Anno III             n. 26                   Settembre 2011

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

               HOME           CHI SIAMO             IN ARRIVO             COLLABORA             LINK AMICI                  

 

 

Il punto

 

 

 

Le ultime notizie su Ettore Majorana

avvalorano la tesi di Leonardo Sciascia?

di Gaetanina Sicari Ruffo

Gli indizi suggeriscono una fuga esistenziale,

possibile rifiuto al servilismo della scienza

 

 

Leggi l'articolo in PDF

 

 

Di tanto in tanto sembra che il velo che ricopre la scomparsa del fisico siciliano Ettore Majorana, su cui tanto si è scritto, sia sul punto di squarciarsi. Sono passati ormai 73 anni da quel 25 marzo del 1938, quando per l’ultima volta fu visto sulla nave che lo portava da Palermo a Napoli. Scomparve all’età di 32 anni di sua volontà o fu rapito e tenuto prigioniero perché non rivelasse i segreti della fisica che come scienziato conosceva benissimo ? [1] Oppure si suicidò?

 

Furono scritti tanti libri e seguite varie piste. Ci provò anche Leonardo Sciascia nel saggio La scomparsa di Majorana, pubblicato nel 1975 da Adelphi.  Anzi lo scrittore ebbe a confessare più volte che tra tutti i suoi volumi era quello che preferiva. Ci aveva messo tutta la sua appassionata ricerca alla luce di documenti e al confronto di testimonianze, un po’ come farà per il caso “Moro” tre anni dopo: era arrivato poi  a formulare una sua ipotesi che ora sembra vicina alla realtà.

 

La tesi dell’intellettuale siciliano

Nel breve, ma intenso scritto, di circa un centinaio di pagine, Sciascia esamina attentamente le circostanze della scomparsa, la formazione ed il carattere dello scienziato e ne fa un personaggio dei suoi numerosi antieroi non con l’intento di sminuirlo, ma di coglierne la profonda istanza di verità che lo anima. Simile, tanto per intenderci, al Principe di Salina che, nel Gattopardo, pronunzia il grande rifiuto di partecipare all'Unità d’Italia, perché sa, conosce i limiti non solo suoi, ma della sua epoca.

Vale a dire razionalmente, e Sciascia è un paladino della razionalità, Majorana non può essersi suicidato, come qualche indizio, una sua lettera, per la precisione, scritta due giorni prima del viaggio e poi ritrattata, ha fatto pensare. Piuttosto egli ha fatto credere di volersi suicidare, per far perdere più facilmente le sue tracce, alla maniera di Enrico IV e di Mattia Pascal di Luigi Pirandello, deciso forse a voler uscire dalla prigione nella quale si sentiva a disagio e vivere una sua vita altrove. Altrimenti, se avesse avuto a noia la vita, non avrebbe ritirato, prima di sparire, cinque mensilità che aveva messo da parte. Sciascia fa questa giusta considerazione: uno che ha voglia di morire non pensa di portar via con sé i risparmi che possono servirgli all’occorrenza.

Lo fa solo se intende ricostruirsi una vita.

 

Majorana semplicemente non voleva continuare quella sua professione di scienziato nella quale forse si sentiva ristretto e che per un certo periodo aveva volentieri assolto, tanto da partecipare a ricerche e concorsi sotto la guida di Enrico Fermi. Una crisi di coscienza la sua? Una decisione irrevocabile di essere libero in un’altra parte del mondo? Probabilmente sì.

 

Sciascia fa del caso “Majorana” il prototipo di una ripulsa della scienza, che spesso è asservita ad interessi politici ed a mire di potere di varia natura; diviene pericolosa e terreno di scontro tra opposti schieramenti, argomento per altro non nuovo se si pensa al Galileo di Bertold Brecht e al Die Physiker di Friedrich Durrenwatt. Forse Majorana aveva capito la potenza minacciosa dell’energia atomica ancor prima che fosse a tutti nota ed aveva deciso di non volerne essere considerato responsabile. «Crediamo che Majorana di questo tenesse conto, pur nell’assoluto e totale desiderio di essere “uomo solo” o “di non esserci più”; che insomma nella sua scomparsa prefigurasse, avesse coscienza di prefigurare un mito: il mito del rifiuto della scienza», scrive Sciascia, vedendo nel mistero della sua vita il conflitto fra razionalità e scienza che tanto ancora assilla gli spiriti liberi.

 

La saggista Lea Ritter Santini [2], a proposito dell’interesse manifestato dallo scrittore siciliano per Majorana nel suo breve scritto pensa che egli deve averne rivissuto il dramma come se fosse proprio, perché lo giudicava non un espediente letterario, ma una realtà concreta: «La Sicilia esercita nelle pagine di questo breve romanzo un suo diritto genetico, diventa elemento determinante nel destino dei personaggi e nelle loro esperienze: il paesaggio, l’isola, in cui l’ostinazione della vita come in nessun altro paese d’Europa ricopre con vittoriosa tenacia i segni e le tracce della morte e li trasforma in vita». E Sciascia era un esperto nel rintracciare i segni della morte, come molti dei suoi libri testimoniano, tra cui Il cavaliere e la morte, del 1988 [3].

 

In questo caso però,  sul piatto della bilancia del suo giudizio era prevalsa l’idea della vita. Ad indicargliela erano stati anche altri indizi oltre quelli suddetti, per esempio le testimonianze di due viaggiatori che erano stati in compagnia del fisico nel viaggio in direzione di Napoli: il docente di Geometria dell'Università di Palermo Vittorio Strazzeri ed un certo Carlo Price, di cui lo scrittore siciliano ricostruisce i pensieri.

 

Forse c’era pure da ipotizzare una fuga dello scienziato per un certo suo antagonismo con Fermi? Questa sua supposizione scatenò all'epoca una vivace polemica con i fisici, specie con Edoardo Amaldi che gli rispose in una lettera aperta sul Giornale di Sicilia del 9 novembre 1975, spostando il problema su una questione di metodo generale, al di là del caso particolare: «Qui finalmente viene fuori la vera posizione di Sciascia… la scienza non fa parte della cultura». Insomma, l’intervento di Sciascia non passò assolutamente sotto silenzio.

 

Una foto rivelatrice

Tre mesi fa una foto ha fatto riaprire ai giudici romani il fascicolo della scomparsa di Majorana per avviare una nuova indagine, condotta ora dal Procuratore Aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani.

 

La foto, acquisita tre anni fa, è stata scattata nel 1955 in Argentina. L’ha fornita un siciliano emigrato che al telefono della trasmissione Chi l’ha visto?, nel 2008, ha detto di aver conosciuto Majorana a Valencia, che si faceva però chiamare signor Bini. All’epoca della foto il personaggio in sua compagnia poteva avere 50-55 anni, di media altezza, con i capelli bianchi ondulati. Il testimone lo definisce timido, introverso, piuttosto triste, ritroso a parlare ed a farsi fotografare. Portava però sempre con sé molti fogli con numeri, segni e sbarramenti. Il testimone racconta che una volta un suo amico argentino gli disse che in realtà egli non era il signor Bini, ma Majorana e che fosse una persona colta si capiva pure dal suo comportamento. A conferma di quanto dichiarato ha esibito quell’unica foto che gli aveva scattato per caso in via eccezionale.

 

Sottoposta a vaglio dagli esperti, questa ha rivelato sorprendentemente ben dieci punti di somiglianza con la foto segnaletica dello scienziato a suo tempo diffusa ed anche con l’immagine del padre e del fratello Fabio Massimo, a cui Majorana assomigliava molto. I tecnici guidati dal colonnello Luigi Ripani non escludono che possa essere proprio lui. Hanno scritto: «Dalle sovrapposizioni sono emerse similitudini somatiche compatibili con la trasmissione ereditaria padre-figlio». Sono state così avviate nuove indagini in Argentina ed in Venezuela per raccogliere altre testimonianze e possibilmente rinvenire la tomba dello scienziato e procedere all'individuazione del Dna.

 

Se sotto il nome Bini si è celato il vero Majorana

Passerà ancora chissà quanto altro tempo prima di accertare questa identità,  se tale è. Tuttavia se le ricerche arrivassero ad ammettere questa coincidenza, la risposta al mistero tante volte proposto darebbe ragione all’ipotesi da sempre sostenuta da Sciascia. Forse l’intellettuale ha visto giusto nel porre la “questione Majorana” sul piano etico di impatto antropologico, prefigurando una grande vittoria dello spirito libero da un patto forse deleterio per l’umanità: indubbiamente una grande lezione per quanti speculano sulle scoperte scientifiche e sulla loro utilizzazione ai fini di lucro.

 

Tuttavia potrebbe anche essere, dato che gli effetti dell’atomica non si erano ancora evidenziati, che la scelta di Majorana sia stata condizionata da motivi semplicemente esistenziali, di semplice scelta di libertà al di fuori del cerchio compromissorio che lo stava fortemente condizionando. Ma allora bisognerebbe approfondire i suoi rapporti con i familiari per capire se abbia avuto voglia di liberarsi anche di loro, oltre che dei colleghi. Certo la vita del presunto signor Bini in un paese lontano non deve essere stata facile.

 

Dalla testimonianza emersa possiamo facilmente intuire i tratti caratteriali della ritrosia e dell'estraneità. Egli forse non abbandonò i suoi studi scientifici, a giudicare dalla dimestichezza con i calcoli e le cifre a cui si dice si applicasse. Non fuggiva da essi. Ma quali frequentazioni ebbe stabili e durature perché la sua si potesse chiamare vita? È tutto da scoprire il mistero che lo ha circondato e che tuttora perdura.

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – Non è una favola: alla fine degli anni Novanta, dopo la morte di Sciascia, quando il British Intelligence Service tolse il segreto ai Farm Hall Transcripts, si apprese che dieci tra i più importanti scienziati tedeschi erano stati tenuti prigionieri nella Farm Hall, presso Cambridge, e che furono registrate le loro conversazioni. Cfr. Operation Epsilon: The Farm Hall Transcripts, I.o.p. Pub., Bristol, 1993.

 

[2] – Nota di L. Ritter Santini nell’edizione tedesca del saggio di Sciascia, Einaudi,1985.

 

[3] – Altri due precedenti volumi evocano il termine morte nel titolo; si tratta di Morte dell'inquisitore, Laterza, Bari, 1964 e Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Esse, 1971.

 

(www.excursus.org, anno III, n. 26, settembre 2011)

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Linda Basile, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

Se vuoi ricevere la newsletter di Excursus, manda un'email a newsletter@excursus.org

 

Sito ottimizzato per la visione con Internet Explorer

 

Registrazione presso il Tribunale di Messina

n. 10 del 13 luglio 2009

 

 

2009-2011 Excursus.org - Rivista di attualità e cultura

Eccetto dove specificatamente indicato, i contenuti di questo sito

sono rilasciati sotto licenza Creative Commons 3.0

Leggi l'AVVISO LEGALE

 

 

 

Progetto grafico: Luigi Grisolia