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La
lotta tra bene e male governa
il tempo della commedia umana
di Gaetanina Sicari
Ruffo
Un’acuta
riflessione sui valori della società:
la realtà intesa come trionfo della
malvagità?
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Giuda e Caino
tornano a riprendersi la scena del presente storico:
sinonimi di tradimento, calcolo, egoismo,
superficialità, invidia, gelosia, inimicizia,
violenza, lungi dall’apparire odiosi, sono ritenuti
espressioni di energia vitale. Ad ogni epoca i loro
volti tornano a specchiarsi nella realtà corrente o
per essere rinnegati per il loro marchio di condanna
o accolti nella strategia del potere .
Il tradimento e
l’assassinio, all’inizio della storia umana, sono
stati esecrati e considerati abominevoli. Fiumi e
fiumi d’inchiostro per descrivere l’orrenda radice
del negativo che trovò incisiva eco nella
letteratura e nell’arte, da Dante, a Shakespeare, a
Dostoevskij, Manzoni, fino al Michelangelo della
Cappella Sistina. Si disse che il corso della
civiltà aveva avuto la meglio ed era riuscito a
vendicarsi della loro memoria, inserendo in due
schiere nettamente opposte, da una parte i buoni,
candidi come agnelli, e dall’altra i reprobi, come
tizzoni d’inferno. Ma i tempi mutano in fretta e fu
allora che, grazie pure al suggerimento de Il
Maestro e Margherita di Bulgakov, s’insinuò la
teoria che il male ed il bene non possono essere
separati con un taglio netto.
Così la commedia
umana degli intrighi continua ancor oggi ed ha come
vittime, sotto false giustificazioni, innocenti
fanciulli, giovani, spose, mariti, figli, padri. Ora
va di moda, non solo nell’arte, un mixage di colori
di medie tinte, di zone prevalentemente grigie con
qualche macchia qua e là tanto per spezzarne la
monotonia. Il tempo fluttua come una girandola e
nessuno si stupisce dei ruoli, inconsueti e
destabilizzanti un tempo, di innocenti confusi con i
colpevoli. Manca una linea di distinzione ed
un’analisi obiettiva.
Vittorino Andreoli
in un
suo recente articolo sul Corriere della Sera,
dal titolo Quei nemici invisibili che uccidono
per niente, nella sua attenta analisi del mondo
attuale, suggeriva di considerare due ingredienti
della socialità che sono venuti meno: il mutuo
soccorso e il rispetto dell’altro. «Siamo di
fronte – ha scritto – ad una violenza
pulsionale come se l’uomo avesse perso i freni
inibitori». Molto probabilmente è il prodotto di
frustrazioni tali che innestano la reazione opposta
al disagio, dell’affermazione del proprio potere di
vita e di morte che una volta si riteneva fosse solo
prerogativa divina. C’è qualche filosofo però che
assicura che la natura umana non sia cambiata: è
mutato piuttosto il modo di gestire la vita.
Aveva ragione
Albert Camus quando sosteneva che la liberazione,
intesa come tensione ad uscire dal contingente,
dal cerchio cogente delle necessità naturali e
materiali della persona, fosse il fine ultimo
della vita insieme alla solidarietà, pena la
fragilità e l’estraneità in cui cade l’individuo,
quando non è cosciente di sé (cfr. L’uomo in
rivolta, 1951). In effetti questa filosofia, che
tante speranze aveva allora acceso di una possibile
soluzione ai mali introspettivi della depressione e
dell’inerzia, non è servita allo scopo che si
prefiggeva perché non è stata intesa nel suo
autentico significato di liberazione dalla schiavitù
delle costrizioni, delle passioni e dei vincoli per
fare emergere la vera essenza dell’Io. Essa invece è
stata considerata, a torto, come liberazione
generica tout court, senza distinguo, cioè
desiderio sfrenato di combattere ogni cosa che
impedisca la piena realizzazione dei desideri.
Raramente riemerge il vero significato di quella
straordinaria intuizione dello scrittore francese
Premio Nobel. Oggi c’è l’apoteosi del male, inteso
come trasgressione, come avventura, come sfida, come
brivido per interrompere la noia quotidiana, per cui
è lecito ammazzare un uomo per salvare o vendicare
un cane, come successo recentemente.
Con gli ultimi
avvenimenti poi, in occasione della guerra libica,
definita primavera dei popoli e poi finita,
come si sa, in un bagno di sangue con l’orrore del
ludibrio e dello scempio del cadavere del dittatore,
è stato offerto un altro esempio di crudeltà e
barbarie. Può bastare l’appellativo di nemico, per
giungere a compiere tali nefandezze? Il passato non
ha proprio insegnato nulla. Ora, in un secolo che
vanta traguardi estesi di conoscenza, diffusi in
tempo reale dai mass media, quale giustificazione
opporre se non l’assenza quasi totale dei diritti
civili ed umani di cui parla Camus? È ricomparsa la
ferinità, latente nella natura umana, non trattenuta
a freno da un serio impegno di moderazione.
“Est modus in
rebus”.
L’antico motto
latino dovrebbe costituire un saggio incitamento a
creare l’inversione della tendenza attuale
dell’esplosione degli istinti. Purtroppo neppure la
religione, che dovrebbe farsi garante di valori di
carità e solidarietà, assicura questo compito
nell’attuale società, distratta com’è da storie di
abusi e soprusi apertisi nel suo seno e attenta a
secolari bisogni temporali piuttosto che alla cura
degli individui nei territori in cui si pratica.
Anzi talvolta accade che essa stessa alimenti
focolai di inimicizia e di odio.
È vero dunque che
la battaglia ingaggiata tra lecito ed illecito, tra
regole e caos non si può mai dire perpetuamente
vinta ed occorre sempre una grande energia per
riportare la razionalità e con essa un esame attento
ad approntare i giusti e dovuti rimedi alla crisi
che si è aperta. Ma potrebbe non sentirsi più
neppure l’esigenza di cambiare registro.
Nella realtà, con
tutti i mezzi a disposizione che si hanno,
continuiamo ad essere più schiavi che mai: della
famiglia che stenta a svolgere la sua funzione
educatrice, nel senso di liberatrice dai
condizionamenti, della politica sempre più
avvinghiata ad interessi personali e privati che non
servono alla collettività, dell’economia che rivela
il suo volto asfittico e pretenzioso a fronte di una
recessione che appare minacciosa, dei conflitti
religiosi che non ultimi intorbidano le acque e
discriminano gli individui. Quale rimedio allora per
creare prospettive di credibilità, risolutoria di
vincoli falsamente liberatori?
Occorre che ci sia
un punto di frattura nel presente attualmente in
corso, ambiguo ed infido e, superata l’impasse del
momento, si dia poi il via ad un nuovo corso, finché
non si sia riacquistata chiarezza di vedute e
capacità di giudizio critico per il bene comune. Tra
poco saremo una popolazione di 7 miliardi di
individui sulla Terra, una cifra considerevole, che
non provoca affatto soddisfazione, ma problemi su
problemi, per cui, se non si vuole una catastrofe,
ci vogliono regole non imposte dall’alto, ma
suggerite da una coscienza responsabile e onesta che
prenda consistenza nei cittadini rinnovati.
Gaetanina Sìcari
Ruffo
(www.excursus.org,
anno IV, n. 31, febbraio 2012)
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