Anno II             n. 16                   Novembre 2010

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

La Questione Meridionale: federalismo,

realtà storica e prospettive per il futuro

 

di Gaetanina Sicari Ruffo

 

La riforma aggraverà il divario Nord/Sud

quando invece bisognerebbe unificare

 

 

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Ci sono segnali di resipiscenza nell'immobilismo che ha da sempre contraddistinto la cosiddetta Questione Meridionale. Se ne torna a parlare sia in uno dei cinque punti all'ordine del giorno dell'agenda di governo, sia a proposito della prossima riforma del federalismo.

L'idea di una Lega del Sud da contrapporre a quella del Nord è venuta in mente a qualcuno, ma è assolutamente da scartare, perché accentuerebbe il divario del Paese e scinderebbe in maniera profonda ed insanabile la parte settentrionale da quella centro-meridionale. È invece più che mai opportuna un'unità di intenti e di programmi, al di là delle critiche revisioniste della storia post-risorgimentale, per ricomporre la crisi in atto e salvare l'identità di un popolo.

 

L'impatto del federalismo

La riforma del federalismo, che sta per essere varata, assicurano diverse voci, soprattutto dalla maggioranza, riuscirà a risolvere molti problemi, distribuendo meglio le risorse fiscali nel territorio, ma restano tanti dubbi sulla sua reale efficacia, dato che le Regioni Italiane, come si sa, non sono tutte allo stesso livello: ce ne sono di progredite ed altre meno sviluppate. Già si delinea una sorta di graduatoria: le meritevoli saranno senz'altro premiate e saranno in vantaggio, le restanti, invece, colpevoli di arretratezza, saranno perciò penalizzate, più di quanto non lo siano ora, ed il loro gettito fiscale da solo non basterà a soddisfare le esigenze della popolazione, che disporrà di minori servizi, oltre che di minori posti di lavoro.

 

Secondo l'ottica elementare di divisione in “buoni e cattivi”, ad essere innanzitutto compromessa sarà sicuramente l'integrità sociale della Penisola, oltre alla condizione economica che precipiterà, almeno in alcune aree del Paese. Ma questa situazione non è già in atto, potrebbe chiedersi qualcuno? La risposta non può che essere positiva, ma la leva discriminante farà ulteriormente saltare la coesistenza civile e minaccerà una condizione di disordine. Di fronte a questa obiezione però si osserva, nel dibattito acceso che si é innestato, che forse la riforma federale, una volta attuata, sarà il toccasana che ci vuole, sarà come la lama del bisturi in un corpo canceroso. In altre parole provocherà quello scatto d'orgoglio delle istituzioni locali che potrebbe arrivare a colmare il divario e stimolare la crescita delle risorse.

 

Ci sembra un'utopia bella e buona, perché il salto di qualità, a meno di un miracolo, non potrà compiersi subito, né in un tempo circoscritto, essendo fondato, anziché su salde premesse programmatiche e fondi di investimento, solo su ipotesi e per giunta di natura essenzialmente etica. E intanto? La tenuta complessiva del Paese, nel quale manca, tra l’altro, una cultura solidale favorevole e la disponibilità di un capitale sociale dinamico ed attivo, sarà in forse anche in concomitanza con una crisi globale da cui non si vede l'uscita. In teoria lo Stato vedrà ridurre i propri oneri in alcuni settori come la sanità, la scuola, i servizi alla persona e alla cultura, a vantaggio dell'autonoma iniziativa della collettività, che però non è tutta consenziente e neppure pronta a procedere secondo una sua essenziale linearità verso uno sviluppo condiviso.

 

L'esempio delle due Germanie

Nel 1989, in Europa, la caduta del Muro di Berlino ha messo in evidenza il profondo divario esistente fra le parti del frantumato Stato Tedesco, cui era toccata la sorte, dopo il secondo conflitto bellico, di essere separate e rette da regimi politici diversi. Sono intercorsi molti anni e la parte deficitaria dell'Est ha raggiunto la consorella ed ormai entrambe procedono nella realtà di un’unificazione paritaria stabile anche economicamente. Sono valsi i sacrifici, l'impegno e la cooperazione reciproca, per realizzare questo obiettivo: lì dove c'era divisione si è cercata l'unità.

 

In Italia, dove l’unità c’è, al contrario si cerca come rimedio la divisione. Differenti dunque i modi di procedere, differenti gli effetti. Il disegno della frantumazione ci sembra inefficace ed inopportuno, mentre la volontà di svilupparsi collaborando seriamente senza favorire una parte appare l'unico iter da seguire, con il sussidio delle riforme necessarie da approntare.

 

Da dove partire?

La prima operazione dunque dovrebbe essere quella di creare i presupposti di questa trasformazione, e non solo nel senso di dotazione di obiettivi concreti quali infrastrutture, vie di comunicazione, cura e salvaguardia di un territorio fortemente dissestato, ma anche  disponibilità culturale a scambi, frequentazione e collaborazione. Per il momento sembra un rebus: il governo è inadempiente, le popolazioni sfiduciate, le iniziative private impossibilitate ad operare per mancanza di fondi.

 

Già nel passato le alternative all'azione dello Stato si sono dimostrate fallimentari: ricordiamo in particolare quelle di Guido Dorso che, tra l'altro, aveva suggerito un forte impegno degli intellettuali a creare una coscienza sociale coesa, e di Antonio Gramsci che puntava alla creazione di cooperative di lavoratori miranti a consolidare le forze produttive del Sud per unificarle a quelle del Nord.

 

Nel presente si è aggiunto il problema della corruzione galoppante, diffusa ad alti livelli nella pubblica amministrazione. La strada della rigenerazione sociale dovrebbe essere percorsa al fine di dare vita ad un tipo di economia diversa, non stagnante e immobile, non asservita e strumentale.

 

Pubblicazioni che fanno riflettere

Ed è a questo punto che si innesta il ripensamento del meridionalismo, nell'occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia. L'evento viene rivissuto non tanto per festeggiare l'epica storica  conclamata nell'Ottocento, quanto per criticare le modalità del suo avvento, non alla luce di fatti diversi accaduti, ma di una loro singolare rilettura.

 

È tutto un fiorire di libri, messaggi, iniziative che avviano verifiche e sollecitano ripensamenti. Innanzitutto un saggio che ha destato molto interesse è Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali», del giornalista pugliese Pino Aprile, pubblicato da Piemme, già alla settima edizione, dopo pochi mesi dalla sua comparsa. Contiene un'aspra condanna del sistema politico risorgimentale e spiega, alla luce di documenti archivistici, statistiche e ricerche, l'errore di voler operare con violenza un'unità che non era auspicata e voluta da tutti, ma che si effettuò per creare un potere forte nel contesto di altri poteri già costituiti in Europa, massacrando e violando la libertà di masse altrimenti orientate, tenendole poi in soggezione e depauperandole dei loro più elementari diritti.

Aprile, che ha al suo attivo una lunga esperienza in qualità di direttore di Gente e di vicedirettore di Oggi, dimostra, con documenti inoppugnabili, che il meridionalismo è stato voluto dal sorgente stato liberale, entrato necessariamente in urto con quello borbonico. Per questo è stato sterminato un gran numero di oppositori e costretta all'unità una popolazione, della quale una considerevole parte ha poi preferito la via dell'emigrazione. Serviva questo disegno non solo per depredare la cassa meridionale e riparare il forte debito contratto dal Regno di Sardegna dei Savoia, ma pure per avere una riserva di voti ed esprimere la forza dello stato nascente tutto proiettato verso il Nord ed il Centro.

 

All'autore sembra risultare infatti che, al momento dell'Unità d'Italia, nel 1861, il Sud era pari rispetto alle altre regioni e per niente sottosviluppato. Esistevano importanti industrie come quelle della seta e della siderurgia di Mongiana in Calabria, delle officine meccaniche a Napoli o delle miniere di sale e zolfo in Sicilia, che avevano direttamente rapporti commerciali con gli altri Paesi Europei e non erano affatto in difficoltà economiche, ma occupavano tecnici e maestranze. Furono chiuse in fretta, perché occorreva potenziare il Nord e arredarlo di significativi snodi industriali. Il Sud è stato quindi punito e barattato per servire ad un assetto economico che veniva trasferito e potenziato altrove per essere baricentro. Secondo il giornalista, gli italiani del Sud divennero così “meridionali” e il senso della loro storia cambiò e diventò sinonimo di lassismo e di negligenza, secondo un cliché che ancora dura perché dura il modello di un potere che asservisce e non aiuta a svilupparsi. Perché altrimenti il problema non è stato risolto in centocinquanta anni, quando alla Germania è bastato solo un ventennio per pareggiare i conti con la parte rimasta indietro del suo Stato?

 

Il saggio Terroni rivela di avere successo, anche se appare un po' troppo percorso da risentimento e sdegno, perché coglie lo scontento delle popolazioni meridionali e rintuzza, capovolgendone i canoni, la polemica settentrionale, ma non è l'unico a condannare e ribaltare la storia, se si pensa, per esempio, a La conquista del sud dello storico lucano Carlo Alianello di qualche tempo prima (1972). Appare invece verace nell'evocare l'oscuro inizio della lotta del novello Stato contro i briganti che altro non erano che soldati borbonici alla macchia che avevano il sostegno delle popolazioni. Allora furono consumate razzie e decimazioni e lo Stato rivelò il suo vero volto prevaricatore ed ingiusto.

 

Lasciando comunque da parte le controversie risorgimentali, che forse chiariscono qualche aspetto, ma non contribuiscono ad appianare i problemi spinosi dei cittadini italiani, altre voci sono sorte in campo per promuovere toni di dialogo e di composizione e di proiezione futura.

 

Iniziative che fanno sperare

Da qualche anno è sorto per iniziativa della società civile di Caserta, poi esteso ad altre realtà territoriali, “Progetto Sud”, cui aderisce un gran numero di associazioni, inizialmente trenta, per diffondere modelli di sviluppo con l'aiuto delle istituzioni. Si vuole diffondere in diverse aree questo dibattito e farlo divenire ampio e qualificato, per stimolare una presa di coscienza delle popolazioni ed indurle ad un attivismo propositivo ed operativo.

 

Un altro manifesto per un nuovo assetto del Meridione e per meglio intendere la sua identità si trova nel Movimento “Ammazzateci tutti“, che ha un suo sito in “Rete per la Calabria”, sorto come protesta dopo gli ultimi sanguinosi fatti della ‘ndrangheta e la campagna di stampa che ne è seguita. Il movimento è composto da giovani ben motivati non solo a denunziare ed a criticare il recente passato che si protrae nel presente, ma anche a studiare e formulare ipotesi di rinnovamento. Si legge infatti nella Premessa del loro Statuto: «Ciò che ci interessa è partecipare e contribuire alla crescita di una cittadinanza solidale e consapevole, che si ritrovasse e riconoscesse nel principio di uguaglianza». È dunque l'invito a mettere da parte le recriminazioni e le contestazioni di ogni genere per tenere presente che finalmente è arrivato il momento di dire basta alle accuse reciproche e di organizzarsi invece per una svolta secolare che faccia di tutti gli italiani un popolo. 

 

Recentemente, per la stessa finalità, si è tenuto alla “Luiss” di Roma e poi a Soveria Mannelli, nel decennale della scomparsa dell'editore Rosario Rubbettino, un convegno sul tema del meridionalismo e delle sue prospettive, con l'intervento di molti storici ed esponenti di primo piano della scena politica, per ridefinire le istanze e se possibile sanare il divario.

 

La speranza è che non siano solo parole e buone intenzioni, ma che queste si concretizzino in decisioni opportune di coinvolgimento operativo per una effettiva ritrovata maturità di pensiero ed azione. 

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

(www.excursus.org, anno II, n. 16, novembre 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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