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Il
cruento conflitto in Afghanistan:
la tragedia raccontata da un reporter
di Giuseppe Licandro
Riflessioni e considerazioni con
prove certe
in un volume pubblicato da Città del
Sole
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Sono ormai dieci
anni che in Afghanistan si sta combattendo una
feroce guerra, dall’esito incerto, che vede
schierate, da un lato, le truppe dell'Alleanza del
Nord e della Nato (supportate, su mandato dell'Onu,
dall'International Security Assistance Force) e,
dall'altro, i talebani sostenuti dai militanti di
Al-Qaida.
Il conflitto afghano
ebbe inizio circa un mese dopo gli attentati che
l’11 settembre 2001 provocarono il crollo delle
Torri Gemelle a New York, danneggiando anche il
Pentagono a Washington. Dopo le iniziali vittorie
della coalizione internazionale, i talebani sono
riusciti, dal 2003 in poi, a riconquistare parte dei
territori persi in precedenza e a impegnare le forze
nemiche in una guerra di logoramento dagli esiti
tuttora incerti, nonostante la recente morte del
capo di Al-Qaida, Osama Bin Laden. Secondo le stime
fornite dalla Croce Rossa Internazionale e da Human
Right Watch, i
morti della guerra ammonterebbero già a circa 67
mila: 2600 tra le fila la Nato, 10 mila tra i
militari del governo afghano, 38 mila tra i talebani,
15 mila tra i civili e 1800 tra i contractor.
Ma c’è chi ritiene che siano addirittura il
doppio (cfr. Francesca Penza,
Afghanistan: dieci anni di guerra).
Sul conflitto
afghano, nel decennio appena trascorso, è stato
scritto tantissimo: tra gli ultimi libri pubblicati,
segnaliamo il racconto Ritorno da Kabul
(Città del Sole
Edizioni, pp. 96, € 12,00) dello scrittore reggino
Francesco Morisani. Si tratta, in verità, di un
finto reportage, costruito ad arte sulla base di
fatti realmente accaduti nel corso della più recente
storia dell’Afghanistan, attraverso cui Morisani ha
vagheggiato, come spiega nella Premessa, «di
vivere in quel teatro di guerra», provando ad
esprimere le sue considerazioni in merito a ciò che
sta avvenendo nel territorio afghano.
L’autore immagina di
essere un giornalista, stanco di «scrivere articoli
di sfilate di moda o di costume», che decide di
occuparsi di politica internazionale e viene mandato
a Kabul come corrispondente della propria testata
giornalistica. Nell’albergo in cui viene alloggiato,
egli conosce due italiani, un collega (Mario) e un
fotografo (Livio), con i quali fa amicizia e
organizza varie escursioni nei dintorni di Kabul e a
Herat, raccontando gli avvenimenti di cui è
testimone, in particolare alcuni attentati compiuti
dai talebani e varie operazioni militari intraprese
dai soldati dell’Isaf.
Tra gli altri,
conosce anche il generale Stanley McCristal,
nominato capo della spedizione militare statunitense
dal presidente Obama. Egli gestisce le elezioni
presidenziali tenutesi nell’agosto del 2009 in
Afghanistan e conclusesi – non senza sospetti di
brogli elettorali – con la vittoria del leader
uscente Hamid Karzai, sostenuto dalle forze armate
occidentali, che è prevalso anche in virtù del
ritiro del suo avversario, Abdullah Abdullah, dal
ballottaggio finale.
A poco a poco, però,
nel giornalista italiano sorgono forti dubbi sul
reale significato dei conflitti militari scatenati
dall’amministrazione di George Bush junior dopo l’11
settembre 2001, che lo spingono a porsi delle
inquietanti domande: «Bin Laden, chi é? [...] Un
mostro inventato dagli americani per eliminare il
regime iraniano di Khomeini? [...] Non sarà pura
invenzione dei servizi segreti?». Si fa strada in
lui il sospetto che la Cia fosse al corrente dei
preparativi degli attentati dell’11 settembre, ma
non abbia fatto nulla per prevenirli, così da
fornire al governo statunitense il casus belli
da sfruttare per scatenare le due offensive militari
in Afghanistan e in Iraq, secondo una volontà
bellicista che non trova giustificazioni morali di
sorta.
Il momento più
intenso del libro è rappresentato dal racconto
dell’attentato che il 17 settembre 2009 coinvolge a
Kabul due autoblindo Lince dell’esercito italiano,
colpite da un’autobomba e dai proiettili dei
cecchini talebani, provocando un bilancio
delle vittime estremamente pesante: 6 paracadutisti
della Folgore e 10 civili morti, 55 feriti.
L’autore immagina,
poi, di rientrare in Italia sull’aereo che trasporta
le salme dei soldati e di venire accolto dalle
autorità governative italiane all’aeroporto di
Ciampino. Egli, infine, tornato a lavorare
presso la redazione del giornale, riflette a mente
serena sul senso delle crude vicende di cui è stato
testimone, giungendo alla seguente conclusione: «le
forze multinazionali mandate per la riorganizzazione
interna dello stato afghano [...] non hanno portato
alcun miglioramento».
Secondo Morisani,
infatti, per risolvere i conflitti che da oltre un
ventennio lacerano l’Afghanistan sarebbe necessario
che «tutte le componenti della società afghana
entrino a far parte degli Organismi di
Governo del Paese e successivamente degli Organismi
Internazionali». Ci sembra una tesi francamente
condivisibile, che tiene conto, realisticamente,
dell’impossibilità di imporre dall’esterno un
sistema politico di tipo occidentale a una realtà
sociale come quella afghana ancora immersa in una
dimensione profondamente tribale, che solo al
proprio interno potrà trovare gli equilibri
necessari a garantire la pacifica convivenza di
etnie e confessioni religiose da tanto tempo in
contrasto tra loro.
Giuseppe Licandro
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