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Si parla spesso di mafia, anzi, delle mafie, nelle
sue mille declinazioni e denominazioni regionali
che, dalla camorra alla ‘ndrangheta, ridisegnano la
geografia del Paese secondo i confini della
criminalità organizzata. Si pensa spesso alla mafia
come ad una presenza dal forte accento meridionale,
come ad un’enclave nel Sud Italia. Ancora, si
producono film e serie televisive di successo di
essa che perpetuano gli stereotipi del crimine e i
suoi elementi pittoreschi, tratti dal repertorio
dell’immaginario collettivo: coppola, lupara,
delitti d’onore e pizzo.
Ci si potrebbe pure accontentare di tali
rappresentazioni superficiali se non fosse che di
mafia si continua a morire, in diversi modi. Ci sono
le stragi, innanzitutto, oppure i delitti mirati,
che colpiscono innocenti civili, magistrati e
poliziotti coraggiosi, eroi silenziosi che rischiano
la propria vita in nome della legalità. Sono le
vittime di una società spaventosa nella sua
paradossale realtà, in cui il rispetto delle regole
e delle leggi, da dovere civico primario, diventa
fonte di pericolo per la propria incolumità.
Poi c’è un’altra morte più subdola e insidiosa, che
non fa notizia, non occupa le prime pagine dei
telegiornali e trova poco spazio nella carta
stampata. È la lenta e inesorabile distruzione della
società civile e dell’economia di un intero Paese,
che piano piano scivola, tra l’indifferenza e
l’ignoranza collettive, verso il suo annientamento,
morale e materiale. La mafia, o le mafie, comunque
siano denominate e ovunque siano localizzate,
infatti, nascono per realizzare un duplice
obiettivo: garantire Potere e Ricchezza ai suoi capi
e affiliati. Per realizzare i loro scopi, esse hanno
bisogno di sgomberare il campo da tutti i potenziali
ostacoli, ovvero le regole, le leggi e tutto ciò che
in una società democratica e civile contribuisce a
realizzare un’equa ripartizione delle opportunità e
della ricchezza tra i consociati. Piazzare bombe per
eliminare i garanti della legalità o coloro che non
intendono collaborare ai disegni criminosi della
mafia, è certamente una soluzione immediata ed
eclatante per raggiungere tali obiettivi, ma crea
riprovazione e sdegno nella società che, piangendo i
suoi morti, prende le distanze dall’organizzazione
mafiosa. Meglio, allora, agire nel silenzio,
muovendosi nell’ombra, tramando con abilità insieme
lato marcio ed oscuro dell’economia e della
politica, grazie all‘appoggio di funzionari e
politici conniventi. La mafia, così, riesce a far
dimenticare la sua intrinseca natura sanguinaria,
per manifestarsi col suo volto più “pulito”, quello
che non semina paura tra la gente. La mafia si
“normalizza” e, nell’indifferenza collettiva, riesce
a portare a compimento il suo progetto di
distruzione e spregio della legalità.
Questo, in breve, è il significato del bel titolo
del saggio di Elio Veltri e Antonio Laudati,
Mafia Pulita (pp. 252, € 14,60), edito da
Longanesi per la serie Le Spade. La mafia
descritta dai due autori, infatti, è quella grande
organizzazione criminale che dietro il suo volto
stragista nasconde una faccia apparentemente
“pulita”, ma che si insinua silenziosamente nella
società. Come metastasi letali, la “mafia pulita”
penetra silenziosamente nei gangli dell’economia e
della politica e ne distrugge le regole fondamentali
di equità e convivenza civile.
Perché ancora un saggio sulla mafia?
Ci si potrebbe chiedere se ha un senso scrivere
ancora un nuovo libro sulla mafia. Come si diceva
all’inizio, di libri e film sul tema se ne vedono
tanti in giro. Tuttavia, l’immagine stereotipata
fornita da molta letteratura e serie tv, rischia di
far declassare il fenomeno della criminalità
organizzata ad un’entità folcloristica regionalmente
delimitata. Eccezion fatta per Roberto Saviano e
poche altre voci coraggiose, infatti, resta scarsa,
in generale, l’attenzione dei media sull’atrocità
della mafia, che mostra il suo volto più tragico
proprio quando, insinuandosi nelle comunità locali,
ne annienta le potenzialità di sviluppo.
Ben vengano, quindi, saggi come quello proposto da
Longanesi, che descrivono il lato meno sensazionale
della mafia, quello che, oltre le stragi, perpetra
una strategia di Distruzione attraverso un
silenzioso processo di conquista dei settori
nevralgici del Potere, economico e politico.
Elio Veltri, medico chirurgo e politico e Antonio
Laudati, magistrato, già Direttore generale della
giustizia penale presso il ministero della Giustizia
e attualmente procuratore a Bari, raccontano la
mafia, nelle sue varie declinazioni regionali,
attraverso le storie di alcuni personaggi
rappresentativi, da Vito Roberto Palazzolo, detto
l’Africano, a Maria Licciardi, donna carismatica e
spietata, dall’avvocato Cipriano Chianese a Bruno
Fuduli, imprenditore calabrese “prestato” al
narcotraffico. In mezzo, gli autori propongono
decine di aneddoti e dettagliati resoconti delle
vicende processuali che negli ultimi anni hanno
visto sedere molti mafiosi sul banco degli imputati.
In questo libro, abilmente scritto a quattro mani,
si alternano i capitoli narrativi suddivisi per
“regione“ e tipologia mafiosa, curati da Veltri,
agli spazi di riflessione affidati a Laudati, che
fungono da raccordo tra un capitolo e l’altro.
Non sempre è facile seguire il passo di un racconto
così denso. Tuttavia, dietro al ritmo incalzante con
cui si susseguono nomi e date, resta il
leit-motiv su cui si fonda l’intero saggio: la
mafia che fa paura non è solo un problema di ordine
pubblico, di delitti e stragi, magari limitate ad
alcune regioni d’Italia; la mafia che uccide è anche
(soprattutto?) quella che crea un “nuovo ordine
mondiale”, come ebbe a definire le organizzazioni
criminose il senatore americano John Kerry, fondato
su immense ricchezze e consenso sociale.
La mafia, oggi, ha costruito un impero economico di
proporzioni enormi, ha sviluppato network
transnazionali, che la rendono una delle più potenti
e floride “aziende” dell’economia globale.
Sfruttando quindi anche i benefici della
globalizzazione, essa ricava ingenti introiti da
attività illecite quali il narcotraffico, il
traffico della prostituzione, lo smaltimento
illegale dei rifiuti. Quindi, provvede a “ripulire”
tali proventi reinvestendoli in attività lecite,
quali aziende e società di vario genere. Infine, per
garantirsi i vantaggi delle istituzioni, quali
appalti e concessioni di varia natura, condiziona la
vita politica entrando a gamba tesa nella
competizione democratica, sfruttando le proprie
capacità intimidatorie per favorire l’elezione di
politici conniventi.
Alla fine di tutto questo processo, il danno alla
società intera è incalcolabile. Innanzitutto,
l’impresa che entra nel mercato grazie ai proventi
da capogiro delle attività criminose, possiede un
vantaggio di partenza iniquo rispetto alle aziende
“sane” che, per competere, devono affrontare
difficili investimenti iniziali: le prime vittime
della mafia sono dunque la libera concorrenza e
l’economia di mercato. Come in un effetto domino,
quindi, vengono duramente colpiti il tessuto
produttivo dell’intero Paese, lo spirito
imprenditoriale, l’occupazione. Inoltre, la mafia
che sostiene i suoi candidati per garantirsi appalti
e altri vantaggi, annienta la democrazia, la
libertà, ma genera anche spreco di risorse
pubbliche, inerzia delle istituzioni, inefficienza e
paralisi della legalità. A ciò si aggiungano i danni
incalcolabili prodotti dalle attività illecite, che
sono il motore di questo ciclo perverso: lo spaccio
di stupefacenti, che semina morte soprattutto tra i
più giovani; la prostituzione, odiosa violenza
fisica e morale sulle donne; lo smaltimento illegale
dei rifiuti, con le sue tragiche conseguenze
sull’ambiente e sulla salute dei cittadini (sul
tema, gli autori dedicano pagine agghiaccianti alla
crudele indifferenza con cui, per anni, la mafia ha
avvelenato campi e allevamenti, con effetti
devastanti per l’intera collettività). Forse, quando
saremo in grado di fare la conta dei danni prodotta
dal crimine organizzato, sarà troppo tardi.
Ciò che colpisce di più, tuttavia, è l’immobilismo
con cui la società e le istituzioni osservano questo
inesorabile annientamento perpetrato dalle mafie.
Abbandonando o, per lo meno, limitando la strategia
stragista, infatti, le organizzazioni criminali sono
riuscite a costruirsi un volto “pulito”. I mafiosi
in giacca e cravatta agiscono con mentalità
imprenditoriale e gestiscono le loro imprese
delittuose con piglio manageriale; essi riescono
inoltre a garantirsi abilmente il consenso sociale,
trovando facile spazio in aree di depressione
economica e sottosviluppo, come il Sud Italia. La
mafia riesce così a corrompere l’intera società,
creando un clima di “convivenza” che presto
trascende nella “connivenza”. I pochi che provano a
resistere e reagire sono condannati due volte: la
prima, dalle violente leggi della criminalità, la
seconda dall’isolamento in cui li relega una società
sempre più apatica e incapace di indignarsi.
Una (im)possibile soluzione
Gli autori, tuttavia, non abbandonano ogni speranza
di ripresa e rinascita. Occorre però una strategia
globale, che metta insieme gli sforzi della comunità
internazionale al crimine globalmente organizzato e
una vera reazione d’orgoglio della società civile,
che deve riuscire infine a ribellarsi alle “leggi”
perverse della mafia. Come scrive Laudati nel
capitolo conclusivo del libro: «senza la
collaborazione dei cittadini i traffici criminali
non potranno essere sconfitti solo con la
repressione di polizie e magistratura. […] occorre
convincere le persone che alcune attività [come lo
sfruttamento della prostituzione o l’uso di sostanze
stupefacenti, Ndr] sono dannose per la
salute, alimentano le casse della criminalità
organizzata, alterano le regole del mercato e in
definitiva diminuiscono la nostra libertà».
La mafia, insomma, si nutre dell’indifferenza della
società del nostro tempo, a sua volta alimentata da
un cronico immobilismo delle istituzioni. Infatti,
quando lo Stato è assente, impotente o, peggio
ancora, complice dei disegni criminali delle
associazioni delittuose, è facile cadere nelle mani
dell’anti-Stato, che sfrutta il suo potere
intimidatorio per garantirsi acquiescenza, tacito
assenso o, addirittura, aperto consenso tra la
collettività.
«Il destino della Mafia pulita», scrive ancora
Laudati, «dipende da ciascuno di noi». Sarà quando
torneremo ad indignarci, reagire, contro i
meccanismi atroci della mafia che potremo
riappropriarci della nostra libertà e della nostra
democrazia. Occorre costringere anche le istituzioni
a prendersi le proprie responsabilità di fronte
all’avanzare della minaccia mafiosa e a non lasciare
soli gli “eroi”, che quotidianamente lottano per la
giustizia e la legalità, illudendosi che, anche in
questa nostra perversa società, essi siano valori
pienamente condivisi e accettati.
Linda Basile
(www.excursus.org,
anno I, n. 3, ottobre 2009)
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