Anno I             n. 2                    Settembre 2009

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

L'Italia di Berlusconi:

 incapace di innovarsi

 di Linda Basile

 

Un pamphlet del francese Lazar,

 pubblicato da Rizzoli, analizza

 con l'imparzialità dello straniero

 la Seconda (Prima?) Repubblica

  

 

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Un “potente milionario”, lanciatosi in politica nel 1994, domina da 15 anni la scena politica italiana. Sconfitto nel 1996 e, di misura, nel 2006, egli sembra non lasciarsi scalfire dai momenti di crisi della sua coalizione, approfittando delle contraddizioni di una sinistra debole e in cerca di identità, per imporre il suo modello di politica “mediatizzata” e “personalizzata”. Silvio Berlusconi, «nuovo Principe che si sostituisce al Principe moderno, il quale, nelle parole di […] Antonio Gramsci, è il partito politico», ha trasformato profondamente la politica italiana dell’ultimo decennio; protagonista e insieme prodotto del cambiamento, la sua principale abilità consiste nell’aver saputo cogliere l’opportunità offerta dal vuoto ideologico e dalla crisi dei partiti seguiti al crollo del Muro di Berlino e a Tangentopoli. Con Berlusconi, inoltre, la televisione diventa l’unica vera arena politica, l’agenda politica si adegua ai palinsesti televisivi, e viceversa, e il politico diventa personaggio, in un contesto in cui l’immagine si sovrappone alle idee e sovente le sovrasta.

 

Dunque, molto sarebbe cambiato nell’Italia della cosiddetta Seconda Repubblica, sorta dalle ceneri della Prima, nata sotto gli incoraggianti auspici dell’Assemblea Costituente del Dopoguerra e travolta dagli scandali e dalla corruzione nei primi anni Novanta. O forse no.

 

Marc Lazar, docente di Storia e Sociologia a Sciences Po, Parigi, e alla Luiss di Roma, in L’Italia sul filo del rasoio. La democrazia nel Paese di Berlusconi (Rizzoli, pp. 198, € 13,00), saggio a metà tra storia, cronaca e analisi politica, prova a descrivere le evoluzioni della politica dell’Italia contemporanea alla luce del suo passato, per giungere infine alla sua tesi principale che fa da sfondo all’intero volume: l’Italia, nonostante i suoi sforzi di innovazione, resta indissolubilmente ancorata al suo passato. I cambiamenti di oggi, in poche parole, sarebbero solo un riflesso condizionato della sua storia, rivelando un’incapacità cronica di tagliare i ponti con la tradizione, di voltare definitivamente pagina, per superare così l’abisso verso cui il Paese sembra essere sempre in procinto di sprofondare. L’Italia sul filo del rasoio, per lo studioso francese, è dunque un Paese che vive un’immanente crisi “nel e del” sistema politico, ma che al contempo non è in grado di operare quelle trasformazioni definitive e globali che le consentirebbero di uscire da questo perenne impasse.

 

Per dimostrare la sua tesi, Lazar ripercorre l’intera storia dell’Italia Repubblicana, seguendo però un percorso inverso che parte dalle ultime elezioni politiche, per poi procedere a ritroso alla scoperta delle tracce di continuità col passato. La consultazione elettorale dell’Aprile 2008, secondo l’autore, ha generato l’illusione di un cambiamento che, in realtà, sembra essere soltanto un’operazione di maquillage, un ritocco superficiale che tradisce la persistenza del vecchio. Di “nuovo” c’è stata la semplificazione del sistema partitico, guidata dalla nascita, a sinistra, del Partito Democratico, prontamente seguita dal Popolo della Libertà, sul fronte opposto; i due sfidanti, Walter Veltroni e Silvio Berlusconi, tentano, almeno fino ad un certo punto della campagna elettorale, di confrontarsi su un piano di civiltà e di rispetto reciproco, lasciandosi così alle spalle una tradizione di scontri politici virulenti, che risale al 1948. Tuttavia, secondo Lazar, quella che appare come un’innovazione, è solo una riproposizione, con nuovi termini ed in contesti differenti, della vecchia contrapposizione tra Dc e Pci, che pure definiva un quadro politico in generale piuttosto semplificato e che pure conosceva delle personalità carismatiche, capaci di affrontarsi con asprezza, ma anche protagonisti di momenti di distensione e legittimazione reciproca.

 

Il saggio, quindi, procede con l’individuazione di quelle che sembrano essere le tre, vere, grandi innovazioni della Seconda Repubblica: il rafforzamento, de facto, del potere esecutivo, la personalizzazione della politica e il federalismo. Tuttavia, alla luce di una riflessione storica più attenta, non si tratterebbe di una rivoluzione rispetto al passato, quanto piuttosto di un’evoluzione di dinamiche che già da decenni cercano di imporsi sulla scena politica. Ancora una volta, vecchio e nuovo si riproducono in un costante divenire, rendendo difficile l’individuazione di un confine netto tra storia e attualità.

 

Eppure, nei capitoli conclusivi del libro, sembra emergere il motivo per cui ci si ostina a parlare della politica italiana degli ultimi 15 anni come “nuova” rispetto al passato, anche se esso non appare molto confortante. Sono cambiati i valori di riferimento, con la sinistra alla perenne ricerca di un’identità, dopo essersi lasciata alle spalle la pesante eredità “comunista” e con la destra sempre più trainata dal “berlusconismo”, ovvero la dominante ideologia senza idee dell’Italia contemporanea, riflesso del suo leader e delle sue contraddizioni.

 

Forse, le pagine più riuscite del saggio di Marc Lazar sono proprio quelle in cui l’autore descrive la destra, ormai legittimata in Italia come forza di governo, finalmente libera dall’associazione al fascismo che ne aveva decretato a lungo l’isolamento. Rimasto vuoto il centro, dopo la fine della Dc, gli italiani, tradizionalmente centristi, hanno trovato nella “nuova” destra italiana un mix di «valori contraddittori» ma tuttavia proposti «in maniera coerente: individualismo e compassione sociale, liberismo e protezionismo, modernità e tradizione, sicurezza e lotta all’immigrazione». In un mix di populismo e pragmatismo, il polo guidato da Berlusconi è riuscito ad incarnare così i sentimenti di una maggioranza evidentemente conservatrice e tradizionalista, proponendo un set di valori tanto ampio quanto adattabile alle mutevoli posizioni dell’opinione pubblica.

 

È una destra che sbandiera il vessillo della religione e della famiglia tradizionale, senza provare imbarazzo per le pratiche di trasgressione, che sconfinano sovente nella volgarità, di alcuni suoi esponenti. Parlando alla pancia degli elettori, il berlusconismo tiene insieme il richiamo ai valori con «uno stile spesso volgare, maleducato e volontariamente incivile», come scrive l’autore; le manifestazioni di piazza a favore della famiglia tradizionale coesistono con gli apprezzamenti talvolta eccessivi e mortificanti nei confronti dell’universo femminile; l’immagine di una destra operosa e del fare, si affianca alle scene deprimenti di giubilo dei suoi onorevoli, ripresi dalle telecamere a mangiare mortadella con le mani alla caduta del governo Prodi.  Eppure, fedele alla sua tesi iniziale, Lazar sostiene che «tutte queste trasformazioni della destra sono certamente inedite, e tuttavia contengono elementi del passato». In altre parole, Berlusconi sarebbe  riuscito a riproporre, filtrandoli con la sua dirompente personalità, riferimenti politici del passato. Il Cavaliere, dunque, è visto qui come «nuovo araldo di una modernizzazione tradizionale […] che consiste nel rimodernare il Paese pur rispettandone le tradizioni». Silvio Berlusconi, dunque, continuerebbe a trascinare un’Italia sull’orlo dell’abisso, in una pericolosa continuità col suo rassicurante passato, incapace di quell’innovazione radicale che potrebbe rappresentare la soluzione alla crisi. Al momento, però, sembra che neanche l’opposizione sia in grado di contrastare questo status quo, rendendo difficile (e scoraggiante) l’individuazione di concrete alternative per il Paese.

 

Uno dei vantaggi di un testo sulla politica italiana scritto da uno straniero è che riesce a cogliere l’anomalia, la stranezza, in ciò che agli italiani sembra non destare più alcuno stupore. Il conflitto di interessi del Primo Ministro; la legittimazione politica di comportamenti da tempo insiti nella società, quali l’illegalità, il familismo, il clientelismo, la diffusione della volgarità e l’impoverimento culturale; la delegittimazione degli avversari e delle istituzioni, in primis la magistratura (e di recente, pare, anche il Parlamento). Nonostante il rischio di cadere in facili stereotipi incomba su questo tipo di saggi, la dettagliata ricostruzione storica compiuta da Marc Lazar cerca di evitare conclusioni frettolose e intrise di pregiudizi.

 

L’autore sostiene una tesi, quella di un’Italia incapace di uscire dalla crisi perché incapace, a sua volta, di innovarsi, con un taglio netto rispetto al suo passato, ma lo fa senza assumere toni da denuncia, né ponendosi come osservatore critico e sprezzante rispetto ad una realtà a lui esterna. Utilizzando i parametri dello storico, invece, traccia il disegno di un’Italia rappresentata attraverso i suoi partiti e i suoi leader, visti come il riflesso, o lo specchio deformante, della sua società. Se il lettore straniero troverà in queste pagine un interessante manuale che ripercorre le travagliate vicende di questa “strana democrazia”, spesso sconosciute all’estero, il lettore italiano si riconoscerà nella descrizione fornita dall’autore, avendo quasi la sensazione di trovarsi di fronte ad un compendio aggiornato degli editoriali della cronaca politica italiana degli ultimi 50 anni.

 

Linda Basile

 

(www.excursus.org, anno I, n. 2, settembre 2009)

                      

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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