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La prospettiva del multiculturalismo
dopo le ribellioni nel Nord Africa
di
Gaetanina Sicari Ruffo
Necessita una nuova idea di
integrazione
per accogliere i numerosi migranti
in arrivo
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Si propone più che
mai oggi, specie dopo i drammatici sovvertimenti in
molti Paesi dell’Africa che si affacciano sul bacino
del Mediterraneo, la questione del multiculturalismo,
su cui poggia il concetto di modernità. Più
precisamente ci si interroga se non sia stato un
fallimento e se convenga ancora essere praticato.
Recentemente sono intervenute voci autorevoli per
discuterne. Il premier britannico David Cameron,
durante un suo intervento a Monaco sulla sicurezza,
ha esplicitamente detto che il multiculturalismo può
essere definito una tolleranza passiva che
non può essere più accettata nella convivenza
ravvicinata di etnie diverse: «Con la dottrina
del multiculturalismo abbiamo incoraggiato
differenti culture a vivere separatamente. Abbiamo
fallito nel garantire la visione d’una società unica».
Inizialmente
sembrava infatti che bastasse non ostacolare i
flussi immigratori per dimostrare di avere una
mentalità aperta e progressista, affinché la
coesistenza di svariate culture potesse promuovere
da sola un arricchimento di vedute e spingere ad un
confronto positivo. Ma successivamente ci si è
accorti che bisogna procedere in altre direzioni se
si vuole raggiungere una vera integrazione. Finora
gli immigrati si sono prevalentemente costituiti in
entità chiuse ed autoregolamentate, spesso estranee
ai problemi del territorio di cui sono ospiti,
favorendo la diffusione del razzismo, come hanno
dimostrato recentemente i drammatici fatti di
Rosarno, in Italia, nel reggino.
Sostenere un
atteggiamento di semplice vicinanza e tolleranza non
porta al confronto e al dialogo, ma allo scontro e
fa nascere ambiguità che si traducono spesso in
incomprensioni. La vera democrazia è ben altro, è
soprattutto coinvolgimento multilaterale nei piani
programmatici di sviluppo. Occorre salvaguardare i
diritti umani e nello stesso tempo avviare un’intesa
che accorci le distanze, garantendo la privacy e
l’identità culturale, evitando che esse entrino in
contrasto con l’ambiente ospitante.
Nel versante
cattolico
D’accordo sulla
trasformazione del multiculturalismo in
interculturalismo è la Chiesa che, oltre a
respingere il relativismo in generale, da sempre
condannato da Papa Benedetto XVI, fa sentire anche
la voce di suoi autorevoli esponenti. Il cardinale
Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio
Consiglio della Cultura, si è espresso in tal senso
in occasione del trentacinquesimo incontro dei
vescovi amici del Movimento dei Focolari. Ha parlato
di convivenza culturale, che è complessa e
necessaria, non certo facile: «La tentazione
multiculturale era quella del duello: il più forte
riesce ad occupare più spazio. Ciò che dobbiamo
creare con l’interculturalità è piuttosto un duetto,
che in musica può essere costituito da un basso e da
un soprano». Il riferimento alla musica
evoca evidentemente quel concetto di armonia che
dovrebbe presiedere ad ogni incontro che sia di
civiltà.
Per realizzare
questo obiettivo ci vuole consapevolezza e
coscienza, perchè rispettare l’identità degli altri
che vivono accanto a noi significa conoscerla,
combattere l’amoralità, la genericità, sapersi
rapportare senza violenza, saper ascoltare. Esiste
attualmente un progetto voluto da Benedetto XVI, che
si chiama “Il cortile dei Gentili”, una forma di
dialogo tra teologia e cultura laica. È per
sponsorizzare quest’idea che il 24 ed il 25 marzo si
è discusso di quest’argomento prima alla Sorbona e
poi all’Unesco.
Interculturalismo
Con questo termine
si vuole indicare quindi il tentativo di accordare
culture e credenze diverse, combattendo i fanatismi
più accesi. L’accettazione passiva dei gruppi
eterogenei che raggiungono le nostre frontiere
dovrebbe tramutarsi in accoglienza consapevole, che
richiede a sua volta la disponibilità, da parte di
chi è ospitato, ad aderire alle leggi ed ai
comportamenti di quelli che già abitano nel
territorio.
Non si può
dimenticare che il Mediterraneo, antica culla di
varie civiltà, ha visto conflitti e rivolgimenti in
tanti suoi anni di storia, ma non per questo deve
rassegnarsi ad essere preda di flussi di massa che
indiscutibilmente lo condurranno ad un’estraniazione
del suo tessuto connettivo con grave danno per le
popolazioni autoctone. Bisogna studiare un piano per
una pacifica coabitazione ed un fattivo
collaborazionismo di apertura. Il problema più grave
è quello di una equa distribuzione dei migranti,
secondo le energie disponibili compatibili con le
richieste e le garanzie
offerte.
L’Occidente
plurale
S’intitola
L’Occidente plurale un saggio di qualche anno fa
di Paolo Ianni (Rubbettino, 2008). Espone principi
essenziali sulla coabitazione e sulla sfida aperta
ormai non più del futuro, ma del presente immediato.
Appare validissimo e quasi profetico della realtà
odierna. L’autore, docente alla Catholic University
of America, per lungo tempo insegnante di European
Integration, forte di questa sua esperienza, a
proposito dell’immigrazione di massa così si
esprime: «Lo storico inglese Bernard Lewis
prevede che alla fine del XXI secolo il vecchio
continente diventerà una parte del Maghreb».
Come sembrano
veritiere le sue parole in questi giorni di arrivi
di profughi in massa alle nostre frontiere! Che
fare? È sicuro che, se continuerà così, il volto
attuale dell’Europa cambierà. Bisognerà trovare
strategie adatte e studiare un programma di gestione
del fenomeno che non alteri l’identità culturale già
esistente, perchè è importante che essa resista e si
consolidi, pena la regressione. Gli americani in
questo campo sono più avanti ed hanno appreso a
meglio gestire i flussi di immigrati che li hanno
raggiunti con lo slogan: Nella nuova realtà
globale nessuna creatura umana può essere definita
illegale. Stupisce perciò la politica di alcuni
passivi conservatori nostrani che non si sono ancora
resi conto della trasformazione in atto che è sotto
gli occhi di tutti ed insistono a promuovere
iniziative che riguardano chiusure sempre più
limitative, criminalizzando quanti la pensano
diversamente.
È in atto una sfida
epocale a superare le diversità delle culture dei
popoli che convivono per realizzare una
collaborazione pacifica ed operosa. Ormai s’è capito
che la fuga di tante masse di popolazioni è dovuta
all’instabilità dei governi dei loro Paesi, alle
tensioni politiche esistenti tra gli Stati
limitrofi, al mancato rispetto dei diritti umani,
alle diseguaglianze rilevanti. Non si può attendere
che questi fattori rientrino così com’erano, perché
è semplice utopia, né d’altro canto appare possibile
a lunga scadenza quello che nell’imminenza
dell’emigrazione si sta tentando di fare, cioè di
costituire una testa di ponte umanitaria al confine
degli Stati minacciati. Bisogna studiare programmi a
lungo raggio, distribuire i flussi in modo che non
gravino solo su di un Paese ed imparare a gestirli.
Di questo è competente, nell’attuale momento
storico, l’Unione Europea, che comunque non sembra
essere preparata. Siamo ad un bivio: o tamponare
subito l’esodo migratorio con criteri che non siano
repressivi e punitivi o accettare di perdersi in
discriminazioni insulse che non portano ad una
soluzione. L'Europa, il cui processo di unificazione
è da tempo cominciato, sembra arenarsi di fronte ad
un compito che appare più grande del previsto. Non
trova la necessaria coesione per affrontare le gravi
difficoltà anche per deficienze strutturali,
mancanza di una forza militare di cui disporre e di
risorse economiche tali da renderla autosufficiente,
per cui si registra una doppia velocità dei suoi
Stati, abbastanza sostenuta per alcuni, più lenta
per altri da poco aggregatisi.
Come superare i
timori ed operare
I timori che
esistono nel quadro globale, oltre al terrorismo che
non è comunque da sottovalutare, ma da tenere sotto
controllo con una più attenta indagine, sono la
crisi economica, da cui non si è affatto usciti, che
naturalmente tende ad aggravarsi con la conseguente
disoccupazione, il rincaro dei prezzi delle materie
prime, la chiusura dello spazio pubblico e privato.
Occorre accordarsi innanzi tutto su questi aspetti
prioritari e sbloccare energie congelate. Tutti
dovrebbero concorrere ad offrire il proprio aiuto
sia in tema di vigilanza che di rinvenimento di
altre forme di impiego che non siano quelle già
usurate e in scadenza. Una comunità che si rispetti
non si chiude a riccio a respingere semplicemente i
nuovi migranti, ma offre loro la possibilità non di
essere ospiti, ma operativi a tutti gli effetti,
dopo aver sondato le possibilità di ricettività. Si
individuino competenze, abilità e le si mettano in
opera.
Una letteratura
ormai del passato è quella che ha fatto profetizzare
ad Oriana Fallaci il pericolo della fine
dell’Occidente sotto i colpi dell’Islamismo, la
trasformazione dell’Europa in Eurabia. Qui bisogna
distinguere ed orientarsi verso ben diverse
considerazioni: superare il pensiero dello scontro
di civiltà e capire che non si tratta di accordare
le religioni, che devono avere ciascuna la loro
indipendenza, ma di misurarsi sul piano della
maturazione politica in funzione eterogenea che
aiuti a ritrovare comuni denominatori. Ne va di
mezzo la sopravvivenza. Queste ondate di migranti,
com’avviene oggi di vedere, cambieranno la storia e
l’assetto umano raggiunto. Dipende da noi se in
positivo o in negativo. Le direzioni possono essere
due: o lasciarsi sommergere senza reagire,
accontentandosi della definizione di società
multietnica, disordinata e caotica o governare la
crisi attuale con piani programmatici nuovi cui
necessariamente si deve accompagnare un’apertura
concettuale e culturale, oltre ad una promozione
economica.
James N. Rosenau,
della George Washington University, ha illustrato in
numerosissimi articoli e in oltre trenta libri [1]
la necessità di operare una “good governance”,
per trasformare in ordine il disordine e la
decadenza in sviluppo. La teoria sembra possibile,
ma la prova del fuoco è la prassi. Un esempio
comunque di politica lungimirante è quella offerta
dal Presidente Obama, nonostante le critiche che gli
sono piovute da parte dei repubblicani, che hanno
avvertito il pericolo che correvano di dover
rinunziare ad una parte dei privilegi. La sua doppia
azione di frenare gli sprechi e di aprire al sociale
è tutta ancora da verificare, ma lascia adito a
speranze prima improbabili.
Gaetanina Sicari
Ruffo
NOTA
BIBLIOGRAFICA
[1] – Tra i lavori
più significativi di Rosenau ricordiamo Distant
Proximities.
Dynamic Beyond Globalization
(Princeton University Press, 2003) e The Study of
World Politics (2 voll., Routledge, 2006).
(www.excursus.org,
anno III, n. 21, aprile 2011)
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