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Dall’Africa
all’Europa:
speranze e rifiuti
si riflettono sulla vita di persone in fuga
di Gaetanina Sicari
Ruffo
Davanti al flusso migratorio verso l’Italia
gli altri Stati fanno orecchie da
mercante
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È di questi
tormentati nostri giorni la notizia del rifiuto
opposto da alcuni Stati Europei per la libera
circolazione dei migranti affluiti in gran numero a
Lampedusa per i noti fatti bellicosi dell’Africa.
Certo è un problema grave che non può durare
all’infinito perché ci vogliono mezzi e risorse non
indifferenti a sostenere l’afflusso dirompente di
quanti hanno deciso di lasciare la loro terra perché
sentono minacciata la loro incolumità. Ma la
risposta che ha dato l’Europa, interpellata
dall’Italia che si è assunta giocoforza il maggior
peso dell’evento, non è ad una sola voce come ci si
aspettava. Esistono ancora tergiversazioni, dubbi e
dinieghi che fanno sì che non si possa parlare di
una federazione unita degli Stati che la compongono.
Come
interpretare il Trattato di Schengen
Si susseguono gli
incontri al vertice per chiarire meglio il punto
della discordia che è il Trattato di Schengen (dalla
cittadina omonima del Lussemburgo sulle rive della
Mosella), entrato in vigore nel 1995 e che riguarda
la libera circolazione delle merci e degli individui
che si trovano nei territori degli Stati aderenti.
Originariamente fu
firmato da dieci Paesi Membri dell’Unione Europea
(Austria, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia,
Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Paesi Bassi), a cui
in seguito si sono aggiunti Svezia, Finlandia,
Islanda e Danimarca, con l’intento di facilitare la
circolazione ed abolire il controllo dei passaporti
dei cittadini europei. Non ne fanno parte il Regno
Unito e l’Irlanda.
Alcuni Stati
sostengono che nell’ambito di applicazione di questo
corpus di norme ricadano soltanto i cittadini
europei. Sarebbero perciò esclusi gli emigranti in
fuga dall’Africa, se non per un breve periodo
transitorio. L’art. 5 inoltre prevede che per questo
soggiorno i beneficiari debbano essere in possesso
di documenti di viaggio, di un visto in base al
Paese di provenienza e dei mezzi di sussistenza
necessari per la durata del soggiorno e delle
condizioni del soggiorno stesso. Il che va
naturalmente a restringere ulteriormente il numero
dei possibili ospiti, anche perché non si ha la
sicurezza dell’identità di chi entra in Europa,
specie dopo la minaccia di Gheddafi di lasciar
partire gli ergastolani del suo territorio. È vero
che c’è il Sis ,una banca dati che permette di
individuare i cittadini sospetti dell’Ue,
terroristi, ricercati, trafficanti, pedofili,
minorenni, ma essendo il numero dei migranti
elevato, il controllo non può essere capillare e
confortato da verifiche certe. È pure previsto che
gli Stati Europei possano sospendere temporaneamente
il trattato in caso di pericolo o per un più
articolato controllo. La Francia lo ha già fatto nel
2005, dopo gli attentati a Londra, l’Italia nel
2001, durante il G8 a Genova e nel 2009, in
occasione del G8 a L'Aquila.
Una politica
dell’immigrazione latitante
È chiaro che manca
una politica propria dell’immigrazione che invece si
profila più che mai come il fenomeno ricorrente del
secolo presente. Il trattato di cui sopra non è
stato elaborato per questo scopo, ma solo per i
cittadini europei che intendevano, prevalentemente
in numero esiguo e per ragioni di lavoro, spostarsi
da uno Stato Membro ad un altro. I flussi migratori
come quelli attuali non sono contemplati e si
profilano malintesi e chiusure che veramente sono
intollerabili e poco consoni allo spirito di
cooperazione e di solidarietà.
Abbiamo sotto gli
occhi le masse sbarcate a Lampedusa in tutta fretta
per scampare alla guerra con solo i vestiti addosso,
e talvolta neppure quelli, bisognose di aiuto e di
sostentamento. Non può farsi carico solo lo Stato
più vicino alla loro terra. L’onere deve essere
condiviso da tutta la comunità: anzi, essendo una
questione umanitaria, dovrebbe interessare anche
nazioni extraeuropee sensibili ai gravi problemi
geografici. Ma figurarsi se si muove qualcosa in tal
senso, specie in periodo di crisi! Tocca prima ai
“vicini di casa”. Ma qui gli Stati sono simili a
demoni scatenati e rifiutano il coinvolgimento nella
soluzione del problema. Già altre volte l’Europa ha
visto profilarsi questo fenomeno nei suoi territori,
ad incominciare dalla caduta del Muro di Berlino, ma
soprattutto in conseguenza della Guerra del Kosovo,
con lunghe file di persone rifugiatesi in
territorio italiano. Dopo la prima sorpresa
negativa, però, la solidarietà l’ha
avuta vinta.
Ora è il turno
delle popolazioni africane ed il fenomeno della loro
migrazione non sembra destinato ad esaurirsi in
breve tempo. Se da una parte c’è da essere lieti che
abbiano trovato la forza di scrollarsi di dosso i
regimi dittatoriali che li affliggevano,dall’altra
il loro spostamento crea disorientamento ed
instabilità. È recentissima la notizia che molto
probabilmente sarà rivisto il Trattato di Schengen e
si cercherà di trovare soluzioni più chiare ed
accettabili.
Europa come
spartiacque o come trait-d’union ?
Non si ha ancora
certezza di cosa diventerà l’Unione Europea,
nonostante ci sia stato
un ampio allargamento nell’ultimo decennio. È
vero, ha una sua moneta ed una politica economica.
Ma le manca una politica estera ed una forza
militare indispensabile per tutelarsi e contare nel
novero delle potenze mondiali. Il suo cammino,
iniziato nell’ormai lontano 1957, è ancora a metà
strada. Si ignora se la Turchia aderirà e quale
ruolo potrà avere la Russia europea di Putin.
Nel dibattito di
questi giorni alcune voci sono di allarme. Ne
citiamo solo due che ci sembrano convincenti.
Ernesto Galli della Loggia, nell’editoriale del
Corriere della sera del 20 aprile, sottolinea
l’errore fondamentale nel quale gli europei sono
finora caduti, e cioè l’aver pensato che bastava
una politica economica comune per sostituire la
politica vera, quella fatta non solo di risorse, ma
di relazioni basilari tra gli Stati, di programmi
condivisi di crescita e di sviluppo, di intese
logistiche, culturali e sociali in un quadro
globale. Non ci si è comportanti diversamente
rispetto alle logiche del Vecchio Continente del
passato, mentre occorreva una sterzata d’urto per
far emergere un’identità nuova e consapevole delle
sfide del presente.
L’altra voce è di
Gian Antonio Stella, anche lui giornalista del
Corriere della sera, indignato dalla proposta di
qualche leghista di usare “le armi” per tenere
lontani gli immigrati dalle nostre coste. Sembra un
paradosso, ma è un’autentica bestemmia che non tiene
conto né della storia del passato, né del senso
civico che pure dovrebbe ormai essersi sviluppato.
«Gli italiani
– egli cita Il cammino della speranza di
Sandro Rinauro, ma pure Addio patria di
Ulderico Bernardi o News Italy di Floriano
Volpato – hanno detenuto a lungo il primato
dell’esodo clandestino», non solo proveniente
dalle disastrate regioni meridionali. Per esempio,
nel 1880 fu la volta di circa trecento trevigiani
che passarono clandestinamente il confine con la
Francia e con la Spagna, imbarcandosi sul piroscafo
“India”, per arrivare dopo 368 giorni a Sidney, a
prezzo della morte, durante il viaggio, di tanti tra
vecchi e bambini. Sono drammi umani di straordinaria
tragicità, ma si finge d’ignorarli come se mai si
fossero verificati, perché fa più comodo esaltare il
proprio egoismo e rifugiarsi nella bolla del quieto
vivere.
A chi giova oggi
nascondersi sotto la sabbia come fa lo struzzo?
Evidentemente a chi sta considerando nullo il
fattore umano, a chi ha perso la memoria di un
coinvolgimento necessario e responsabile, a chi ha
smarrito non solo il senso dei valori astrattamente
privi di ogni significato, e soprattutto a chi
mercanteggia con le persone come fossero merce
scaduta e si riserva ogni diritto di respingere e di
segregare, come avvenne nelle riserve indiane per
individui ritenuti diversi per razza e costume e
quindi non graditi.
Se niente
interverrà per trovare soluzioni civili, possiamo
dire di essere alle soglie di un capovolgimento
storico che costituirà nuovi schiavi e darà il via
ad ignobili colonie.
Gaetanina Sicari
Ruffo
(www.excursus.org,
anno III, n. 22, maggio 2011)
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