Anno II             n. 11                   Giugno 2010

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

I mass-media spesso contribuiscono

a creare nella gente credenze fittizie

 

di Giuseppe Licandro

 

L'informazione scientifica è poco presente

negli eventi mediatici di maggior successo

 

 

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Nei mesi scorsi si è tenuto uno degli eventi mediatici di maggior successo del 2010, sintomatico del momento storico in cui viviamo: l’ostensione della Sindone nel Duomo di Torino, che ha fatto registrare un enorme flusso di pellegrini e curiosi da ogni parte del mondo (le stime parlano di alcuni milioni di visitatori).

 

Fermo restando che ognuno ha il diritto di professare liberamente la propria religione e di prestare fede a ciò che ritiene più opportuno, non può non suscitare perplessità in chi si professa laico o non crede nei miracoli la frequenza con cui periodicamente questo avvenimento si ripete (l’ultima ostensione risale al Giubileo del 2000), anche perché alcuni scienziati hanno dimostrato – grazie all’esame del Carbonio 14 eseguito nel 1988 sulla reliquia – che la Sindone non risale al tempo in cui visse Gesù (I secolo dell’era volgare), ma è un manufatto fabbricato ad hoc tra il 1260 e il 1390.

 

Senza entrare nel merito del “mistero sindonico” e dei suoi molteplici significati simbolici (per maggiori approfondimenti sull’argomento rimandiamo all’articolo di Luigi Garlaschelli Perché la Sindone è un falso, pubblicato su MicroMega, supplemento al n. 4, 2010), ci sembra assai importante – e preoccupante – riportare quanto ha recentemente scritto l’antropologo francese Marc Augé nel saggio Che fine ha fatto il futuro (Elèuthera) a proposito dell’accresciuta disinformazione di massa che sta caratterizzando l’odierno contesto storico, a livello planetario: «l’evidenza è quella di una crescita dell’ignoranza all’inizio di questo secolo. Che l’ignoranza sia in aumento o, più precisamente, che lo scarto tra i saperi specialistici di chi sa e la cultura media di chi non sa continui a crescere: ecco che cosa non si deve dire, per non turbare i sonni di nessuno».

 

È indubbio che un’ondata di superstizione e di integralismo religioso stia invadendo la società contemporanea, a discapito soprattutto delle forme di conoscenza fondate sul metodo sperimentale. La prova di quanto asseriamo è stata fornita da una recente inchiesta della National Science Foundation, pubblicata su Le Monde, da cui si evince che una parte consistente della popolazione degli Usa – cioè dello Stato tecnologicamente più avanzato del mondo – crede nei miracoli, nei fantasmi e nelle profezie astrologiche e ignora quale sia il reale periodo di rivoluzione della Terra intorno al Sole!

Per non dire, poi, delle campagne antidarwiniste che una certa stampa conservatrice, vicina alle posizioni “teocon”, sta da anni portando avanti in vari Paesi Occidentali, tra cui l’Italia. 

 

La cultura in generale, soprattutto quella scientifica, non sembra interessare molto i mass media, che spesso contribuiscono a creare nella gente credenze fittizie intorno all’esistenza del Santo Graal e degli Ufo, alla possibilità di entrare in contatto con i defunti o all’imminente fine del mondo (prevista, come si sa, per il 2012…).

 

L’Italia, in tal senso, è un caso lampante di disinformazione scientifica in televisione: programmi discutibili come Mistero, Rebus-Questioni di conoscenza, Stargate-Linea di confine, Top Secret e Voyager-Ai confini della conoscenza imperversano nelle emittenti del nostro Paese, manipolando le menti dei telespettatori. Con buona pace di quei giornalisti e studiosi seri che, come Piero e Alberto Angela, Piergiorgio Odifreddi e Mario Tozzi, sono da tempo impegnati in un’opera di corretta divulgazione della scienza, ma devono scontrarsi inesorabilmente contro la persistenza nell’immaginario collettivo di astruse convinzioni pseudoscientifiche, prive di qualunque fondamento.

 

Senza voler scadere in semplificazioni sociologiche, riteniamo che tutto questo non sia casuale, bensì funzionale a un potere politico che ha costruito il proprio consenso sulle false credenza e sui pregiudizi, e non certo sull’attenta verifica di ciò che si proclama.

 

Un altro fenomeno ci sembra estremamente allarmante: lo scarso interesse per i libri che si registra, ormai da alcuni decenni, da parte della maggioranza della popolazione italiana. Anche in questa circostanza i dati sono davvero sconfortanti, almeno per chi ama la lettura: secondo l’Associazione Italiana Editori, infatti, soltanto il 6,9 per cento degli italiani ha familiarità con i libri, mentre il resto legge poco o nulla (cfr. in proposito l’articolo di Claudio Gerino Il libro questo sconosciuto, pubblicato il 17 febbraio 2010 su la Repubblica.it). Non è un caso, quindi, che nelle graduatorie dell’Unione Europea il Belpaese occupi uno degli ultimi posti nelle vendite dei libri (in compagnia, però, di Bulgaria, Grecia, Portogallo, Romania e Spagna). Anche l’acquisto di giornali e riviste sta visibilmente scemando tra gli italiani, se è vero che persino il collaudato mondo delle edicole sembra entrato in una fase di preoccupante decadenza.

La ragione principale di questo scarso interesse per la lettura è ormai nota a tutti: gli italiani preferiscono informarsi seguendo la televisione!

Eppure, prima di andare a dormire, non farebbe male dare un’occhiata a qualche vecchio testo di Storia o di Letteratura, oppure, più semplicemente, sfogliare qualche quotidiano, giusto per capire se le notizie riportate dai Tg e dai “programmi di approfondimento” televisivi sono attendibili e complete.

 

È difficile indicare i rimedi per uscire da questa spirale d’ignoranza montante.

Augé è convinto che sia indispensabile costruire «un’utopia dell’educazione», cioè dar vita a un nuovo progetto educativo che possa «orientare tanto i vari tipi di scienza quanto gli osservatori del sociale, gli artisti e i gestori dell’economia».

 

Resta, quindi, una sola cosa fare: sostenere, in ogni modo, lo studio e la ricerca, operando in maniera tale che le giovani generazioni riescano a liberarsi – prima o poi – dal cappio soffocante dell’informazione televisiva. Senza però farsi stregare eccessivamente dall’informazione telematica, che pure sta rivoluzionando il modo di trasfondere la cultura: alla rete, infatti, bisogna accostarsi cum grano salis, ossia con senso critico e consapevolezza degli errori e delle manipolazioni che possono esservi presenti.

È innegabile che la cultura non si apprende esclusivamente sui libri ed è giusto adeguarsi alle forme di trasmissione del sapere prevalenti nella società post-industriale, ma non si deve far riferimento solo ai nuovi strumenti tecnologici: occorre diversificare le fonti di informazione e di acculturazione.

 

Qualcuno, tuttavia, potrebbe argutamente obiettare: «Ma a noi, in fondo, che c’importa di acculturarci? Tanto nel 2012 il mondo finirà»…

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno II, n. 11, giugno 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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