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L'idea dell'Europa unita nella storia
e prospettive
future dell'integrazione
di Gaetanina Sicari Ruffo
Dai miti greci fino a famose
personalità
del Novecento: il sogno di un
continente
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In cinematografia
già esiste il tentativo odierno di definire
l’essenza europea, per suscitare la curiosità del
nuovo e per capire verso quali mete ci porta il
viaggio nei suoi territori. La sua mappa è stata
firmata recentemente da Corso Salani, un giovane
regista fiorentino trapiantato a Roma, che ha già
prodotto nel 1989 il lungometraggio Voci d’Europa,
tre episodi premiati al Festival “Riminicinema”, nel
segno della memoria e sul filo della nostalgia: una
ricerca finalizzata a dar voce a personaggi
incontrati in vari itinerari per cogliere immagini
inedite ed angoli ancora sconosciuti di quella
dimensione che chiamano “europea”.
Ci prova ora invece
con Sogno di Europa (Rosemberg & Sellier,
pp.126, € 12,00), un saggio sui generis,
Luisa Passerini, docente all’Università di
Torino e dell’Istituto Universitario Europeo di
Firenze, che affianca a storie letterarie utopiche
altre reali per capire quanto sia cambiato l’aspetto
dell’Europa dal passato al presente e che cosa ci
aspettiamo di trovare nella nuova storia di questo
antico territorio, espressione di civiltà e culture
varie.
Il sogno dei
migranti, gli itinerari dell’utopia
La prima utopia
europea che ha assunto l’aspetto di un mito classico
è il ratto della fanciulla Europa di Tiro, compiuto
da parte di Giove trasformatosi in toro. Molte le
sue interpretazioni. Simbolo forse della transizione
dalla primitiva società matriarcale a quella
patriarcale, il mito va inteso meglio come viaggio
alla scoperta del nuovo in un territorio in cui
volontà e passività insieme, di chi entra e di chi
già risiede, s’incontrano.
Forse però fu la
Provenza la culla di quel sogno aurorale dei
cavalieri erranti in cerca dell’amor cortese, un
sentimento nobile e puro che, secondo Simone Weil,
fu molto simile all’amore della Grecia Antica fatto
di slanci e di intese spirituali, consegnato alla
poesia ed all’arte. Se il retroterra ideale
dell’Europa è la cultura trobadorica, al di qua
dello sviluppo storico della civiltà, si spiega
benissimo la frattura intercorsa tra il prima e il
dopo d’una realtà attuale che stenta a ritrovarsi e
che è dispersa in una varietà di linguaggi e di
convenzioni e che non parla certo il linguaggio
dell’amore.
Pure Madame de
Staël volle impersonare l’Italia e l’Europa in
Corinne (1807), l’eroina del suo romanzo, libera
da costrizioni e divieti che univa in sé tre culture
allora predominanti: l’inglese, la francese e
l’italiana. La storia narrata in questo celebre
testo allude infatti alla molteplicità delle
stratificazioni culturali europee che hanno favorito
l’intreccio di varie credenze e incrementato il
cosmopolitismo senza superare i nazionalismi.
Riviste europee
per diffondere i messaggi degli intellettuali
Nella Prima Metà
del Novecento si diffusero in Europa due riviste che
rispecchiavano le attese di due tendenze degli
intellettuali: New Europe e i Cahiers du
Sud.
La prima,
d’ispirazione mazziniana, fondata da Dimitrije
Mitrinovic, si proponeva di fondare una federazione
di Stati Europei all’insegna della fratellanza e
dell’accoglienza di profughi di qualunque colore e
razza. La federazione avrebbe dovuto assumere il
nome Eutopia, per indicare l’auspicio d’una nuova
positiva creazione, aperta agli influssi orientali
ed occidentali in un fervido sincretismo. Si
affiancò ad essa il New Europe Group, costituitosi
nel 1931, che però non volle avere connotazione
politica. Vi aderiva un gruppo di donne con
l’intento di coordinare uno specifico contributo di
genere all’ipotizzato rinnovamento umano. Simile
all’Ordre Nouveau francese, faceva leva sulla
distinzione degli eletti per creare non solo
un’Europa Unita, ma il diffondersi in tutto il mondo
di un’unione spiritualista e personalista. Durò fino
al 1957, ma senza conseguire risultati concreti.
La rivista
Cahiers du Sud ebbe, nel 1926, come base
Marsiglia ed annoverò personalità illustri tra i
suoi iscritti: Walter Benjamin, Paul Eluard,
Marguerite Yourcenar, Paul Valery e diversi altri
intellettuali ed artisti. Il fulcro era l’incontro
di varie culture entro il bacino del Mediterraneo e
l’apertura all’Islam per diffondere i valori della
tolleranza e del rispetto umano. L’amore provenzale
fu posto alla base dell’incontro dei vari popoli. Ne
discusse a lungo proprio la citata Simone Weil, che
era del parere che non poco avessero contribuito
all’idea dell’amore occitano modelli arabi, mentre
condannava la crociata cristiana che aveva distrutto
la religione catara della non violenza. È
significativo, se non paradossale, che mentre si
preparava la grande catastrofe del Secondo Conflitto
Mondiale, si parlasse in queste riviste molto alla
moda in quel tempo, di amore e di fratellanza tra i
popoli.
Il sogno comunque
d’una Europa unita non tramontò, ma continuò nella
mente di tanti altri studiosi. Piace qui ricordare
l’esempio di Ursula Hirschmann, costretta nel 1933 a
lasciare Berlino, esule prima a Parigi e poi in
Italia dove venne a contatto con Ernesto Rossi ed
Altiero Spinelli, che in seguito sposò. Firmò il
Manifesto di Ventotene, nel 1941, per un’Europa
libera e federata e più tardi, nel 1975, costituì il
gruppo “Femmes pour l’Europe” per associare persone
che avessero a cuore ideali di libertà, giustizia ed
uguaglianza, con la funzione non solo di mediatrici,
ma di organizzatrici. Morì nel 1991, lasciando
un’opera autobiografica: Noi senza patria,
pubblicata postuma nella quale è riportata
l’espressione fortemente significativa e radicata
nel cuore dei migranti com’era lei: «Noi possiamo
soltanto amare. Non per bontà,non per senso
religioso,ma perché è l’unico nostro modo di restare
nella realtà».
Dal mito alla
realtà
Dopo la Seconda
Guerra Mondiale è iniziato un processo di
decostruzione dell’Europa, almeno di quei valori che
essa aveva rappresentato dal tempo dell’Illuminismo,
di libertà e di eguaglianza, con l'intenzione non di
perderli, ma di trasferirli dal piano ideale al
concreto.
S’è fatta strada
l’idea della specificità multipla
dell’Europa, della sua diversità come coacervo di
lingue,di popoli, di costumi e sinonimo d’una
sperimentazione a largo raggio, d’un possibile
accordo e d’una necessaria integrazione. Questo
itinerario ancora in atto è stato bene evidenziato
da Edgar Morin, l’intellettuale che ha fissato
l’epoca in cui l’Europa cessò d’essere quella di
prima, cioè eurocentrica, intorno ai primi anni
Settanta, per divenire, anche grazie ai fermenti del
Sessantotto, un’Europa più aperta agli influssi di
altri Paesi per le migrazioni subentrate e per la
caduta del regime sovietico e l’esplosione dei
nazionalismi.
Si può parlare
veramente di apertura al dialogo? Su questa
prospettiva i pareri non sono conformi. Secondo
alcuni questa è la via da seguire. Jacques Derrida,
per esempio, nel suo ultimo libro Oggi l’Europa.
L’altro capo, argomenta giustamente che l’Europa
ora deve volgersi all’Est e misurarsi con quelle
alterità che finora ha trascurato. Se prima era solo
una punta avanzata che voleva rappresentare il
progresso degli uomini tutti, ora è bene che prenda
consapevolezza della sua varietà, che non significa
solo progresso, ma disagio, eteronimia. La sfida che
l’aspetta non è di procedere, come ha fatto nel
passato, a distinzioni gerarchiche, ma conciliare
fondamentalismi e integralismi in uno scenario
globale. Il rischio che comunque corre nel definire
la sua nuova identità è quello d’una corsa
avventurosa che trascuri seri programmi di umanesimo
e democrazia e si affidi solo a colloqui artificiosi
di gruppi nomadi. Le sue frontiere potrebbero essere
aperte, ma a tempi e modi di una coabitazione
pacifica e proficua, tutta da promuovere.
Un’Europa
possibile nel futuro prossimo
Da tempo si sta
procedendo, anche se con molta fatica, alla
costituzione dell’Europa unita, ma vi sono questioni
che debbono prima essere risolte: tra queste il modo
di equiparare diritti civili e penali molto diversi
tra loro nei vari Stati davanti ad un tribunale
unico che oggi esiste solo per la difesa dei diritti
umani. Questo non potrà arrogarsi da solo il
privilegio d’essere diverso dagli altri a livello
nazionale, ma almeno in modo pressoché conforme.
L’altro aspetto della questione è la politica
estera: sicuramente non dovrà essere influenzata
come lo è stata finora dalla Nato o dalla Russia (e
prima ancora dall’Urss), ma dovrà indirizzarsi
autonomamente. Perché ciò si realizzi ci vorranno
programmi condivisi ed intese mirate soprattutto a
mantenere la pace, perché crediamo che il ruolo
dell’Europa nel futuro sia quello di intermediatrice
tra Paesi così diversi e anche litigiosi di cui è
composta. In questo caso dovrebbe andare oltre i
nazionalismi ed assicurare un dialogo tra multiformi
culture ed istanze religiose.
Gaetanina Sicari
Ruffo
(www.excursus.org,
anno II, n. 9, aprile 2010)
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