Anno III             n. 20                   Marzo 2011

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Il brigantaggio nel Sud:

 la Prima Calabria Ultra

 di Luigi Grisolia

 

In un volumetto da Città del Sole

 le ragioni alla base del fenomeno,

 la repressione e gli eventi salienti

 nellodierna Provincia di Reggio

 

  

 

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Il brigantaggio post-unitario è stato oggetto di numerosi studi, soprattutto in relazione alla Basilicata, alla Puglia e alla zona di Benevento, ovvero i luoghi in cui si è manifestato con maggiore intensità. Poche, e più che altro risalenti al periodo a cavallo tra anni Settanta ed Ottanta, le analisi specifiche sul brigantaggio in Calabria [1], dove se è vero, da una parte, che il fenomeno ha conosciuto una minore forza rispetto ad altri territori, è altrettanto vero, dall’altra, che ciò non significa affatto che sia scevro di interesse.

 

Necessita subito evidenziare che vanno evitate interpretazioni “semplicistiche” sulle ragioni della nascita del brigantaggio: non fu solo una guerra contro gli “invasori piemontesi”, né fu solo un fenomeno prettamente delinquenziale. Il brigantaggio, invece, affonda le sue radici in complesse motivazioni di ordine sociale ed economico: non è un caso che i primi episodi di rilievo si manifestarono già all’indomani della Rivoluzione Francese, mentre l’unificazione non fece altro che rafforzarlo, soprattutto in seguito alle promesse non mantenute di Garibaldi, che, anche in territorio calabrese, a Rogliano, aveva rassicurato i contadini, “garantendogli”, con il nuovo assetto governativo, le terre.

 

Ne è ben consapevole Isabella Loschiavo Prete, che nel saggio Il brigantaggio nella Prima Calabria Ultra. All’indomani dell’Unità d’Italia (Città del Sole Edizioni, pp. 140, € 12,00), fa proprie le posizioni di diversi storici che, sostanzialmente, concordano nel ricondurre le cause dell’insorgenza del fenomeno alle difficili condizioni sociali, in molti casi di vera e propria povertà, dei contadini, di fronte alla ricchezza di pochissimi latifondisti. Scrive infatti Pasquale Villari: «Esso può dirsi la conseguenza d’una questione agraria e sociale che travaglia quasi tutte le province meridionali. Le prime cause del brigantaggio sono quelle predisponenti e prima fra tutte la condizione del campagnolo, che in quelle province dove appunto il brigantaggio ha raggiunto proporzioni maggiori, è assai infelice: i contadini non hanno nessun vincolo che li stringa alla terra. Mangiano un pane “che non mangerebbero nemmeno i cani”» [2].

 

Nonostante fosse a conoscenza delle misere condizioni dei contadini, il governo post-unitario non fece niente per alleviarle, ma anzi le esasperò, attraverso l’aumento delle tasse, l’introduzione della leva obbligatoria, la vendita dei beni ecclesiastici e la divisione di alcuni terreni demaniali che favorirono i grandi proprietari, e soprattutto mediante la messa in campo di un vero e proprio apparato repressivo, con la proclamazione dello stato d’assedio. Evidenzia l’autrice: «Nella seconda metà del 1862, i comandi militari trasformarono lo stato d’assedio in un complesso di misure eccezionali, che colpivano, soprattutto, gli strati contadini e i manutengoli borghesi che avevano appoggiato i brigati. Si procedette, direttamente, in tutte le province ad arresti in massa di supposti fautori dei briganti oppure si affidarono i colpevoli alle autorità politiche. Erano i possidenti meridionali e la borghesia agraria ad insistere perché si ricorresse alla “persecuzione incessante”» (p. 34). E persecuzione fu: la Legge “Pica” del 1863 istituì infatti i tribunali militari – operanti fino al 1865 – e le giunte provinciali per l’invio a domicilio coatto. Gli effetti di tale provvedimento furono deleteri, perché i soldati «ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini divennero cosa ordinaria o non straordinaria».

 

Ricorda la Loschiavo Prete che in quel periodo furono denunciate 10.666 persone, di cui 2.118 condannate per brigantaggio, 6.739 assolte e 123 decedute in carcere. Dati che fanno immaginare come un qualsiasi pretesto potesse diventare motivo di arresto, addirittura venivano segnalati semplici indizi o oggetti che potevano ricondurre ad azioni antigovernative. Tutto ciò emerge dalla seconda parte del lavoro dell’autrice, che, dopo una certosina ricerca nell’Archivio di Stato di Reggio Calabria, ha riportato alla luce molti episodi accaduti tra il 1860 e il 1873 nella Prima Calabria Ultra, corrispondente all’attuale Provincia di Reggio Calabria. Accanto a fatti rilevanti, come i tafferugli ad Ardore nel 1867, vengono anche riportate notizie di segnalazioni al limite del ridicolo, che testimoniano però il clima di forte repressione instaurato dal neonato Regno d’Italia. Come il seguente: «Il Supplente comunale di Rosarno, il 30 giugno 1861, comunicava al Giudice del Mandamento di Laureana che la Guardia Giuseppe Gangemi aveva avvistato, sotto il muro dell’Orto del Duca di Monteleone, sito all’Orologio, tenuto in fitto da Giuseppe Manduca, ai piedi di un fico, un pezzo di tela bianca a forma di bandiera. Il Giudice Giuseppe Casciano, del Circondario di Laureana, convocò il sindaco di Rosarno Domenico Montagnese e il capitano Giovanni Montagnese per l’interrogatorio. Il sindaco dichiarò di aver rimosso la tela depositandola nel Posto di Guardia» (pp. 63-64).

 

Nella Provincia Reggina, come già rilevava Gaetano Cingari, il brigantaggio è stato meno diffuso e violento rispetto al Catanzarese e soprattutto alla Sila e alla zona dei Casali di Cosenza: questo perché, oltre alla presenza della “picciotteria” garante dell’ordine sociale, mancavano la grande proprietà latifondistica e i conflitti secolari dei contadini per l’uso delle terre demaniali e, conseguentemente, il fenomeno non è stato, praticamente, indagato. Quindi gran merito del lavoro di Isabella Loschiavo Prete è quello di colmare una lacuna negli studi storici, oltre ad avere senza dubbio un importante valore documentaristico, grazie alla ricerca condotta dall’autrice.

 

Luigi Grisolia

 

[1] – In questa sede ricordiamo: ANTONIO DE LEO, Briganti, sbirri, cafoni e manutengoli in Calabria: note sul brigantaggio calabrese negli anni 1799-1870, Pellegrini Editore, Cosenza, 1981; FRANCESCO GAUDIOSO, Calabria ribelle: brigantaggio e sistemi repressivi nel cosentino (1860-1870), Franco Angeli, Milano, 1981; VICENZO PADULA, Cronache del brigantaggio in Calabria: 1864-1865, a cura di ANTONIO PIROMALLI e DOMENICO SCAFOGLIO, Athena Edizioni, Napoli, 1974; ILARIO PRINCIPE, L’ultima plebe: contributi per la storia del brigantaggio calabrese, Effe Emme, Chiaravalle Centrale, 1977; e, sebbene di più ampio respiro, AMELIA PAPARAZZO, I subalterni calabresi tra rimpianto e trasgressione: la Calabria dal brigantaggio post-unitario all’età giolittiana, Franco Angeli, Milano, 1984.

 

[2] – Tratto dalle famose Lettere meridionali; citato in ISABELLA LOSCHIAVO PRETE, Il brigantaggio nella Prima Calabria Ultra. All’indomani dell’Unità d’Italia, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2010, p. 28.

 

(www.excursus.org, anno III, n. 20, marzo 2011)

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

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