Anno IV             n. 30                   Gennaio 2012

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

Il cruento conflitto in Afghanistan:

la tragedia raccontata da un reporter

di Giuseppe Licandro

Riflessioni e considerazioni con prove certe

in un volume pubblicato da Città del Sole

 

 

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Sono ormai dieci anni che in Afghanistan si sta combattendo una feroce guerra, dall’esito incerto, che vede schierate, da un lato, le truppe dell'Alleanza del Nord e della Nato (supportate, su mandato dell'Onu, dall'International Security Assistance Force) e, dall'altro, i talebani sostenuti dai militanti di Al-Qaida.

 

Il conflitto afghano ebbe inizio circa un mese dopo gli attentati che l’11 settembre 2001 provocarono il crollo delle Torri Gemelle a New York, danneggiando anche il Pentagono a Washington.  Dopo le iniziali vittorie della coalizione internazionale, i talebani sono riusciti, dal 2003 in poi, a riconquistare parte dei territori persi in precedenza e a impegnare le forze nemiche in una guerra di logoramento dagli esiti tuttora incerti, nonostante la recente morte del capo di Al-Qaida, Osama Bin Laden. Secondo le stime fornite dalla Croce Rossa Internazionale e da Human Right Watch, i morti della guerra ammonterebbero già a circa 67 mila: 2600 tra le fila la Nato, 10 mila tra i militari del governo afghano, 38 mila tra i talebani, 15 mila tra i civili e 1800 tra i contractor. Ma c’è chi ritiene che siano addirittura il doppio (cfr. Francesca Penza, Afghanistan: dieci anni di guerra).

 

Sul conflitto afghano, nel decennio appena trascorso, è stato scritto tantissimo: tra gli ultimi libri pubblicati, segnaliamo il racconto Ritorno da Kabul (Città del Sole Edizioni, pp. 96, € 12,00) dello scrittore reggino Francesco Morisani. Si tratta, in verità, di un finto reportage, costruito ad arte sulla base di fatti realmente accaduti nel corso della più recente storia dell’Afghanistan, attraverso cui Morisani ha vagheggiato, come spiega nella Premessa, «di vivere in quel teatro di guerra», provando ad esprimere le sue considerazioni in merito a ciò che sta avvenendo nel territorio afghano. 

 

L’autore immagina di essere un giornalista, stanco di «scrivere articoli di sfilate di moda o di costume», che decide di occuparsi di politica internazionale e viene mandato a Kabul come corrispondente della propria testata giornalistica. Nell’albergo in cui viene alloggiato, egli conosce due italiani, un collega (Mario) e un fotografo (Livio), con i quali fa amicizia e organizza varie escursioni nei dintorni di Kabul e a Herat, raccontando gli avvenimenti di cui è testimone, in particolare alcuni attentati compiuti dai talebani e varie operazioni militari intraprese dai soldati dell’Isaf.

 

Tra gli altri, conosce anche il generale Stanley McCristal, nominato capo della spedizione militare statunitense dal presidente Obama. Egli gestisce le elezioni presidenziali tenutesi nell’agosto del 2009 in Afghanistan e conclusesi – non senza sospetti di brogli elettorali – con la vittoria del leader uscente Hamid Karzai, sostenuto dalle forze armate occidentali, che è prevalso anche in virtù del ritiro del suo avversario, Abdullah Abdullah, dal ballottaggio finale. 

 

A poco a poco, però, nel giornalista italiano sorgono forti dubbi sul reale significato dei conflitti militari scatenati dall’amministrazione di George Bush junior dopo l’11 settembre 2001, che lo spingono a porsi delle inquietanti domande: «Bin Laden, chi é? [...] Un mostro inventato dagli americani per eliminare il regime iraniano di Khomeini? [...] Non sarà pura invenzione dei servizi segreti?».  Si fa strada in lui il sospetto che la Cia fosse al corrente dei preparativi degli attentati dell’11 settembre, ma non abbia fatto nulla per prevenirli, così da fornire al governo statunitense il casus belli da sfruttare per scatenare le due offensive militari in Afghanistan e in Iraq, secondo una volontà bellicista che non trova giustificazioni morali di sorta.

 

Il momento più intenso del libro è rappresentato dal racconto dell’attentato che il 17 settembre 2009 coinvolge a Kabul due autoblindo Lince dell’esercito italiano, colpite da un’autobomba e dai proiettili dei cecchini talebani, provocando un bilancio delle vittime estremamente pesante: 6 paracadutisti della Folgore e 10 civili morti, 55 feriti.

 

L’autore immagina, poi, di rientrare in Italia sull’aereo che trasporta le salme dei soldati e di venire accolto dalle autorità governative italiane all’aeroporto di Ciampino. Egli, infine, tornato a lavorare presso la redazione del giornale, riflette a mente serena sul senso delle crude vicende di cui è stato testimone, giungendo alla seguente conclusione: «le forze multinazionali mandate per la riorganizzazione interna dello stato afghano [...] non hanno portato alcun miglioramento».

 

Secondo Morisani, infatti, per risolvere i conflitti che da oltre un ventennio lacerano l’Afghanistan sarebbe necessario che «tutte le componenti della società afghana entrino a far parte degli Organismi di Governo del Paese e successivamente degli Organismi Internazionali». Ci sembra una tesi francamente condivisibile, che tiene conto, realisticamente, dell’impossibilità di imporre dall’esterno un sistema politico di tipo occidentale a una realtà sociale come quella afghana ancora immersa in una dimensione profondamente tribale, che solo al proprio interno potrà trovare gli equilibri necessari a garantire la pacifica convivenza di etnie e confessioni religiose da tanto tempo in contrasto tra loro.

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno IV, n. 30, gennaio 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Maria Gerace, Serena Intelisano, Pamela La Camera, Roberto La Fauci,

Giuseppe Licandro, Marco Mazzi, Domenica Riggio, Carmine Zaccaro, Ivana Vaccaroni

 

 

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