|
Se guardiamo
all’attuale panorama politico, non può non salire,
crediamo, un forte senso di disgusto. Da entrambe le
parti. Nella destra di governo da settimane si è
messa in moto una campagna mediatica contro Fini,
reo di aver osato criticare alcune posizioni di
Berlusconi. Impossibile dimenticare il «che fai, mi
cacci?» dell’aprile 2010, quando si è consumata la
rottura. Da quel momento, tra i due fondatori del
Pdl è stato scontro continuo: un conflitto che, a
detta di molti osservatori, si concluderà con la
morte politica di uno dei due (nonostante siano note
le straordinarie capacità di rinascere del
Presidente del Consiglio).
La posta in gioco è
altissima. Da una parte, la volontà di Berlusconi
non tanto di sopravvivere politicamente (va ormai
verso gli 80 anni...), quanto di sistemare una volta
per tutte i suoi “problemini” con la giustizia (e
quindi far approvare le vergognose leggi sul
processo breve e sulle intercettazioni), come ha del
resto ribadito nel suo discorso alla Camera il 29
settembre scorso. Dall’altra, con Berlusconi fuori
dai giochi, prenderne il posto come leader del
centrodestra. L’ipotesi di un Grande Centro – Fini,
Rutelli, Casini, forse Montezemolo – non è, in fin
dei conti, da scartare a priori: Fini leader non sta
né con la Lega, né con Storace, né con Tremonti. Forse
una tale mossa non sarà presentata alle probabili
elezioni anticipate (è difficile pensare che la
legislatura vada avanti così fino al 2013), in
quanto ancora una volta “scenderà in campo” Silvio,
ed è nota a tutti la sua incredibile capacità di
fare campagna elettorale, e quindi Fini e i suoi
eventuali alleati non se la sentiranno di rischiare
di trovarsi con una coalizione che non possa essere
sicura di prendere una certa percentuale di voti.
Sta di fatto che,
non appena si è consumata la rottura, si è messa in
moto, per usare l’efficace definizione di Saviano,
la deprimente «macchina del fango», costruita sul
nulla, come nei casi di Boffo e Caldoro. La
campagna, che ha solo scopo di screditare Fini e di
trasmettere il messaggio “guardate che anche
quello ha i suoi scheletri nell’armadio, parla tanto
di legalità ma...”, guidata naturalmente da
il Giornale e Libero, è partita. E su che
cosa si basa? Su niente. Almeno dal punto di vista
penale. Non c’è in ballo nessun reato. Alleanza
Nazionale ha venduto un appartamento di 50 mq sito
nel Principato di Monaco, ricevuto in eredità, ad
una società dello Stato Caraibico di Saint Lucia;
tramite questa compravendita pare che adesso il
proprietario sia il cognato di Fini, anche se questa
ipotesi è stata smentita dallo stesso Tulliani e i
suoi avvocati. Certo, se fosse vero si tratterebbe
di una leggerezza, forse deprecabile da un punto di
vista di etica pubblica, ma non c’è nessun reato.
Dal punto di vista morale, qualcosa di paragonabile
allo scandalo delle escort ospitate e poi (alcune)
inserite nelle liste elettorali che ha coinvolto
Berlusconi? Dal punto di vista di etica pubblica,
qualcosa di paragonabile alla “compravendita” di
parlamentari Berlusconi tramite Nucara e poi in
prima persona, promettendo nomine o vitalizi, come
ha già fatto ai tempi di Prodi? Dal punto di vista
penale, qualcosa di paragonabile allo scandalo della
P3, questo presunto (mica tanto...) gruppo di
potere, gestito da Verdini e Dell’Utri (uomini del
premier), che sembra abbia addirittura tentato di
condizionare la Corte Costituzionale, ovvero il
supremo organo di garanzia dello Stato? Chiaro, in
quest’ultimo caso c’è la magistratura che indaga e
quindi per ora siamo solo ad ipotesi, per quanto ci
siano delle intercettazioni sconfortanti.
Ma non sembra che
si facciano palesemente due pesi due misure?
E intanto, a
colorire ancor di più il bel clima nel centrodestra,
è arrivato Bossi con una delle sue classiche
esternazioni: «sempre porci questi romani». Senza
dubbio delle parole vergognose, tutt’al più se
proferite da un ministro della Repubblica. Ma
attenzione: il Senatùr non è persona che parla a
vanvera; se dice qualcosa, ha un motivo per dirla.
Ed infatti era ed è un messaggio per Berlusconi
(«chiediamo solo di non essere depredati», ha
precisato l’indomani), che ha bisogno dei voti del
Sud.
Davanti ad una
lacerazione così grave nel centrodestra (dimostrata
dalla fiducia alla Camera dei Deputati del 29
settembre scorso, quando si è palesata l’importanza
dei voti dei finiani), sarebbe logico pensare che
l’opposizione si stia organizzando per tentare di
approfittare politicamente della situazione. Ma il
Partito Democratico, proprio nel momento in cui
sarebbe stato più opportuno mostrarsi compatti e
decisi, è caduto nel vizio più tragico della
sinistra: le divisioni. Dal nulla (ovvero dalle
dimissioni dopo la sconfitta elettorale in
Sardegna), rispunta Veltroni con un suo documento, e
lo stesso Bersani cade dalle nuvole davanti
all’uscita dell’ex-segretario. Per gli elettori del
Pd, sicuramente uno spettacolo magnifico. È
incredibile come la sinistra non si decida a
superare i suoi limiti e finisca per ricadere sempre
negli stessi errori, ormai arcinoti. Dopo la debacle
elettorale del 2008, dopo aver toccato il fondo (con
il rischio che lo stesso Pd andasse in frantumi),
ancora non è riuscita a presentare agli elettori un
serio progetto politico. Che deve partire dalla
risoluzione dei problemi irrisolti che la
attanagliano.
Tanto per
comprendere quali siano tali problemi, quanto per
offrire spunti riflessivi e, soprattutto, critiche
costruttive da cui ripartire, utilissimo risulta
essere il volume pubblicato dalla Feltrinelli
Sinistra senza sinistra. Idee plurali per uscire
dall’angolo (pp. 352, € 14,00), che raccoglie
gli interventi di diversi studiosi su molti temi. Il
libro è organizzato a mo’ di dizionario, sebbene non
in ordine alfabetico: ci sono alcune voci su cui
ogni autore espone il suo pensiero.
Tra queste, temi
caldissimi per la sinistra: moderatismo, laicità,
ideologia, comunicazione, basi sociali, sicurezza,
federalismo, paura, unioni civili, libertà di
scelta, socialdemocrazia.
Tre aspetti
centrali della crisi
Nadia Urbinati
affronta il problema dell’ideologia:
intendendo con tale termine una visione del mondo,
un insieme di credenze e valori, nota come la
sinistra sembra non avere un’autonoma visione della
società giusta o desiderabile, di un linguaggio o di
un nucleo di ideali e valori riconoscibili ai propri
sostenitori e oppositori. Beh, se pensiamo al Pd (ma
non solo), niente di più vero. Eppure, gli elettori
non sono semplici giudici che si recano alle urne,
come se fosse un tribunale: non lasciano a casa le
opinioni, le passioni, gli interessi per ascoltare
una razionalità imparziale; nient’affatto. È la
democrazia. Del resto, lo rilevava già Gramsci che
nella società moderna la formazione delle credenze è
tutt’altro che mera manipolazione o qualcosa di cui
si può fare a meno. È l’essenza stessa – o perlomeno
dovrebbe esserlo – della politica. Quindi si
comprende bene che il ritardo sotto questo punto di
vista della sinistra italiana è quantomeno tragico.
A questo tema, in
un certo senso, si riallaccia anche, nel suo
intervento sulla comunicazione (altro punto
dolente...) Carlo Freccero: la sinistra –
evidentemente dopo il crollo del Muro di Belino –
non ha fatto niente per difendere l’enorme
patrimonio culturale accumulato in anni di
riflessioni e dibattiti. Se, come notava uno
studioso del livello di Bourdieu, un tempo la destra
si identificava con il capitale economico e la
sinistra con il capitale cultura, con il crollo
delle ideologie è la cultura che fa la differenza.
Il problema, paradossale, è che da tempo la sinistra
ha smesso di sponsorizzare la cultura, di tutelarla,
di promuoverla. E ciò si collega con un gap
comunicativo, nei confronti della potenza
carismatica e mediatica di Berlusconi, incredibile:
il premier spara, sostiene Freccero, assurdità a
raffica, e la sinistra risponde e le critica. Ma
così, non avendo altri messaggi da proporre, le
legittima e promuove la loro incessante
circolazione. In questo modo, al concetto di
democrazia come sistema di equilibrio tra i poteri
si è andato a sostituire un concetto di democrazia
come strapotere della maggioranza (già Tocqueville
ci metteva in guardia...) e la sinistra non ha fatto
nulla: poteva opporsi, ma non l’ha fatto.
Interessante
l’analisi del noto politologo francese Marc Lazar
(voce basi sociali), che ragiona a livello
europeo. La destra, evidenzia, ha avviato un’opera
di rinnovamento ben coordinata, e si è dotata di
veri leader, spesso eccellenti comunicatori, capaci
di rivolgersi direttamente ai cittadini, anche a
quelli più lontani dalla politica. E tende a
compattarsi un po’ dappertutto, mascherando le sue
divisioni, o superandole, e cerca di rafforzare le
sue organizzazioni senza trascurare il territorio.
Ormai occupa una vasta area politica, e per farlo si
impadronisce, se è necessario, anche di temi propri
della sinistra (quali la compassione sociale o la
modernità). E ha capito l’importanza, nell’era della
globalizzazione e della post-ideologia, dei valori e
dei simboli. Così, oltre ai suoi referenti storici –
commercianti, liberi professionisti, artigiani,
cattolici praticanti – sono suoi elettori anche
fasce di ceto popolare, come disoccupati, operai,
impiegati (il caso della Lega è emblematico).
La sinistra, dal
canto suo, da vent’anni ha iniziato un suo processo
di rinnovamento per raccogliere le sfide della
globalizzazione e rispondere alla crisi del
proprio
progetto socialdemocratico. Si è rinnovata, pur
rimanendo fedele ai suoi ideali di uguaglianza e
giustizia sociale, ha fatto propri temi del
liberalismo economico, delle minoranze omosessuali,
dei precari e le rivendicazioni ecologiste, con uno
sguardo all’ordine alla sicurezza. Ma soffre di
alcuni handicap che frenano questo processo e
procurano pertanto una crisi di consenso, che
esiste, fatte salve alcune eccezioni, a livello
europeo: 1) divisioni interne; 2) deficit di
credibilità sulla sicurezza; 3) distaccamento dal
territorio; 4) il leggere il presente alla luce del
passato; 5) la perdita di terreno tra gli strati più
poveri della popolazione. Se si pensa all’ultima
campagna elettorale e ai risultati delle successive
elezioni, si può comprendere facilmente come questi
cinque punti fotografino la situazione della
sinistra italiana.
Insomma, queste
solo tre della cinquantatrè voci che compongono il
volume, che mettono in evidenza i punti che la
sinistra deve cercare di risolvere per poter
iniziare a costruire una reale alternativa di
governo. Perché la sinistra (tranne alcune “isole
felici”, come Vendola, che si pensa bene di
ostacolare) è tuttora in crisi. Di consenso e di
identità.
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno II, n. 15, ottobre 2010)
|