|
Nel panorama ampio e
variegato degli studi storici italiani relativi alla
Seconda Guerra Mondiale esistono tuttora alcune
questioni poco indagate. Tra queste vi è quella
degli attacchi e dell’avanzata degli angloamericani
in Calabria. Si tratta, a nostro avviso, di una
grave insufficienza, in quanto, sebbene i
“liberatori” si trovarono a dover affrontare un
esercito, quello tedesco, in ritirata, non per
questo non provocarono, nella preparazione e nella
realizzazione delle operazioni, danni e vittime.
Lo sbarco sulle
coste all’altezza di Catona e Gallico Marina,
denominato “Operazione Baytown” [1], da parte della
V Divisione Britannica e dalla I Divisione Canadese,
cui seguì l’immediata occupazione di Villa San
Giovanni e Reggio Calabria, avvenne alle 04:30 del 3
settembre 1943. Ovvero qualche ora prima della firma
segreta dell’Armistizio di Cassibile, reso pubblico
la sera dell’8 settembre, in seguito al quale i
tedeschi, sostanzialmente, optarono per una
progressiva ritirata fino alla cosiddetta “Linea
Gustav”, un fronte che andava da Gaeta a Termoli.
Al momento dello
sbarco, la difesa della Calabria era sotto la
responsabilità del XXXI Corpo d’Armata, con Comando
a Soveria Mannelli, che disponeva di quattro
divisioni costiere nonché di tre unità di manovra
terrestri: la Divisione “Mantova” (di stanza a
Taurianova e Catanzaro) e le Divisioni
“Panzergrenadier” tedesche XXVI e XXIX, dislocate
sull’Aspromonte e nella zona di
Rosarno-Polistena-Siderno la prima, e intorno alle
strozzature di Catanzaro e Castrovillari la seconda
[2]. Già il 4 settembre, Kesselring ordinò alla
XXVI Divisione di ritirarsi su Castrovillari entro
l’8 settembre, mentre solo nel pomeriggio dello
stesso 8 settembre il Corpo d’Armata ricevette
l’ordine di ritirarsi velocemente sulla linea del
Pollino [3].
Quindi, dinnanzi
all’avanzata degli anglocanadesi in Calabria, i
tedeschi si limitarono a contenere il nemico con
azioni di retroguardia e con estese interruzioni
stradali (facendo, insomma, “terra bruciata” dietro
di loro). Non ci furono veri e propri scontri, se
non occasionali, come nel caso di Pizzo: la Brigata
inglese “Malta”, nella notte tra il 7 e l’8
settembre, dopo l’annullamento del programmato
sbarco a Gioia Tauro per le avverse condizioni
meteorologiche, venne messa a terra all’altezza del
centro della piana lametina (Operazione “Ferdy”),
intercettando così il grosso della retroguardia
tedesca in ritirata, con conseguente, sanguinoso,
combattimento. Anche dal punto di vista
dell’aviazione, le operazioni di contrasto dell’Asse
furono quasi sempre intempestive, inefficaci e
fallimentari. Questo perché la maggior parte degli
aeroporti e campi di volo erano stati distrutti dai
terribili bombardamenti aerei degli angloamericani
che dalla fine del giugno 1943 fino all’inizio di
settembre tempestarono la Calabria, provocando non
solo enormi danni ma anche numerosi morti e feriti,
sia militari che civili.
Se escludiamo alcuni
lavori specifici, come quelli relativi a Reggio
Calabria e Crotone [4], nella storiografia esiste un
grave vuoto, relativo proprio a questo aspetto. Si
configura perciò come lavoro fondamentale quello
condotto da Filippo Bartuli, che ha recentemente
dato alle stampe il saggio Le incursioni aeree
anglo-americane del 1943 su 60 città e località
calabresi (Laruffa Editore, pp. 132, € 10,00),
uno studio di taglio divulgativo-documentaristico
riguardante l’intera regione. C’è subito da
affermare che i meriti dell’autore sono molteplici:
attraverso la consultazione certosina delle fonti di
archivio, non solo italiane, ma anche britanniche e
statunitensi (alcune delle quali vengono riportate
integralmente, con opportuna traduzione), vengono
censiti i bombardamenti che hanno colpito la regione
in quei drammatici mesi; vi è una puntuale
ricostruzione di due episodi specifici, ovvero la
Strage di Mileto e gli attacchi all’aeroporto di
Vibo Valentia; infine, un interessante apparato
iconografico, comprensivo anche di alcuni manifesti
di propaganda, cartine e copie di documenti,
accompagna la lettura del saggio.
L’autore ha
quantificato in 150 le incursioni che colpirono le
città calabresi tra giugno e luglio 1943, ma in
alcuni casi ci furono bombardamenti anche nei mesi
precedenti:
«La distruzione di beni,
il danno economico e morale di quelle incursioni non
hanno confronti con nessuna delle invasioni che la
Calabria ha subito nei secoli».
Possiamo affermare, sfogliando i dati raccolti, che
la provincia più colpita, anche per ovvie ragioni
geografiche, è stata quella di Reggio Calabria (non
solo il capoluogo – martoriato da 24 bombardamenti –
ma anche centri minori quali Villa San Giovanni,
Bagnara, Gioia Tauro, Palmi, Locri, Roccella Jonica).
Ma subirono durissimi attacchi anche gli altri
territori: in particolare, tonnellate di bombe su
Vibo Marina e Vibo Valentia, Catanzaro e Catanzaro
Marina, Sant’Eufemia Lamezia, Crotone, Isola Capo
Rizzuto. Meno intensi gli attacchi nel cosentino,
non per questo meno dannosi: Cosenza, Castrovillari,
Paola, Trebisacce e Sibari patirono diverse
incursioni. Riportiamo le parole di Bartuli per quel
che riguarda gli accadimenti della notte dello
sbarco, quella, come già ricordato, tra il 2 e il 3
settembre 1943:
«Nella notte, un vulcanico bombardamento navale e
aereo durato parecchie ore senza interruzione,
tempestò la costa calabrese da Melito a Reggio.
[...] da Malta e dai porti di Siracusa e Catania
occupati dagli angloamericani, unità della Marina
inglese, tra cui le corazzate Nelson e Rodney (con
cannoni da 406), due incrociatori e altre 11 navi
(cacciatorpediniere, corvette e spazzamine)
spararono su un tratto della costa calabrese di 15
chilometri una tempesta di ferro e di fuoco. Tra
l’altro fu colpito un deposito di 50 tonnellate di
esplosivo che rase al suolo diversi isolati di via
Galvani a Reggio. Un’ingente forza navale, protetta
da migliaia di aerei, sbarcò sulle coste di Catona,
Gallico Marina, Calamizzi e Pentimele a nord di
Reggio e all’alba occupò la città».
Gli obiettivi delle
offensive aeree angloamericane erano soprattutto
aeroporti, e in generale piste di volo, porti e
attracchi, stazioni e nodi ferroviari, ponti, vie di
comunicazione, nonché obiettivi militari e civili
(come industrie). Come detto, i bombardamenti in
Calabria incominciarono già agli inizi del 1943, e
si intensificarono a partire da giugno e soprattutto
da luglio. Il motivo è intuitivo: gli angloamericani
volevano scongiurare qualsiasi possibilità di
sostegno, in primis aereo, proveniente dalla
regione in opposizione all’avanzata in Sicilia
(Operazione “Husky”), iniziata con lo sbarco sulle
coste dell’isola nella notte tra il 9 e il 10
luglio.
In quest’ottica, si
inseriscono le ripetute incursioni che ebbero come
obiettivo l’aeroporto “Luigi Raffa” di Vibo
Valentia, dove tra l’altro erano di stanza anche
aerei richiamati sul continente dalla Sicilia. I
bombardamenti sono datati 10, 11, 13, 15, 16 e 20
luglio. L’autore ricostruisce gli avvenimenti di
ciascuno di quei giorni. Particolarmente duro fu
l’attacco del 16 luglio: ci furono ben 207
incursioni (tra le 10.58 e le 11.30), in cui furono
coinvolti 113 bombardieri e 94 caccia
dell’aereonautica angloamericana, decollati dalle
basi tunisine della Nasaf (Northwest African
Strategy Air Force) di Dar El Koudia e Souk El Arba,
con lo sganciamento di centinaia di bombe
sull’obiettivo militare (dove erano parcheggiati 78
aerei). Le immagini riportate, tratte da un filmato
conservato all’Imperial War Museum di Londra, datate
13 settembre 1943, testimoniano i danni.
Ma quel giorno
accadde anche un fatto tragico, finito nel
dimenticatoio, e riportato alla luce proprio da
Bartuli (che, quindicenne, ne fu testimone). Alcuni
piloti, per la precisione quelli del 14° Gruppo
Cacciabombardieri dell’Air Force, si macchiarono di
uno degli episodi più spregevoli commessi dagli
angloamericani: l’uccisione di 39 civili (di cui 32
donne e bambini), lungo una strada di campagna alla
periferia di Mileto. Senza alcuna ragione: «alle ore
11.30 [...] non c’era alcun mezzo militare, non
c’era alcun uomo in divisa non c’era niente che
potesse essere scambiato come obiettivo militare
nemico da colpire»; va precisato che gli aerei
volavano radenti, quindi in condizioni di visibilità
ottimali per distinguere le persone. Però
mitragliarono. Scrive ancora Bartuli: «Scavando
nella cronaca di quel giorno, si scopre come killers,
in divisa di piloti, assassinavano consapevolmente
civili indifesi, macchiando il loro onore di
soldati». Nei bollettini militari, nessuna traccia
della carneficina.
Luigi Grisolia
NOTE
BIBLIOGRAFICHE
[1] Sullo sbarco
sulle coste calabresi, cfr. in particolare GIUSEPPE MARCIANÒ, Operazione “Baytown”. Lo sbarco degli
Alleati in Calabria, Città del Sole Edizioni,
Reggio Calabria, 2003.
[2] ALBERTO
SANTONI, Le operazioni in Sicilia e Calabria
(luglio-settembre 1943), Ufficio Storico dello
Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, Roma, 1989,
2004, p. 414.
[3] Ivi,
pp. 432-435.
[4] GIOVANNI GIACCO, La cruda estate di fuoco del 1943. Reggio
città ignota, Città del Sole Edizioni, Reggio
Calabria, 2004; VINCENZO LARIZZA, Cronistoria di
Reggio Calabria durante la seconda guerra mondiale
(1939-1945), Enotria, Reggio Calabria, 1993;
IDEM, La seconda guerra mondiale (1939-1945) in
provincia di Reggio Calabria, Enotria, Reggio
Calabria, 2001; GIULIO GRILLETTA, Kr 40-43.
Cronache di guerra, Luigi Pellegrini Editore,
Cosenza, 2003. Naturalmente la nostra critica
riguarda soprattutto la scarsissima presenza di
studi monografici riservati alla tematica delle
operazioni angloamericane in Calabria.
(www.excursus.org,
anno II, n. 12, luglio 2010)
|