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Il cammino della
modernità nei secoli:
la complessità di
un mondo che evolve
di Gaetanina Sicari Ruffo
Torino, XXIII edizione del Salone
del Libro,
studiosi a confronto sull'analisi
della Storia
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Nel corso del XXIII
Salone del Libro, tenutosi a Torino, dal 13 al 17
maggio scorso, sul tema La memoria svelata,
numerose relazioni di studiosi hanno cercato di
definire al meglio il concetto di modernità, che
ormai è definitivamente tramontata, senza aver
conseguito pienamente il suo traguardo. I suoi
fermenti hanno lasciato le loro impronte nei secoli,
sollecitando rivoluzioni, nuovi assetti,
consequenziali proiezioni sociali e culturali,
deludendo però attese di sviluppi che promettevano
di trasformare l’età in prospera e felice. Al
contrario, il suo percorso ha generato un caos di
frammentazioni da cui sembra, per ora, difficile
uscire.
Due tesi sono state
messe a confronto: una confessionale, nemica per lo
più delle novità e strumentale ad un divenire
trascendente, un'altra laica e libera da ogni forma
di pregiudizi, ma nonostante tutto critica.
Per la prima hanno
fatto fede le parole del cardinale Angelo Bagnasco,
presidente della Cei, nell'ambito della
presentazione del suo libro L'emergenza educativa
(Edup). Egli ha definito la modernità «oscillante
tra fastfood pseudo-culturale e rassegnata
abdicazione dei depressi», avvertendo però che
la crisi etica odierna è forse l’occasione buona per
suturare il gap tra fede e cultura ed avviare su
basi rinnovate la civiltà del Terzo Millennio. Si
avverte, infatti, da parte dei credenti l’istanza
d’un rinnovamento, ma questo va proposto alla luce
dell'etica cristiana della tolleranza e della
vicinanza al prossimo. Essenzialmente, si rimprovera
alla modernità l’assenza di contenuti morali ed un
andamento ambiguo che ha privilegiato l’avventura ed
il rischio, determinando fattori di superficialità
e di vuota consistenza.
La tesi laica
L’interpretazione
della modernità più propriamente libera e
comprensiva d’un percorso storico-culturale a largo
raggio è stata sostenuta del giornalista Eugenio
Scalfari, in occasione della presentazione del suo
libro Per l'alto mare aperto (Einaudi). Dagli
Enciclopedisti a Nietzsche, e, per usare il suo
linguaggio, «da Diderot ad oggi,da quando cioè
(la modernità ) ebbe inizio fino a quando reclinò la
testa tra le braccia della follia», si può dire
che il suo percorso sia stato molto stimolante.
Diderot, in particolare nell’opera Le rểve D'Alembert,
a modo di sogno, elaborò l'intuizione d'una visione
dinamica e dialettica del mondo, moderna appunto, in
antitesi a quella cristiana secondo cui le cose
create dalle mani di Dio sono di per sé sempre allo
stesso modo. Era la sua, in anteprima, l’ipotesi
d'una teoria evoluzionistica della natura, quando
ancora la scienza non aveva preso in considerazione
tale problema. Ma la modernità non ha dato quanto
aveva promesso, ha tradito le attese e s’è smarrita
in un labirinto di compromissioni.
Ad una prima fase
esaltante di sviluppo del pensiero e di fermento
culturale, in cui la figura umana sembrava
primeggiare (l'Ubermensch di nietzschiana
memoria), è seguita una seconda
di ripiegamento e
di crisi. Il relativismo, che avrebbe dovuto
liberare le varie energie sociali da quell’astratto
assolutismo che ne aveva condizionato il divenire,
fu un male corrosivo che si tradusse in atonia
morale, rassegnazione e cinismo, oggi per altro
dominanti. Si cadde nell'irrazionalismo, causa
primaria dei conflitti mondiali, e dopo nella
pericolosa minaccia del nichilismo che purtroppo
perdura.
Per spiegare la
complessità della cultura che si è celata sotto
l'ombra della modernità, Scalfari allarga i suoi
reali confini ed attinge a territori limitrofi,
rivisita i campi della letteratura e dell’arte,
evoca il mito dell’Ulisse dantesco del «fatti non
foste a viver come bruti», accanto a quelli più
moderni di Eros e Thanatos di Freud , il flusso di
coscienza di Bergson e Proust, la grande angoscia
espressa dalla poesia montaliana. L’incognita d’una
crisi che caratterizza l’Età Contemporanea è già
nelle sue premesse, appare svelatamente quando si fa
strada il fallimento di essa. L’auspicio promettente
di rinnovamento ha avuto al centro l’orgoglioso
tentativo di supremazia umana, ma in modo
conflittuale per la sete di dominio incontrastato da
una parte e l’apertura ad una conoscenza universale
dall’altra. Insomma, le due forme di valutazione
della modernità, confessionale e laica, coincidono
solo su un punto: la mancata realizzazione d’un
progresso vero e duraturo sul piano storico.
Che fine ha
fatto lo storicismo?
Ma quella che
chiamiamo storia ha forse un andamento ordinato e
rispondente ad un fine? No di certo. Crediamo che
sia tramontato da tempo lo storicismo hegeliano
guidato da una ragione assoluta. Il 13 dicembre
2005, sulle pagine del quotidiano francese
Liberation, compariva, firmata da diciannove
storici francesi, una petizione dal titolo
Liberté pour l’histoire. Riportiamo le parole di
quel significativo messaggio in forma di protesta:
«La storia non è
una religione. La storia non accetta nessun dogma,
non rispetta alcun divieto, non conosce tabù. Può
dare fastidio. La storia non è la morale. Lo storico
non ha come ruolo di esaltare e di condannare, egli
offre spiegazioni».
In risposta alla
tendenza, che s'era profilata, d'imporre un limite
al mestiere dello storico, si diceva che:
«in uno
Stato libero non è compito né del Parlamento né
dell'autorità giudiziaria definire la verità
storica, prescrivendo metodi e imponendo limiti».
Tali considerazioni dovrebbero essere ancor oggi
riproposte, dato che si tende a fare un uso
scorretto della storia, strumentalizzandola in vari
modi. Il tentativo di revisionismo, più che altro, è
una provocazione di carattere politico-culturale,
come avvenne verso gli anni Settanta con le opere di
Renzo De Felice, François Furet ed Ernst Nolte a
proposito della discussione su bolscevismo e nazismo
[1].
Ora, se da una
parte è possibile una revisione della storia alla
luce di nuove fonti, di nuovi interrogativi per cui
s'è trovata una risposta, il puro atto di
negazionismo o di rimozione di avvenimenti passati,
come nel caso della Shoah, non trova invece alcuna
giustificazione. I fatti e la corretta
interpretazione di essi devono costituire l’essenza
del metodo di analisi storica: gli eventi nella
concatenazione cause-effetti e, in un quadro di
correlazioni quanto più ampio possibile,
l'interpretazione, legittima anche da parte di chi
non è membro dell'Accademia,ma condotta in modo
obiettivo. Ha scritto Wolfgang Mommsen che i
requisiti dello studio storiografico devono avere
carattere scientifico: fonti dirette, ma anche
secondarie sottoposte all'analisi in modo plausibile
e non contraddittorio [2].I revisionisti
invece spesso hanno a cuore finalità eterogenee ed
opinioni personali che vogliono affermare. Il loro
modo di proporre la narrazione appartiene più al
genere del pastiche o al saggio giornalistico
scritto con l’obiettivo di fare uno scoop.
Se s’interroga
la filosofia contemporanea
Tra le rovine del
“post” (ovvero post-marxismo, post-esistenzialismo,
post-strutturalismo, post-femminismo) c’è anche il
post-modernismo, cioè l’esigenza di rifondare i
saperi nel tentativo di costruire una nuova cultura
che incida positivamente sulla vita. Secondo Jean
François Lyotard, il post-moderno designa «lo
stato della cultura dopo le trasformazioni subite
dalle regole dei giochi della scienza, della
letteratura e delle arti a partire dalla fine del
XIX secolo». Tramontato il progetto unitario di
raccordare i saperi secondo un asse portante di
stampo illuminista, o decadente, oppure marxista,
siamo ora di fronte ad un pluralismo culturale che,
se da una parte appare positivo per la libertà
creativa che consente, dall’altra genera difformità
a cui non ci si abitua tanto facilmente. Si parla
allora d'industria culturale cioè di prodotti
dell'ingegno voluti dal sistema in corso, di
comunicazione e circolazione che sono così legate
fra loro che l’una non può fare a meno dell'altra.
Il post-moderno è
sulla linea dell’adattamento al progresso
tecnologico e rifiuta a priori il convincimento
secondo cui la dispersione è puro caos. Chi volesse
esplorare i suoi itinerari si troverebbe dinnanzi,
tra tante ipotesi ed analisi, a tensioni senza
sbocco nella proiezione del futuro. I filosofi del
dopo, ognuno con una propria identità, hanno in
comune però lo stesso scetticismo, che nasce dalla
mancanza di certezze e di programmi. I loro studi,
che mirano ad intendere il flusso di conoscenza e di
impatto del mondo reale sulla mente umana,
concordano sul fatto che non è più possibile
ammettere una verità assoluta, come accaduto in
passato, quale punto di riferimento stabile.
Piuttosto bisogna accettare il mondo di relazioni in
continua mutazione e la considerazione che la storia
non è più una ricostruzione logica dei fatti.
Ritorna così ad affacciarsi il concetto di natura
con tutte le problematiche ad essa inerenti,
compresa la critica alla psicoanalisi freudiana
sulla repressione dei desideri. L'unica via che
resta all'uomo d'oggi, smarrito, è di acquisire la
consapevolezza del suo essere.
Se la
contemporaneità è dispersione (come ha scritto
Deleuze), bisognerebbe trovare di che vivere anche
con il vuoto dell'umanesimo. Forse il mondo
classico può servirci come memoria d'un forte centro
di unificazione, ma risulta impossibile riproporlo
concretamente nella vita così come è stato. Restano
da approfondire i saperi unitari, quali economia,
biologia, ecologia e filosofia, che risultano però
labirintici e difficili da accordare per una
migliore complessiva qualità dell’esistenza. Ed
allora?
Si può ancora
rivendicare, con Foucault, la possibilità per l’uomo
di tornare ad essere soggetto e non oggetto
attraverso la creatività individuale, dato che la
funzione sociale è pur essa compromessa. La varietà
degli stili di vita, le differenze di linguaggi,
delle articolazioni etniche, delle condizioni
economiche oggi s'incontrano nella piattaforma della
globalizzazione che impone lo studio dei fondamenti
della convivenza.
La globalizzazione,
esaminata sotto il profilo socio-politico-culturale,
non appare affatto semplice, ma molto incisiva sulla
vita delle istituzioni, sulla libertà dell'individuo
e sulla democrazia nel mondo. Si tratta infatti di
ridefinire da una parte le varie competenze degli
Stati, in modo tale che possano conservare la loro
identità, e dall’altra concordare un piano di
sviluppo che privilegi la soluzione dei fenomeni
dello scenario mondiale non più secondo vecchi
schemi tradizionali, ma seguendo una logica di
equità e di comparazione tra Paesi sviluppati e non.
Come comportarsi di
fronte ai flussi di emigrati che transitano nei
Paesi ritenuti più evoluti? Accoglierli o
respingerli?
Secondo i filosofi
Derrida e Levinas, bisognerebbe concepire un'etica a
servizio dell’uomo, superando tutte le critiche che
si frappongono per ostacolare il fenomeno. Ma
naturalmente per far ciò occorre concordare
primariamente leggi atte a rispondere a questa nuova
emergenza, senza ledere i diritti dei più deboli e
conservando l’organicità degli Stati coinvolti.
Potrebbero essere praticate l'accoglienza e la
tolleranza contro il rifiuto e la diffidenza
attuali, onde superare il nichilismo e rinnovare le
naturali sorgenti di vita. La discussione è in atto
e per niente equilibrata.
Superare l’attuale
impasse è possibile dunque, ma gli interventi devono
essere mirati sui saperi, anche nuovi, che
necessariamente bisognerà creare e sui poteri che
non siano solo rapporti di forza, di mistificazione
e di sopraffazione. Dobbiamo riconoscere che è in
atto un processo di trasformazione della società
tutta che non potrà essere lasciato al caso, ma che
dovrebbe essere studiato e guidato con accorta
competenza perché non sfugga di mano, causando
conflitti ulteriori e guasti irreversibili. Siamo
responsabili delle direttive da segnalare alle
future generazioni, che molto probabilmente da
questo inizio secolo trarranno motivi di continuità
o di frattura. Per il sociologo tedesco Ulrich Beck,
«le specificità proprie del processo di
globalizzazione consistono nella estensione, densità
e stabilità delle reti di relazioni reciproche
regional-globali e della loro autodefinizione
massmediale». Il che vuol dire che è appena
iniziato un ciclo di relazioni a vasto raggio sotto
il profilo della comunicazione, ma che ben altra
rete di rapporti dovrà essere stabilita perché si
definisca meglio il programma di allineamento
globale.
Gaetanina Sicari
Ruffo
NOTE
BIBLIOGRAFICHE
[1] ANGELO D’ORSI
(a cura di), Gli storici si raccontano. Tre
generazioni tra revisioni e revisionismi,
manifestolibri, Roma, 2005.
[2] Citato da
JACQUES LO GOFF, Storia, in Enciclopedia,
vol. XIII, Einaudi, Torino, 1981, p. 575.
(www.excursus.org,
anno II, n. 14, settembre 2010)
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