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I mass-media
spesso contribuiscono
a creare nella
gente credenze fittizie
di
Giuseppe Licandro
L'informazione scientifica è poco
presente
negli eventi mediatici di maggior
successo
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Nei mesi scorsi si
è tenuto uno degli eventi mediatici di maggior
successo del 2010, sintomatico del momento storico
in cui viviamo: l’ostensione della Sindone nel Duomo
di Torino, che ha fatto registrare un enorme flusso
di pellegrini e curiosi da ogni parte del mondo (le
stime parlano di alcuni milioni di visitatori).
Fermo restando che
ognuno ha il diritto di professare liberamente la
propria religione e di prestare fede a ciò che
ritiene più opportuno, non può non suscitare
perplessità in chi si professa laico o non crede nei
miracoli la frequenza con cui periodicamente questo
avvenimento si ripete (l’ultima ostensione risale al
Giubileo del 2000), anche perché alcuni scienziati
hanno dimostrato – grazie all’esame del Carbonio 14
eseguito nel 1988 sulla reliquia – che la Sindone
non risale al tempo in cui visse Gesù (I secolo
dell’era volgare), ma è un manufatto fabbricato
ad hoc tra il 1260 e il 1390.
Senza entrare nel
merito del “mistero sindonico” e dei suoi molteplici
significati simbolici (per maggiori approfondimenti
sull’argomento rimandiamo all’articolo di Luigi
Garlaschelli Perché la Sindone è un falso,
pubblicato su MicroMega, supplemento al n. 4,
2010), ci sembra assai importante – e preoccupante –
riportare quanto ha recentemente scritto
l’antropologo francese Marc Augé nel saggio Che
fine ha fatto il futuro (Elèuthera) a proposito
dell’accresciuta disinformazione di massa che sta
caratterizzando l’odierno contesto storico, a
livello planetario: «l’evidenza è quella di una
crescita dell’ignoranza all’inizio di questo secolo.
Che l’ignoranza sia in aumento o, più precisamente,
che lo scarto tra i saperi specialistici di chi sa e
la cultura media di chi non sa continui a crescere:
ecco che cosa non si deve dire, per non turbare i
sonni di nessuno».
È indubbio che
un’ondata di superstizione e di integralismo
religioso stia invadendo la società contemporanea, a
discapito soprattutto delle forme di conoscenza
fondate sul metodo sperimentale. La prova di quanto
asseriamo è stata fornita da una recente inchiesta
della National Science Foundation, pubblicata su
Le Monde, da cui si evince che una parte
consistente della popolazione degli Usa – cioè dello
Stato tecnologicamente più avanzato del mondo –
crede nei miracoli, nei fantasmi e nelle profezie
astrologiche e ignora quale sia il reale periodo di
rivoluzione della Terra intorno al Sole!
Per non dire, poi,
delle campagne antidarwiniste che una certa stampa
conservatrice, vicina alle posizioni “teocon”, sta
da anni portando avanti in vari Paesi Occidentali,
tra cui l’Italia.
La cultura in
generale, soprattutto quella scientifica, non sembra
interessare molto i mass media, che spesso
contribuiscono a creare nella gente credenze
fittizie intorno all’esistenza del Santo Graal e
degli Ufo, alla possibilità di entrare in contatto
con i defunti o all’imminente fine del mondo
(prevista, come si sa, per il 2012…).
L’Italia, in tal
senso, è un caso lampante di disinformazione
scientifica in televisione: programmi discutibili
come
Mistero,
Rebus-Questioni di conoscenza,
Stargate-Linea di confine,
Top Secret
e Voyager-Ai confini della conoscenza
imperversano nelle
emittenti del nostro Paese, manipolando le menti dei
telespettatori. Con buona pace di quei giornalisti e
studiosi seri che, come Piero e Alberto Angela,
Piergiorgio Odifreddi e Mario Tozzi, sono da tempo
impegnati in un’opera di corretta divulgazione della
scienza, ma devono scontrarsi inesorabilmente contro
la persistenza nell’immaginario collettivo di
astruse convinzioni pseudoscientifiche, prive di
qualunque fondamento.
Senza voler scadere
in semplificazioni sociologiche, riteniamo che tutto
questo non sia casuale, bensì funzionale a un potere
politico che ha costruito il proprio consenso sulle
false credenza e sui pregiudizi, e non certo
sull’attenta verifica di ciò che si proclama.
Un altro fenomeno
ci sembra estremamente allarmante: lo scarso
interesse per i libri che si registra, ormai da
alcuni decenni, da parte della maggioranza della
popolazione italiana. Anche in questa circostanza i
dati sono davvero sconfortanti, almeno per chi ama
la lettura: secondo l’Associazione Italiana Editori,
infatti, soltanto il 6,9 per cento degli italiani ha
familiarità con i libri, mentre il resto legge poco
o nulla (cfr. in proposito l’articolo di Claudio
Gerino
Il libro questo sconosciuto, pubblicato il
17 febbraio 2010 su la Repubblica.it). Non è
un caso, quindi, che nelle graduatorie dell’Unione
Europea il Belpaese occupi uno degli ultimi posti
nelle vendite dei libri (in compagnia, però, di
Bulgaria, Grecia, Portogallo, Romania e Spagna).
Anche l’acquisto di giornali e riviste sta
visibilmente scemando tra gli italiani, se è vero
che persino il collaudato mondo delle edicole sembra
entrato in una fase di preoccupante decadenza.
La ragione
principale di questo scarso interesse per la lettura
è ormai nota a tutti: gli italiani preferiscono
informarsi seguendo la televisione!
Eppure, prima di
andare a dormire, non farebbe male dare un’occhiata
a qualche vecchio testo di Storia o di Letteratura,
oppure, più semplicemente, sfogliare qualche
quotidiano, giusto per capire se le notizie
riportate dai Tg e dai “programmi di
approfondimento” televisivi sono attendibili e
complete.
È difficile
indicare i rimedi per uscire da questa spirale
d’ignoranza montante.
Augé è convinto che
sia indispensabile costruire «un’utopia
dell’educazione», cioè dar vita a un nuovo progetto
educativo che possa «orientare tanto i vari tipi di
scienza quanto gli osservatori del sociale, gli
artisti e i gestori dell’economia».
Resta, quindi, una
sola cosa fare: sostenere, in ogni modo, lo studio e
la ricerca, operando in maniera tale che le giovani
generazioni riescano a liberarsi – prima o poi – dal
cappio soffocante dell’informazione televisiva.
Senza però farsi stregare eccessivamente
dall’informazione telematica, che pure sta
rivoluzionando il modo di trasfondere la cultura:
alla rete, infatti, bisogna accostarsi cum grano
salis, ossia con senso critico e consapevolezza
degli errori e delle manipolazioni che possono
esservi presenti.
È innegabile che la
cultura non si apprende esclusivamente sui libri ed
è giusto adeguarsi alle forme di trasmissione del
sapere prevalenti nella società post-industriale, ma
non si deve far riferimento solo ai nuovi strumenti
tecnologici: occorre diversificare le fonti di
informazione e di acculturazione.
Qualcuno, tuttavia,
potrebbe argutamente obiettare: «Ma a noi, in fondo,
che c’importa di acculturarci? Tanto nel 2012 il
mondo finirà»…
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno II,
n. 11, giugno 2010)
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