|
La lettura di un
saggio di Scienza politica può presentare rischi e
opportunità. Se, da una parte, vi è il pericolo di
doversi accostare ad un testo troppo tecnico,
riservato agli “addetti ai lavori”, esso, d’altro
canto, può offrire l’occasione di affrontare temi
attuali, di conoscere la prospettiva delle scienze
sociali su fenomeni osservabili nella pratica
quotidiana della politica.
Il testo di Filippo
Tronconi, giovane docente della disciplina presso
l’Università di Bologna, I partiti
etnoregionalisti. La politica dell’identità
territoriale in Europa Occidentale (il Mulino,
pp. 216, € 19,00), muovendosi con ponderato
equilibrio tra l’indispensabile rigore scientifico
ed un’apprezzabile capacità divulgativa, riesce
nell’intento di minimizzare il rischio di scivolare
in un eccessivo tecnicismo, massimizzando al
contempo le opportunità, anche per il lettore
“profano”, di approfondire un aspetto forse un po’
sottovalutato dalla politologia contemporanea: la
presenza e il rendimento elettorale dei partiti
etnoregionalisti.
Il termine composto,
“etnoregionalisti”, può indurre, probabilmente, un
minimo di disagio. I media, i tradizionali strumenti
di comunicazione politica, infatti, difficilmente,
usano questo aggettivo nel designare la specifica
categoria partitica di cui stiamo parlando. Eppure
gli attori etnoregionalisti sono tra noi e
partecipano alle competizioni elettorali in
moltissimi Paesi europei, dimostrando spesso una
sorprendente vitalità. Sovente sfidano i maggiori
partiti nazionali, conquistano seggi e incarichi di
governo e condizionano l’agenda politica. Dalla
Catalogna ai Paesi Baschi, dal Galles alla Scozia,
dalle Fiandre fino alla cosiddetta “Padania”, decine
di regioni, in quasi tutti gli Stati europei,
alimentano la mobilitazione di movimenti partitici
identitari, legati ad uno specifico contesto
territoriale e promotori di istanze locali. Dietro
l’etichetta dell’etnoregionalismo, quindi, troviamo
il Südtirol Volkspartei in Alto Adige, il
Plaid Cymru gallese, la Convergencia i Uniò
catalana e numerosi altri partiti di varia entità e
peso politico.
L’attualità del
fenomeno etnoregionalista è chiaramente evidenziata
dall’autore sin dalle pagine introduttive del libro.
Senza giungere alla polveriera balcanica, dove i
conflitti etnici hanno generato tragedie
inaccettabili, anche nelle consolidate democrazie
dell’Europa Occidentale le rivendicazioni
nazionaliste hanno conquistato il centro del
dibattito politico. L’origine della mobilitazione
regionalista, d’altra parte, risale al processo di
costruzione dello Stato-Nazione, che, già dal XIX
secolo si impose come forma “vincente” di
organizzazione politica. I nuovi Stati unitari di
Italia, Spagna, Belgio si affermarono, in
quell’epoca, a discapito di secolari comunità
territoriali e regionali. La reazione delle
“periferie sconfitte” contro il “centro”, il dominio
dello Stato Nazionale, ha trovato però una sua
canalizzazione democratica nei movimenti etnici,
presto divenuti partiti politici, che tuttora
cercano di conquistare rappresentanza istituzionale
proprio nelle sedi di quel governo centrale che essi
contestano.
Tali partiti fanno
della riorganizzazione del potere politico la loro
raison-d’être; i loro esponenti chiedono e,
spesso, ottengono misure di decentralizzazione, che
garantiscano maggiori competenze e responsabilità
alle istituzioni regionali, radicate nel territorio.
Termini come federalismo, devolution,
regionalizzazione, sono entrati, così, a far parte
stabilmente dell’agenda politica dei principali
Paesi europei, priorità ormai ineludibili per
ciascun governo, di qualsiasi colore esso sia. Così,
contro la diffusa convinzione secondo cui le
mobilitazioni regionaliste siano solo «un aspetto
residuale dello scenario politico europeo e
immancabilmente catalogate sul lato di “perdenti del
gioco storico”», con il suo saggio, Tronconi ci
ricorda che i movimenti etnici non sono scomparsi.
Piuttosto, la loro proliferazione e
rivitalizzazione, soprattutto negli anni recenti, è
una delle principali spiegazioni dei cambiamenti
istituzionali avvenuti in molti Stati europei negli
ultimi 20-25 anni. Basti pensare alla devolution
nel Regno Unito, alla costituzione federale adottata
dal Belgio nel 1993, alla riforma del Titolo V
e al persistente dibattito sul federalismo fiscale
in Italia.
Se, dunque, appare
ormai chiaro perché sia così interessante ed attuale
il tema dei partiti etnoregionalisti, occorre andare
più a fondo e conoscere meglio le caratteristiche e
le ragioni del successo di tali movimenti. È questo
l’obiettivo dell’autore, il quale elabora un disegno
di ricerca che si pone contemporaneamente finalità
descrittive ed esplicative. Da un lato, infatti, è
necessario costruire una mappa dell’etnoregionalismo
in Europa occidentale, che permetta di identificare
i confini, le posizioni ideologiche, la forza
elettorale e il peso politico di questi partiti.
Dall’altra parte, occorre cercare di trovare dei
fattori che possano spiegare le variazioni del loro
rendimento elettorale.
Rispetto alla
letteratura prevalente sul tema, Tronconi sceglie un
approccio originale ed ancora poco esplorato.
Piuttosto che analizzare singoli casi studio,
infatti, l’autore tenta la strada, più complessa ed
ambiziosa, della comparazione di numerosi partiti,
distribuiti in 5 Paesi europei (Italia, Belgio,
Spagna, Regno Unito e Finlandia). L’obiettivo è
quello di riuscire a trovare delle regolarità, dei
tratti comuni all’interno di una famiglia partitica
che, spesso, appare essere piuttosto eterogenea e
difficile da cogliere nel suo complesso, come entità
unitaria.
Una famiglia
partitica eterogenea
Quando si parla di
famiglie partitiche, si pensa ai gruppi
“socialdemocratico”, “cristiano-democratico” o
“comunista”, giusto per fare qualche esempio. In
tutti questi casi troviamo partiti accomunati, a
livello continentale, dalla stessa visione del
mondo, dalla condivisione della medesima ideologia.
Questo non accade per la famiglia etnoregionalista
in Europa, i cui membri sono collocati sia a destra
che a sinistra, hanno connotazioni populiste ed
estremiste (si pensi alla Lega Nord italiana
o al Vlaams Belang fiammingo) oppure appaiono
legati ai movimenti sociali della cosiddetta “nuova
politica”, vicini ai temi dell’ambientalismo e delle
libertà civili (come il Bloque nacionalista
gallego in Spagna).
Da circa un decennio
diversi autori hanno cercato di “mettere ordine”
all’ interno di questa complessa famiglia,
costruendo delle tipologie che consentano di
tracciare un profilo ideologico dei partiti
etnoregionalisti. Seguendo l’esempio di studiosi
come Lieven De Winter, che ha dedicato diverse opere
al tema, quindi, Tronconi elabora una vera e propria
mappa dell’etnoregionalismo, classificando tali
movimenti a seconda del loro peso elettorale, della
loro ideologia e posizione sullo spettro
“destra/sinistra”, ma anche cercando di individuare
quali, tra queste forze politiche spesso
minoritarie, sono riuscite a conquistare incarichi
negli esecutivi nazionali e regionali e con quali
esiti.
È però nella sua
parte genuinamente esplicativa che il saggio offre
gli spunti più interessanti ed originali. La domanda
di fondo è, come anticipato prima: come si spiega il
rendimento, spesso altalenante, di questi partiti in
Europa Occidentale?
Tronconi sembra non
accontentarsi delle spiegazioni “ufficiali” della
letteratura, che comunemente identifica nelle
risorse identitarie, culturali o negli squilibri
socio-economici le uniche variabili determinanti il
voto etnoregionalista. L’idea di fondo è che, in una
regione caratterizzata da una forte identità etnica,
da una lingua locale diffusa, oppure da un forte
divario economico fra il “centro” e la “periferia”
dello Stato-Nazione, aumenta la propensione degli
elettori a destinare il proprio voto ai movimenti
difensori delle specificità regionali.
Tuttavia,
l’intuizione dell’autore è che tale spiegazione non
sia in grado di cogliere del tutto la complessità
del fenomeno.I partiti etnoregionalisti, infatti,
competono in un sistema politico governato da
“leggi” proprie, capaci di condizionare anch’esse
l’accesso e l’andamento elettorale di soggetti
politici minoritari. Inoltre, partiti regionalisti
come la Lega Nord sono sorti in aree prive di
un’identità culturale e storica, come la presunta e
non meglio identificata “Padania”.
Infine, partiti come
lo scozzese Scottish national party hanno
conosciuto momenti di forte visibilità e successo
elettorale solo quando si sono appropriati di
tematiche socio-economiche estranee all’etnonazionalismo
classico.
Da qui, la proposta
dell’autore di distinguere i partiti
etnoregionalisti in due categorie: da un lato,
quelli “puramente etnici”, i difensori dell’identità
culturale e regionale; dall’altra, gli “sfidanti”,
partiti cioè che escono dal gruppo etnico di
riferimento e cercano di fare appello ad un bacino
elettorale più ampio, appropriandosi di temi della
politica che possono spaziare dal
“post-materialismo” (ambiente, libertà civili,
abolizione dell’energia nucleare) all’
“anti-modernismo”(lotta all’immigrazione, sicurezza,
ordine pubblico). Soprattutto nel caso degli
“sfidanti”, l’identità e gli squilibri
socio-economici non riescono a spiegare
compiutamente le profonde ragioni del rendimento
elettorale. Tronconi, pertanto, propone un modello
teorico che, guardando alle logiche della
competizione politica in ciascun Paese, cerca di
descrivere come: 1. i limiti all’entrata di nuovi
partiti nell’arena elettorale, 2. la disponibilità
degli elettori a cambiare partito, 3. la
polarizzazione ideologica esistente tra le maggiori
forze politiche e 4. la vulnerabilità dei governi in
carica, siano tutti elementi capaci di condizionare
l’andamento del voto etnoregionalista.
Il risultato della
rigorosa analisi empirica condotta da Tronconi
sembra confermare la sua ipotesi iniziale, secondo
cui le variabili politiche contano e, pertanto, una
competizione elettorale aperta all’entrata di nuovi
soggetti, con elettori disposti a cambiare le
proprie preferenze e con una bassa polarizzazione
ideologica tra i partiti maggiori, sembra favorire
forze minoritarie e di protesta come i partiti
etnoregionalisti.
Un punto di vista
scientifico su un fenomeno di attualità politica
Con il suo saggio,
Tronconi aggiunge un importante tassello alla
letteratura, emergente sui partiti etnoregionalisti.
Spinti dall’ormai evidente ed inevitabile attualità
del fenomeno, solo di recente, infatti, gli studiosi
hanno cominciato ad occuparsi del tema e a cercare
di elaborare modelli teorici per una migliore
comprensione di questa famiglia partitica. Il
rischio, talvolta, è che la Scienza politica parli
unicamente a se stessa, usando il suo lessico
tecnico, dedicato alla ristretta nicchia di studenti
e ricercatori. Tronconi sembra voler rispondere,
invece, all’esigenza diffusa, anche tra i non
“addetti ai lavori”, di una maggiore comprensione
del tema, senza però rinunciare al rigore
scientifico che ne rivela l’inevitabile impostazione
accademica. Questo libro, pertanto, si presta ad una
duplice lettura: se il “profano” potrà trovarvi
spunti interessanti per approfondire la conoscenza
di movimenti che continuamente condizionano la
politica contemporanea, lo studioso troverà in
questo testo un prezioso strumento di ricerca, con
dati originali, una bibliografia ricca e aggiornata
e sorretto da una solida impostazione teorica.
.
Circa 25 anni fa,
come ricorda l’autore, il politologo Derek Urwin si
chiedeva se i regionalismi non fossero precursori di
un nuovo (e temibile) disordine etnico, residui
fossili di un passato lontano o semplici piccoli
fenomeni passeggeri e fastidiosi che destabilizzano
momentaneamente il sistema politico. Tuttavia, se
oggi, nell’Europa unita e sempre più integrata,
anche politicamente, si continua a parlare di
regioni che puntano ad una riorganizzazione dei
poteri centrali in favore degli attori locali, è
chiaro che l’etnoregionalismo non rientra in nessuna
delle tre opzioni sopra elencate. È un fenomeno che
esiste, condiziona molti sistemi politici
occidentali e come tale merita un accurata
riflessione che, scevra da pregiudizi storici e
ideologici, coniughi le conoscenze specialistiche
con uno sguardo attento all’attualità.
Troppo poco, forse,
è stato finora detto e scritto sui partiti
etnoregionalisti e lavori come il saggio di Tronconi
sicuramente rappresentano un incoraggiamento a
proseguire nella ricerca su questo filone di studi.
Una strada certamente complessa e disomogenea che
però «vale la pena continuare a percorrere», chiosa
l’autore a conclusione del testo. Assunto che va
condiviso in pieno, a fronte di una cronaca politica
che quotidianamente, soprattutto nel nostro Paese,
tende sempre più a porre al centro del dibattito
politico i temi del federalismo e del regionalismo.
Linda Basile
(www.excursus.org,
anno I, n. 0, luglio 2009)
|