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Il brigantaggio
post-unitario è stato oggetto di numerosi studi,
soprattutto in relazione alla Basilicata, alla
Puglia e alla zona di Benevento, ovvero i luoghi in
cui si è manifestato con maggiore intensità. Poche,
e più che altro risalenti al periodo a cavallo tra
anni Settanta ed Ottanta, le analisi specifiche sul
brigantaggio in Calabria [1], dove se è vero, da una
parte, che il fenomeno ha conosciuto una minore
forza rispetto ad altri territori, è altrettanto
vero, dall’altra, che ciò non significa affatto che
sia scevro di interesse.
Necessita subito
evidenziare che vanno evitate interpretazioni
“semplicistiche” sulle ragioni della nascita del
brigantaggio: non fu solo una guerra contro gli
“invasori piemontesi”, né fu solo un fenomeno
prettamente delinquenziale. Il brigantaggio, invece,
affonda le sue radici in complesse motivazioni di
ordine sociale ed economico: non è un caso che i
primi episodi di rilievo si manifestarono già
all’indomani della Rivoluzione Francese, mentre
l’unificazione non fece altro che rafforzarlo,
soprattutto in seguito alle promesse non mantenute
di Garibaldi, che, anche in territorio calabrese, a
Rogliano, aveva rassicurato i contadini,
“garantendogli”, con il nuovo assetto governativo,
le terre.
Ne è ben
consapevole Isabella Loschiavo Prete, che nel saggio
Il brigantaggio nella Prima Calabria Ultra.
All’indomani dell’Unità d’Italia (Città del Sole
Edizioni, pp. 140, € 12,00), fa proprie le posizioni
di diversi storici che, sostanzialmente, concordano
nel ricondurre le cause dell’insorgenza del fenomeno
alle difficili condizioni sociali, in molti casi di
vera e propria povertà, dei contadini, di fronte
alla ricchezza di pochissimi latifondisti. Scrive
infatti Pasquale Villari: «Esso può dirsi la
conseguenza d’una questione agraria e sociale che
travaglia quasi tutte le province meridionali. Le
prime cause del brigantaggio sono quelle
predisponenti e prima fra tutte la condizione del
campagnolo, che in quelle province dove appunto il
brigantaggio ha raggiunto proporzioni maggiori, è
assai infelice: i contadini non hanno nessun vincolo
che li stringa alla terra. Mangiano un pane “che non
mangerebbero nemmeno i cani”» [2].
Nonostante fosse a
conoscenza delle misere condizioni dei contadini, il
governo post-unitario non fece niente per
alleviarle, ma anzi le esasperò, attraverso
l’aumento delle tasse, l’introduzione della leva
obbligatoria, la vendita dei beni ecclesiastici e la
divisione di alcuni terreni demaniali che favorirono
i grandi proprietari, e soprattutto mediante la
messa in campo di un vero e proprio apparato
repressivo, con la proclamazione dello stato
d’assedio. Evidenzia l’autrice: «Nella seconda metà
del 1862, i comandi militari trasformarono lo stato
d’assedio in un complesso di misure eccezionali, che
colpivano, soprattutto, gli strati contadini e i
manutengoli borghesi che avevano appoggiato i
brigati. Si procedette, direttamente, in tutte le
province ad arresti in massa di supposti fautori dei
briganti oppure si affidarono i colpevoli alle
autorità politiche. Erano i possidenti meridionali e
la borghesia agraria ad insistere perché si
ricorresse alla “persecuzione incessante”» (p. 34).
E persecuzione fu: la Legge “Pica” del 1863 istituì
infatti i tribunali militari – operanti fino al 1865
– e le giunte provinciali per l’invio a domicilio
coatto. Gli effetti di tale provvedimento furono
deleteri, perché i soldati «ebbero carta bianca, le
fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini
divennero cosa ordinaria o non straordinaria».
Ricorda la
Loschiavo Prete che in quel periodo furono
denunciate 10.666 persone, di cui 2.118 condannate
per brigantaggio, 6.739 assolte e 123 decedute in
carcere. Dati che fanno immaginare come un qualsiasi
pretesto potesse diventare motivo di arresto,
addirittura venivano segnalati semplici indizi o
oggetti che potevano ricondurre ad azioni
antigovernative. Tutto ciò emerge dalla seconda
parte del lavoro dell’autrice, che, dopo una
certosina ricerca nell’Archivio di Stato di Reggio
Calabria, ha riportato alla luce molti episodi
accaduti tra il 1860 e il 1873 nella Prima Calabria
Ultra, corrispondente all’attuale Provincia di
Reggio Calabria. Accanto a fatti rilevanti, come i
tafferugli ad Ardore nel 1867, vengono anche
riportate notizie di segnalazioni al limite del
ridicolo, che testimoniano però il clima di forte
repressione instaurato dal neonato Regno d’Italia.
Come il seguente: «Il Supplente comunale di Rosarno,
il 30 giugno 1861, comunicava al Giudice del
Mandamento di Laureana che la Guardia Giuseppe
Gangemi aveva avvistato, sotto il muro dell’Orto del
Duca di Monteleone, sito all’Orologio, tenuto in
fitto da Giuseppe Manduca, ai piedi di un fico, un
pezzo di tela bianca a forma di bandiera. Il Giudice
Giuseppe Casciano, del Circondario di Laureana,
convocò il sindaco di Rosarno Domenico Montagnese e
il capitano Giovanni Montagnese per
l’interrogatorio. Il sindaco dichiarò di aver
rimosso la tela depositandola nel Posto di Guardia»
(pp. 63-64).
Nella Provincia
Reggina, come già rilevava Gaetano Cingari, il
brigantaggio è stato meno diffuso e violento
rispetto al Catanzarese e soprattutto alla Sila e
alla zona dei Casali di Cosenza: questo perché,
oltre alla presenza della “picciotteria” garante
dell’ordine sociale, mancavano la grande proprietà
latifondistica e i conflitti secolari dei contadini
per l’uso delle terre demaniali e, conseguentemente,
il fenomeno non è stato, praticamente, indagato.
Quindi gran merito del lavoro di Isabella Loschiavo
Prete è quello di colmare una lacuna negli studi
storici, oltre ad avere senza dubbio un importante
valore documentaristico, grazie alla ricerca
condotta dall’autrice.
Luigi Grisolia
[1] – In questa
sede ricordiamo: ANTONIO DE LEO, Briganti,
sbirri, cafoni e manutengoli in Calabria: note sul
brigantaggio calabrese negli anni 1799-1870,
Pellegrini Editore, Cosenza, 1981; FRANCESCO
GAUDIOSO, Calabria ribelle: brigantaggio e
sistemi repressivi nel cosentino (1860-1870),
Franco Angeli, Milano, 1981; VICENZO PADULA,
Cronache del brigantaggio in Calabria: 1864-1865,
a cura di ANTONIO PIROMALLI e DOMENICO SCAFOGLIO,
Athena Edizioni, Napoli, 1974; ILARIO PRINCIPE,
L’ultima plebe: contributi per la storia del
brigantaggio calabrese, Effe Emme, Chiaravalle
Centrale, 1977; e, sebbene di più ampio respiro,
AMELIA PAPARAZZO, I subalterni calabresi tra
rimpianto e trasgressione: la Calabria dal
brigantaggio post-unitario all’età giolittiana,
Franco Angeli, Milano, 1984.
[2] – Tratto dalle
famose Lettere meridionali; citato in
ISABELLA LOSCHIAVO PRETE, Il brigantaggio nella
Prima Calabria Ultra. All’indomani dell’Unità
d’Italia, Città del Sole Edizioni, Reggio
Calabria, 2010, p. 28.
(www.excursus.org,
anno III, n. 20, marzo 2011)
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