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«L’uomo e il mare.
Un binomio circondato da un alone di fascino e di
mistero che da sempre evoca emozioni estreme di
rispetto nei confronti di una natura selvaggia e
indomabile e di profonda ammirazione per gli uomini
che al mare hanno dedicato la propria esistenza» (p.
7).
In queste poche ma
intense parole possiamo sintetizzare il senso, prima
ancora che lo scopo, del bel volume scritto da
Giovanni Ammendolia, Mauro Cavallaro e Ignazio Rao
intitolato L’esplorazione del mare. Dagli abissi
oceanici alle profondità dello Stretto di Messina
(Edas, pp. 112, € 13,00).
Gli autori narrano
la storia della scoperta, da parte dell’uomo, delle
bellezze nascoste nelle profondità marine: una vera
e propria epopea, che inizia ben 6000 anni fa in
Mesopotamia, arriva fino ai giorni nostri e trova le
sue tappe fondamentali nei vari momenti in cui gli
studiosi riescono a risolvere via via i diversi
problemi che si pongono. Leonardo da Vinci inventa
le pinne e il tubo d’aria (seconda metà del
Quattrocento); Edmund Halley una campana di
immersione che risolve il problema del ricambio
d’aria, riuscendo a rimanere per novanta minuti
nelle acque del Tamigi a venti metri di profondità
(1690); Robert Fulton vara il primo sommergibile, il
“Nautilus” (1800), che segna una vera e propria
rivoluzione nel campo.
Nel 1930 William
Beebe raggiunge i 450 metri di profondità con una
batisfera legata, tramite un cavo d’acciaio, ad una
chiatta in superficie: è il primo mezzo in grado di
resistere alle grandi pressioni. Pochi anni più
tardi, Auguste Piccard pensa di eliminare il cavo,
apporta i necessari cambiamenti e vara il primo
batiscafo sperimentale, l’Fnrs II, detto anche “nave
degli abissi”, al quale seguiranno l’Fnrs III e
soprattutto il “Trieste”: quest’ultimo, nel 1959, si
adagia sul fondo della Fossa delle Marianne, a ben
10.916 metri di profondità.
Gli autori
raccontano poi le origini delle stazioni zoologiche
e delle esplorazioni oceanografiche, e si
concentrano quindi sul contributo dei militari
italiani, in particolare sulla campagna idrografica
della nave “Scilla” nel Mar Rosso a fine Ottocento e
sul viaggio intorno al mondo della pirocorvetta
“Magenta” a metà Ottocento, da cui scaturì, dopo
sette anni di lavoro, il resoconto dello studioso
Enrico Giglioli: osservazioni su fauna e flora
marine relative ad oltre seimila esemplari
appartenenti a duemila specie diverse.
Curioso il capitolo
relativo alle scoperte conseguenti le attività di
posa dei cavi telegrafici sottomarini, che
praticamente confutarono le teorie di Edward Forbes,
secondo le quali oltre i 550 metri di profondità non
potevano esistere forme di vite e quindi nessun
organismo vivente che avrebbe potuto danneggiare i
cavi stessi. Così «grande fu lo stupore quando,
dall’esame dei primi cavi tirati in superficie per
la riparazione, totalmente incrostati di organismi,
si ebbe la conferma, fino ad allora ipotizzata,
dell’esistenza di una fauna e di una flora marine
costituite da una grande varietà di specie
appartenenti a parecchie classi» (p. 53).
Proseguono gli autori: «queste scoperte, peraltro
accidentali, incuriosirono molto il mondo della
scienza che non esitò ad intraprendere sistematiche
campagne finalizzate all’esplorazione delle
profondità marine per la ricerca della vita abissale
di cui esistevano solo leggendarie descrizioni» (Ivi).
Ammendolia,
Cavallaro e Rao ci conducono poi, presentando i
risultati del loro più che ventennale studio dei
fenomeni di spiaggiamento, alla scoperta delle
specie, soprattutto pesciolini definiti “abissali”,
presenti nello Stretto di Messina. Affidiamoci
ancora una volta alle loro parole: «Le osservazioni
delle forme di vita che si riversano sulla battigia
del meraviglioso Stretto di Messina [...] da sempre
suscitano, in chi ha la curiosità di sapere e
conoscere, emozioni uniche che non esiteremo a
definire entusiasmanti e fantastiche; emozioni che
inevitabilmente destano un senso di meraviglia e di
stupore in chi le prova» (p. 63).
Alla descrizione
delle differenti specie segue un bilancio, purtroppo
negativo: gli studiosi hanno rilevato infatti una
diminuzione degli organismi spiaggiati rispetto a
venticinque anni fa. La causa è dovuta soprattutto
all’inquinamento, anche perché tutti gli esseri
marini, anche quelli che vivono in profondità,
sviluppano il loro primo stadio di vita in
superficie, inalando e nutrendosi così di sostanze
dannose. L’inquinamento produce anche una rottura
nell’equilibrio della catena alimentare tra
predatori e prede, come testimoniato dalla massiccia
presenza di un particolare tipo di medusa
praticamente assente trent’anni fa.
Tutto il volume,
infine, è accompagnato da una ricca e interessante
iconografia, che naturalmente impreziosisce un
saggio che tutti gli appassionati di mare dovrebbero
senz’altro avere tra gli scaffali della loro
biblioteca.
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno III, n. 25, agosto 2011)
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