Anno II             n. 15                   Ottobre 2010

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Il desolante panorama 

politico dell'Italia d'oggi

 di Luigi Grisolia

 

Amare riflessioni tra le divisioni

 del centrodestra e l'inconsistenza

 dell'opposizione della sinistra,

 priva di un qualsiasi programma

 

 

  

 

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Se guardiamo all’attuale panorama politico, non può non salire, crediamo, un forte senso di disgusto. Da entrambe le parti. Nella destra di governo da settimane si è messa in moto una campagna mediatica contro Fini, reo di aver osato criticare alcune posizioni di Berlusconi. Impossibile dimenticare il «che fai, mi cacci?» dell’aprile 2010, quando si è consumata la rottura. Da quel momento, tra i due fondatori del Pdl è stato scontro continuo: un conflitto che, a detta di molti osservatori, si concluderà con la morte politica di uno dei due (nonostante siano note le straordinarie capacità di rinascere del Presidente del Consiglio).

 

La posta in gioco è altissima. Da una parte, la volontà di Berlusconi non tanto di sopravvivere politicamente (va ormai verso gli 80 anni...), quanto di sistemare una volta per tutte i suoi “problemini” con la giustizia (e quindi far approvare le vergognose leggi sul processo breve e sulle intercettazioni), come ha del resto ribadito nel suo discorso alla Camera il 29 settembre scorso. Dall’altra, con Berlusconi fuori dai giochi, prenderne il posto come leader del centrodestra. L’ipotesi di un Grande Centro – Fini, Rutelli, Casini, forse Montezemolo – non è, in fin dei conti, da scartare a priori: Fini leader non sta né con la Lega, né con Storace, né con Tremonti. Forse una tale mossa non sarà presentata alle probabili elezioni anticipate (è difficile pensare che la legislatura vada avanti così fino al 2013), in quanto ancora una volta “scenderà in campo” Silvio, ed è nota a tutti la sua incredibile capacità di fare campagna elettorale, e quindi Fini e i suoi eventuali alleati non se la sentiranno di rischiare di trovarsi con una coalizione che non possa essere sicura di prendere una certa percentuale di voti.

 

Sta di fatto che, non appena si è consumata la rottura, si è messa in moto, per usare l’efficace definizione di Saviano, la deprimente «macchina del fango», costruita sul nulla, come nei casi di Boffo e Caldoro. La campagna, che ha solo scopo di screditare Fini e di trasmettere il messaggio “guardate che anche quello ha i suoi scheletri nell’armadio, parla tanto di legalità ma...”, guidata naturalmente da il Giornale e Libero, è partita. E su che cosa si basa? Su niente. Almeno dal punto di vista penale. Non c’è in ballo nessun reato. Alleanza Nazionale ha venduto un appartamento di 50 mq sito nel Principato di Monaco, ricevuto in eredità, ad una società dello Stato Caraibico di Saint Lucia; tramite questa compravendita pare che adesso il proprietario sia il cognato di Fini, anche se questa ipotesi è stata smentita dallo stesso Tulliani e i suoi avvocati. Certo, se fosse vero si tratterebbe di una leggerezza, forse deprecabile da un punto di vista di etica pubblica, ma non c’è nessun reato. Dal punto di vista morale, qualcosa di paragonabile allo scandalo delle escort ospitate e poi (alcune) inserite nelle liste elettorali che ha coinvolto Berlusconi? Dal punto di vista di etica pubblica, qualcosa di paragonabile alla “compravendita” di parlamentari Berlusconi tramite Nucara e poi in prima persona, promettendo nomine o vitalizi, come ha già fatto ai tempi di Prodi? Dal punto di vista penale, qualcosa di paragonabile allo scandalo della P3, questo presunto (mica tanto...) gruppo di potere, gestito da Verdini e Dell’Utri (uomini del premier), che sembra abbia addirittura tentato di condizionare la Corte Costituzionale, ovvero il supremo organo di garanzia dello Stato? Chiaro, in quest’ultimo caso c’è la magistratura che indaga e quindi per ora siamo solo ad ipotesi, per quanto ci siano delle intercettazioni sconfortanti.

Ma non sembra che si facciano palesemente due pesi due misure?

 

E intanto, a colorire ancor di più il bel clima nel centrodestra, è arrivato Bossi con una delle sue classiche esternazioni: «sempre porci questi romani». Senza dubbio delle parole vergognose, tutt’al più se proferite da un ministro della Repubblica. Ma attenzione: il Senatùr non è persona che parla a vanvera; se dice qualcosa, ha un motivo per dirla. Ed infatti era ed è un messaggio per Berlusconi («chiediamo solo di non essere depredati», ha precisato l’indomani), che ha bisogno dei voti del Sud.

 

Davanti ad una lacerazione così grave nel centrodestra (dimostrata dalla fiducia alla Camera dei Deputati del 29 settembre scorso, quando si è palesata l’importanza dei voti dei finiani), sarebbe logico pensare che l’opposizione si stia organizzando per tentare di approfittare politicamente della situazione. Ma il Partito Democratico, proprio nel momento in cui sarebbe stato più opportuno mostrarsi compatti e decisi, è caduto nel vizio più tragico della sinistra: le divisioni. Dal nulla (ovvero dalle dimissioni dopo la sconfitta elettorale in Sardegna), rispunta Veltroni con un suo documento, e lo stesso Bersani cade dalle nuvole davanti all’uscita dell’ex-segretario. Per gli elettori del Pd, sicuramente uno spettacolo magnifico. È incredibile come la sinistra non si decida a superare i suoi limiti e finisca per ricadere sempre negli stessi errori, ormai arcinoti. Dopo la debacle elettorale del 2008, dopo aver toccato il fondo (con il rischio che lo stesso Pd andasse in frantumi), ancora non è riuscita a presentare agli elettori un serio progetto politico. Che deve partire dalla risoluzione dei problemi irrisolti che la attanagliano.

 

Tanto per comprendere quali siano tali problemi, quanto per offrire spunti riflessivi e, soprattutto, critiche costruttive da cui ripartire, utilissimo risulta essere il volume pubblicato dalla Feltrinelli Sinistra senza sinistra. Idee plurali per uscire dall’angolo (pp. 352, € 14,00), che raccoglie gli interventi di diversi studiosi su molti temi. Il libro è organizzato a mo’ di dizionario, sebbene non in ordine alfabetico: ci sono alcune voci su cui ogni autore espone il suo pensiero.

Tra queste, temi caldissimi per la sinistra: moderatismo, laicità, ideologia, comunicazione, basi sociali, sicurezza, federalismo, paura, unioni civili, libertà di scelta, socialdemocrazia.

 

Tre aspetti centrali della crisi

Nadia Urbinati affronta il problema dell’ideologia: intendendo con tale termine una visione del mondo, un insieme di credenze e valori, nota come la sinistra sembra non avere un’autonoma visione della società giusta o desiderabile, di un linguaggio o di un nucleo di ideali e valori riconoscibili ai propri sostenitori e oppositori. Beh, se pensiamo al Pd (ma non solo), niente di più vero. Eppure, gli elettori non sono semplici giudici che si recano alle urne, come se fosse un tribunale: non lasciano a casa le opinioni, le passioni, gli interessi per ascoltare una razionalità imparziale; nient’affatto. È la democrazia. Del resto, lo rilevava già Gramsci che nella società moderna la formazione delle credenze è tutt’altro che mera manipolazione o qualcosa di cui si può fare a meno. È l’essenza stessa – o perlomeno dovrebbe esserlo – della politica. Quindi si comprende bene che il ritardo sotto questo punto di vista della sinistra italiana è quantomeno tragico.

 

A questo tema, in un certo senso, si riallaccia anche, nel suo intervento sulla comunicazione (altro punto dolente...) Carlo Freccero: la sinistra – evidentemente dopo il crollo del Muro di Belino – non ha fatto niente per difendere l’enorme patrimonio culturale accumulato in anni di riflessioni e dibattiti. Se, come notava uno studioso del livello di Bourdieu, un tempo la destra si identificava con il capitale economico e la sinistra con il capitale cultura, con il crollo delle ideologie è la cultura che fa la differenza. Il problema, paradossale, è che da tempo la sinistra ha smesso di sponsorizzare la cultura, di tutelarla, di promuoverla. E ciò si collega con un gap comunicativo, nei confronti della potenza carismatica e mediatica di Berlusconi, incredibile: il premier spara, sostiene Freccero, assurdità a raffica, e la sinistra risponde e le critica. Ma così, non avendo altri messaggi da proporre, le legittima e promuove la loro incessante circolazione. In questo modo, al concetto di democrazia come sistema di equilibrio tra i poteri si è andato a sostituire un concetto di democrazia come strapotere della maggioranza (già Tocqueville ci metteva in guardia...) e la sinistra non ha fatto nulla: poteva opporsi, ma non l’ha fatto.

 

Interessante l’analisi del noto politologo francese Marc Lazar (voce basi sociali), che ragiona a livello europeo. La destra, evidenzia, ha avviato un’opera di rinnovamento ben coordinata, e si è dotata di veri leader, spesso eccellenti comunicatori, capaci di rivolgersi direttamente ai cittadini, anche a quelli più lontani dalla politica. E tende a compattarsi un po’ dappertutto, mascherando le sue divisioni, o superandole, e cerca di rafforzare le sue organizzazioni senza trascurare il territorio. Ormai occupa una vasta area politica, e per farlo si impadronisce, se è necessario, anche di temi propri della sinistra (quali la compassione sociale o la modernità). E ha capito l’importanza, nell’era della globalizzazione e della post-ideologia, dei valori e dei simboli. Così, oltre ai suoi referenti storici – commercianti, liberi professionisti, artigiani, cattolici praticanti – sono suoi elettori anche fasce di ceto popolare, come disoccupati, operai, impiegati (il caso della Lega è emblematico).

La sinistra, dal canto suo, da vent’anni ha iniziato un suo processo di rinnovamento per raccogliere le sfide della globalizzazione e rispondere alla crisi del  proprio progetto socialdemocratico. Si è rinnovata, pur rimanendo fedele ai suoi ideali di uguaglianza e giustizia sociale, ha fatto propri temi del liberalismo economico, delle minoranze omosessuali, dei precari e le rivendicazioni ecologiste, con uno sguardo all’ordine alla sicurezza. Ma soffre di alcuni handicap che frenano questo processo e procurano pertanto una crisi di consenso, che esiste, fatte salve alcune eccezioni, a livello europeo: 1) divisioni interne; 2) deficit di credibilità sulla sicurezza; 3) distaccamento dal territorio; 4) il leggere il presente alla luce del passato; 5) la perdita di terreno tra gli strati più poveri della popolazione. Se si pensa all’ultima campagna elettorale e ai risultati delle successive elezioni, si può comprendere facilmente come questi cinque punti fotografino la situazione della sinistra italiana.

 

Insomma, queste solo tre della cinquantatrè voci che compongono il volume, che mettono in evidenza i punti che la sinistra deve cercare di risolvere per poter iniziare a costruire una reale alternativa di governo. Perché la sinistra (tranne alcune “isole felici”, come Vendola, che si pensa bene di ostacolare) è tuttora in crisi. Di consenso e di identità.

 

Luigi Grisolia

 

(www.excursus.org, anno II, n. 15, ottobre 2010)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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