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L’approvazione, il
13 dicembre del 2003, della Strategia Europea di
Sicurezza (Un’Europa sicura per un mondo migliore)
proposta da Javier Solana, Alto Rappresentante
Europeo per la Politica Estera e di Sicurezza, ha
costituito, e costituisce tuttora, un passo
fondamentale nell’evoluzione dell’integrazione, in
particolare in uno degli ambiti più controversi qual
è, appunto, quello della politica estera.
La Strategia
individua le sfide e le minacce (dal cambiamento
climatico al terrorismo) che l’Unione Europea deve
affrontare, attraverso un approccio multilaterale e
di sicurezza multidimensionale. Come nota Francesca
Longo nell’Introduzione al volume che ci
accingiamo a presentare, tale Strategia ha due
funzioni: una interna, ovvero «la socializzazione
degli Stati membri all’accettazione dell’azione
comune in materia di politica estera e di
sicurezza», e una esterna, legata al complesso delle
relazioni dell’Ue con gli Stati terzi. In
quest’ultima rientra uno degli scopi strategici più
importanti: «costruire sicurezza nelle nostre
vicinanze». Il riferimento è soprattutto rivolto ai
c.d. Stati deboli (Rogue States), cioè Paesi
privi di istituzioni in grado di governare o che
comunque hanno al loro interno grossi problemi di
natura etnica, religiosa o territoriale.
Il volume
L’Unione Europea e il “cerchio di amici”: sicurezza
europea e politica di vicinato (Giuffrè Editore,
pp. 170, € 19,00), a cura della citata Longo,
docente di Politica dell’Unione Europea e di
Politiche Pubbliche Europee presso la Facoltà di
Scienze Politiche dell’Università di Catania, ha
proprio lo scopo di analizzare i primi risultati
empirici di questa Strategia, rivolgendo la sua
attenzione verso quelle che sono le tre aree da cui
provengono le minacce per l’Ue: Mediterraneo,
Balcani Occidentali e le tre repubbliche del Caucaso
Meridionale (Armenia, Azerbaijan e Georgia).
L’analisi è
condotta attraverso l’approccio teorico della
governance, modello che, com’è noto, si basa su
tre caratteristiche fondamentali: la mancanza di un
centro unico d’autorità, il carattere non gerarchico
delle relazioni tra i centri di potere e la natura
pluralista degli attori che partecipano al processo
di governo. Se negli studi sull’Ue ormai, possiamo
dire, si tratta di un approccio consolidato,
abbastanza recente è la sua applicazione al campo
della sicurezza europea. «L’agenda di ricerca di
questa nuova prospettiva – nota la Longo nel suo
saggio – si concentra sull’analisi del ruolo che
l’Unione Europea svolge nell’ambito della gestione
dell’ordine globale (global governance)
condotta mediante la verifica dell’ipotesi che la
Politica estera, di difesa e di sicurezza comune sia
gestita mediante un processo di governance
che produce attività rilevanti ai fini della
governance globale». In effetti, le tre
condizioni necessarie, all’interno della Pesd,
vengono rispettate: basti pensare al suo carattere
intergovernativo e al coinvolgimento di diversi
attori, tanto a livello europeo (Comitato Politico
di Sicurezza, Commissione, Agenzia Europea di
Difesa) che locale (le organizzazioni internazionali
e gli attori non governativi interessati).
Del resto, è la
stessa nuova concezione della sicurezza, contenuta
nella Strategia, definita “multidimensionale”, che
implica un modello di gestione della sicurezza
medesima che non può avere lo Stato,
tradizionalmente inteso, come unico attore in gioco.
Carla Monteleone e Rosa Rossi, nel loro intervento,
ben pongono in evidenza questo aspetto,
concentrandosi sia sull’evoluzione del concetto di
sicurezza (fecondo e consolidato ramo teorico delle
Relazioni Internazionali, che va dalla Scuola di
Copenaghen fino alla recente prospettiva della
human security) sia sul cambiamento degli
approcci alla gestione dei conflitti, con
particolare attenzione al peace-keeping.
La volontà di
creazione, sulla base della Strategia, del “cerchio
di amici” trova espressione nella Politica Europea
di Vicinato (Pev), lanciata nel 2003, che coinvolge
15 Paesi – compresi quelli appartenenti alle tre
aree sopracitate – e che pone evidentemente l’Ue al
suo centro quale “potenza normativa”, come nota
Fulvio Attinà. Al punto che «se l’Unione Europea si
sente oggi legittimata ad usare la sua influenza e
potenza per ottenere che altri Stati accettino le
sue norme come norme universali, la Politica
Europea di Vicinato diventa un test della qualità di
potenza normativa dell’Ue». Nel caso della Pev,
però, la diffusione delle norme europee, o meglio,
l’accettazione da parte degli Stati vicini di tali
norme, dipende soprattutto dal loro bisogno di
sostegno esterno, in una logica di valutazione dei
costi e dei benefici. E quindi, per esempio,
continua Attinà, «un tipo di reazione è quella dei
Paesi che, come Ucraina e Moldova, sanno di essere
esclusi dalla prospettiva dell’allargamento e nello
stesso tempo non hanno altre alternative per
risolvere i loro problemi di crescita economica e
stabilità politica se non l’opzione di sviluppare il
dialogo con l’Unione Europea», altro tipo è quella
di Stati, come l’Algeria, che traggono sì vantaggi
dai rapporti di “buon vicinato” ma non hanno
particolari ragioni per accogliere le norme europee.
Il caso del Caucaso
Meridionale rientra certamente nella prima
categoria. Con la non trascurabile puntualizzazione
che la regione è interessata da tre conflitti
abbastanza gravi – Nagorno-Karabakh, Abkhazia e
Ossezia del Sud –, che, oltre alla Russia, hanno
attirato progressivamente, come evidenziano la
Monteleone e la Rossi nel loro secondo saggio
contenuto nel volume, l’interesse e il
coinvolgimento di un alto numero di attori. Dopo
aver tracciato l’evoluzione storica e le
caratteristiche peculiari di ciascun conflitto, le
autrici evidenziano come l’approccio di
governance ben si presti ad inquadrare le
problematiche di sicurezza nell’area, in quanto
ricorrono i tre elementi caratteristici di
quest’approccio. Infatti, nonostante la presenza di
un attore predominante come la Russia, è difficile
rintracciare un’autorità centrale nel processo di
gestione dei conflitti. Ci sono gli Stati Uniti, e
sono coinvolti diversi attori non statali, sia
pubblici che privati. Tra questi, i più importanti
sono certamente l’Ue, l’Osce e l’Onu (per esempio,
una missione Onu, con il compito di vigilare sulla
fine delle ostilità tra georgiani e abkhazi, è in
Georgia dal 1993). Senza dimenticare, notano la
Monteleone e la Rossi, che «diverse organizzazioni
non governative sia di portata locale che di portata
globale sono entrate nei processi di gestione dei
conflitti e nei tentativi negoziali, così come nella
gestione dell’impatto del conflitto a livello locale
– in alcuni casi con il sostegno di diversi Stati
europei». Certo, c’è da notare che nonostante gli
sforzi, aumentati progressivamente negli ultimi
anni, anche da parte dell’Ue, i quadri istituzionali
creati in relazione ai tre conflitti trovano un
grosso limite nel non essere coercitivi; e gli esiti
politici sono ben diversi, perché se nel
Nagorno-Karabakh è possibile ipotizzare una vicina
soluzione, grossi problemi permangono ancora nelle
altre due regioni.
Che l’instabilità
del Caucaso Meridionale sia considerata un problema
di sicurezza da parte dell’Unione Europea è stato
chiaro con l’inclusione dei tre Stati nella Pev,
inclusione che costituisce, sottolinea Daniela
Irrera, «un tassello importante della strategia
destinata a dare all’Ue la capacità di tenere un
ruolo di security provider a livello
regionale». Più nello specifico, le relazioni tra
l’Ue e questi Stati si basano sui rispettivi Accordi
di Cooperazione e Partnership (risalenti alla fine
degli anni Novanta) e Piani di Azione. Quest’ultimi,
presentati all’inizio del 2005 e diventati operativi
nel 2007, prosegue la Irrera nel suo contributo, pur
identificando dei problemi comuni (tra cui la
necessità di rafforzare la dimensione di rule of
law e di promuovere uno sviluppo economico
sostenibile), «essi insistono molto sui punti
nevralgici di ciascuna situazione: la risoluzione
del conflitto nella regione di Tskhinvali/Ossezia
del Sud e dell’Abkhazia per la Georgia; lo
smantellamento del Piano Nucleare Medzamor e la
pacifica gestione della crisi in Nagorno-Karabakh
per l’Armenia», mentre in Azerbaijan la situazione
risulta ancora più complessa per l’affiancamento a
queste problematiche di gravissimi problemi
strutturali, legati al rispetto dei diritti civili e
politici e delle libertà fondamentali.
Sebbene l’interesse
dell’Ue verso i tre Stati Caucasici sia
esponenzialmente cresciuto solo negli ultimi anni,
già nel periodo successivo al collasso dell’Unione
Sovietica l’Ue ha rivolto la sua attenzione verso di
loro: i tre Paesi, infatti, hanno beneficiato – al
pari delle altre repubbliche ex-sovietiche – dei
fondi del Programma “Tacis”, per una somma che ha
superato il miliardo di euro, come ben evidenzia
Giuseppe Lucchese nel suo scritto, anche tramite
delle dettagliate tabelle. Dal 2007 lo Strumento
Europeo di Partenariato e Vicinato (Enpi) è l’unico
strumento deputato al raggiungimento degli scopi
della Pev. Pertanto, i fondi verso i tre Stati
saranno elargiti attraverso le modalità Enpi, la cui
nascita rientra in una più ampia riforma degli
strumenti di assistenza dell’Ue. Una caratteristica
importante dell’Enpi è la previsione, per quel che
riguarda le modalità di cooperazione, oltre che
della dimensione bilaterale, di altre tre forme:
interregionale, transfrontaliera e tematica.
Inoltre, nota Lucchese, l’implementazione dell’Enpi
può anche condurre «alla diffusione di good
practice in materia di programmazione,
realizzazione, gestione e controllo finanziario,
monitoraggio dei programmi adottati». Infine,
attraverso l’incentivazione di partenariati tra
attori nazionali, regionali e locali, l’Ue vuole
supportare la decentralizzazione del processo
decisionale per quel che concerne l’utilizzo dei
fondi comunitari. E ciò può portare a due vantaggi,
conclude Lucchese: «favorire un processo di local
ownership del processo di riforma. [...]
contribuire al consolidamento democratico delle
istituzioni e dallo sviluppo della società civile e
degli attori non statali».
L’ultimo saggio del
volume, redatto da Stefania Panebianco e dalla
citata Rossi, si occupa della situazione nei Balcani
Occidentali, Medio Oriente e Nord Africa, attraverso
un’analisi comparativa che ha lo scopo di verificare
l’efficacia dell’Unione Europea quale attore esterno
della democratizzazione. Al di là della retorica di
cui sono intrisi i documenti Ue relativi ai rapporti
con i Paesi appartenenti a queste tre aree (pieni di
riferimenti a democrazia, diritti umani, libertà
fondamentali, good governance, sviluppo
sostenibile), i risultati dell’azione europea vanno
valutati sul campo e nei contesti specifici.
Nel caso dei
Balcani, dopo il fallimento delle politiche degli
anni Novanta, le relazioni tra l’Ue e l’area sono
ricompresi all’interno del Processo di Associazione
e Stabilizzazione (che si basa sul Patto di
Stabilità per l’Europa Sud-Orientale del 1999):
nonostante il perdurare di alcune situazioni
critiche, in particolare in Serbia, sicuramente la
regione ha conosciuto un processo di
democratizzazione, culminato con l’assegnazione
dello status di candidato alla membership alla
Croazia. Un elemento decisivo è stato soprattutto la
prospettiva dell’adesione all’Ue, più volte ribadita
dalle istituzioni comunitarie («Il futuro dei
Balcani è all’interno dell’Ue», Agenda di Salonicco,
2003), che ha incentivato gli sforzi per il rispetto
dei criteri politici ed economici di Copenaghen.
Allo stesso tempo, però, notano la Panebianco e la
Rossi, si rischia di cadere, specie per Stati quali
Serbia ed Albania, nella c.d. “trappola
dell’integrazione”: tali Paesi «non potranno mai
raggiungere stabilità e pacificazione al di fuori
del processo di integrazione europeo, ma al tempo
stesso la stessa instabilità interna a tali Stati
ostacola l’adesione».
Ben diversa è la
situazione per il Nord Africa e il Medio Oriente.
Qui la prospettiva della membership è esclusa, e
quindi viene a cadere un forte incentivo per gli
Stati ad accettare la “democratizzazione”. Prova ne
è il fallimento degli obiettivi – eccessivamente
ottimistici – del Processo di Barcellona lanciato
nel 1995, che hanno trovato una ridefinizione
nell’Unione per il Mediterraneo del 2008. Si è
spesso assistito ad azioni di opportunismo da parte
degli Stati Arabi, miranti ad approfittare dei
benefici delle relazioni con l’Ue, ma senza avviare
un reale processo di democratizzazione. Infatti, non
deve trarre in inganno la liberalizzazione di alcuni
regimi autoritari, attraverso un graduale
riconoscimento di alcuni diritti e libertà
fondamentali, perché per poter parlare di
democratizzazione deve esserci, in primis, il
riconoscimento della competizione politica ed
elezioni libere e competitive. L’analisi delle due
studiose dimostra come i Paesi Arabi non stanno
conoscendo alcun processo di democratizzazione, e
quindi non raggiungono neanche i requisiti minimi
della democrazia individuati da Robert Dahl; accade
insomma che, in questi Stati «nonostante l’adozione
di procedure elettorali, manca una competizione
politica reale, le libertà civili sono limitate a
causa di media non indipendenti e l’opposizione è
costantemente controllata se non fisicamente
repressa».
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno I, n. 4, novembre 2009)
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