Anno IV             n. 31                   Febbraio 2012

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

La lotta tra bene e male governa

il tempo della commedia umana

di Gaetanina Sicari Ruffo

Unacuta riflessione sui valori della società:

la realtà intesa come trionfo della malvagità?

 

 

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Giuda e Caino tornano a riprendersi la scena del presente storico: sinonimi di tradimento, calcolo, egoismo, superficialità, invidia, gelosia, inimicizia, violenza, lungi dall’apparire odiosi, sono ritenuti espressioni di energia vitale. Ad ogni epoca i loro volti tornano a specchiarsi nella realtà corrente o per essere rinnegati per il loro marchio di condanna o accolti nella strategia del potere .

 

Il tradimento e l’assassinio, all’inizio della storia umana, sono stati esecrati e considerati abominevoli. Fiumi e fiumi d’inchiostro per descrivere l’orrenda radice del negativo che trovò incisiva eco nella letteratura e nell’arte, da Dante, a Shakespeare, a Dostoevskij, Manzoni, fino al Michelangelo della Cappella Sistina. Si disse che il corso della civiltà aveva avuto la meglio ed era riuscito a vendicarsi della loro memoria, inserendo in due schiere nettamente opposte, da una parte i buoni, candidi come agnelli, e dall’altra i reprobi, come tizzoni d’inferno. Ma i tempi mutano in fretta e fu allora che, grazie pure al suggerimento de Il Maestro e Margherita di Bulgakov, s’insinuò la teoria che il male ed il bene non possono essere separati con un taglio netto.

 

Così la commedia umana degli intrighi continua ancor oggi ed ha come vittime, sotto false giustificazioni, innocenti fanciulli, giovani, spose, mariti, figli, padri. Ora va di moda, non solo nell’arte, un mixage di colori di medie tinte, di zone prevalentemente grigie con qualche macchia qua e là tanto per spezzarne la monotonia. Il tempo fluttua come una girandola e nessuno si stupisce dei ruoli, inconsueti e destabilizzanti un tempo, di innocenti confusi con i colpevoli. Manca una linea di distinzione ed un’analisi obiettiva.

 

Vittorino Andreoli in un suo recente articolo sul Corriere della Sera, dal titolo Quei nemici invisibili che uccidono per niente, nella sua attenta analisi del mondo attuale, suggeriva di considerare due ingredienti della socialità che sono venuti meno: il mutuo soccorso e il rispetto dell’altro. «Siamo di fronte – ha scritto – ad una violenza pulsionale come se l’uomo avesse perso i freni inibitori». Molto probabilmente è il prodotto di frustrazioni tali che innestano la reazione opposta al disagio, dell’affermazione del proprio potere di vita e di morte che una volta si riteneva fosse solo prerogativa divina. C’è qualche filosofo però che assicura che la natura umana non sia cambiata: è mutato piuttosto il modo di gestire la vita.  

 

Aveva ragione Albert Camus quando sosteneva che la liberazione, intesa come tensione ad uscire dal contingente, dal cerchio cogente delle necessità naturali e materiali della persona, fosse il fine ultimo della vita insieme alla solidarietà, pena la fragilità e l’estraneità in cui cade l’individuo, quando non è cosciente di sé (cfr. L’uomo in rivolta, 1951). In effetti questa filosofia, che tante speranze aveva allora acceso di una possibile soluzione ai mali introspettivi della depressione e dell’inerzia, non è servita allo scopo che si prefiggeva perché non è stata intesa nel suo autentico significato di liberazione dalla schiavitù delle costrizioni, delle passioni e dei vincoli per fare emergere la vera essenza dell’Io. Essa invece è stata considerata, a torto, come liberazione generica tout court, senza distinguo, cioè desiderio sfrenato di combattere ogni cosa che impedisca la piena realizzazione dei desideri. Raramente riemerge il vero significato di quella straordinaria intuizione dello scrittore francese Premio Nobel. Oggi c’è l’apoteosi del male, inteso come trasgressione, come avventura, come sfida, come brivido per interrompere la noia quotidiana, per cui è lecito ammazzare un uomo per salvare o vendicare un cane, come successo recentemente.

 

Con gli ultimi avvenimenti poi, in occasione della guerra libica, definita primavera dei popoli e poi finita, come si sa, in un bagno di sangue con l’orrore del ludibrio e dello scempio del cadavere del dittatore, è stato offerto un altro esempio di crudeltà e barbarie. Può bastare l’appellativo di nemico, per giungere a compiere tali nefandezze? Il passato non ha proprio insegnato nulla. Ora, in un secolo che vanta traguardi estesi di conoscenza, diffusi in tempo reale dai mass media, quale giustificazione opporre se non l’assenza quasi totale dei diritti civili ed umani di cui parla Camus? È ricomparsa la ferinità, latente nella natura umana, non trattenuta a freno da un serio impegno di moderazione.

 

“Est modus in rebus”.

L’antico motto latino dovrebbe costituire un saggio incitamento a creare l’inversione della tendenza attuale dell’esplosione degli istinti. Purtroppo neppure la religione, che dovrebbe farsi garante di valori di carità e solidarietà, assicura questo compito nell’attuale società, distratta com’è da storie di abusi e soprusi apertisi nel suo seno e attenta a secolari bisogni temporali piuttosto che alla cura degli individui nei territori in cui si pratica. Anzi talvolta accade che essa stessa alimenti focolai di inimicizia e di odio.

 

È vero dunque che la battaglia ingaggiata tra lecito ed illecito, tra regole e caos non si può mai dire perpetuamente vinta ed occorre sempre una grande energia per riportare la razionalità e con essa un esame attento ad approntare i giusti e dovuti rimedi alla crisi che si è aperta. Ma potrebbe non sentirsi più neppure l’esigenza di cambiare registro.

 

Nella realtà, con tutti i mezzi a disposizione che si hanno, continuiamo ad essere più schiavi che mai: della famiglia che stenta a svolgere la sua funzione educatrice, nel senso di liberatrice dai condizionamenti, della  politica sempre più avvinghiata ad interessi personali e privati che non servono alla collettività, dell’economia che rivela il suo volto asfittico e pretenzioso a fronte di una recessione che appare minacciosa, dei conflitti religiosi che non ultimi intorbidano le acque e discriminano gli individui. Quale rimedio allora per creare prospettive di credibilità, risolutoria di vincoli falsamente liberatori?

 

Occorre che ci sia un punto di frattura nel presente attualmente in corso, ambiguo ed infido e, superata l’impasse del momento, si dia poi il via ad un nuovo corso, finché non si sia riacquistata chiarezza di vedute e capacità di giudizio critico per il bene comune. Tra poco saremo una popolazione di 7 miliardi di individui sulla Terra, una cifra considerevole, che non provoca affatto soddisfazione, ma problemi su problemi, per cui, se non si vuole una catastrofe, ci vogliono regole non imposte dall’alto, ma suggerite da una coscienza responsabile e onesta che prenda consistenza nei cittadini rinnovati.

 

Gaetanina Sìcari Ruffo

 

(www.excursus.org, anno IV, n. 31, febbraio 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

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