Anno II             n. 14                   Settembre 2010

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

Il cammino della modernità nei secoli:

la complessità di un mondo che evolve

 

di Gaetanina Sicari Ruffo

 

Torino, XXIII edizione del Salone del Libro,

studiosi a confronto sull'analisi della Storia

 

 

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Nel corso del XXIII Salone del Libro, tenutosi a Torino, dal 13 al 17 maggio scorso, sul tema La memoria svelata, numerose relazioni di studiosi hanno cercato di definire al meglio il concetto di modernità, che ormai è definitivamente tramontata, senza aver conseguito pienamente il suo traguardo. I suoi fermenti hanno lasciato le loro impronte nei secoli, sollecitando rivoluzioni, nuovi assetti, consequenziali proiezioni sociali e culturali, deludendo però attese di sviluppi che promettevano di trasformare l’età in prospera e felice. Al contrario, il suo percorso ha generato un caos di frammentazioni da cui sembra,  per ora, difficile uscire.

 

Due tesi sono state messe a confronto: una confessionale, nemica per lo più delle novità e strumentale ad un divenire trascendente, un'altra laica e libera da ogni forma di pregiudizi, ma nonostante tutto critica.

 

Per la prima hanno fatto fede le parole del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nell'ambito della presentazione del suo libro L'emergenza educativa (Edup). Egli ha definito la modernità «oscillante tra fastfood pseudo-culturale e rassegnata abdicazione dei depressi», avvertendo però che la crisi etica odierna è forse l’occasione buona per suturare il gap tra fede e cultura ed avviare su basi rinnovate la civiltà del Terzo Millennio. Si avverte, infatti, da parte dei credenti l’istanza d’un rinnovamento, ma questo va proposto alla luce dell'etica cristiana della tolleranza e della vicinanza al prossimo. Essenzialmente, si rimprovera alla modernità l’assenza di contenuti morali ed un andamento ambiguo che ha privilegiato l’avventura ed il rischio, determinando fattori di  superficialità e di vuota consistenza.

 

La tesi laica

L’interpretazione della modernità più propriamente libera e comprensiva d’un percorso storico-culturale a largo raggio è stata sostenuta del giornalista Eugenio Scalfari, in occasione della presentazione del suo libro Per l'alto mare aperto (Einaudi). Dagli Enciclopedisti a Nietzsche, e, per usare il suo linguaggio, «da Diderot ad oggi,da quando cioè (la modernità ) ebbe inizio fino a quando reclinò la testa tra le braccia della follia», si può dire che il suo percorso sia stato molto stimolante. Diderot, in particolare nell’opera Le rểve D'Alembert, a modo di sogno, elaborò l'intuizione d'una visione dinamica e dialettica del mondo, moderna appunto, in antitesi a quella cristiana secondo cui le cose create dalle mani di Dio sono di per sé sempre allo stesso modo. Era la sua, in anteprima, l’ipotesi d'una teoria evoluzionistica della natura, quando ancora la scienza non aveva preso in considerazione tale problema. Ma la modernità non ha dato quanto aveva promesso, ha tradito le attese e s’è smarrita in un labirinto di compromissioni.

 

Ad una prima fase esaltante di sviluppo del pensiero e di fermento culturale, in cui la figura umana sembrava primeggiare (l'Ubermensch di nietzschiana memoria), è seguita una seconda di ripiegamento e di crisi. Il relativismo, che avrebbe dovuto liberare le varie energie sociali da quell’astratto assolutismo che ne aveva condizionato il divenire, fu un male corrosivo  che si tradusse in atonia morale, rassegnazione e cinismo, oggi per altro dominanti. Si cadde nell'irrazionalismo, causa primaria dei conflitti mondiali, e dopo nella pericolosa minaccia del nichilismo che purtroppo perdura.

 

Per spiegare la complessità della cultura che si è celata sotto l'ombra della modernità, Scalfari allarga i suoi reali confini ed attinge a territori limitrofi, rivisita i campi della letteratura e dell’arte, evoca il mito dell’Ulisse dantesco del «fatti non foste a viver come bruti», accanto a quelli più moderni di Eros e Thanatos di Freud , il flusso di coscienza di Bergson e Proust, la grande angoscia espressa dalla poesia montaliana. L’incognita d’una crisi che caratterizza l’Età Contemporanea è già nelle sue premesse, appare svelatamente quando si fa strada il fallimento di essa. L’auspicio promettente di rinnovamento ha avuto al centro l’orgoglioso tentativo di supremazia umana, ma in modo conflittuale per la sete di dominio incontrastato da una parte e l’apertura ad una conoscenza universale dall’altra. Insomma, le due forme di valutazione della modernità, confessionale e laica, coincidono solo su un punto: la mancata realizzazione d’un progresso vero e duraturo sul piano storico.

 

Che fine ha fatto lo storicismo?

Ma quella che chiamiamo storia ha forse un andamento ordinato e rispondente ad un fine? No di certo. Crediamo che sia tramontato da tempo lo storicismo hegeliano guidato da una ragione assoluta. Il 13 dicembre 2005, sulle pagine del quotidiano francese Liberation, compariva, firmata da diciannove storici francesi, una petizione dal titolo Liberté pour l’histoire. Riportiamo le parole di quel significativo messaggio in forma di protesta:

«La storia non è una religione. La storia non accetta nessun dogma, non rispetta alcun divieto, non conosce tabù. Può dare fastidio. La storia non è la morale. Lo storico non ha come ruolo di esaltare e di condannare, egli offre spiegazioni».

 

In risposta alla tendenza, che s'era profilata, d'imporre un limite al mestiere dello storico, si diceva che: «in uno Stato libero non è compito né del Parlamento né dell'autorità giudiziaria definire la verità storica, prescrivendo metodi e imponendo limiti». Tali  considerazioni dovrebbero essere ancor oggi riproposte, dato che si tende a fare un uso scorretto della storia, strumentalizzandola in vari modi. Il tentativo di revisionismo, più che altro, è una provocazione di carattere politico-culturale, come avvenne verso gli anni Settanta con le opere di Renzo De Felice, François Furet ed Ernst Nolte a proposito della discussione su bolscevismo e nazismo [1].

 

Ora, se da una parte è possibile una revisione della storia alla luce di nuove fonti, di nuovi interrogativi per cui s'è trovata una risposta, il puro atto di negazionismo o di rimozione di avvenimenti passati, come nel caso della Shoah, non trova invece alcuna giustificazione. I fatti e la corretta interpretazione di essi devono costituire l’essenza del metodo di analisi storica: gli eventi nella concatenazione cause-effetti e, in un quadro di correlazioni quanto più ampio possibile, l'interpretazione, legittima anche da parte di chi non è membro dell'Accademia,ma condotta in modo obiettivo. Ha scritto Wolfgang Mommsen che i requisiti dello studio storiografico devono avere carattere scientifico: fonti dirette, ma anche secondarie sottoposte all'analisi in modo plausibile e non contraddittorio [2].I revisionisti invece spesso hanno a cuore finalità eterogenee ed opinioni personali che vogliono affermare. Il loro modo di proporre la narrazione appartiene più al genere del pastiche o al saggio giornalistico scritto con l’obiettivo di fare uno scoop.

 

Se s’interroga la filosofia contemporanea

Tra le rovine del “post” (ovvero post-marxismo, post-esistenzialismo, post-strutturalismo, post-femminismo) c’è anche il post-modernismo, cioè l’esigenza di rifondare i saperi nel tentativo di costruire una nuova cultura che incida positivamente sulla vita. Secondo Jean François Lyotard, il post-moderno designa «lo stato della cultura dopo le trasformazioni subite dalle regole dei giochi della scienza, della letteratura e delle arti a partire dalla fine del XIX secolo». Tramontato il progetto unitario di raccordare i saperi secondo un asse portante di stampo illuminista, o decadente, oppure marxista, siamo ora di fronte ad un pluralismo culturale che, se da una parte appare positivo per la libertà creativa che consente, dall’altra genera difformità a cui non ci si abitua tanto facilmente. Si parla allora d'industria culturale cioè di prodotti dell'ingegno voluti dal sistema in corso, di comunicazione e circolazione che sono così legate fra loro che l’una non può fare a meno dell'altra.

 

Il post-moderno è sulla linea dell’adattamento al progresso tecnologico e rifiuta a priori il convincimento secondo cui la dispersione è puro caos. Chi volesse esplorare i suoi itinerari si troverebbe dinnanzi, tra tante ipotesi ed analisi, a tensioni senza sbocco nella proiezione del futuro. I filosofi del dopo, ognuno con una propria identità, hanno in comune però lo stesso scetticismo, che nasce dalla mancanza di certezze e di programmi. I loro studi, che mirano ad intendere il flusso di conoscenza e di impatto del mondo reale sulla mente umana, concordano sul fatto che non è più possibile ammettere una verità assoluta, come accaduto in passato, quale punto di riferimento stabile. Piuttosto bisogna accettare il mondo di relazioni in continua mutazione e la considerazione che la storia non è più una  ricostruzione logica  dei fatti. Ritorna così ad affacciarsi il concetto di natura con tutte le problematiche ad essa inerenti, compresa la critica alla psicoanalisi freudiana sulla repressione dei desideri. L'unica via che resta all'uomo d'oggi, smarrito, è di acquisire la consapevolezza del suo essere.

 

Se la contemporaneità è dispersione (come ha scritto Deleuze), bisognerebbe trovare di che vivere anche con  il vuoto dell'umanesimo. Forse il mondo classico può servirci come memoria d'un forte centro di unificazione, ma risulta impossibile riproporlo concretamente nella vita così come è stato. Restano da approfondire i saperi unitari, quali economia, biologia, ecologia e filosofia, che risultano però labirintici e difficili da accordare per una migliore complessiva qualità dell’esistenza. Ed allora?

 

Si può ancora rivendicare, con Foucault, la possibilità per l’uomo di tornare ad essere soggetto e non oggetto attraverso la creatività individuale, dato che la funzione sociale è pur essa compromessa. La varietà degli stili di vita, le differenze di linguaggi, delle articolazioni etniche, delle condizioni economiche oggi s'incontrano nella piattaforma della globalizzazione che impone lo studio dei fondamenti della convivenza.

 

La globalizzazione, esaminata sotto il profilo socio-politico-culturale, non appare affatto semplice, ma molto incisiva sulla vita delle istituzioni, sulla libertà dell'individuo e sulla democrazia nel mondo. Si tratta infatti di ridefinire da una parte le varie competenze degli Stati, in modo tale che possano conservare la loro identità, e dall’altra concordare un piano di sviluppo che privilegi la soluzione dei fenomeni dello scenario mondiale non più secondo vecchi schemi tradizionali, ma seguendo una logica di equità e di comparazione tra Paesi sviluppati e non.

Come comportarsi di fronte ai flussi di emigrati che transitano nei Paesi ritenuti più evoluti? Accoglierli o respingerli?

 

Secondo i filosofi Derrida e Levinas, bisognerebbe concepire un'etica a servizio dell’uomo, superando tutte le critiche che si frappongono per ostacolare il fenomeno. Ma naturalmente per far ciò occorre concordare primariamente leggi atte a rispondere a questa nuova emergenza, senza ledere i diritti dei più deboli e conservando l’organicità degli Stati coinvolti. Potrebbero essere praticate l'accoglienza e la tolleranza contro il rifiuto e la diffidenza attuali, onde superare il nichilismo e rinnovare le naturali sorgenti di vita. La discussione è in atto e per niente equilibrata.

 

Superare l’attuale impasse è possibile dunque, ma gli interventi devono essere mirati sui saperi, anche nuovi, che necessariamente bisognerà creare e sui poteri che non siano solo rapporti di forza, di mistificazione e di sopraffazione. Dobbiamo riconoscere che è in atto un processo di trasformazione della società tutta che non potrà essere lasciato al caso, ma che dovrebbe essere studiato e guidato con accorta competenza perché non sfugga di mano, causando conflitti ulteriori e guasti irreversibili. Siamo responsabili delle direttive da segnalare alle future generazioni, che molto probabilmente da questo inizio secolo trarranno motivi di continuità o di frattura. Per il sociologo tedesco Ulrich Beck, «le specificità  proprie del processo di globalizzazione consistono nella estensione, densità e stabilità delle reti di relazioni reciproche regional-globali e della loro autodefinizione massmediale». Il che vuol dire che è appena iniziato un ciclo di relazioni a vasto raggio sotto il profilo della comunicazione, ma che ben altra rete di rapporti dovrà essere stabilita perché si definisca meglio il programma di allineamento globale.

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] ANGELO D’ORSI (a cura di), Gli storici si raccontano. Tre generazioni tra revisioni e revisionismi, manifestolibri, Roma, 2005.

[2] Citato da JACQUES LO GOFF, Storia, in Enciclopedia, vol. XIII, Einaudi, Torino, 1981, p. 575.

 

(www.excursus.org, anno II, n. 14, settembre 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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