta. Ahimè! Dal mare, il grande
anfiteatro delle rovine, fa stupiti ed atterriti che
tanta opera umana sia andata distrutta in pochi
secondi: dal colle l’insieme delle case sembra
misero, piccino , vano nell’immensità del golfo e
nel cerchio gigantesco dei monti. Villa San Giovanni
e Reggio biancheggiano appena, brevissime macchie
dell’amplissima costiera, e l’occhio non vede più il
disastro, e l’anima non sente più la morte» (11
gennaio). E ancora testimonianze preziose – con le
prime note di polemica sui soccorsi del governo,
ipotesi sulla rinascita della città e sulla
ricostruzione – sono gli articoli di Giuseppe
Antonio Borgese, Guelfo Civinini, Luigi Barzini (la
sua Visione di Messina distrutta, datata 13
gennaio, è sconvolgente).
Le due successive
sezioni, Solidarietà e Rievocazioni,
raccolgono i contributi di alcune eminenti
personalità del mondo intellettuale dell’epoca, tra
cui Antonio Fogazzaro, Olindo Malagodi, Guido
Mazzoni, Gaetano Mosca, Ada Negri, Ugo Ojetti,
Matilde Serao, Giovanni Verga, Pasquale Villari. E
mentre Luigi Pirandello avverte il rischio profondo
della retorica («Basta! Basta! Basta! Finiamo di
leccarci come i cani, con la bava della retorica, la
batosta ricevuta»), Luigi Capuana afferma la sua
netta certezza che Messina rinascerà: «Ah! Io
vorrei, per opera d’incanto, veder rizzarsi
improvvisamente dal suolo devastato i palazzi, le
case, i pubblici edifici, le chiese che la
decoravano; riaprirsi le vie splendide di negozi,
affollate di gente e distendersi nuovamente al sole,
lungo la marina, la grandiosa Palazzata dietro cui
sembrava di sentir palpitare l’eroico cuore della
città. [...] La malvagia Natura, l’invincibile Fato
torneranno ad infierire contro la recente creatura
della nostra ostinata volontà? Non importa. La vera,
l’antica Messina sopravviverà sempre, intatta, là
dove nessuna potenza del Cielo e della Terra può
niente contro di essa». Così come Federico de
Roberto, il quale sottolinea non solo l’importanza,
ma in un certo senso la necessità del giornalismo
sulla tragedia: «Un articolo sul terremoto? A noi,
verbivendoli, si chiedono articoli, manifesti,
parole, mentre gli operosi lavorano con le braccia,
scavano la terra, sostengono i feriti, ricoprono i
morti, intridono la farina per sfamare i superstiti,
attingono l’acqua da offrire ai sitibondi. Un
articolo? La curiosità da appagare? Sì, perché la
vita non è finita, sul pianeta; e la vita hai suoi
diritti, anche mentre la morte impaziente affretta
tremendamente l’opera sua». In Rievocazioni,
come si evince dal titolo, si ricordano alcune
personalità perite durante la tragedia: le più
toccanti sono senza dubbio quelle di Giovanni
Pascoli (che racconta dei suoi colleghi
universitari, dove il noto poeta insegnava) e di
Concetto Marchesi (che ricorda Edoardo Giacomo
Boner).
Consistente la
parte dedicata a L’opera del governo. Si
possono leggere le parole dei più eminenti
personaggi politici del periodo, sia di governo che
di opposizione, da Francesco Saverio Nitti a
Napoleone Colajanni, da Filippo Turati a Giuseppe De
Felice Giuffrida, da Leonida Bissolati a Claudio
Treves. È ormai pacifico ritenere del tutto
inadeguata all’entità della catastrofe l’azione del
governo italiano, che reagì in tempi lunghi in
quanto, presuntuosamente, Giolitti, per diverse ore,
tacciò per impossibile le prime scarne notizie che
arrivavano dallo Stretto, e che amministrò
l’emergenza in maniera pessima. Non è un caso che
uno dei più importanti studi sul sisma si intitoli
Un duplice flagello. Il terremoto di Messina del
28 dicembre 1908 e il governo italiano (di
Giacomo Longo, Edas).
E anche Mercadante non è da
meno: «A giudizio pressoché unanime degli
osservatori, “l’amministrazione del terremoto”
rimase schiacciata dal fardello dell’insipienza
cronica di tutti gli interventi, ordinari o
straordinari, organi o episodici, di Roma nel
Mezzogiorno. [...] Nessuna meraviglia pertanto se a
Messina si ebbe un saggio stupendo, inimitabile, da
manuale, di tutto quello che le pubbliche autorità
non debbono fare e sono tenute anzi a non fare, in
presenza di un disastro». Ciò emerge con chiarezza,
per esempio, dagli scritti di Raffaele Lucente e
Giovanni Alfredo Cesareo, ma questo giudizio
negativo lo ritroviamo, come già accennato, anche in
articoli raccolti nelle parti precedenti nel volume,
quasi ad essere una sorta di leit-motiv del
lavoro, ma che finisce per diventare un’ulteriore
conferma della fondatezza (assoluta, osiamo dire) di
tale posizione. L’autorità governativa alla guida
dei soccorsi fu il generale Mazza: leggenda narra
che dalla sua incredibile incapacità sia nato il
detto “non capire una mazza”. E nonostante il fatto
che «il Governo si arrogò – sottolinea con amara
ironia Mercadante – merito di non aver infierito
sulla città atterrata vibrandole il colpo di
grazia», il giudizio sulla sua opera è negativo su
tutti i giornali, tranne ovviamente che su quelli
direttamente controllati. A livello politico
l’inefficienza dello Stato si traduce in una feroce
polemica con l’opposizione, al punto che «si direbbe
che l’onda sismica [...] si ripercuota con furia non
meno violenta sulle cuspidi del potere».
Il volume si chiude
con altre quattro sezioni. Le pagine de Gli
orfani descrivono uno dei tanti aspetti tragici
nella catastrofe; ne I danni economici si
raccolgono le ipotesi sulla quantificazione della
distruzione e sulla cifra che servirà per la
ricostruzione; ne La scienza invece le
posizioni e le idee di alcuni esperti in relazione
all’entità del terremoto, ai rimandi con il
precedente del 1783 e agli errori nelle nuove
costruzioni, ai pericoli futuri. L’ultima parte,
La sorte dell’università, riguarda una polemica
poco nota, che esplose appena dieci giorni dopo il
sisma: il trasferimento dell’ateneo, i cui edifici
furono seriamente danneggiati se non distrutti, da
Messina a Bari. Se ne fece tenace sostenitore
nientemeno che Gaetano Salvemini, e tanto bastò a
far ritenere a molti che la sorte (ovvero la morte)
dell’università peloritana fosse segnata. Napoli
appoggiò subito il disegno di Salvemini, ma non per
solidarietà con Messina bensì con la volontà di
prendere due piccioni con una fava per suo
tornaconto: eliminazione dell’ateneo dello Stretto e
niente istituzione di quello di Bari (dove
l’università, ricordiamo, nacque solo nel 1925),
nella convinzione che l’ateneo napoletano fosse più
che sufficiente per “coprire” il meridione
continentale (e anzi, le due università che
sarebbero rimaste in Sicilia, Palermo e Catania,
erano anche troppe). Alla fine, com’è noto,
l’università di Messina sopravvisse.
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno II, n. 9, aprile 2010)
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