Anno I             n. 0                    Luglio 2009

La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati (Cartesio)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ARCHIVIO - Storia e politica

 

L'attualità del fenomeno

 dell'etnoregionalismo

 di Linda Basile

 Pubblicato da il Mulino un saggio

che studia i partiti caratterizzati

 dal forte legame con il territorio:

tra di essi c'è anche la Lega Nord

 

 

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La lettura di un saggio di Scienza politica può presentare rischi e opportunità. Se, da una parte, vi è il pericolo di doversi accostare ad un testo troppo tecnico, riservato agli “addetti ai lavori”, esso, d’altro canto, può offrire l’occasione di affrontare temi attuali, di conoscere la prospettiva delle scienze sociali su fenomeni osservabili nella pratica quotidiana della politica.

Il testo di Filippo Tronconi, giovane docente della disciplina presso l’Università di Bologna, I partiti etnoregionalisti. La politica dell’identità territoriale in Europa Occidentale (il Mulino, pp. 216,  € 19,00), muovendosi con ponderato equilibrio tra l’indispensabile rigore scientifico ed un’apprezzabile capacità divulgativa, riesce nell’intento di minimizzare il rischio di scivolare in un eccessivo tecnicismo, massimizzando al contempo le opportunità, anche per il lettore “profano”, di approfondire un aspetto forse un po’ sottovalutato dalla politologia contemporanea: la presenza e il rendimento elettorale dei partiti etnoregionalisti.

Il termine composto, “etnoregionalisti”, può indurre, probabilmente, un minimo di disagio. I media, i tradizionali strumenti di comunicazione politica, infatti, difficilmente, usano questo aggettivo nel designare la specifica categoria partitica di cui stiamo parlando. Eppure gli attori etnoregionalisti sono tra noi e partecipano alle competizioni elettorali in moltissimi Paesi europei, dimostrando spesso una sorprendente vitalità. Sovente sfidano i maggiori partiti nazionali, conquistano seggi e incarichi di governo e condizionano l’agenda politica. Dalla Catalogna ai Paesi Baschi, dal Galles alla Scozia, dalle Fiandre fino alla cosiddetta “Padania”, decine di regioni, in quasi tutti gli Stati europei, alimentano la mobilitazione di movimenti partitici identitari, legati ad uno specifico contesto territoriale e promotori di istanze locali. Dietro l’etichetta dell’etnoregionalismo, quindi, troviamo il Südtirol Volkspartei in Alto Adige, il Plaid Cymru gallese, la Convergencia i Uniò catalana e numerosi altri partiti di varia entità e peso politico.

L’attualità del fenomeno etnoregionalista è chiaramente evidenziata dall’autore sin dalle pagine introduttive del libro. Senza giungere alla polveriera balcanica, dove i conflitti etnici hanno generato tragedie inaccettabili, anche nelle consolidate democrazie dell’Europa Occidentale le rivendicazioni nazionaliste hanno conquistato il centro del dibattito politico. L’origine della mobilitazione regionalista, d’altra parte, risale al processo di costruzione dello Stato-Nazione, che, già dal XIX secolo si impose come forma “vincente” di organizzazione politica. I nuovi Stati unitari di Italia, Spagna, Belgio si affermarono, in quell’epoca, a discapito di secolari comunità territoriali e regionali. La reazione delle “periferie sconfitte” contro il “centro”, il dominio dello Stato Nazionale, ha trovato però una sua canalizzazione democratica nei movimenti etnici, presto divenuti partiti politici, che tuttora cercano di conquistare rappresentanza istituzionale proprio nelle sedi di quel governo centrale che essi contestano.

Tali partiti fanno della riorganizzazione del potere politico la loro raison-d’être; i loro esponenti  chiedono e, spesso, ottengono misure di decentralizzazione, che garantiscano maggiori competenze e responsabilità alle istituzioni regionali, radicate nel territorio. Termini come federalismo, devolution, regionalizzazione, sono entrati, così, a far parte stabilmente dell’agenda politica dei principali Paesi europei, priorità ormai ineludibili per ciascun governo, di qualsiasi colore esso sia. Così, contro la diffusa convinzione secondo cui le mobilitazioni regionaliste siano solo «un aspetto residuale dello scenario politico europeo e immancabilmente catalogate sul lato di “perdenti del gioco storico”», con il suo saggio, Tronconi ci ricorda che i movimenti etnici non sono scomparsi. Piuttosto, la loro proliferazione e rivitalizzazione, soprattutto negli anni recenti, è una delle principali spiegazioni dei cambiamenti istituzionali avvenuti in molti Stati europei negli ultimi 20-25 anni. Basti pensare alla devolution nel Regno Unito, alla costituzione federale adottata dal Belgio nel 1993, alla riforma del Titolo V e al persistente dibattito sul federalismo fiscale in Italia.

Se, dunque, appare ormai chiaro perché sia così interessante ed attuale il tema dei partiti etnoregionalisti, occorre andare più a fondo e conoscere meglio le caratteristiche e le ragioni del successo di tali movimenti. È questo l’obiettivo dell’autore, il quale elabora un disegno di ricerca che si pone contemporaneamente finalità descrittive ed esplicative. Da un lato, infatti, è necessario costruire una mappa dell’etnoregionalismo in Europa occidentale, che permetta di identificare i confini, le posizioni ideologiche, la forza elettorale e il peso politico di questi partiti. Dall’altra parte, occorre cercare di trovare dei fattori che possano spiegare le variazioni del loro rendimento elettorale.

Rispetto alla letteratura prevalente sul tema, Tronconi sceglie un approccio originale ed ancora poco esplorato. Piuttosto che analizzare singoli casi studio, infatti, l’autore tenta la strada, più complessa ed ambiziosa, della comparazione di numerosi partiti, distribuiti in 5 Paesi europei (Italia, Belgio, Spagna, Regno Unito e Finlandia). L’obiettivo è quello di riuscire a trovare delle regolarità, dei tratti comuni all’interno di una famiglia partitica che, spesso, appare essere piuttosto eterogenea e difficile da cogliere nel suo complesso, come entità unitaria.

Una famiglia partitica eterogenea       

Quando si parla di famiglie partitiche, si pensa ai gruppi “socialdemocratico”, “cristiano-democratico” o “comunista”, giusto per fare qualche esempio. In tutti questi casi troviamo partiti accomunati, a livello continentale, dalla stessa visione del mondo, dalla condivisione della medesima ideologia. Questo non accade per la famiglia etnoregionalista in Europa, i cui membri sono collocati sia a destra che a sinistra, hanno connotazioni populiste ed estremiste (si pensi alla Lega Nord italiana o al Vlaams Belang fiammingo) oppure appaiono legati ai movimenti sociali della cosiddetta “nuova politica”, vicini ai temi dell’ambientalismo e delle libertà civili (come il Bloque nacionalista gallego in Spagna).

Da circa un decennio diversi autori hanno cercato di “mettere ordine” all’ interno di questa complessa famiglia, costruendo delle tipologie che consentano di tracciare un profilo ideologico dei partiti etnoregionalisti. Seguendo l’esempio di studiosi come Lieven De Winter, che ha dedicato diverse opere al tema, quindi, Tronconi elabora una vera e propria mappa dell’etnoregionalismo, classificando tali movimenti a seconda del loro peso elettorale, della loro ideologia e posizione sullo spettro “destra/sinistra”, ma anche cercando di individuare quali, tra queste forze politiche spesso minoritarie, sono riuscite a conquistare incarichi negli esecutivi nazionali e regionali e con quali esiti.

È però nella sua parte genuinamente esplicativa che il saggio offre gli spunti più interessanti ed originali. La domanda di fondo è, come anticipato prima: come si spiega il rendimento, spesso altalenante, di questi partiti in Europa Occidentale?

Tronconi sembra non accontentarsi delle spiegazioni “ufficiali” della letteratura, che comunemente identifica nelle risorse identitarie, culturali o negli squilibri socio-economici le uniche variabili determinanti il voto etnoregionalista. L’idea di fondo è che, in una regione caratterizzata da una forte identità etnica, da una lingua locale diffusa, oppure da un forte divario economico fra il “centro” e la “periferia” dello Stato-Nazione, aumenta la propensione degli elettori a destinare il proprio voto ai movimenti difensori delle specificità regionali.

Tuttavia, l’intuizione dell’autore è che tale spiegazione non sia in grado di cogliere del tutto la complessità del fenomeno.I partiti etnoregionalisti, infatti, competono in un sistema politico governato da “leggi” proprie, capaci di condizionare anch’esse l’accesso e l’andamento elettorale di soggetti politici minoritari. Inoltre, partiti regionalisti come la Lega Nord sono sorti in aree prive di un’identità culturale e storica, come la presunta e non meglio identificata “Padania”.

Infine, partiti come lo scozzese Scottish national party hanno conosciuto momenti di forte visibilità e successo elettorale solo quando si sono appropriati di tematiche socio-economiche estranee all’etnonazionalismo classico.

Da qui, la proposta dell’autore di distinguere i partiti etnoregionalisti in due categorie: da un lato, quelli “puramente etnici”, i difensori dell’identità culturale e regionale; dall’altra, gli “sfidanti”, partiti cioè che escono dal gruppo etnico di riferimento e cercano di fare appello ad un bacino elettorale più ampio, appropriandosi di temi della politica che possono spaziare dal “post-materialismo” (ambiente, libertà civili, abolizione dell’energia nucleare) all’ “anti-modernismo”(lotta all’immigrazione, sicurezza, ordine pubblico). Soprattutto nel caso degli “sfidanti”, l’identità e gli squilibri socio-economici non riescono a spiegare compiutamente le profonde ragioni del rendimento elettorale. Tronconi, pertanto, propone un modello teorico che, guardando alle logiche della competizione politica in ciascun Paese, cerca di descrivere come: 1. i limiti all’entrata di nuovi partiti nell’arena elettorale, 2. la disponibilità degli elettori a cambiare partito, 3. la polarizzazione ideologica esistente tra le maggiori forze politiche e 4. la vulnerabilità dei governi in carica, siano tutti elementi capaci di condizionare l’andamento del voto etnoregionalista.

Il risultato della rigorosa analisi empirica condotta da Tronconi sembra confermare la sua ipotesi iniziale,  secondo cui le variabili politiche contano e, pertanto, una competizione elettorale aperta all’entrata di nuovi soggetti, con elettori disposti a cambiare le proprie preferenze e con una bassa polarizzazione ideologica tra i partiti maggiori, sembra favorire forze minoritarie e di protesta come i partiti etnoregionalisti.

Un punto di vista scientifico su un fenomeno di attualità politica

Con il suo saggio, Tronconi aggiunge un importante tassello alla letteratura, emergente sui partiti etnoregionalisti. Spinti dall’ormai evidente ed inevitabile attualità del fenomeno, solo di recente, infatti, gli studiosi hanno cominciato ad occuparsi del tema e a cercare di elaborare modelli teorici per una migliore comprensione di questa famiglia partitica. Il rischio, talvolta, è che la Scienza politica parli unicamente a se stessa, usando il suo lessico tecnico, dedicato alla ristretta nicchia di studenti e ricercatori. Tronconi sembra voler rispondere, invece, all’esigenza diffusa, anche tra i non “addetti ai lavori”, di una maggiore comprensione del tema, senza però rinunciare al rigore scientifico che ne rivela l’inevitabile impostazione accademica. Questo libro, pertanto, si presta ad una duplice lettura: se il “profano” potrà trovarvi spunti interessanti per approfondire la conoscenza di movimenti che continuamente condizionano la politica contemporanea, lo studioso troverà in questo testo un prezioso strumento di ricerca, con dati originali, una bibliografia ricca e aggiornata e sorretto da una solida impostazione teorica.         .

Circa 25 anni fa, come ricorda l’autore, il politologo Derek Urwin si chiedeva se i regionalismi non fossero precursori di un nuovo (e temibile) disordine etnico, residui fossili di un passato lontano o semplici piccoli fenomeni passeggeri e fastidiosi che destabilizzano momentaneamente il sistema politico. Tuttavia, se oggi, nell’Europa unita e sempre più integrata, anche politicamente, si continua a parlare di regioni che puntano ad una riorganizzazione dei poteri centrali in favore degli attori locali, è chiaro che l’etnoregionalismo non rientra in nessuna delle tre opzioni sopra elencate. È un fenomeno che esiste, condiziona molti sistemi politici occidentali e come tale merita un accurata riflessione che, scevra da pregiudizi storici e ideologici, coniughi le conoscenze specialistiche con uno sguardo attento all’attualità.

Troppo poco, forse, è stato finora detto e scritto sui partiti etnoregionalisti e lavori come il saggio di Tronconi sicuramente rappresentano un incoraggiamento a proseguire nella ricerca su questo filone di studi. Una strada certamente complessa e disomogenea che però «vale la pena continuare a percorrere», chiosa l’autore a conclusione del testo. Assunto che va condiviso in pieno, a fronte di una cronaca politica che quotidianamente, soprattutto nel nostro Paese, tende sempre più a porre al centro del dibattito politico i temi del federalismo e del regionalismo.

Linda Basile

(www.excursus.org, anno I, n. 0, luglio 2009)   

                           

        

 

 

 

 

Redazione:

Linda Basile, Maria Ficarra, Marco Gatto, Serena Intelisano, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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