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Un “potente
milionario”, lanciatosi in politica nel 1994, domina
da 15 anni la scena politica italiana. Sconfitto nel
1996 e, di misura, nel 2006, egli sembra non
lasciarsi scalfire dai momenti di crisi della sua
coalizione, approfittando delle contraddizioni di
una sinistra debole e in cerca di identità, per
imporre il suo modello di politica “mediatizzata” e
“personalizzata”. Silvio Berlusconi, «nuovo
Principe che si sostituisce al Principe
moderno, il quale, nelle parole di […] Antonio
Gramsci, è il partito politico», ha trasformato
profondamente la politica italiana dell’ultimo
decennio; protagonista e insieme prodotto del
cambiamento, la sua principale abilità consiste
nell’aver saputo cogliere l’opportunità offerta dal
vuoto ideologico e dalla crisi dei partiti seguiti
al crollo del Muro di Berlino e a Tangentopoli. Con
Berlusconi, inoltre, la televisione diventa l’unica
vera arena politica, l’agenda politica si adegua ai
palinsesti televisivi, e viceversa, e il politico
diventa personaggio, in un contesto in cui
l’immagine si sovrappone alle idee e sovente le
sovrasta.
Dunque, molto
sarebbe cambiato nell’Italia della cosiddetta
Seconda Repubblica, sorta dalle ceneri della Prima,
nata sotto gli incoraggianti auspici dell’Assemblea
Costituente del Dopoguerra e travolta dagli scandali
e dalla corruzione nei primi anni Novanta. O forse
no.
Marc Lazar, docente
di Storia e Sociologia a Sciences Po, Parigi, e alla
Luiss di Roma, in L’Italia sul filo del rasoio.
La democrazia nel Paese di Berlusconi (Rizzoli,
pp. 198, € 13,00), saggio a metà tra storia, cronaca
e analisi politica, prova a descrivere le evoluzioni
della politica dell’Italia contemporanea alla luce
del suo passato, per giungere infine alla sua tesi
principale che fa da sfondo all’intero volume:
l’Italia, nonostante i suoi sforzi di innovazione,
resta indissolubilmente ancorata al suo passato. I
cambiamenti di oggi, in poche parole, sarebbero solo
un riflesso condizionato della sua storia, rivelando
un’incapacità cronica di tagliare i ponti con la
tradizione, di voltare definitivamente pagina, per
superare così l’abisso verso cui il Paese sembra
essere sempre in procinto di sprofondare. L’Italia
sul filo del rasoio, per lo studioso francese, è
dunque un Paese che vive un’immanente crisi “nel e
del” sistema politico, ma che al contempo non è in
grado di operare quelle trasformazioni definitive e
globali che le consentirebbero di uscire da questo
perenne impasse.
Per dimostrare la
sua tesi, Lazar ripercorre l’intera storia
dell’Italia Repubblicana, seguendo però un percorso
inverso che parte dalle ultime elezioni politiche,
per poi procedere a ritroso alla scoperta delle
tracce di continuità col passato. La consultazione
elettorale dell’Aprile 2008, secondo l’autore, ha
generato l’illusione di un cambiamento che, in
realtà, sembra essere soltanto un’operazione di
maquillage, un ritocco superficiale che tradisce
la persistenza del vecchio. Di “nuovo” c’è stata la
semplificazione del sistema partitico, guidata dalla
nascita, a sinistra, del Partito Democratico,
prontamente seguita dal Popolo della Libertà, sul
fronte opposto; i due sfidanti, Walter Veltroni e
Silvio Berlusconi, tentano, almeno fino ad un certo
punto della campagna elettorale, di confrontarsi su
un piano di civiltà e di rispetto reciproco,
lasciandosi così alle spalle una tradizione di
scontri politici virulenti, che risale al 1948.
Tuttavia, secondo Lazar, quella che appare come
un’innovazione, è solo una riproposizione, con nuovi
termini ed in contesti differenti, della vecchia
contrapposizione tra Dc e Pci, che pure definiva un
quadro politico in generale piuttosto semplificato e
che pure conosceva delle personalità carismatiche,
capaci di affrontarsi con asprezza, ma anche
protagonisti di momenti di distensione e
legittimazione reciproca.
Il saggio, quindi,
procede con l’individuazione di quelle che sembrano
essere le tre, vere, grandi innovazioni della
Seconda Repubblica: il rafforzamento, de facto,
del potere esecutivo, la personalizzazione della
politica e il federalismo. Tuttavia, alla luce di
una riflessione storica più attenta, non si
tratterebbe di una rivoluzione rispetto al passato,
quanto piuttosto di un’evoluzione di dinamiche che
già da decenni cercano di imporsi sulla scena
politica. Ancora una volta, vecchio e nuovo si
riproducono in un costante divenire, rendendo
difficile l’individuazione di un confine netto tra
storia e attualità.
Eppure, nei
capitoli conclusivi del libro, sembra emergere il
motivo per cui ci si ostina a parlare della politica
italiana degli ultimi 15 anni come “nuova” rispetto
al passato, anche se esso non appare molto
confortante. Sono cambiati i valori di riferimento,
con la sinistra alla perenne ricerca di un’identità,
dopo essersi lasciata alle spalle la pesante eredità
“comunista” e con la destra sempre più trainata dal
“berlusconismo”, ovvero la dominante ideologia senza
idee dell’Italia contemporanea, riflesso del suo
leader e delle sue contraddizioni.
Forse, le pagine
più riuscite del saggio di Marc Lazar sono proprio
quelle in cui l’autore descrive la destra, ormai
legittimata in Italia come forza di governo,
finalmente libera dall’associazione al fascismo che
ne aveva decretato a lungo l’isolamento. Rimasto
vuoto il centro, dopo la fine della Dc, gli
italiani, tradizionalmente centristi, hanno trovato
nella “nuova” destra italiana un mix di «valori
contraddittori» ma tuttavia proposti «in maniera
coerente: individualismo e compassione sociale,
liberismo e protezionismo, modernità e tradizione,
sicurezza e lotta all’immigrazione». In un mix di
populismo e pragmatismo, il polo guidato da
Berlusconi è riuscito ad incarnare così i sentimenti
di una maggioranza evidentemente conservatrice e
tradizionalista, proponendo un set di valori tanto
ampio quanto adattabile alle mutevoli posizioni
dell’opinione pubblica.
È una destra che
sbandiera il vessillo della religione e della
famiglia tradizionale, senza provare imbarazzo per
le pratiche di trasgressione, che sconfinano sovente
nella volgarità, di alcuni suoi esponenti. Parlando
alla pancia degli elettori, il berlusconismo
tiene insieme il richiamo ai valori con «uno stile
spesso volgare, maleducato e volontariamente
incivile», come scrive l’autore; le manifestazioni
di piazza a favore della famiglia tradizionale
coesistono con gli apprezzamenti talvolta eccessivi
e mortificanti nei confronti dell’universo
femminile; l’immagine di una destra operosa e del
fare, si affianca alle scene deprimenti di
giubilo dei suoi onorevoli, ripresi dalle telecamere
a mangiare mortadella con le mani alla caduta del
governo Prodi. Eppure, fedele alla sua tesi
iniziale, Lazar sostiene che «tutte queste
trasformazioni della destra sono certamente inedite,
e tuttavia contengono elementi del passato». In
altre parole, Berlusconi sarebbe riuscito a
riproporre, filtrandoli con la sua dirompente
personalità, riferimenti politici del passato. Il
Cavaliere, dunque, è visto qui come «nuovo araldo di
una modernizzazione tradizionale […] che
consiste nel rimodernare il Paese pur rispettandone
le tradizioni». Silvio Berlusconi, dunque,
continuerebbe a trascinare un’Italia sull’orlo
dell’abisso, in una pericolosa continuità col suo
rassicurante passato, incapace di quell’innovazione
radicale che potrebbe rappresentare la soluzione
alla crisi. Al momento, però, sembra che neanche
l’opposizione sia in grado di contrastare questo
status quo, rendendo difficile (e scoraggiante)
l’individuazione di concrete alternative per il
Paese.
Uno dei vantaggi di
un testo sulla politica italiana scritto da uno
straniero è che riesce a cogliere l’anomalia, la
stranezza, in ciò che agli italiani sembra non
destare più alcuno stupore. Il conflitto di
interessi del Primo Ministro; la legittimazione
politica di comportamenti da tempo insiti nella
società, quali l’illegalità, il familismo, il
clientelismo, la diffusione della volgarità e
l’impoverimento culturale; la delegittimazione degli
avversari e delle istituzioni, in primis la
magistratura (e di recente, pare, anche il
Parlamento). Nonostante il rischio di cadere in
facili stereotipi incomba su questo tipo di saggi,
la dettagliata ricostruzione storica compiuta da
Marc Lazar cerca di evitare conclusioni frettolose e
intrise di pregiudizi.
L’autore sostiene
una tesi, quella di un’Italia incapace di uscire
dalla crisi perché incapace, a sua volta, di
innovarsi, con un taglio netto rispetto al suo
passato, ma lo fa senza assumere toni da denuncia,
né ponendosi come osservatore critico e sprezzante
rispetto ad una realtà a lui esterna. Utilizzando i
parametri dello storico, invece, traccia il disegno
di un’Italia rappresentata attraverso i suoi partiti
e i suoi leader, visti come il riflesso, o lo
specchio deformante, della sua società. Se il
lettore straniero troverà in queste pagine un
interessante manuale che ripercorre le travagliate
vicende di questa “strana democrazia”, spesso
sconosciute all’estero, il lettore italiano si
riconoscerà nella descrizione fornita dall’autore,
avendo quasi la sensazione di trovarsi di fronte ad
un compendio aggiornato degli editoriali della
cronaca politica italiana degli ultimi 50 anni.
Linda Basile
(www.excursus.org,
anno I, n. 2, settembre 2009)
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