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La Questione
Meridionale: federalismo,
realtà storica e
prospettive per il futuro
di Gaetanina Sicari Ruffo
La riforma aggraverà il divario
Nord/Sud
quando invece bisognerebbe
“unificare”
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Ci sono segnali di
resipiscenza nell'immobilismo che ha da sempre
contraddistinto la cosiddetta Questione Meridionale. Se ne
torna a parlare sia in uno dei cinque punti
all'ordine del giorno dell'agenda di governo, sia a
proposito della prossima riforma del federalismo.
L'idea di una Lega
del Sud da contrapporre a quella del Nord è venuta
in mente a qualcuno, ma è assolutamente da scartare,
perché accentuerebbe il divario del Paese e
scinderebbe in maniera profonda ed insanabile la
parte settentrionale da quella centro-meridionale. È
invece più che mai opportuna un'unità di intenti e
di programmi, al di là delle critiche revisioniste
della storia post-risorgimentale, per ricomporre la
crisi in atto e salvare l'identità di un popolo.
L'impatto del
federalismo
La riforma del
federalismo, che sta per essere varata, assicurano
diverse voci, soprattutto dalla maggioranza,
riuscirà a risolvere molti problemi, distribuendo
meglio le risorse fiscali nel territorio, ma restano
tanti dubbi sulla sua reale efficacia, dato che le
Regioni Italiane, come si sa, non sono tutte allo
stesso livello: ce ne sono di progredite ed altre
meno sviluppate. Già si delinea una sorta di
graduatoria: le meritevoli saranno senz'altro
premiate e saranno in vantaggio, le restanti,
invece, colpevoli di arretratezza, saranno perciò
penalizzate, più di quanto non lo siano ora, ed il
loro gettito fiscale da solo non basterà a
soddisfare le esigenze della popolazione, che
disporrà di minori servizi, oltre che di minori
posti di lavoro.
Secondo l'ottica
elementare di divisione in “buoni e cattivi”, ad
essere innanzitutto compromessa sarà sicuramente
l'integrità sociale della Penisola, oltre alla
condizione economica che precipiterà, almeno in
alcune aree del Paese. Ma questa situazione non è
già in atto, potrebbe chiedersi qualcuno? La
risposta non può che essere positiva, ma la leva
discriminante farà ulteriormente saltare la
coesistenza civile e minaccerà una condizione di
disordine. Di fronte a questa obiezione però si
osserva, nel dibattito acceso che si é innestato,
che forse la riforma federale, una volta attuata,
sarà il toccasana che ci vuole, sarà come la lama
del bisturi in un corpo canceroso. In altre parole
provocherà quello scatto d'orgoglio delle
istituzioni locali che potrebbe arrivare a colmare
il divario e stimolare la crescita delle risorse.
Ci sembra un'utopia
bella e buona, perché il salto di qualità, a meno di
un miracolo, non potrà compiersi subito, né in un
tempo circoscritto, essendo fondato, anziché su
salde premesse programmatiche e fondi di
investimento, solo su ipotesi e per giunta di natura
essenzialmente etica. E intanto? La tenuta
complessiva del Paese, nel quale manca, tra l’altro,
una cultura solidale favorevole e la disponibilità
di un capitale sociale dinamico ed attivo, sarà in
forse anche in concomitanza con una crisi globale da
cui non si vede l'uscita. In teoria lo Stato vedrà
ridurre i propri oneri in alcuni settori come la
sanità, la scuola, i servizi alla persona e alla
cultura, a vantaggio dell'autonoma iniziativa della
collettività, che però non è tutta consenziente e
neppure pronta a procedere secondo una sua
essenziale linearità verso uno sviluppo condiviso.
L'esempio delle
due Germanie
Nel 1989, in Europa,
la caduta del Muro di Berlino ha messo in evidenza
il profondo divario esistente fra le parti del
frantumato Stato Tedesco, cui era toccata la sorte,
dopo il secondo conflitto bellico, di essere
separate e rette da regimi politici diversi. Sono
intercorsi molti anni e la parte deficitaria
dell'Est ha raggiunto la consorella ed ormai
entrambe procedono nella realtà di un’unificazione
paritaria stabile anche economicamente. Sono valsi i
sacrifici, l'impegno e la cooperazione reciproca,
per realizzare questo obiettivo: lì dove c'era
divisione si è cercata l'unità.
In Italia, dove
l’unità c’è, al contrario si cerca come rimedio la
divisione. Differenti dunque i modi di procedere,
differenti gli effetti. Il disegno della
frantumazione ci sembra inefficace ed inopportuno,
mentre la volontà di svilupparsi collaborando
seriamente senza favorire una parte appare l'unico
iter da seguire, con il sussidio delle riforme
necessarie da approntare.
Da dove partire?
La prima operazione
dunque dovrebbe essere quella di creare i
presupposti di questa trasformazione, e non solo nel
senso di dotazione di obiettivi concreti quali
infrastrutture, vie di comunicazione, cura e
salvaguardia di un territorio fortemente dissestato,
ma anche disponibilità culturale a scambi,
frequentazione e collaborazione. Per il momento
sembra un rebus: il governo è inadempiente, le
popolazioni sfiduciate, le iniziative private
impossibilitate ad operare per mancanza di fondi.
Già nel passato le
alternative all'azione dello Stato si sono
dimostrate fallimentari: ricordiamo in particolare
quelle di Guido Dorso che, tra l'altro, aveva
suggerito un forte impegno degli intellettuali a
creare una coscienza sociale coesa, e di Antonio
Gramsci che puntava alla creazione di cooperative di
lavoratori miranti a consolidare le forze produttive
del Sud per unificarle a quelle del Nord.
Nel presente si è
aggiunto il problema della corruzione galoppante,
diffusa ad alti livelli nella pubblica
amministrazione. La strada della rigenerazione
sociale dovrebbe essere percorsa al fine di dare
vita ad un tipo di economia diversa, non stagnante e
immobile, non asservita e strumentale.
Pubblicazioni che
fanno riflettere
Ed è a questo punto
che si innesta il ripensamento del meridionalismo,
nell'occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia.
L'evento viene rivissuto non tanto per festeggiare
l'epica storica conclamata nell'Ottocento, quanto
per criticare le modalità del suo avvento, non alla
luce di fatti diversi accaduti, ma di una loro
singolare rilettura.
È tutto un fiorire
di libri, messaggi, iniziative che avviano verifiche
e sollecitano ripensamenti. Innanzitutto un saggio
che ha destato molto interesse è Terroni. Tutto
quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud
diventassero «meridionali», del giornalista
pugliese Pino Aprile, pubblicato da Piemme, già alla
settima edizione, dopo pochi mesi dalla sua
comparsa. Contiene un'aspra condanna del sistema
politico risorgimentale e spiega, alla luce di
documenti archivistici, statistiche e ricerche,
l'errore di voler operare con violenza un'unità che
non era auspicata e voluta da tutti, ma che si
effettuò per creare un potere forte nel contesto di
altri poteri già costituiti in Europa, massacrando e
violando la libertà di masse altrimenti orientate,
tenendole poi in soggezione e depauperandole dei
loro più elementari diritti.
Aprile, che ha al
suo attivo una lunga esperienza in qualità di
direttore di Gente e di vicedirettore di
Oggi, dimostra, con documenti inoppugnabili, che
il meridionalismo è stato voluto dal sorgente stato
liberale, entrato necessariamente in urto con quello
borbonico. Per questo è stato sterminato un gran
numero di oppositori e costretta all'unità una
popolazione, della quale una considerevole parte ha
poi preferito la via dell'emigrazione. Serviva
questo disegno non solo per depredare la cassa
meridionale e riparare il forte debito contratto dal
Regno di Sardegna dei Savoia, ma pure per avere una
riserva di voti ed esprimere la forza dello stato
nascente tutto proiettato verso il Nord ed il
Centro.
All'autore sembra
risultare infatti che, al momento dell'Unità
d'Italia, nel 1861, il Sud era pari rispetto alle
altre regioni e per niente sottosviluppato.
Esistevano importanti industrie come quelle della
seta e della siderurgia di Mongiana in Calabria,
delle officine meccaniche a Napoli o delle miniere
di sale e zolfo in Sicilia, che avevano direttamente
rapporti commerciali con gli altri Paesi Europei e
non erano affatto in difficoltà economiche, ma
occupavano tecnici e maestranze. Furono chiuse in
fretta, perché occorreva potenziare il Nord e
arredarlo di significativi snodi industriali. Il Sud
è stato quindi punito e barattato per servire ad un
assetto economico che veniva trasferito e potenziato
altrove per essere baricentro. Secondo il
giornalista, gli italiani del Sud divennero così
“meridionali” e il senso della loro storia cambiò e
diventò sinonimo di lassismo e di negligenza,
secondo un cliché che ancora dura perché dura il
modello di un potere che asservisce e non aiuta a
svilupparsi. Perché altrimenti il problema non è
stato risolto in centocinquanta anni, quando alla
Germania è bastato solo un ventennio per pareggiare
i conti con la parte rimasta indietro del suo Stato?
Il saggio Terroni
rivela di avere successo, anche se appare un po'
troppo percorso da risentimento e sdegno, perché
coglie lo scontento delle popolazioni meridionali e
rintuzza, capovolgendone i canoni, la polemica
settentrionale, ma non è l'unico a condannare e
ribaltare la storia, se si pensa, per esempio, a
La conquista del sud dello storico lucano Carlo
Alianello di qualche tempo prima (1972). Appare
invece verace nell'evocare l'oscuro inizio della
lotta del novello Stato contro i briganti che altro
non erano che soldati borbonici alla macchia che
avevano il sostegno delle popolazioni. Allora furono
consumate razzie e decimazioni e lo Stato rivelò il
suo vero volto prevaricatore ed ingiusto.
Lasciando comunque
da parte le controversie risorgimentali, che forse
chiariscono qualche aspetto, ma non contribuiscono
ad appianare i problemi spinosi dei cittadini
italiani, altre voci sono sorte in campo per
promuovere toni di dialogo e di composizione e di
proiezione futura.
Iniziative che
fanno sperare
Da qualche anno è
sorto per iniziativa della società civile di
Caserta, poi esteso ad altre realtà territoriali,
“Progetto Sud”, cui aderisce un gran numero di
associazioni, inizialmente trenta, per diffondere
modelli di sviluppo con l'aiuto delle istituzioni.
Si vuole diffondere in diverse aree questo dibattito
e farlo divenire ampio e qualificato, per stimolare
una presa di coscienza delle popolazioni ed indurle
ad un attivismo propositivo ed operativo.
Un altro manifesto
per un nuovo assetto del Meridione e per meglio
intendere la sua identità si trova nel Movimento
“Ammazzateci tutti“, che ha un suo sito in “Rete per
la Calabria”, sorto come protesta dopo gli ultimi
sanguinosi fatti della ‘ndrangheta e la campagna di
stampa che ne è seguita. Il movimento è composto da
giovani ben motivati non solo a denunziare ed a
criticare il recente passato che si protrae nel
presente, ma anche a studiare e formulare ipotesi di
rinnovamento. Si legge infatti nella Premessa
del loro Statuto: «Ciò che ci interessa è
partecipare e contribuire alla crescita di una
cittadinanza solidale e consapevole, che si
ritrovasse e riconoscesse nel principio di
uguaglianza». È dunque l'invito a mettere da parte
le recriminazioni e le contestazioni di ogni genere
per tenere presente che finalmente è arrivato il
momento di dire basta alle accuse reciproche e di
organizzarsi invece per una svolta secolare che
faccia di tutti gli italiani un popolo.
Recentemente, per la
stessa finalità, si è tenuto alla “Luiss” di Roma e
poi a Soveria Mannelli, nel decennale della
scomparsa dell'editore Rosario Rubbettino, un
convegno sul tema del meridionalismo e delle sue
prospettive, con l'intervento di molti storici ed
esponenti di primo piano della scena politica, per
ridefinire le istanze e se possibile sanare il
divario.
La speranza è che
non siano solo parole e buone intenzioni, ma che
queste si concretizzino in decisioni opportune di
coinvolgimento operativo per una effettiva ritrovata
maturità di pensiero ed azione.
Gaetanina Sicari
Ruffo
(www.excursus.org,
anno II, n. 16, novembre 2010)
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