Anno I             n. 5                    Dicembre 2009

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

I Quaderni di Gramsci ripubblicati

in una pregevole edizione anastatica

 

di Gaetanina Sicari Ruffo

 

Un'opera per farci conoscere in profondità

l'importante pensiero del filosofo sardo

 

 

 

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Qualche settimana fa è stata presentata a Roma, in Campidoglio, la prima copia anastatica de I Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, grazie al congiunto intervento della Treccani, della Fondazione “Gramsci” e del giornale L'Unione Sarda, con il quale esce in allegato. Qualcuno potrebbe obiettare: «Ma l’opera non era già nota?».

 

Negli ultimi anni, dopo l’edizione tematica, successiva al 1944, voluta da Togliatti per i tipi di Einaudi, filologicamente imperfetta e tronca, è molto cresciuta la sensibilità dei lettori  per questo autore e quindi il desiderio di conoscere fino il fondo il suo pensiero e l’analisi storica, così com’erano stati veramente espressi durante la sua drammatica prigionia a Turi. Già l’edizione di Valentino Gerratana, nel 1975, anche se non del tutto completa, aveva provveduto a mettere a posto, secondo un ordine cronologico, i capitoli dei 29 Quaderni. Sulla cronologia si era molto discusso, perché, al primo impatto, quella che era sembrata successione temporale, in realtà era altro, come ha ricordato Gianni Francioni nei suoi studi a proposito. Infatti non si era tenuto in conto dapprima che Gramsci non aveva a sua disposizione tutta la carta che gli occorreva per scrivere, ma due quaderni alla volta, per cui incominciava a scrivere in punti diversi dello stesso quaderno per poi raccordare gli argomenti toccati spesso in quaderni speciali, secondo l’interesse che più lo sollecitava.

 

Il modo di lavorare indicativo di una costrizione

Spesso nei Quaderni ci sono pure traduzioni. Nel Quaderno 11, che si può considerare uno dei più corposi, ci sono indicazioni valide per tutta l’opera, che denotano, tra l’altro, la cura e l’attenzione, ma pure la precarietà, con cui l’autore annotava:

«Le note contenute in questo quaderno, come negli altri,sono state scritte a penna corrente, per segnare un rapido promemoria. Esse sono tutte da rivedere e controllare minutamente, perché contengono certamente inesattezze, falsi accostamenti, anacronismi. Scritte senza avere presenti i libri cui si accenna, è possibile che, dopo il controllo, debbano essere radicalmente corrette».

L’edizione anastatica è preziosa anche perché in essa vi è materializzata la scrittura di Gramsci, quella del suo presente, limpida, minuta, quasi senza correzioni, come doveva essere il suo carattere, senza tentennamenti di sorta, teso allo scopo di chiarire, di discutere, di precisare, andare al fondo delle questioni.

 

Un’eredità che non è andata perduta

Alla presentazione era presente il nipote musicista, figlio di Giuliano, vive a Mosca, e porta il suo stesso nome. Viene spesso in Italia, specialmente in Sardegna. Era emozionato nel vedere la scrittura del nonno, come se l’ieri avesse incontrato l’oggi per magia, e avesse rinnovato l’interesse e l’amore per lui. Gramsci infatti, come ricorda Luciano Canfora, rifacendosi ad un giudizio di Togliatti, non appartiene solo alla storia del Partito Comunista, ma al Novecento tutto ed ha una straordinaria attualità che è bene richiamare.

 

Al primo posto c’è infatti l’analisi concreta della realtà, quel suo voler intendere il senso della sconfitta della Rivoluzione russa in occidente e, collegata ad essa, l’ostinata volontà, l'energia di concepire una reazione, incominciando dalle strutture culturali, necessarie per un profondo rinnovamento. Il suo è stato un marxismo “dialettico”, come l’ha definito Guido Liguori, attento cioè non solo all’economia ed alla politica, ma a tutta la società civile, concepita come parte integrante dello Stato.

 

È proprio questo il punto più strategicamente attuale: non c'è stato che si rispetti e che sia legittimato ad esistere senza un’integra coscienza civile che non miri a dissociare e disunire, ma che coaguli espressioni di un comune sentire, conservando il pluralismo delle forme e delle sue varianti. La sua visione della storia è organica, non unilaterale, lascia spazio ad interrogativi e cerca di scandagliarli in vista d’un cambiamento e d’un rinnovamento. La sua riflessione è critica ed attenta alle istanze del presente. La sua popolarità molto ampia specie nei Paesi dell’America Latina e dell'Africa, dove i sistemi politici sono più ondivaghi e poco stabili, giusto perché la sua pacata riflessione aiuta a capire cosa sia libertà e cosa significhi dittatura e cieco dominio. Il suo precipuo interesse è per la classi operaie, ma l’umanità è così intensa e calibrata da far pensare che questa classe va più seguita ed indirizzata perché più debole ed esposta, un po' come in una famiglia allargata, tacito ed univoco dovrebbe essere il consenso di tutti per la protezione e l'assistenza dei più piccoli. Da qui facile il raffronto con il tempo presente e la grave crisi dei partiti sempre in cerca di consensi e di voti, senza una necessaria piattaforma d’intesa con i cittadini, di cui men che mai esprimono i bisogni ed interpretano le attese.

 

Quale utopia?

Nel passato il pensiero gramsciano, specie quello relativo ad una doverosa “egemonia culturale”, è stato tacciato di utopia, perché appariva troppo alto il livello di qualità della classe dirigente rispetto al popolo. Ma oggi, giunti alla fine di un processo di smitizzazione del potere, forse sarebbe il caso di ripensarci ed invertire la rotta, come sta tentando Obama in America, nel senso di concepire il rinnovamento come istanza primaria della base e non dei vertici che quindi vanno ad essa subordinati.

 

Quale il collante che dovrebbe motivarlo? Non certo la conquista del potere, parola ormai abusata ed odiosa, ma una più equa giustizia sociale ed una partecipazione più attiva e responsabile, come «abbandonare il traballante,spezzare le resistenze che il nuovo incontra nello svilupparsi», per esprimersi con le parole stesse di Gramsci nel Quaderno 7.

 

Oggi, se si considerano il diffuso rifiuto della guerra, la difesa dell’ambiente, la lotta alla precarietà del lavoro, par di cogliere un risveglio di consapevolezza delle masse popolari, a lungo tenute represse e mortificate. Forse il futuro vedrà capovolgersi i termini dell’arcaica contrapposizione e segnare traguardi di civiltà rinnovata.

L’importante per ora, a prescindere dagli esiti, è liberare il pensiero gramsciano dalle incrostazioni talvolta arbitrarie in cui spesso è stato avvolto, onde capire meglio dove va la storia e quali forze motrici può mettere in campo. La pubblicazione dell’opera anastatica può dare in tal senso un valido contributo.  

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

(www.excursus.org, anno I, n. 5, dicembre 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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