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L'intervento di Roberto Saviano
al Festival delle Letterature di Roma
di
Gaetanina Sicari
Ruffo
L'interessante
discorso tenuto il 30 giugno
è spunto per
riflessioni sulla 'ndrangheta
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Alla fine del mese
di giugno Roberto Saviano è stato ospite del
Festival delle Letterature di Roma, la prestigiosa
kermesse culturale che vede alternarsi, da alcuni
anni, voci di primo piano, italiane ed estere,
quest’anno sotto la direzione artistica di Maria Ida
Caeta, con la partecipazione di Anna Bonaiuto che ha
letto ampi brani dei libri proposti.
Sì, perché Saviano,
oltre a Gomorra, ha da poco edito il testo a
carattere autobiografico, per Mondadori, La
bellezza e l’inferno. Il genere è sempre quello
del saggio d’impegno sociale e civile con l’aggiunta
di un’ottica un po’ più ravvicinata sulle
conseguenze della lotta alla delinquenza: vita
blindata con scorta concessa dallo Stato, nessuna
possibilità di avere una vita normale e neppure una
stabile residenza, dati i continui spostamenti per
sottrarsi alle vendette della camorra. L’inferno è
proprio questo scompiglio che rende molto delicata
ed instabile la posizione esistenziale dello
scrittore, mentre la bellezza è quella che,
nonostante tutto, la vita concede, appena la si
guarda con attenzione ed amore. Saviano è un autore
di primissima avanguardia, coraggioso fino al
sacrificio di sé.
La memoria corre
a Leonardo Sciascia
Per trovare un altro
autore che gli assomigli dobbiamo risalire a
Sciascia che aveva fatto dei casi delittuosi della
sua Sicilia e dell'Italia del tempo, una bandiera.
Libri come Il giorno della civetta (1961),
L’onorevole (1966), Il contesto (1971), Todo
modo (1974), La scomparsa di Majorana
(1975), L’affaire Moro (1978) e Una storia
semplice (1989), per citare solo quelli di
maggior rilievo, testimoniano una coscienza netta e
indignata di fronte allo sfacelo del malcostume e
della corruzione dilaganti. Restano testimonianza
d’una difficile e drammatica stagione, ma anche
l’inizio di un riscatto, chiesto con determinazione
e che ora appare possibile a tutta l’opinione
pubblica.
Recentemente è stata
proposta infatti l'idea di un Museo della Mafia,
sostenuto dalla Fondazione “Rosselli”, intitolato
proprio all’intellettuale siciliano e presieduto dal
magistrato Giuseppe Ayala. Spiega il critico d’arte
Vittorio Sgarbi che questo museo «potrebbe
considerarsi alla stregua dei musei archeologici, o
meglio di quelli dell’Olocausto: terribili,
drammatici, ma necessari per non disperdere la
memoria».
Infatti Saviano si è
assunto il compito di sorreggere questa memoria che
non appartiene ancora del tutto al passato, di
spiegare il male che fanno alla comunità intera i
fatti delittuosi della sfera mafiosa, di far capire
il non senso dell’omertà. Ma come per Sciascia,
spesso la sua voce appare inopportuna e scomoda
perché richiede analisi ed attenzione particolare,
prudenza, coraggio e sacrificio.
Il tema in gioco è
troppo delicato ed essenziale a tutt’intera
la comunità per passare inosservato. Anche
nell’ultima sera del Festival romano lo scrittore
non si è limitato solo a raccontare di sé e della
sua volontà di denuncia della delinquenza
organizzata che umilia il suo territorio natale, ma
ha voluto parlare di tutta la condizione meridionale
che deve a questa dolorosa piaga il suo mancato
sviluppo e i livelli d’insopportabile subcultura.
La ‘ndrangheta
nemica dell’amore e della vita
Saviano ha
illustrato il suo discorso con alcune foto di donne
vestite di nero, a lutto: due madri calabresi,
private dei loro figli condannati a morte solo per
aver corteggiato le donne dei boss in carcere e
uccisi perché le leggi di quest’associazione non
consentono che si possa passar sopra neppure di
fronte al sentimento dell’amore. D’altronde la
strage di Duisburg dimostra il complesso nodo di
connivenze ed interessi tra famiglie anche di
consanguinei che si è venuto a creare nel corso
degli anni. Sono gli interessi economici la linfa
vitale che li tiene in piedi.
I componenti di
simili associazioni hanno dichiarato guerra non solo
allo Stato, ma agli stessi loro conterranei che
sfruttano e schiavizzano secondo un’irrazionale
volontà di prevaricazione. Da una recente analisi
dell’Onu si evince che il fatturato delle
organizzazioni criminali del Mezzogiorno ammonta a
oltre 100 miliardi di euro e che l’organizzazione
delittuosa non si concentra solo nei grandi centri
urbani, ma ha le sue radici profonde nei piccoli
comuni come quello di San Luca, tristemente noto.
Il maggiore mercato
è indubbiamente quello del traffico della droga che
ha fatto lievitare il giro d’affari non solo in
Italia, ma in Europa, Nord America, Sud America ed
Australia. Non si tratta solo di spaccio, ma anche
di produzione di sostanze stupefacenti spesso
sofisticate ed altamente tossiche. I mezzi adoperati
per combattere questo insensato mercato sono ancora
insufficienti, in quanto si limitano a colpire solo
in seguito ad episodi di emergenza, quando invece
occorrerebbe un’azione mirata e costante per
smantellare la struttura di tutti i santuari del
malaffare.
È in particolare il
saggio di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso
Fratelli di sangue (pubblicato da Pellegrini nel
2006 e poi da Mondadori quest’anno), con un’Introduzione
dell’antropologo Luigi Lombardi Satriani, che mette
in luce lo stretto vincolo che lega gli affiliati
delle cosche, vincolo non di parentela, ma di
comunanza di intendimenti e di calcoli, fondata su
giuramenti di fedeltà, riti d’iniziazione, gradi
alla maniera militare e linguaggi allusivi e
cifrati. Non è un semplice saggio d’informazione, ma
un repertorio testuale di atti d’intercettazione, di
dibattiti in tribunale e di confessioni strappate ai
pentiti. Leggerlo è sconvolgente: sembra
fantascienza!
La struttura
dell’organizzazione mafiosa è quasi impenetrabile,
consegnata alle famiglie cui si impone l’obbligo
della “solidarietà” nella partecipazione agli atti
di violenza che si perpetrano, con strategie anche
matrimoniali per rafforzare le alleanze a cui non si
può sfuggire, pena la morte. Le donne entro questa
solida corporazione sono alleate e quasi
sacerdotesse, non solo consegnate al silenzio, ma
incaricate di coltivare la memoria dei morti ed
inculcare la vendetta nei più giovani (per
approfondire, clicca
qui). Si è di fronte ad uno strano patto
stabilito dai criminali con la morte, un contratto
per una sorta di passaggio brevi manu dalla
terra all’al di là, senza sconti o pentimenti e
senza rispetto per alcun essere vivente con nessuna
eccezione.
Conclusioni
Talvolta anzi si
arriva al paradosso di confondere il sacro con il
profano. Nel portafoglio di una vittima di Duisburg
è stata trovata insieme alla carta di credito e la
foto della famiglia, un’immagine della Madonna. Come
si possa coniugare Dio e mammona nella mente deviata
di questi associati non è facilmente spiegabile se
non con l’ignoranza e la stupidità stravolte a
chiedere protezione divina per combattere i propri
simili e per perpetrare delitti, come se la divinità
fosse al servizio dell’empietà.
Il discorso tenuto
da Saviano è stato inflessibile e con lui tutti ci
chiediamo come possa una terra scrollarsi di dosso
questa incivile usanza ed una gente tornare ad
essere libera e schietta nei rapporti interpersonali
e pubblici. C’è l’esempio del riscatto incipiente
della Sicilia ad indicare la via, dell’unità degli
intenti e del coraggio individuale, dell’azione
delle forze dell’ordine compiutamente addestrate.
Può darsi che infine questa aspirazione della gente
onesta prenda finalmente il sopravvento. Sarebbe la
più grande rivoluzione del nuovo secolo e segnerebbe
finalmente l’inizio di un nuovo umanesimo.
Gaetanina Sicari
Ruffo
(www.excursus.org,
anno I, n. 1, agosto 2009)
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