Anno III             n. 22                   Maggio 2011

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

DallAfrica allEuropa: speranze e rifiuti

si riflettono sulla vita di persone in fuga

di Gaetanina Sicari Ruffo

Davanti al flusso migratorio verso lItalia

gli altri Stati fanno orecchie da mercante

 

 

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È di questi tormentati nostri giorni la notizia del rifiuto opposto da alcuni Stati Europei per la libera circolazione dei migranti affluiti in gran numero a Lampedusa per i noti fatti bellicosi dell’Africa. Certo è un problema grave che non può durare all’infinito perché ci vogliono mezzi e risorse non indifferenti a sostenere l’afflusso dirompente di quanti hanno deciso di lasciare la loro terra perché sentono minacciata la loro incolumità. Ma la risposta che ha dato l’Europa, interpellata dall’Italia che si è assunta giocoforza il maggior peso dell’evento, non è ad una sola voce come ci si aspettava. Esistono ancora tergiversazioni, dubbi e dinieghi che fanno sì che non si possa parlare di una federazione unita degli Stati che la compongono.

 

Come interpretare il Trattato di Schengen 

Si susseguono gli incontri al vertice per chiarire meglio il punto della discordia che è il Trattato di Schengen (dalla cittadina omonima del Lussemburgo sulle rive della Mosella), entrato in vigore nel 1995 e che riguarda la libera circolazione delle merci e degli individui che si trovano nei territori degli Stati aderenti.

Originariamente fu firmato da dieci Paesi Membri dell’Unione Europea (Austria, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Paesi Bassi), a cui in seguito si sono aggiunti Svezia, Finlandia, Islanda e Danimarca, con l’intento di facilitare la circolazione ed abolire il controllo dei passaporti dei cittadini europei. Non ne fanno parte il Regno Unito e l’Irlanda. 

 

Alcuni Stati sostengono che nell’ambito di applicazione di questo corpus di norme ricadano soltanto i cittadini europei. Sarebbero perciò esclusi gli emigranti in fuga dall’Africa, se non per un breve periodo transitorio. L’art. 5 inoltre prevede che per questo soggiorno i beneficiari debbano essere in possesso di documenti di viaggio, di un visto in base al Paese di provenienza e dei mezzi di sussistenza necessari per la durata del soggiorno e delle condizioni del soggiorno stesso. Il che va naturalmente a restringere ulteriormente il numero dei possibili ospiti, anche perché non si ha la sicurezza dell’identità di chi entra in Europa, specie dopo la minaccia di Gheddafi di lasciar partire gli ergastolani del suo territorio. È vero che c’è il Sis ,una banca dati che permette di individuare i cittadini sospetti dell’Ue, terroristi, ricercati, trafficanti, pedofili, minorenni, ma essendo il numero dei migranti elevato, il controllo non può essere capillare e confortato da verifiche certe. È pure previsto che gli Stati Europei possano sospendere temporaneamente il trattato in caso di pericolo o per un più articolato controllo. La Francia lo ha già fatto nel 2005, dopo gli attentati a Londra, l’Italia nel 2001, durante il G8 a Genova e nel 2009, in occasione del G8 a L'Aquila.

 

Una politica dell’immigrazione latitante

È chiaro che manca una politica propria dell’immigrazione che invece si profila più che mai come il fenomeno ricorrente del secolo presente. Il trattato di cui sopra non è stato elaborato per questo scopo, ma solo per i cittadini europei che intendevano, prevalentemente in numero esiguo e per ragioni di lavoro, spostarsi da uno Stato Membro ad un altro. I flussi migratori come quelli attuali non sono contemplati e si profilano malintesi e chiusure che veramente sono intollerabili e poco consoni allo spirito di cooperazione e di solidarietà.

 

Abbiamo sotto gli occhi le masse sbarcate a Lampedusa in tutta fretta per scampare alla guerra con solo i vestiti addosso, e talvolta neppure quelli, bisognose di aiuto e di sostentamento. Non può farsi carico solo lo Stato più vicino alla loro terra. L’onere deve essere condiviso da tutta la comunità: anzi, essendo una questione umanitaria, dovrebbe interessare anche nazioni extraeuropee sensibili ai gravi problemi geografici. Ma figurarsi se si muove qualcosa in tal senso, specie in periodo di crisi! Tocca prima ai “vicini di casa”. Ma qui gli Stati sono simili a demoni scatenati e rifiutano il coinvolgimento nella soluzione del problema. Già altre volte l’Europa ha visto profilarsi questo fenomeno nei suoi territori, ad incominciare dalla caduta del Muro di Berlino, ma soprattutto in conseguenza della Guerra del Kosovo, con lunghe file di persone rifugiatesi  in territorio italiano. Dopo la prima sorpresa negativa, però, la solidarietà lha avuta vinta.

 

Ora è il turno delle popolazioni africane ed il fenomeno della loro migrazione non sembra destinato ad esaurirsi in breve tempo. Se da una parte c’è da essere lieti che abbiano trovato la forza di scrollarsi di dosso i regimi dittatoriali che li affliggevano,dall’altra il loro spostamento crea disorientamento ed instabilità. È recentissima la notizia che molto probabilmente sarà rivisto il Trattato di Schengen e si cercherà di trovare soluzioni più chiare ed accettabili.

 

Europa come spartiacque o come trait-d’union ?

Non si ha ancora certezza di cosa diventerà l’Unione Europea, nonostante ci sia stato un ampio allargamento nell’ultimo decennio. È vero, ha una sua moneta ed una politica economica. Ma le manca una politica estera ed una forza militare indispensabile per tutelarsi e contare nel novero delle potenze mondiali. Il suo cammino, iniziato nell’ormai lontano 1957, è ancora a metà strada. Si ignora se la Turchia aderirà e quale ruolo potrà avere la Russia europea di Putin.

 

Nel dibattito di questi giorni alcune voci sono di allarme. Ne citiamo solo due che ci sembrano convincenti. Ernesto Galli della Loggia, nell’editoriale del Corriere della sera del 20 aprile, sottolinea l’errore fondamentale nel quale gli europei sono finora caduti, e cioè  l’aver pensato che bastava una politica economica comune per sostituire la politica vera, quella fatta non solo di risorse, ma di relazioni basilari tra gli Stati, di programmi condivisi di crescita e di sviluppo, di intese logistiche, culturali e sociali in un quadro globale. Non ci si è comportanti diversamente rispetto alle logiche del Vecchio Continente del passato, mentre occorreva una sterzata d’urto per far emergere un’identità nuova e consapevole delle sfide del presente.

 

L’altra voce è di Gian Antonio Stella, anche lui giornalista del Corriere della sera, indignato dalla proposta di qualche leghista di usare “le armi” per tenere lontani gli immigrati dalle nostre coste. Sembra un paradosso, ma è un’autentica bestemmia che non tiene conto né della storia del passato, né del senso civico che pure dovrebbe ormai essersi sviluppato.

«Gli italiani – egli cita Il cammino della speranza di Sandro Rinauro, ma pure Addio patria di Ulderico Bernardi o News Italy di Floriano Volpato – hanno detenuto a lungo il primato dell’esodo clandestino», non solo proveniente dalle disastrate regioni meridionali. Per esempio, nel 1880 fu la volta di circa trecento trevigiani che passarono clandestinamente il confine con la Francia e con la Spagna, imbarcandosi sul piroscafo “India”, per arrivare dopo 368 giorni a Sidney, a prezzo della morte, durante il viaggio, di tanti tra vecchi e bambini. Sono drammi umani di straordinaria tragicità, ma si finge d’ignorarli come se mai si fossero verificati, perché fa più comodo esaltare il proprio egoismo e rifugiarsi nella bolla del quieto vivere.

 

A chi giova oggi nascondersi sotto la sabbia come fa lo struzzo? Evidentemente a chi sta considerando nullo il fattore umano, a chi ha perso la memoria di un coinvolgimento necessario e responsabile, a chi ha smarrito non solo il senso dei valori astrattamente privi di ogni significato, e soprattutto a chi mercanteggia con le persone come fossero merce scaduta e si riserva ogni diritto di respingere e di segregare, come avvenne nelle riserve indiane per individui ritenuti diversi per razza e costume e quindi non graditi.

 

Se niente interverrà per trovare soluzioni civili, possiamo dire di essere alle soglie di un capovolgimento storico che costituirà nuovi schiavi e darà il via ad ignobili colonie.

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

(www.excursus.org, anno III, n. 22, maggio 2011)

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

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