Anno III             n. 21                   Aprile 2011

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

La prospettiva del multiculturalismo

dopo le ribellioni nel Nord Africa

 

di Gaetanina Sicari Ruffo

 

Necessita una nuova idea di integrazione

per accogliere i numerosi migranti in arrivo

 

 

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Si propone più che mai oggi, specie dopo i drammatici sovvertimenti in molti Paesi dell’Africa che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, la questione del multiculturalismo, su cui poggia il concetto di modernità. Più precisamente ci si interroga se non sia stato un fallimento e se convenga ancora essere praticato. Recentemente sono intervenute voci autorevoli per discuterne. Il premier britannico David Cameron, durante un suo intervento a Monaco sulla sicurezza, ha esplicitamente detto che il multiculturalismo può essere definito una tolleranza passiva che non può essere più accettata nella convivenza ravvicinata di etnie diverse: «Con la dottrina del multiculturalismo abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere separatamente. Abbiamo fallito nel garantire la visione d’una società unica».

 

Inizialmente sembrava infatti che bastasse non ostacolare i flussi immigratori per dimostrare di avere una mentalità aperta e progressista, affinché la coesistenza di svariate culture potesse promuovere da sola un arricchimento di vedute e spingere ad un  confronto positivo. Ma successivamente ci si è accorti che bisogna procedere in altre direzioni se si vuole raggiungere una vera integrazione. Finora gli immigrati si sono prevalentemente costituiti in entità chiuse ed autoregolamentate, spesso estranee ai problemi del territorio di cui sono ospiti, favorendo la diffusione del razzismo, come hanno dimostrato recentemente i drammatici fatti di Rosarno, in Italia, nel reggino.

 

Sostenere un atteggiamento di semplice vicinanza e tolleranza non porta al confronto e al dialogo, ma allo scontro e fa nascere ambiguità che si traducono spesso in incomprensioni. La vera democrazia è ben altro, è soprattutto coinvolgimento multilaterale nei piani programmatici di sviluppo. Occorre salvaguardare i diritti umani e nello stesso tempo avviare un’intesa che accorci le distanze, garantendo la privacy e l’identità culturale, evitando che esse entrino in contrasto con l’ambiente ospitante.

 

Nel versante cattolico

D’accordo sulla trasformazione del multiculturalismo in interculturalismo è la Chiesa che, oltre a respingere il relativismo in generale, da sempre condannato da Papa Benedetto XVI, fa sentire anche la voce di suoi autorevoli esponenti. Il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, si è espresso in tal senso in occasione del trentacinquesimo incontro dei vescovi amici del Movimento dei Focolari. Ha parlato di convivenza culturale, che è complessa e necessaria, non certo facile: «La tentazione  multiculturale era quella del duello: il più forte riesce ad occupare più spazio. Ciò che dobbiamo creare con l’interculturalità è piuttosto un duetto, che in musica può essere costituito da un basso e da un soprano». Il riferimento alla musica evoca evidentemente quel concetto di armonia che dovrebbe presiedere ad ogni incontro che sia di civiltà.

 

Per realizzare questo obiettivo ci vuole consapevolezza e coscienza, perchè rispettare l’identità degli altri che vivono accanto a noi significa conoscerla, combattere l’amoralità, la genericità, sapersi rapportare senza violenza, saper ascoltare. Esiste attualmente un progetto voluto da Benedetto XVI, che si chiama “Il cortile dei Gentili”, una forma di  dialogo tra teologia e cultura laica. È per sponsorizzare quest’idea che il 24 ed il 25 marzo si è discusso di quest’argomento prima alla Sorbona e poi all’Unesco.  

 

Interculturalismo

Con questo termine si vuole indicare quindi il tentativo di accordare culture e credenze diverse, combattendo i fanatismi più accesi. L’accettazione passiva dei gruppi eterogenei che raggiungono le nostre frontiere dovrebbe tramutarsi in accoglienza consapevole, che richiede a sua volta la disponibilità, da parte di chi è ospitato, ad aderire alle leggi ed ai comportamenti di quelli che già abitano nel territorio.

Non si può dimenticare che il Mediterraneo, antica culla di varie civiltà, ha visto conflitti e rivolgimenti in tanti suoi anni di storia, ma non per questo deve rassegnarsi ad essere preda di flussi di massa che indiscutibilmente lo condurranno ad un’estraniazione del suo tessuto connettivo con grave danno per le popolazioni autoctone. Bisogna studiare un piano per una pacifica coabitazione ed un fattivo collaborazionismo di apertura. Il problema più grave è quello di una equa distribuzione dei migranti, secondo le energie disponibili compatibili con le richieste e le garanzie offerte.                                         

 

L’Occidente plurale

S’intitola L’Occidente plurale un saggio di qualche anno fa di Paolo Ianni (Rubbettino, 2008). Espone principi essenziali sulla coabitazione e sulla sfida aperta ormai non più del futuro, ma del presente immediato. Appare validissimo e quasi profetico della realtà odierna. L’autore, docente alla Catholic University of America, per lungo tempo insegnante di European Integration, forte di questa sua esperienza, a proposito dell’immigrazione di massa così si esprime: «Lo storico inglese Bernard Lewis prevede che alla fine del XXI secolo il vecchio continente diventerà una parte del Maghreb».

 

Come sembrano veritiere le sue parole in questi giorni di arrivi di profughi in massa alle nostre frontiere! Che fare? È sicuro che, se continuerà così, il volto attuale dell’Europa  cambierà. Bisognerà trovare strategie adatte e studiare un programma di gestione del fenomeno che non alteri l’identità culturale già esistente, perchè è importante che essa resista e si consolidi, pena la regressione. Gli americani in questo campo sono più avanti  ed hanno appreso a meglio gestire i flussi di immigrati che li hanno raggiunti con lo slogan: Nella nuova realtà globale nessuna creatura umana può essere definita illegale. Stupisce perciò la politica di alcuni passivi conservatori nostrani che non si sono ancora resi conto della trasformazione in atto che è sotto gli occhi di tutti ed insistono a promuovere iniziative che riguardano chiusure sempre più limitative, criminalizzando quanti la pensano diversamente.

 

È in atto una sfida epocale a superare le diversità delle culture dei popoli che convivono per realizzare una collaborazione pacifica ed operosa. Ormai s’è capito che la fuga di tante masse di popolazioni è dovuta all’instabilità dei governi dei loro Paesi, alle tensioni politiche esistenti tra gli Stati limitrofi, al mancato rispetto dei diritti umani, alle diseguaglianze rilevanti. Non si può attendere che questi fattori rientrino così com’erano, perché è semplice utopia, né d’altro canto appare possibile a lunga scadenza quello che nell’imminenza dell’emigrazione si sta tentando di fare, cioè di costituire una testa di ponte  umanitaria al confine degli Stati minacciati. Bisogna studiare programmi a lungo raggio, distribuire i flussi in modo che non gravino solo su di un Paese ed imparare a gestirli. Di questo è competente, nell’attuale momento storico, l’Unione Europea, che comunque non sembra essere preparata. Siamo ad un bivio: o tamponare subito l’esodo migratorio con criteri che non siano repressivi e punitivi o accettare di perdersi in discriminazioni insulse che non portano ad una soluzione. L'Europa, il cui processo di unificazione è da tempo cominciato, sembra arenarsi di fronte ad un compito che appare più grande del previsto. Non trova la necessaria coesione per affrontare le gravi difficoltà anche per deficienze strutturali, mancanza di una forza militare di cui disporre e di risorse economiche tali da renderla autosufficiente, per cui si registra una doppia velocità dei suoi Stati, abbastanza  sostenuta per alcuni, più lenta per altri da poco aggregatisi.

 

Come superare i timori ed operare

I timori che esistono nel quadro globale, oltre al terrorismo che non è comunque da sottovalutare, ma da tenere sotto controllo con una più attenta indagine, sono la crisi economica, da cui non si è affatto usciti, che naturalmente tende ad aggravarsi con la conseguente disoccupazione, il rincaro dei prezzi delle materie prime, la chiusura dello spazio pubblico e privato. Occorre accordarsi innanzi tutto su questi aspetti prioritari e sbloccare energie congelate. Tutti dovrebbero concorrere ad offrire il proprio aiuto sia in tema di vigilanza che di rinvenimento di altre forme di impiego che non siano quelle già usurate e in scadenza. Una comunità che si rispetti non si chiude a riccio a respingere semplicemente i nuovi migranti, ma offre loro la possibilità non di essere ospiti, ma operativi a tutti gli effetti, dopo aver sondato le possibilità di ricettività. Si individuino competenze, abilità e le si mettano in opera.

 

Una letteratura ormai del passato è quella che ha fatto profetizzare ad Oriana Fallaci il pericolo della fine dell’Occidente sotto i colpi dell’Islamismo, la trasformazione dell’Europa in Eurabia. Qui bisogna distinguere ed orientarsi verso ben diverse considerazioni: superare il pensiero dello scontro di civiltà e capire che non si tratta di accordare le religioni, che devono avere ciascuna la loro indipendenza, ma di misurarsi sul piano della maturazione politica in funzione eterogenea che aiuti a ritrovare comuni denominatori. Ne va di mezzo la sopravvivenza. Queste ondate di migranti, com’avviene oggi di vedere, cambieranno la storia e l’assetto umano raggiunto. Dipende da noi se in positivo o in negativo. Le direzioni possono essere due: o lasciarsi sommergere senza reagire, accontentandosi della definizione di società multietnica, disordinata e caotica o governare la crisi attuale con piani programmatici nuovi cui necessariamente si deve accompagnare un’apertura concettuale e culturale, oltre ad una promozione economica.

 

James N. Rosenau, della George Washington University, ha illustrato in numerosissimi articoli e in oltre trenta libri [1] la necessità di operare una “good governance”, per trasformare in ordine il disordine  e la decadenza in sviluppo. La teoria sembra possibile, ma la prova del fuoco è la prassi. Un esempio comunque di politica lungimirante  è quella offerta dal Presidente Obama, nonostante le critiche che gli sono piovute da parte dei repubblicani, che hanno avvertito il pericolo che correvano di dover rinunziare ad una parte dei privilegi. La sua doppia azione di frenare gli sprechi e di aprire al sociale è tutta ancora da verificare, ma lascia adito a speranze prima improbabili.

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

 

[1] – Tra i lavori più significativi di Rosenau ricordiamo Distant Proximities. Dynamic Beyond Globalization (Princeton University Press, 2003) e The Study of World Politics (2 voll., Routledge, 2006).

 

(www.excursus.org, anno III, n. 21, aprile 2011)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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