Anno II             n. 17                   Dicembre 2010

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

Il romanzo della Rivolta 

di Reggio del 1970-1971

 di Luigi Grisolia

 

I tumulti che quarantanni fa

 scossero un’intera città, unita

 nel rivendicare il ruolo-guida

 in Calabria, in un testo Laruffa

 

 

  

 

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Quarant’anni è sicuramente un lasso di tempo di una certa consistenza, forse non troppo breve per riuscire a storicizzare un evento, ovvero leggerlo in maniera oggettiva e interpretarlo per quello che effettivamente è stato, senza pregiudizi o posizioni di parte. L’accadimento di cui parliamo è la Rivolta di Reggio Calabria (I moti i Rriggiu), esplosa nel 1970 e durata fino agli inizi del 1971. E allora non ci sembra eccessivo definire Anch’io ho visto i blindati (Laruffa Editore, pp. 610, € 20,00), di Giuseppe Criaco, un romanzo storico, seppur con le cautele del caso se consideriamo la letteratura di genere.

 

Nonostante una bibliografia sulla Rivolta abbastanza ampia [1], questo libro viene a colmare un vuoto perché, al di fuori di schemi storiografici o di stream of consciousness memorialistici, semplicemente racconta quei drammatici giorni in cui tutto un popolo, quello reggino, rivendicò con fermezza un proprio diritto storico. È una narrazione, ed è qui il secondo merito dell’opera, che s’intreccia con la vita e la crescita personale dei protagonisti del romanzo, che, in un modo o nell’altro, partecipano alla storicamente legittima rivendicazione di Reggio quale capoluogo della Calabria.

 

Il romanzo dà voce ai pensieri, ai sentimenti, alle speranze, e, infine, alle delusioni, di chi la Rivolta l’ha vissuta. A tutti: ci sono le donne (Francesca, di famiglia agiata, e Rita, figlia di un ferroviere e di una casalinga), che ruoli importanti hanno avuto dietro le barricate; c’è Carlo Barbagallo, giornalista di Brutium che segue gli eventi con grande perspicacia; c’è don Felice, a testimoniare la vicinanza della Chiesa; c’è Mimmo, un militante missino; ci sono i poliziotti, l’anziano appuntato Carmine e il giovane agente Giovanni; c’è il questore Emilio Santillo, personaggio reale (non è il solo: compaiono naturalmente, tra gli altri, mons. Ferro e Ciccio Franco). Così come reali sono Angelo Casile, Franco Scordo, Gianni Aricò, anarchici, che, assieme ad Annalise Borth, moglie di Gianni, e Luigi Lo Cascio, troveranno la morte in un quanto meno strano incidente stradale [2].

 

I fatti sono noti. La Rivolta esplode il 5 luglio 1970, dopo un infuocato comizio del sindaco democristiano Piero Battaglia che denuncia alla popolazione il tradimento che si sta compiendo «nell’ombra»: Catanzaro quale capoluogo di Regione, Cosenza sede dell’Università. «Si dia ascolto alla Storia ed a quello che Reggio ha da sempre rappresentato per questa regione e non alle imposizioni di questo o quello che conta», tuona il sindaco. Il riferimento è rivolto soprattutto a Giacomo Mancini, cosentino, segretario nazionale del Psi, uno degli artefici di questa decisione. I reggini rivendicano un diritto storico di guida e chiedono che sia il Parlamento, non il Consiglio Regionale, a stabilire la sede del capoluogo. Sono migliaia le persone che seguono Battaglia. Vengono proclamati cinque giorni di sciopero a partire dal 14 luglio durante i quali un’intera città si ferma. Ma subito arrivano i primi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, e il 15 luglio la prima tragedia: la morte di Bruno Labate, ferroviere, rinvenuto in fin di vita in un vicolo e spirato nel tragitto verso l’ospedale. Ucciso in circostanze mai chiarite, il decesso viene attribuito dalla maggior parte dell’opinione pubblica alla polizia, e questo esaspera gli animi, al punto che il 18 luglio viene assaltata la Questura.

 

Il 22 luglio avviene un altro episodio controverso e misterioso: il deragliamento del treno “Freccia del Sud” nei pressi della Stazione di Gioia Tauro, che provoca sei morti [3]. Una settimana dopo nasce il Comitato d’Azione, che ben presto prende le redini della protesta, il cui leader indiscusso diviene Ciccio Franco, sindacalista missino della Cisnal, al grido «Boia chi molla!».

 

Dopo un agosto di apparente calma, la protesta riprende con vigore a settembre, dinnanzi ai tentennamenti del governo presieduto da Emilio Colombo sulla questione del capoluogo. Il 17 settembre si verificano nuovi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, e durante un tafferuglio, probabilmente colpito da proiettili sparati da un carabiniere, muore l’autista degli autobus cittadini Angelo Campanella, e un successivo assalto alla Questura da parte di un gruppo di dimostranti provoca il decesso dell’agente Vincenzo Curigliano, per un collasso cardiocircolatorio a seguito di un trauma toracico.

 

L’annuncio di Colombo che sarà il Parlamento a dirimere la questione fa sì che si instaura una sorta di “tregua armata” (perché comunque non mancano alcuni scontri) per alcuni mesi, fin quando la Rivolta si riaccende il 13 gennaio 1971 in seguito alla morte dell’agente Antonio Bellotti, colpito da un sasso lanciato contro il treno in cui siede. Sono gli ultimi sussulti: il 4 febbraio il sindaco Battaglia è a Roma da Colombo, nello stesso giorno a Catanzaro, durante un corteo antifascista, viene ucciso da un bomba il muratore Vincenzo Malacaria. Il governo rimanda nuovamente il compito di decidere il capoluogo al Consiglio Regionale, e il 16 febbraio quest’ultimo ne assegna la sede a Catanzaro, stabilendo però che a Reggio si sarebbe riunito proprio il Consiglio, e chiedendo al governo di ubicare il V Centro Siderurgico nel Reggino. La Rivolta termina il 23 febbraio, con la “normalizzazione” da parte delle forze dell’ordine dei quartieri di Santa Caterina e Sbarre, per spegnere gli ultimi focolai della sommossa. Ma per tutto il 1971, episodicamente, si verificano rigurgiti della sommoss: il fatto più tragico è la morte del barista Carmine Jaconis, ucciso il 27 settembre da un colpo di pistola sparato da ignoti mentre assiste agli scontri tra dimostranti e polizia sul Ponte Calopinace.

 

Il romanzo di Criaco racconta quindi questi eventi, complessi e controversi, in questa sede esposti assai brevemente per ovvia necessità di sintesi. Con una tesi di fondo: la Rivolta di Reggio è stata una protesta per il capoluogo. Le migliaia di cittadini che vi hanno preso parte, via via più numerosi, hanno lottato per l’affermazione di un primato regionale sancito dalla Storia, affinché la loro identità e dignità non fosse calpestata. Sono emblematiche le parole di don Felice rivolte all’amico don Agostino: «Si sentono derubati, calpestati. Fino ad ieri pur con tutte le carenze, la disoccupazione, la miseria, comunque si sentivano orgogliosi di appartenere alla città simbolo di una regione. Oggi si sono svegliati e hanno scoperto di non avere più nulla. Nemmeno un simbolico riconoscimento. Nulla» (p. 121).

 

Ed emblematico anche l’episodio, per citare il titolo dato dall’autore al capitolo che lo racconta, de La Madonna “rapita” davanti al totale abbandono di Reggio da parte dello Stato, il 31 luglio il popolo chiede aiuto alla Madonna della Consolazione, e la Vara con la Sacra Effigie viene prelevata dal Santuario dell’Eremo, portata in processione per la città e lasciata fino a sera in Piazza Italia, dove, alla presenza dell’Arcivescovo Ferro, si svolge una veglia di preghiera. Dopodiché, la Vara viene ricondotta al Santuario e riconsegnata ai frati cappuccini. Quel giorno, sotto quaranta gradi, tutta Reggio è in piazza. E «Don Felice rimase addirittura sbigottito ed emozionato quando vide due uomini anziani che piangevano dalla commozione. Questo fu il momento in cui Reggio dimostrò a tutti che la sua battaglia non era una rivendicazione per un “Pennacchio” spagnolesco. Ma era la pretesa al riconoscimento di una dignità che ventotto secoli di Storia e di Tradizioni avevano assegnato a quella città e che un paio di uomini seduti al tavolo di un ristorante romano volevano cancellare» (p. 205).

 

La Rivolta, pertanto, non fu “fascista”, come una certa storiografia, e addirittura la stampa di quei giorni, l’hanno bollata: l’estrema destra si è invece resa rea di aver strumentalizzato la battaglia, di aver ordito oscure trame eversive, da inserirsi nel difficile contesto nazionale di quegli anni. Particolarmente controverso è l’incidente della “Freccia del Sud”: in seguito a questa tragedia, gli anarchici Angelo, Franco e Gianni iniziano ad indagare. E probabilmente scoprono qualcosa di grosso. L’autore fa incontrare i tre ragazzi con il giornalista Carlo:

 

«“Siamo stati in giro per Reggio, non per tirare pietre o lanciare molotov, ma per osservare, documentare e, con occhi finalmente liberi, abbiamo osservato e documentato”. “E cosa avreste visto?” chiese Carlo [...]. “Abbiamo visto che dietro le barricate non ci stavano solo persone di Reggio” rivelò Angelo “Ma tanti che arrivavano da fuori, per lo più militanti di destra, anche estrema destra. Abbiamo visto tanti di Avanguardia Nazionale in strada, e lo sanno tutti delle visite di Borghese a Reggio. Ma non è solo questo...” era senza freni il parlare del giovane anarchico “E poi abbiamo constatato che in alcuni giorni gli scontri scoppiavano ad orologeria, o tutti insieme oppure a tempi cadenzati, sincronizzati. Come mossi e pianificati da un’unica regia». [...] “Li abbiamo fotografati anche, molti di questi” continuò Angelo “E in molte foto, che abbiamo mandato a Roma, i compagni romani hanno riconosciuto attivisti di destra. Ma non erano di Reggio. Ed allora cosa ci facevano? Chi li ha portati? Perché sono venuti fin qui? A combattere per il Capoluogo?”» (p. 336).

 

Angelo, Franco, Gianni, sua moglie incinta Annalise e Luigi muoiono nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1970, sulla Napoli-Roma in località Ferentino, in uno stranissimo incidente stradale, come accennato, mentre stanno portando il dossier con le loro scoperte e documentazioni a Roma.

 

            «Quello che successe veramente, quella notte, [...] non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che la macchina dei cinque ragazzi tamponò il rimorchio di un camion in un incidente che tutt’oggi non ha mai trovato una spiegazione logica. [...] Ma ci dicono anche di un episodio che ha contribuito a rendere più oscuro e inquietante tutto lo scenario. Infatti, sembra che sul posto sia giunta anche la polizia politica. Perché? Ci si chiese. Come potevano sapere “in tempo reale” chi fossero e cosa trasportassero quei cinque giovani calabresi?» (p. 361).

 

In conclusione, tramite le sue scorrevoli pagine, Criaco permette al lettore di calarsi nel clima della Rivolta, quello più “puro”, quello dei reali protagonisti, ovvero i cittadini, che hanno creduto e lottato per l’affermazione del proprio primato regionale, della propria “regginità”: un tumulto localistico, certo, ma che non si è assolutamente mai posto in senso antipolitico e antistatalistico [4]. Infatti i cittadini hanno sempre chiesto, purtroppo senza successo, che a pronunciarsi sulla questione fosse il Parlamento (cioè il supremo organo democratico dello Stato), hanno chiesto l’intervento del Presidente della Repubblica, contro il fatto che le decisioni fossero prese sottobanco, tramite accordi clientelari, alle spalle e senza la partecipazione della comunità reggina e dei suoi, peraltro in quel momento troppo deboli, rappresentanti.

 

Luigi Grisolia

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – La bibliografia in materia comprende diversi saggi e articoli, divisi tra memorialistica e validi lavori storiografici. In questa sede, non possiamo non ricordare il recente e fondamentale LUIGI AMBROSI, La Rivolta di Reggio. Storie di territori, violenza e populismo nel 1970 (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009), nonché, almeno, LUIGI MALAFARINA – FRANCO BRUNO – SANTO STRATI, Buio a Reggio, 2 voll., Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2000), ENZO LAGANA’, “Io e la rivolta”. Una città, la sua storia. Intervista a Piero Battaglia (Falzea Editore, Reggio Calabria, 2001) e, infine, FRANCESCO SCARPINO, Un popolo in rivolta. I moti di Reggio Calabria del 1970 e la politica (Laruffa Editore, Reggio Calabria, 2000).

 

[2] – Per approfondire, cfr. FABIO CUZZOLA, Cinque anarchici del Sud, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria, 2001.

 

[3] – Le cause del deragliamento sono state per anni controverse. La primissima ipotesi fu quella di un attentato, come del resto titolarono alcuni quotidiani all’indomani dell’incidente. Poi fu fatta passare la motivazione del guasto tecnico. Ma nel 2006 la magistratura ha accertato definitivamente che la causa fu una bomba fatta esplodere poco prima del passaggio del treno, e ha condannato tre affiliati alla ’ndrangheta (nel frattempo deceduti) quali esecutori materiali dell’attentato.

[4] Cfr. in particolare L. AMBROSI, La Rivolta di Reggio..., cit., passim. Una sintesi di cosa fu la Rivolta e soprattutto di cosa non fu, secondo il condivisibile studio di Ambrosi, la troviamo in RINO TRIPODI, L’attualità dei moti di Reggio Calabria del 1970-71, in Calabria Sconosciuta, n. 125-126, 2010, pp. 11-13. Cfr. anche MIRKO ALTIMARI, Il capoluogo come simbolo identitario di un’intera città, in www.lucidamente.com, anno IV, n. 42, giugno 2009; GIUSEPPE LICANDRO, Reggio 1970-1971: la rivolta più lunga della storia italiana, in www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 24, agosto 2009; e R. TRIPODI, Un “altro” 14 luglio: il potere e i moti reggini del 1970-71, in www.lucidamente.com, anno IV, n. 46, ottobre 2009.

 

(www.excursus.org, anno II, n. 17, dicembre 2010)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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