Anno I             n. 3                    Ottobre 2009

Il mondo è fatto per finire in un bel libro (Stéphane Mallarmé)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Storia e politica

 

La penetrazione mafiosa

 nella vita sociopolitica

 di Linda Basile

 

In un saggio edito da Longanesi,

 un'analisi sui "mafiosi in giacca

 e cravatta". E anche l'incredibile

 immobilismo delle istituzioni

 

  

 

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Si parla spesso di mafia, anzi, delle mafie, nelle sue mille declinazioni e denominazioni regionali che, dalla camorra alla ‘ndrangheta, ridisegnano la geografia del Paese secondo i confini della criminalità organizzata. Si pensa spesso alla mafia come ad una presenza dal forte accento meridionale, come ad un’enclave nel Sud Italia. Ancora, si producono film e serie televisive di successo di essa che perpetuano gli stereotipi del crimine e i suoi elementi pittoreschi, tratti dal repertorio dell’immaginario collettivo: coppola, lupara, delitti d’onore e pizzo.

 

Ci si potrebbe pure accontentare di tali rappresentazioni superficiali se non fosse che di mafia si continua a morire, in diversi modi. Ci sono le stragi, innanzitutto, oppure i delitti mirati, che colpiscono innocenti civili, magistrati e poliziotti coraggiosi, eroi silenziosi che rischiano la propria vita in nome della legalità. Sono le vittime di una società spaventosa nella sua paradossale realtà, in cui il rispetto delle regole e delle leggi, da dovere civico primario, diventa fonte di pericolo per la propria incolumità.

 

Poi c’è un’altra morte più subdola e insidiosa, che non fa notizia, non occupa le prime pagine dei telegiornali e trova poco spazio nella carta stampata. È la lenta e inesorabile distruzione della società civile e dell’economia di un intero Paese, che piano piano scivola, tra l’indifferenza e l’ignoranza collettive, verso il suo annientamento, morale e materiale. La mafia, o le mafie, comunque siano denominate e ovunque siano localizzate, infatti, nascono per realizzare un duplice obiettivo: garantire Potere e Ricchezza ai suoi capi e affiliati. Per realizzare i loro scopi, esse hanno bisogno di sgomberare il campo da tutti i potenziali ostacoli, ovvero le regole, le leggi e tutto ciò che in una società democratica e civile contribuisce a realizzare un’equa ripartizione delle opportunità e della ricchezza tra i consociati. Piazzare bombe per eliminare i garanti della legalità o coloro che non intendono collaborare ai disegni criminosi della mafia, è certamente una soluzione immediata ed eclatante per raggiungere tali obiettivi, ma crea riprovazione e sdegno nella società che, piangendo i suoi morti, prende le distanze dall’organizzazione mafiosa. Meglio, allora, agire nel silenzio, muovendosi nell’ombra, tramando con abilità insieme lato marcio ed oscuro dell’economia e della politica, grazie all‘appoggio di funzionari e politici conniventi. La mafia, così, riesce a far dimenticare la sua intrinseca natura sanguinaria, per manifestarsi col suo volto più “pulito”, quello che non semina paura tra la gente. La mafia si “normalizza” e, nell’indifferenza collettiva, riesce a portare a compimento il suo progetto di distruzione e spregio della legalità.  

 

Questo, in breve, è il significato del bel titolo del saggio di Elio Veltri e Antonio Laudati, Mafia Pulita (pp. 252, € 14,60), edito da Longanesi per la serie Le Spade. La mafia descritta dai due autori, infatti, è quella grande organizzazione criminale che dietro il suo volto stragista nasconde una faccia apparentemente “pulita”, ma che si insinua silenziosamente nella società. Come metastasi letali, la “mafia pulita” penetra silenziosamente nei gangli dell’economia e della politica e ne distrugge le regole fondamentali di equità e convivenza civile.

 

Perché ancora un saggio sulla mafia?

Ci si potrebbe chiedere se ha un senso scrivere ancora un nuovo libro sulla mafia. Come si diceva all’inizio, di libri e film sul tema se ne vedono tanti in giro. Tuttavia, l’immagine stereotipata fornita da molta letteratura e serie tv, rischia di far declassare il fenomeno della criminalità organizzata ad un’entità folcloristica regionalmente delimitata. Eccezion fatta per Roberto Saviano e poche altre voci coraggiose, infatti, resta scarsa, in generale, l’attenzione dei media sull’atrocità della mafia, che mostra il suo volto più tragico proprio quando, insinuandosi nelle comunità locali, ne annienta le potenzialità di sviluppo.

Ben vengano, quindi, saggi come quello proposto da Longanesi, che descrivono il lato meno sensazionale della mafia, quello che, oltre le stragi, perpetra una strategia di Distruzione  attraverso un silenzioso processo di conquista dei settori nevralgici del Potere, economico e politico.

 

Elio Veltri, medico chirurgo e politico e Antonio Laudati, magistrato, già Direttore generale della giustizia penale presso il ministero della Giustizia e attualmente procuratore a Bari, raccontano la mafia, nelle sue varie declinazioni regionali, attraverso le storie di alcuni personaggi rappresentativi, da Vito Roberto Palazzolo, detto l’Africano, a Maria Licciardi, donna carismatica e spietata, dall’avvocato Cipriano Chianese a Bruno Fuduli, imprenditore calabrese “prestato” al narcotraffico. In mezzo, gli autori propongono decine di aneddoti e dettagliati resoconti delle vicende processuali che negli ultimi anni hanno visto sedere molti mafiosi sul banco degli imputati. In questo libro, abilmente scritto a quattro mani, si alternano i capitoli narrativi suddivisi per “regione“ e tipologia mafiosa, curati da Veltri, agli spazi di riflessione affidati a Laudati, che fungono da raccordo tra un capitolo e l’altro.

 

Non sempre è facile seguire il passo di un racconto così denso. Tuttavia, dietro al ritmo incalzante con cui si susseguono nomi e date, resta il leit-motiv su cui si fonda l’intero saggio: la mafia che fa paura non è solo un problema di ordine pubblico, di delitti e stragi, magari limitate ad alcune regioni d’Italia; la mafia che uccide è anche (soprattutto?) quella che crea un “nuovo ordine mondiale”, come ebbe a definire le organizzazioni criminose il senatore americano John Kerry, fondato su immense ricchezze e consenso sociale.

 

La mafia, oggi, ha costruito un impero economico di proporzioni enormi, ha sviluppato network transnazionali, che la rendono una delle più potenti e floride “aziende” dell’economia globale. Sfruttando quindi anche i benefici della globalizzazione, essa ricava ingenti introiti da attività illecite quali il narcotraffico, il traffico della prostituzione, lo smaltimento illegale dei rifiuti. Quindi, provvede a “ripulire” tali proventi reinvestendoli in attività lecite, quali aziende e società di vario genere. Infine, per garantirsi i vantaggi delle istituzioni, quali appalti e concessioni di varia natura, condiziona la vita politica entrando a gamba tesa nella competizione democratica, sfruttando le proprie capacità intimidatorie per favorire l’elezione di politici conniventi.

 

Alla fine di tutto questo processo, il danno alla società intera è incalcolabile. Innanzitutto, l’impresa che entra nel mercato grazie ai proventi da capogiro delle attività criminose, possiede un vantaggio di partenza iniquo rispetto alle aziende “sane” che, per competere, devono affrontare difficili investimenti iniziali: le prime vittime della mafia sono dunque la libera concorrenza e l’economia di mercato. Come in un effetto domino, quindi, vengono duramente colpiti il tessuto produttivo dell’intero Paese, lo spirito imprenditoriale, l’occupazione. Inoltre, la mafia che sostiene i suoi candidati per garantirsi appalti e altri  vantaggi, annienta la democrazia, la libertà, ma genera anche spreco di risorse pubbliche, inerzia delle istituzioni, inefficienza e paralisi della legalità. A ciò si aggiungano i danni incalcolabili prodotti dalle attività illecite, che sono il motore di questo ciclo perverso: lo spaccio di stupefacenti, che semina morte soprattutto tra i più giovani; la prostituzione, odiosa violenza fisica e morale sulle donne; lo smaltimento illegale dei rifiuti, con le sue tragiche conseguenze sull’ambiente e sulla salute dei cittadini (sul tema, gli autori dedicano pagine agghiaccianti alla crudele indifferenza con cui, per anni, la mafia ha avvelenato campi e allevamenti, con effetti devastanti per l’intera collettività). Forse, quando saremo in grado di fare la conta dei danni prodotta dal crimine organizzato, sarà troppo tardi.

 

Ciò che colpisce di più, tuttavia, è l’immobilismo con cui la società e le istituzioni osservano questo inesorabile annientamento perpetrato dalle mafie. Abbandonando o, per lo meno, limitando la strategia stragista, infatti, le organizzazioni criminali sono riuscite a costruirsi un volto “pulito”. I mafiosi in giacca e cravatta agiscono con mentalità imprenditoriale e gestiscono le loro imprese delittuose con piglio manageriale; essi riescono inoltre a garantirsi abilmente il consenso sociale, trovando facile spazio in aree di depressione economica e sottosviluppo, come il Sud Italia. La mafia riesce così a corrompere l’intera società, creando un clima di “convivenza” che presto trascende nella “connivenza”. I pochi che provano a resistere e reagire sono condannati due volte: la prima, dalle violente leggi della criminalità, la seconda dall’isolamento in cui li relega una società sempre più apatica e incapace di indignarsi.

 

Una (im)possibile soluzione 

Gli autori, tuttavia, non abbandonano ogni speranza di ripresa e rinascita. Occorre però una strategia globale, che metta insieme gli sforzi della comunità internazionale al crimine globalmente organizzato e una vera reazione d’orgoglio della società civile, che deve riuscire infine a ribellarsi alle “leggi” perverse della mafia. Come scrive Laudati nel capitolo conclusivo del libro: «senza la collaborazione dei cittadini i traffici criminali non potranno essere sconfitti solo con la repressione di polizie e magistratura. […] occorre convincere le persone che alcune attività [come lo sfruttamento della prostituzione o l’uso di sostanze stupefacenti, Ndr] sono dannose per la salute, alimentano le casse della criminalità organizzata, alterano le regole del mercato e in definitiva diminuiscono la nostra libertà».

 

La mafia, insomma, si nutre dell’indifferenza della società del nostro tempo, a sua volta alimentata da un cronico immobilismo delle istituzioni. Infatti, quando lo Stato è assente, impotente o, peggio ancora, complice dei disegni criminali delle associazioni delittuose, è facile cadere nelle mani dell’anti-Stato, che sfrutta il suo potere intimidatorio per garantirsi acquiescenza, tacito assenso o, addirittura, aperto consenso tra la collettività.

 

«Il destino della Mafia pulita», scrive ancora Laudati, «dipende da ciascuno di noi». Sarà quando torneremo ad indignarci, reagire, contro i meccanismi atroci della mafia che potremo riappropriarci della nostra libertà e della nostra democrazia. Occorre costringere anche le istituzioni a prendersi le proprie responsabilità di fronte all’avanzare della minaccia mafiosa e a non lasciare soli gli “eroi”, che quotidianamente lottano per la giustizia e la legalità, illudendosi che, anche in questa nostra perversa società, essi siano valori pienamente condivisi e accettati.  

 

Linda Basile

 

(www.excursus.org, anno I, n. 3, ottobre 2009)

 

                      

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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