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Quarant’anni è
sicuramente un lasso di tempo di una certa
consistenza, forse non troppo breve per riuscire a
storicizzare un evento, ovvero leggerlo in maniera
oggettiva e interpretarlo per quello che
effettivamente è stato, senza pregiudizi o posizioni
di parte. L’accadimento di cui parliamo è la Rivolta
di Reggio Calabria (I moti i Rriggiu),
esplosa nel 1970 e durata fino agli inizi del 1971.
E allora non ci sembra eccessivo definire Anch’io
ho visto i blindati (Laruffa Editore, pp. 610, €
20,00), di Giuseppe Criaco, un romanzo storico,
seppur con le cautele del caso se consideriamo la
letteratura di genere.
Nonostante una
bibliografia sulla Rivolta abbastanza ampia [1],
questo libro viene a colmare un vuoto perché, al di
fuori di schemi storiografici o di stream of
consciousness memorialistici, semplicemente
racconta quei drammatici giorni in cui tutto un
popolo, quello reggino, rivendicò con fermezza un
proprio diritto storico. È una narrazione, ed è qui
il secondo merito dell’opera, che s’intreccia con la
vita e la crescita personale dei protagonisti del
romanzo, che, in un modo o nell’altro, partecipano
alla storicamente legittima rivendicazione di Reggio
quale capoluogo della Calabria.
Il romanzo dà voce
ai pensieri, ai sentimenti, alle speranze, e,
infine, alle delusioni, di chi la Rivolta l’ha
vissuta. A tutti: ci sono le donne (Francesca, di
famiglia agiata, e Rita, figlia di un ferroviere e
di una casalinga), che ruoli importanti hanno avuto
dietro le barricate; c’è Carlo Barbagallo,
giornalista di Brutium che segue gli eventi
con grande perspicacia; c’è don Felice, a
testimoniare la vicinanza della Chiesa; c’è Mimmo,
un militante missino; ci sono i poliziotti,
l’anziano appuntato Carmine e il giovane agente
Giovanni; c’è il questore Emilio Santillo,
personaggio reale (non è il solo: compaiono
naturalmente, tra gli altri, mons. Ferro e Ciccio
Franco). Così come reali sono Angelo Casile, Franco
Scordo, Gianni Aricò, anarchici, che, assieme ad
Annalise Borth, moglie di Gianni, e Luigi Lo Cascio,
troveranno la morte in un quanto meno strano
incidente stradale [2].
I fatti sono noti.
La Rivolta esplode il 5 luglio 1970, dopo un
infuocato comizio del sindaco democristiano Piero
Battaglia che denuncia alla popolazione il
tradimento che si sta compiendo «nell’ombra»:
Catanzaro quale capoluogo di Regione, Cosenza sede
dell’Università. «Si dia ascolto alla Storia ed a
quello che Reggio ha da sempre rappresentato per
questa regione e non alle imposizioni di questo o
quello che conta», tuona il sindaco. Il riferimento
è rivolto soprattutto a Giacomo Mancini, cosentino,
segretario nazionale del Psi, uno degli artefici di
questa decisione. I reggini rivendicano un diritto
storico di guida e chiedono che sia il Parlamento,
non il Consiglio Regionale, a stabilire la sede del
capoluogo. Sono migliaia le persone che seguono
Battaglia. Vengono proclamati cinque giorni di
sciopero a partire dal 14 luglio durante i quali
un’intera città si ferma. Ma subito arrivano i primi
scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, e il
15 luglio la prima tragedia: la morte di Bruno
Labate, ferroviere, rinvenuto in fin di vita in un
vicolo e spirato nel tragitto verso l’ospedale.
Ucciso in circostanze mai chiarite, il decesso viene
attribuito dalla maggior parte dell’opinione
pubblica alla polizia, e questo esaspera gli animi,
al punto che il 18 luglio viene assaltata la
Questura.
Il 22 luglio avviene
un altro episodio controverso e misterioso: il
deragliamento del treno “Freccia del Sud” nei pressi
della Stazione di Gioia Tauro, che provoca sei morti
[3]. Una settimana dopo nasce il Comitato d’Azione,
che ben presto prende le redini della protesta, il
cui leader indiscusso diviene Ciccio Franco,
sindacalista missino della Cisnal,
al grido «Boia chi molla!».
Dopo un agosto di
apparente calma, la protesta riprende con vigore a
settembre, dinnanzi ai tentennamenti del governo
presieduto da Emilio Colombo sulla questione del
capoluogo. Il 17 settembre si verificano nuovi
scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, e
durante un tafferuglio, probabilmente colpito da
proiettili sparati da un carabiniere, muore
l’autista degli autobus cittadini Angelo Campanella,
e un successivo assalto alla Questura da parte di un
gruppo di dimostranti provoca il decesso dell’agente
Vincenzo Curigliano, per un collasso
cardiocircolatorio a seguito di un trauma toracico.
L’annuncio di
Colombo che sarà il Parlamento a dirimere la
questione fa sì che si instaura una sorta di “tregua
armata” (perché comunque non mancano alcuni scontri)
per alcuni mesi, fin quando la Rivolta si riaccende
il 13 gennaio 1971 in seguito alla morte dell’agente
Antonio Bellotti, colpito da un sasso lanciato
contro il treno in cui siede. Sono gli ultimi
sussulti: il 4 febbraio il sindaco Battaglia è a
Roma da Colombo, nello stesso giorno a Catanzaro,
durante un corteo antifascista, viene ucciso da un
bomba il muratore Vincenzo Malacaria. Il governo
rimanda nuovamente il compito di decidere il
capoluogo al Consiglio Regionale, e il 16 febbraio
quest’ultimo ne assegna la sede a Catanzaro,
stabilendo però che a Reggio si sarebbe riunito
proprio il Consiglio, e chiedendo al governo di
ubicare il V Centro Siderurgico nel Reggino. La
Rivolta termina il 23 febbraio, con la
“normalizzazione” da parte delle forze dell’ordine
dei quartieri di Santa Caterina e Sbarre, per
spegnere gli ultimi focolai della sommossa. Ma per
tutto il 1971, episodicamente, si verificano
rigurgiti della sommoss: il fatto più tragico è la
morte del barista Carmine Jaconis, ucciso il 27
settembre da un colpo di pistola sparato da ignoti
mentre assiste agli scontri tra dimostranti e polizia
sul Ponte Calopinace.
Il romanzo di Criaco
racconta quindi questi eventi, complessi e
controversi, in questa sede esposti assai brevemente
per ovvia necessità di sintesi. Con una tesi di
fondo: la Rivolta di Reggio è stata una protesta per
il capoluogo. Le migliaia di cittadini che vi hanno
preso parte, via via più numerosi, hanno lottato per
l’affermazione di un primato regionale sancito dalla
Storia, affinché la loro identità e dignità non
fosse calpestata. Sono emblematiche le parole di don
Felice rivolte all’amico don Agostino: «Si
sentono derubati, calpestati. Fino ad ieri pur con
tutte le carenze, la disoccupazione, la miseria,
comunque si sentivano orgogliosi di appartenere alla
città simbolo di una regione. Oggi si sono svegliati
e hanno scoperto di non avere più nulla. Nemmeno un
simbolico riconoscimento. Nulla» (p. 121).
Ed emblematico anche
l’episodio, per citare il titolo dato dall’autore al
capitolo che lo racconta, de La Madonna “rapita”
davanti al totale abbandono di Reggio da parte dello
Stato, il 31 luglio il popolo chiede aiuto alla
Madonna della Consolazione, e la Vara con la Sacra
Effigie viene prelevata dal Santuario dell’Eremo,
portata in processione per la città e lasciata fino
a sera in Piazza Italia, dove, alla presenza
dell’Arcivescovo Ferro, si svolge una veglia di
preghiera. Dopodiché, la Vara viene ricondotta al
Santuario e riconsegnata ai frati cappuccini. Quel
giorno, sotto quaranta gradi, tutta Reggio è in
piazza. E «Don Felice rimase addirittura sbigottito
ed emozionato quando vide due uomini anziani che
piangevano dalla commozione. Questo fu il momento in
cui Reggio dimostrò a tutti che la sua battaglia non
era una rivendicazione per un “Pennacchio”
spagnolesco. Ma era la pretesa al riconoscimento di
una dignità che ventotto secoli di Storia e di
Tradizioni avevano assegnato a quella città e che un
paio di uomini seduti al tavolo di un ristorante
romano volevano cancellare» (p. 205).
La Rivolta,
pertanto, non fu “fascista”, come una certa
storiografia, e addirittura la stampa di quei
giorni, l’hanno bollata: l’estrema destra si è
invece resa rea di aver strumentalizzato la
battaglia, di aver ordito oscure trame eversive, da
inserirsi nel difficile contesto nazionale di quegli
anni. Particolarmente controverso è l’incidente
della “Freccia del Sud”: in seguito a questa
tragedia, gli anarchici Angelo, Franco e Gianni
iniziano ad indagare. E probabilmente scoprono
qualcosa di grosso. L’autore fa incontrare i tre
ragazzi con il giornalista Carlo:
«“Siamo stati in giro per Reggio, non per tirare
pietre o lanciare molotov, ma per osservare,
documentare e, con occhi finalmente liberi, abbiamo
osservato e documentato”. “E cosa avreste
visto?” chiese Carlo [...]. “Abbiamo visto
che dietro le barricate non ci stavano solo persone
di Reggio” rivelò Angelo “Ma tanti che
arrivavano da fuori, per lo più militanti di destra,
anche estrema destra. Abbiamo visto tanti di
Avanguardia Nazionale in strada, e lo sanno tutti
delle visite di Borghese a Reggio. Ma non è solo
questo...” era senza freni il parlare del
giovane anarchico “E poi abbiamo constatato che
in alcuni giorni gli scontri scoppiavano ad
orologeria, o tutti insieme oppure a tempi
cadenzati, sincronizzati. Come mossi e pianificati
da un’unica regia». [...] “Li abbiamo
fotografati anche, molti di questi” continuò
Angelo “E in molte foto, che abbiamo mandato a
Roma, i compagni romani hanno riconosciuto attivisti
di destra. Ma non erano di Reggio. Ed allora cosa ci
facevano? Chi li ha portati? Perché sono venuti fin
qui? A combattere per il Capoluogo?”» (p. 336).
Angelo, Franco,
Gianni, sua moglie incinta Annalise e Luigi muoiono
nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1970, sulla
Napoli-Roma in località Ferentino, in uno
stranissimo incidente stradale, come accennato,
mentre stanno portando il dossier con le loro
scoperte e documentazioni a Roma.
«Quello che successe veramente, quella
notte, [...] non lo sapremo mai. Quello che sappiamo
è che la macchina dei cinque ragazzi tamponò il
rimorchio di un camion in un incidente che tutt’oggi
non ha mai trovato una spiegazione logica. [...] Ma
ci dicono anche di un episodio che ha contribuito a
rendere più oscuro e inquietante tutto lo scenario.
Infatti, sembra che sul posto sia giunta anche la
polizia politica. Perché? Ci si chiese. Come
potevano sapere “in tempo reale” chi fossero e cosa
trasportassero quei cinque giovani calabresi?» (p.
361).
In conclusione,
tramite le sue scorrevoli pagine, Criaco permette al
lettore di calarsi nel clima della Rivolta, quello
più “puro”, quello dei reali protagonisti, ovvero i
cittadini, che hanno creduto e lottato per
l’affermazione del proprio primato regionale, della
propria “regginità”: un tumulto localistico,
certo, ma che non si è assolutamente mai posto in
senso antipolitico e antistatalistico [4]. Infatti i
cittadini hanno sempre chiesto, purtroppo senza
successo, che a pronunciarsi sulla questione fosse
il Parlamento (cioè il supremo organo democratico
dello Stato), hanno chiesto l’intervento del
Presidente della Repubblica, contro il fatto che le
decisioni fossero prese sottobanco, tramite accordi
clientelari, alle spalle e senza la partecipazione
della comunità reggina e dei suoi, peraltro in quel
momento troppo deboli, rappresentanti.
Luigi Grisolia
NOTE
BIBLIOGRAFICHE
[1] – La
bibliografia in materia comprende diversi saggi e
articoli, divisi tra memorialistica e validi lavori
storiografici. In questa sede, non possiamo non
ricordare il recente e fondamentale LUIGI AMBROSI,
La Rivolta di Reggio. Storie di territori,
violenza e populismo nel 1970 (Rubbettino,
Soveria Mannelli, 2009), nonché, almeno, LUIGI
MALAFARINA – FRANCO BRUNO – SANTO STRATI, Buio a
Reggio, 2 voll., Città del Sole Edizioni, Reggio
Calabria, 2000), ENZO LAGANA’, “Io e la rivolta”.
Una città, la sua storia. Intervista a Piero
Battaglia (Falzea Editore, Reggio Calabria,
2001) e, infine, FRANCESCO SCARPINO, Un popolo in
rivolta. I moti di Reggio Calabria del 1970 e la
politica (Laruffa Editore, Reggio Calabria,
2000).
[2] – Per
approfondire, cfr. FABIO CUZZOLA, Cinque
anarchici del Sud, Città del Sole Edizioni,
Reggio Calabria, 2001.
[3] – Le cause del
deragliamento sono state per anni controverse. La
primissima ipotesi fu quella di un attentato, come
del resto titolarono alcuni quotidiani all’indomani
dell’incidente. Poi fu fatta passare la motivazione
del guasto tecnico. Ma nel 2006 la magistratura
ha accertato definitivamente che la causa fu una bomba
fatta esplodere poco prima del passaggio del treno,
e ha condannato tre affiliati alla ’ndrangheta (nel
frattempo deceduti) quali esecutori materiali
dell’attentato.
[4]
–
Cfr. in particolare
L. AMBROSI, La Rivolta di Reggio..., cit.,
passim. Una sintesi di cosa fu la Rivolta e
soprattutto di cosa non fu, secondo il condivisibile
studio di Ambrosi, la troviamo in RINO TRIPODI,
L’attualità dei moti di Reggio Calabria del 1970-71,
in Calabria Sconosciuta, n. 125-126,
2010, pp. 11-13. Cfr. anche MIRKO ALTIMARI,
Il capoluogo come simbolo identitario di un’intera
città, in
www.lucidamente.com, anno IV, n. 42, giugno
2009; GIUSEPPE LICANDRO,
Reggio 1970-1971: la rivolta più lunga della storia
italiana, in
www.bottegascriptamanent.it, anno III, n.
24, agosto 2009; e R. TRIPODI,
Un “altro” 14 luglio: il potere e i moti reggini del
1970-71, in
www.lucidamente.com, anno IV, n. 46, ottobre
2009.
(www.excursus.org,
anno II, n. 17, dicembre 2010)
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