Anno II             n. 9                    Aprile 2010

  La geografia è la sola arte nella quale le ultime opere sono sempre le migliori (Voltaire)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

L'idea dell'Europa unita nella storia

e prospettive future dell'integrazione

 

di Gaetanina Sicari Ruffo

 

Dai miti greci fino a famose personalità

del Novecento: il sogno di un continente

 

 

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In cinematografia già esiste il tentativo odierno di definire l’essenza europea, per suscitare la curiosità del nuovo e per capire verso quali mete ci porta il viaggio nei suoi territori. La sua mappa è stata firmata recentemente da Corso Salani, un giovane regista fiorentino trapiantato a Roma, che ha già prodotto nel 1989 il lungometraggio Voci d’Europa, tre episodi premiati al Festival “Riminicinema”, nel segno della memoria e sul filo della nostalgia: una ricerca finalizzata a dar voce a personaggi incontrati in vari itinerari per cogliere immagini inedite ed angoli ancora sconosciuti di quella dimensione che chiamano “europea”.

 

Ci prova ora invece con Sogno di Europa (Rosemberg & Sellier, pp.126, € 12,00), un saggio sui generis, Luisa Passerini, docente all’Università di Torino e dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze,  che affianca a storie letterarie utopiche altre reali per capire quanto sia cambiato l’aspetto dell’Europa dal passato al presente e che cosa ci aspettiamo di trovare nella nuova storia di questo antico territorio, espressione di civiltà e culture varie.

 

Il sogno dei migranti, gli itinerari dell’utopia

La prima utopia europea che ha assunto l’aspetto di un mito classico è il ratto della fanciulla Europa di Tiro, compiuto da parte di Giove trasformatosi in toro. Molte le sue interpretazioni. Simbolo forse della transizione dalla primitiva società matriarcale a quella patriarcale, il mito va inteso meglio come viaggio alla scoperta del nuovo in un territorio in cui volontà e passività insieme, di chi entra e di chi già risiede, s’incontrano.

 

Forse però fu la Provenza la culla di quel sogno aurorale dei cavalieri erranti in cerca dell’amor cortese, un sentimento nobile e puro che, secondo Simone Weil, fu molto simile all’amore della Grecia Antica fatto di slanci e di intese spirituali, consegnato alla poesia ed all’arte. Se il retroterra ideale dell’Europa è la cultura trobadorica, al di qua dello sviluppo storico della civiltà, si spiega benissimo la frattura intercorsa tra il prima e il dopo d’una realtà attuale che stenta a ritrovarsi e che è dispersa in una varietà di linguaggi e di convenzioni e che non parla certo il linguaggio dell’amore.

 

Pure Madame de Staël volle impersonare l’Italia e l’Europa in Corinne (1807), l’eroina del suo romanzo, libera da costrizioni e divieti che univa in sé tre culture allora predominanti: l’inglese, la francese e l’italiana. La storia narrata in questo celebre testo allude infatti alla molteplicità delle stratificazioni culturali europee che hanno favorito l’intreccio di varie credenze e incrementato il cosmopolitismo senza superare i nazionalismi.

                                                                                                                                    

Riviste europee per diffondere i messaggi degli intellettuali

Nella Prima Metà del Novecento si diffusero in Europa due riviste che rispecchiavano le attese di due tendenze degli intellettuali: New Europe e i Cahiers du Sud.

 

La prima, d’ispirazione mazziniana, fondata da Dimitrije Mitrinovic, si proponeva di fondare una federazione di Stati Europei all’insegna della fratellanza e dell’accoglienza di profughi di qualunque colore e razza. La federazione avrebbe dovuto assumere il nome Eutopia, per indicare l’auspicio d’una nuova positiva creazione, aperta agli influssi orientali ed occidentali in un fervido sincretismo. Si affiancò ad essa il New Europe Group, costituitosi nel 1931, che però non volle avere connotazione politica. Vi aderiva un gruppo di donne con l’intento di coordinare uno specifico contributo di genere all’ipotizzato rinnovamento umano. Simile all’Ordre Nouveau francese, faceva leva sulla distinzione degli eletti per creare non solo un’Europa Unita, ma il diffondersi in tutto il mondo di un’unione spiritualista e personalista. Durò fino al 1957, ma senza conseguire risultati concreti.

 

La rivista Cahiers du Sud ebbe, nel 1926, come base Marsiglia ed annoverò personalità illustri tra i suoi iscritti: Walter Benjamin, Paul Eluard, Marguerite Yourcenar, Paul Valery e diversi altri intellettuali ed artisti. Il fulcro era l’incontro di varie culture entro il bacino del Mediterraneo e l’apertura all’Islam per diffondere i valori della tolleranza e del rispetto umano. L’amore provenzale fu posto alla base dell’incontro dei vari popoli. Ne discusse a lungo proprio la citata Simone Weil, che era del parere che non poco avessero contribuito all’idea dell’amore occitano modelli arabi, mentre condannava la crociata cristiana che aveva distrutto la religione catara della non violenza. È significativo, se non paradossale, che mentre si preparava la grande catastrofe del Secondo Conflitto Mondiale, si parlasse in queste riviste molto alla moda in quel tempo, di amore e di fratellanza tra i popoli.

 

Il sogno comunque d’una Europa unita non tramontò, ma continuò nella mente di tanti altri studiosi. Piace qui ricordare l’esempio di Ursula Hirschmann, costretta nel 1933 a lasciare  Berlino, esule prima a Parigi e poi in Italia dove venne a contatto con Ernesto Rossi ed Altiero Spinelli, che in seguito sposò. Firmò il Manifesto di Ventotene, nel 1941, per un’Europa libera e federata e più tardi, nel 1975, costituì il gruppo “Femmes pour l’Europe” per associare persone che avessero a cuore ideali di libertà, giustizia ed uguaglianza, con la funzione non solo di mediatrici, ma di organizzatrici. Morì nel 1991, lasciando un’opera autobiografica: Noi senza patria, pubblicata postuma nella quale è riportata l’espressione fortemente significativa e radicata nel cuore dei migranti com’era lei: «Noi possiamo soltanto amare. Non per bontà,non per senso religioso,ma perché è l’unico nostro modo di restare nella realtà».

 

Dal mito alla realtà

Dopo la Seconda Guerra Mondiale è iniziato un processo di decostruzione dell’Europa, almeno di quei valori che essa aveva rappresentato dal tempo dell’Illuminismo, di libertà e di eguaglianza, con l'intenzione non di perderli, ma di trasferirli dal piano ideale al concreto.

 

S’è fatta strada l’idea della specificità multipla dell’Europa, della sua diversità come coacervo di lingue,di popoli, di costumi e sinonimo d’una sperimentazione a largo raggio, d’un possibile accordo e d’una necessaria integrazione. Questo itinerario ancora in atto è stato bene evidenziato da Edgar Morin, l’intellettuale che ha fissato l’epoca in cui l’Europa cessò d’essere quella di prima, cioè eurocentrica, intorno ai primi anni Settanta, per divenire, anche grazie ai fermenti del Sessantotto, un’Europa più aperta agli influssi di altri Paesi per le migrazioni subentrate e per la caduta del regime sovietico e l’esplosione dei nazionalismi.

 

Si può parlare veramente di apertura al dialogo? Su questa prospettiva i pareri non sono conformi. Secondo alcuni questa è la via da seguire. Jacques Derrida, per esempio, nel suo ultimo libro Oggi l’Europa. L’altro capo, argomenta giustamente che l’Europa ora deve volgersi all’Est e misurarsi con quelle alterità che finora ha trascurato. Se prima era solo una punta avanzata che voleva rappresentare il progresso degli uomini tutti, ora è bene che prenda consapevolezza della sua varietà, che non significa solo progresso, ma disagio, eteronimia. La sfida che l’aspetta non è di procedere, come ha fatto nel passato, a distinzioni gerarchiche, ma conciliare fondamentalismi e integralismi in uno scenario globale. Il rischio che comunque corre nel definire la sua nuova identità è quello d’una corsa avventurosa che trascuri seri programmi di umanesimo e democrazia e si affidi solo a colloqui artificiosi di gruppi nomadi. Le sue frontiere potrebbero essere aperte, ma a tempi e modi di una coabitazione pacifica e proficua, tutta da promuovere.

 

Un’Europa possibile nel futuro prossimo

Da tempo si sta procedendo, anche se con molta fatica, alla costituzione dell’Europa unita, ma vi sono questioni che debbono prima essere risolte: tra queste il modo di equiparare diritti civili e penali molto diversi tra loro nei vari Stati davanti ad un tribunale unico che oggi esiste solo per la difesa dei diritti umani. Questo non potrà arrogarsi da solo il privilegio d’essere diverso dagli altri a livello nazionale, ma almeno in modo pressoché conforme. L’altro aspetto della questione è la politica estera: sicuramente non dovrà essere influenzata come lo è stata finora dalla Nato o dalla Russia (e prima ancora dall’Urss), ma dovrà indirizzarsi autonomamente. Perché ciò si realizzi ci vorranno programmi condivisi ed intese mirate soprattutto a mantenere la pace, perché crediamo che il ruolo dell’Europa nel futuro sia quello di intermediatrice tra Paesi così diversi e anche litigiosi di cui è composta. In questo caso dovrebbe andare oltre i nazionalismi ed assicurare un dialogo tra multiformi culture ed istanze religiose.

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

(www.excursus.org, anno II, n. 9, aprile 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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