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Le
ultime notizie su Ettore Majorana
avvalorano la tesi di Leonardo Sciascia?
di Gaetanina Sicari
Ruffo
Gli indizi suggeriscono una fuga
esistenziale,
possibile rifiuto al servilismo
della scienza
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Di tanto in tanto
sembra che il velo che ricopre la scomparsa del
fisico siciliano Ettore Majorana, su cui tanto si è
scritto, sia sul punto di squarciarsi. Sono passati
ormai 73 anni da quel 25 marzo del 1938, quando per
l’ultima volta fu visto sulla nave che lo portava da
Palermo a Napoli. Scomparve all’età di 32 anni di
sua volontà o fu rapito e tenuto prigioniero perché
non rivelasse i segreti della fisica che come
scienziato conosceva benissimo ? [1] Oppure si
suicidò?
Furono scritti
tanti libri e seguite varie piste. Ci provò anche
Leonardo Sciascia nel saggio La scomparsa di
Majorana, pubblicato nel 1975 da Adelphi. Anzi
lo scrittore ebbe a confessare più volte che tra
tutti i suoi volumi era quello che preferiva. Ci
aveva messo tutta la sua appassionata ricerca alla
luce di documenti e al confronto di testimonianze,
un po’ come farà per il caso “Moro” tre anni dopo:
era arrivato poi a formulare una sua ipotesi che
ora sembra vicina alla realtà.
La tesi
dell’intellettuale siciliano
Nel breve, ma
intenso scritto, di circa un centinaio di pagine,
Sciascia esamina attentamente le circostanze della
scomparsa, la formazione ed il carattere dello
scienziato e ne fa un personaggio dei suoi numerosi
antieroi non con l’intento di sminuirlo, ma di
coglierne la profonda istanza di verità che lo
anima. Simile, tanto per intenderci, al Principe di
Salina che, nel Gattopardo, pronunzia il
grande rifiuto di partecipare all'Unità d’Italia,
perché sa, conosce i limiti non solo suoi, ma della
sua epoca.
Vale a dire
razionalmente, e Sciascia è un paladino della
razionalità, Majorana non può essersi suicidato,
come qualche indizio, una sua lettera, per la
precisione, scritta due giorni prima del viaggio e
poi ritrattata, ha fatto pensare. Piuttosto egli ha
fatto credere di volersi suicidare, per far perdere
più facilmente le sue tracce, alla maniera di
Enrico IV e di Mattia Pascal di Luigi
Pirandello, deciso forse a voler uscire dalla
prigione nella quale si sentiva a disagio e vivere
una sua vita altrove. Altrimenti, se avesse avuto a
noia la vita, non avrebbe ritirato, prima di
sparire, cinque mensilità che aveva messo da parte.
Sciascia fa questa giusta considerazione: uno che ha
voglia di morire non pensa di portar via con sé i
risparmi che possono servirgli all’occorrenza.
Lo fa solo se
intende ricostruirsi una vita.
Majorana
semplicemente non voleva continuare quella sua
professione di scienziato nella quale forse si
sentiva ristretto e che per un certo periodo aveva
volentieri assolto, tanto da partecipare a ricerche
e concorsi sotto la guida di Enrico Fermi. Una crisi
di coscienza la sua? Una decisione irrevocabile di
essere libero in un’altra parte del mondo?
Probabilmente sì.
Sciascia fa del
caso “Majorana” il prototipo di una ripulsa della
scienza, che spesso è asservita ad interessi
politici ed a mire di potere di varia natura;
diviene pericolosa e terreno di scontro tra opposti
schieramenti, argomento per altro non nuovo se si
pensa al Galileo di Bertold Brecht e al
Die Physiker di Friedrich Durrenwatt. Forse
Majorana aveva capito la potenza minacciosa
dell’energia atomica ancor prima che fosse a tutti
nota ed aveva deciso di non volerne essere
considerato responsabile. «Crediamo che Majorana
di questo tenesse conto, pur nell’assoluto e totale
desiderio di essere “uomo solo” o “di non esserci
più”; che insomma nella sua scomparsa prefigurasse,
avesse coscienza di prefigurare un mito: il mito del
rifiuto della scienza», scrive Sciascia, vedendo
nel mistero della sua vita il conflitto fra
razionalità e scienza che tanto ancora assilla gli
spiriti liberi.
La saggista Lea
Ritter Santini [2], a proposito dell’interesse
manifestato dallo scrittore siciliano per Majorana
nel suo breve scritto pensa che egli deve averne
rivissuto il dramma come se fosse proprio, perché lo
giudicava non un espediente letterario, ma una
realtà concreta: «La Sicilia esercita nelle pagine
di questo breve romanzo un suo diritto genetico,
diventa elemento determinante nel destino dei
personaggi e nelle loro esperienze: il paesaggio,
l’isola, in cui l’ostinazione della vita come in
nessun altro paese d’Europa ricopre con vittoriosa
tenacia i segni e le tracce della morte e li
trasforma in vita». E Sciascia era un esperto nel
rintracciare i segni della morte, come molti dei
suoi libri testimoniano, tra cui Il cavaliere e
la morte, del 1988 [3].
In questo caso
però, sul piatto della bilancia del suo
giudizio era prevalsa l’idea della vita. Ad
indicargliela erano stati anche altri indizi oltre
quelli suddetti, per esempio le testimonianze di due
viaggiatori che erano stati in compagnia del fisico
nel viaggio in direzione di Napoli: il docente di
Geometria dell'Università di Palermo Vittorio
Strazzeri ed un certo Carlo Price, di cui lo
scrittore siciliano ricostruisce i pensieri.
Forse c’era pure da
ipotizzare una fuga dello scienziato per un certo
suo antagonismo con Fermi? Questa sua supposizione
scatenò all'epoca una vivace polemica con i fisici,
specie con Edoardo Amaldi che gli rispose in una
lettera aperta sul Giornale di Sicilia del 9
novembre 1975, spostando il problema su una
questione di metodo generale, al di là del caso
particolare: «Qui finalmente viene fuori la vera
posizione di Sciascia… la scienza non fa parte della
cultura». Insomma, l’intervento di Sciascia non
passò assolutamente sotto silenzio.
Una foto
rivelatrice
Tre mesi fa una
foto ha fatto riaprire ai giudici romani il
fascicolo della scomparsa di Majorana per avviare
una nuova indagine, condotta ora dal Procuratore
Aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani.
La foto, acquisita
tre anni fa, è stata scattata nel 1955 in Argentina.
L’ha fornita un siciliano emigrato che al telefono
della trasmissione Chi l’ha visto?, nel 2008,
ha detto di aver conosciuto Majorana a Valencia, che
si faceva però chiamare signor Bini. All’epoca della
foto il personaggio in sua compagnia poteva avere
50-55 anni, di media altezza, con i capelli bianchi
ondulati. Il testimone lo definisce timido,
introverso, piuttosto triste, ritroso a parlare ed a
farsi fotografare. Portava però sempre con sé molti
fogli con numeri, segni e sbarramenti. Il testimone
racconta che una volta un suo amico argentino gli
disse che in realtà egli non era il signor Bini, ma
Majorana e che fosse una persona colta si capiva
pure dal suo comportamento. A conferma di quanto
dichiarato ha esibito quell’unica foto che gli aveva
scattato per caso in via eccezionale.
Sottoposta a vaglio
dagli esperti, questa ha rivelato sorprendentemente
ben dieci punti di somiglianza con la foto
segnaletica dello scienziato a suo tempo diffusa ed
anche con l’immagine del padre e del fratello Fabio
Massimo, a cui Majorana assomigliava molto. I
tecnici guidati dal colonnello Luigi Ripani non
escludono che possa essere proprio lui. Hanno
scritto: «Dalle sovrapposizioni sono emerse
similitudini somatiche compatibili con la
trasmissione ereditaria padre-figlio». Sono state
così avviate nuove indagini in Argentina ed in
Venezuela per raccogliere altre testimonianze e
possibilmente rinvenire la tomba dello scienziato e
procedere all'individuazione del Dna.
Se sotto il nome
Bini si è celato il vero Majorana
Passerà ancora
chissà quanto altro tempo prima di accertare questa
identità, se tale è. Tuttavia se le ricerche
arrivassero ad ammettere questa coincidenza, la
risposta al mistero tante volte proposto darebbe
ragione all’ipotesi da sempre sostenuta da Sciascia.
Forse l’intellettuale ha visto giusto nel porre la
“questione Majorana” sul piano etico di impatto
antropologico, prefigurando una grande vittoria
dello spirito libero da un patto forse deleterio per
l’umanità: indubbiamente una grande lezione per
quanti speculano sulle scoperte scientifiche e sulla
loro utilizzazione ai fini di lucro.
Tuttavia potrebbe
anche essere, dato che gli effetti dell’atomica non
si erano ancora evidenziati, che la scelta di
Majorana sia stata condizionata da motivi
semplicemente esistenziali, di semplice scelta di
libertà al di fuori del cerchio compromissorio che
lo stava fortemente condizionando. Ma allora
bisognerebbe approfondire i suoi rapporti con i
familiari per capire se abbia avuto voglia di
liberarsi anche di loro, oltre che dei colleghi.
Certo la vita del presunto signor Bini in un paese
lontano non deve essere stata facile.
Dalla testimonianza
emersa possiamo facilmente intuire i tratti
caratteriali della ritrosia e dell'estraneità. Egli
forse non abbandonò i suoi studi scientifici, a
giudicare dalla dimestichezza con i calcoli e le
cifre a cui si dice si applicasse. Non fuggiva da
essi. Ma quali frequentazioni ebbe stabili e
durature perché la sua si potesse chiamare vita? È
tutto da scoprire il mistero che lo ha circondato e
che tuttora perdura.
Gaetanina Sicari
Ruffo
NOTE
BIBLIOGRAFICHE
[1] – Non è una
favola: alla fine degli anni Novanta, dopo la morte
di Sciascia, quando il British Intelligence Service
tolse il segreto ai Farm Hall Transcripts, si
apprese che dieci tra i più importanti scienziati
tedeschi erano stati tenuti prigionieri nella Farm
Hall, presso Cambridge, e che furono registrate le
loro conversazioni.
Cfr.
Operation Epsilon: The Farm Hall Transcripts,
I.o.p. Pub., Bristol, 1993.
[2] – Nota di L.
Ritter Santini nell’edizione tedesca del saggio di
Sciascia, Einaudi,1985.
[3] – Altri due
precedenti volumi evocano il termine morte nel
titolo; si tratta di Morte dell'inquisitore,
Laterza, Bari, 1964 e Atti relativi alla morte di
Raymond Roussel, Esse, 1971.
(www.excursus.org,
anno III, n. 26, settembre 2011)
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