Anno II             n. 9                    Aprile 2010

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

La catastrofe del sisma

del 28 dicembre 1908

 di Luigi Grisolia

 

 La tragedia che colpì e distrusse

 Messina (e l'Area dello Stretto)

 raccontata nei suoi vari aspetti

 in libro edito da Città del Sole

 

 

  

 

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La bibliografia sul terremoto del 28 dicembre 1908, che ha colpito la zona dello Stretto di Messina, distruggendo la città peloritana e Reggio Calabria, danneggiando fortemente una miriade di centri minori, e provocando la morte di migliaia di persone, è estremamente ricca. Com’è noto, è stato un cataclisma di proporzioni tali da, drammaticamente, segnare una vera e propria cesura nella vicenda locale: non senza motivo, infatti, gli storici racchiudono l’Età Moderna di Messina in un arco di tempo che va dal 1783 (anno di un altro fortissimo sisma) proprio al 1908. Gli studi esistenti sulla catastrofe ne analizzano praticamente tutte le sfaccettature: dalla lentezza dei soccorsi italiani alla loro inefficienza, dall’umanità e la grandezza dell’opera prestata dai marinai russi e inglesi alla solidarietà dei napoletani, da episodi encomiabili a quelli, disgustosi, di sciacallaggio e avidità nella tragedia.

 

Un lavoro che, in un certo senso, racchiude in sé, se non tutti, almeno la maggior parte di questi aspetti è sicuramente Il terremoto di Messina. Corrispondenze, testimonianze e polemiche giornalistiche, a cura di Francesco Mercadante e con una Prefazione di Salvatore Pugliatti. Il volume, edito per la prima volta nel 1958 (Edizioni dell’Ateneo, Roma) e poi riproposto dall’Istituto Storico “Gaetano Salvemini” di Messina nel 2003, è ora disponibile, in ristampa anastatica, grazie all’opera dell’editore reggino Città del Sole Edizioni (pp. 884, € 30,00).

 

Come si evince dal titolo, si tratta di un libro che raccoglie le tante voci (di solidarietà, di protesta, di polemica) che si sono levate nel panorama giornalistico nazionale all’indomani della catastrofe, comprese quelle di intellettuali, scrittori, storici e politici di primo piano. Voci di fondamentale importanza: «Ai giornali [...] – scrive il curatore nell’Introduzione – spettò il ruolo di cori della tragedia: cori popolari, dall’arte non raffinata, ma dalla passione ardentissima»; in un’epoca in cui non esisteva la televisione, in cui i trasporti erano difficili, si può facilmente comprendere il ruolo che ebbe la carta stampata. «In quell’alba del 28 dicembre 1908 la distanza di Messina dal continente – ma bisogna dire, ohimé!, dall’Italia – si rivela letteralmente incalcolabile. Il Regno cessa di comunicare con due province del sud, date per irraggiungibili, proprio nell’urgenza estrema delle vite da salvare e che per quella ministeriale irraggiungibilità non furono salvate».

 

Mercadante ha raccolto decine di testimonianze giornalistiche (rammaricandosi, tra l’altro, di averne dovute escluderne alcune per ragioni di spazio) e le ha suddivise in sezioni, per facilitarne la lettura e la consultazione. Inevitabilmente, la prima di queste si intitola La catastrofe, raccoglie soprattutto i racconti e le testimonianze di chi l’ha vissuta in prima persona. Come quella di Gaetano Salvemini: «Ero a letto allorquando sentii che tutto barcollava intorno a me e un rumore sinistro che giungeva dal di fuori. In camicia, come ero, balzai dal letto e con uno slancio fui alla finestra per vedere cosa accadeva. Feci appena in tempo a spalancarla che la casa precipitò come in un vortice, si inabissò, e tutto disparve in un nebbione denso, traversato da rumori come di valanga e da urla di gente che precipitando moriva. Tutto disparve tranne il muro maestro ove si trovava la finestra alla cui tenda m’ero avvinghiato con la frenesia della disperazione. Sotto di me – si deve pensare che ero al quarto piano – le macerie avevano fatto un cumulo tale che il mio urto fu meno forte di quanto poteva spettarmi. Mi feci male ma non mi uccisi». O di Luigi Parmeggiani: «Dormivo: mi sentii svegliare, non so se dalla voce di mia moglie che mi chiamava affrettata ed ansiosa o al rumore infernale della casa che crollava [...]. Istintivamente mi gettai carponi a coprire il mio bambino che [...] dormiva tra babbo e mamma e sentii qualcosa cadermi addosso [...]. s’era fatto un instante di silenzio, poi tutt’intorno da fuori per le mura squarciate, per il soffitto rovinato, urli, urli, urli che entravano a dirci la terribile sventura. Ad un tratto fra quegli urli ecco quello di mia moglie, terribile, angoscioso, rantolante come l’urlo di uno scannato: “la mia bambina! la mia bambina! Gigi, la nostra bambina non c’è più!”. Balzai dal letto: “no, no! non lo dire! non può essere, aspetta: la troveremo!”».  

Le dimensioni della catastrofe sono immediatamente chiare: Arnaldo Bruschettini scrive che «Messina è un ammasso di rovine [...] sulle quali continua a divampare l’incendio. Non si debbono contare i morti, ma chi è rimasto vivo», mentre Antonio Restori, che abitava in una zona collinare e quindi poteva vedere la situazione dall’alto, afferma che «Levatosi il sole, dissipatasi in parte la polvere, col cannocchiale cominciai a guardare: Messina non c’era più».

 

Nei giorni seguenti la popolazione superstite, i primi soccorritori e i giornalisti che giungono nell’area assistono a Lo spettacolo della distruzione, drammatico titolo della seconda sezione del volume. Di rilievo sono i reportage di Goffredo Bellonci, dai quali citiamo alcune frasi che racchiudono in sé tutta l’entità della tragedia: «Le notti di Messina sono orrende: chi rimanga su questa terra nefasta ad esercitare i doveri del suo ufficio non ha possibilità di dormire e di mangiare e deve stare al buio, rodendosi di non potere porgere nessun aiuto ai sepolti che ancora si lamentano da sotto le macerie, rabbrividendo alle folate che recano il puzzo enorme dei cadaveri» (4 gennaio 1909); «Come più ci allontaniamo dal giorno del disastro immane, più la città presenta l ‘aspetto di una necropoli fantasticamente orrida» (6 gennaio); «Salgo sopra la collina e guardo sotto la città distrutta. Ahimè! Dal mare, il grande anfiteatro delle rovine, fa stupiti ed atterriti che tanta opera umana sia andata distrutta in pochi secondi: dal colle l’insieme delle case sembra misero, piccino , vano nell’immensità del golfo e nel cerchio gigantesco dei monti. Villa San Giovanni e Reggio biancheggiano appena, brevissime macchie dell’amplissima costiera, e l’occhio non vede più il disastro, e l’anima non sente più la morte» (11 gennaio). E ancora testimonianze preziose – con le prime note di polemica sui soccorsi del governo, ipotesi sulla rinascita della città e sulla ricostruzione – sono gli articoli di Giuseppe Antonio Borgese, Guelfo Civinini, Luigi Barzini (la sua Visione di Messina distrutta, datata 13 gennaio, è sconvolgente).

 

Le due successive sezioni, Solidarietà e Rievocazioni,  raccolgono i contributi di alcune eminenti personalità del mondo intellettuale dell’epoca, tra cui Antonio Fogazzaro, Olindo Malagodi, Guido Mazzoni, Gaetano Mosca, Ada Negri, Ugo Ojetti, Matilde Serao, Giovanni Verga, Pasquale Villari. E mentre Luigi Pirandello avverte il rischio profondo della retorica («Basta! Basta! Basta! Finiamo di leccarci come i cani, con la bava della retorica, la batosta ricevuta»), Luigi Capuana afferma la sua netta certezza che Messina rinascerà: «Ah! Io vorrei, per opera d’incanto, veder rizzarsi improvvisamente dal suolo devastato i palazzi, le case, i pubblici edifici, le chiese che la decoravano; riaprirsi le vie splendide di negozi, affollate di gente e distendersi nuovamente al sole, lungo la marina, la grandiosa Palazzata dietro cui sembrava di sentir palpitare l’eroico cuore della città. [...] La malvagia Natura, l’invincibile Fato torneranno ad infierire contro la recente creatura della nostra ostinata volontà? Non importa. La vera, l’antica Messina sopravviverà sempre, intatta, là dove nessuna potenza del Cielo e della Terra può niente contro di essa». Così come Federico de Roberto, il quale sottolinea non solo l’importanza, ma in un certo senso la necessità del giornalismo sulla tragedia: «Un articolo sul terremoto? A noi, verbivendoli, si chiedono articoli, manifesti, parole, mentre gli operosi lavorano con le braccia, scavano la terra, sostengono i feriti, ricoprono i morti, intridono la farina per sfamare i superstiti, attingono l’acqua da offrire ai sitibondi. Un articolo? La curiosità da appagare? Sì, perché la vita non è finita, sul pianeta; e la vita hai suoi diritti, anche mentre la morte impaziente affretta tremendamente l’opera sua». In Rievocazioni, come si evince dal titolo, si ricordano alcune personalità perite durante la tragedia: le più toccanti sono senza dubbio quelle di Giovanni Pascoli (che racconta dei suoi colleghi universitari, dove il noto poeta insegnava) e di Concetto Marchesi (che ricorda Edoardo Giacomo Boner).

 

Consistente la parte dedicata a L’opera del governo. Si possono leggere le parole dei più eminenti personaggi politici del periodo, sia di governo che di opposizione, da Francesco Saverio Nitti a Napoleone Colajanni, da Filippo Turati a Giuseppe De Felice Giuffrida, da Leonida Bissolati a Claudio Treves. È ormai pacifico ritenere del tutto inadeguata all’entità della catastrofe l’azione del governo italiano, che reagì in tempi lunghi in quanto, presuntuosamente, Giolitti, per diverse ore, tacciò per impossibile le prime scarne notizie che arrivavano dallo Stretto, e che amministrò l’emergenza in maniera pessima. Non è un caso che uno dei più importanti studi sul sisma si intitoli Un duplice flagello. Il terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 e il governo italiano (di Giacomo Longo, Edas). E anche Mercadante non è da meno: «A giudizio pressoché unanime degli osservatori, “l’amministrazione del terremoto” rimase schiacciata dal fardello dell’insipienza cronica di tutti gli interventi, ordinari o straordinari, organi o episodici, di Roma nel Mezzogiorno. [...] Nessuna meraviglia pertanto se a Messina si ebbe un saggio stupendo, inimitabile, da manuale, di tutto quello che le pubbliche autorità non debbono fare e sono tenute anzi a non fare, in presenza di un disastro». Ciò emerge con chiarezza, per esempio, dagli scritti di Raffaele Lucente e Giovanni Alfredo Cesareo, ma questo giudizio negativo lo ritroviamo, come già accennato, anche in articoli raccolti nelle parti precedenti nel volume, quasi ad essere una sorta di leit-motiv del lavoro, ma che finisce per diventare un’ulteriore conferma della fondatezza (assoluta, osiamo dire) di tale posizione. L’autorità governativa alla guida dei soccorsi fu il generale Mazza: leggenda narra che dalla sua incredibile incapacità sia nato il detto “non capire una mazza”. E nonostante il fatto che «il Governo si arrogò – sottolinea con amara ironia Mercadante – merito di non aver infierito sulla città atterrata vibrandole il colpo di grazia», il giudizio sulla sua opera è negativo su tutti i giornali, tranne ovviamente che su quelli direttamente controllati. A livello politico l’inefficienza dello Stato si traduce in una feroce polemica con l’opposizione, al punto che «si direbbe che l’onda sismica [...] si ripercuota con furia non meno violenta sulle cuspidi del potere».

 

Il volume si chiude con altre quattro sezioni. Le pagine de Gli orfani descrivono uno dei tanti aspetti tragici nella catastrofe; ne I danni economici si raccolgono le ipotesi sulla quantificazione della distruzione e sulla cifra che servirà per la ricostruzione; ne La scienza invece le posizioni e le idee di alcuni esperti in relazione all’entità del terremoto, ai rimandi con il precedente del 1783 e agli errori nelle nuove costruzioni, ai pericoli futuri. L’ultima parte, La sorte dell’università, riguarda una polemica poco nota, che esplose appena dieci giorni dopo il sisma: il trasferimento dell’ateneo, i cui edifici furono seriamente danneggiati se non distrutti, da Messina a Bari. Se ne fece tenace sostenitore nientemeno che Gaetano Salvemini, e tanto bastò a far ritenere a molti che la sorte (ovvero la morte) dell’università peloritana fosse segnata. Napoli appoggiò subito il disegno di Salvemini, ma non per solidarietà con Messina bensì con la volontà di prendere due piccioni con una fava per suo tornaconto: eliminazione dell’ateneo dello Stretto e niente istituzione di quello di Bari (dove l’università, ricordiamo, nacque solo nel 1925), nella convinzione che l’ateneo napoletano fosse più che sufficiente per “coprire” il meridione continentale (e anzi, le due università che sarebbero rimaste in Sicilia, Palermo e Catania, erano anche troppe). Alla fine, com’è noto, l’università di Messina sopravvisse.

 

Luigi Grisolia

 

(www.excursus.org, anno II, n. 9, aprile 2010)

 

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

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