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Un'opera inutile, costosa e nociva che
rovinerà uno dei
posti più belli d'Italia
di
Giuseppe Licandro
Sette motivi per non fare il Ponte
in un libro
stampato da Sicilia Punto L /
terrelibere.org
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Il progetto del
Ponte sullo Stretto di Messina – in verità non
ancora approvato nella sua versione definitiva –
prevede la costruzione di una struttura a campata
unica, lunga 3.360 metri e larga 60, che poggerà su
due torri alte 382,60 metri, ciascuna delle quali, a
sua volta, costituita da due piloni del diametro di
circa 50 metri.
È legittimo
chiedersi se si tratta dell’ottava meraviglia del
mondo o, piuttosto, di un “mostro”, al cui
cospetto impallidiscono persino i mitici Scilla e
Cariddi...
Del secondo avviso
è il libro di Antonello Mangano e Antonio Mazzeo
Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi
per non costruire il Ponte (Sicilia Punto L /
terrelibere.org, pp. 104, € 5,80), utile per capire
le sette principali ragioni di chi si oppone al
faraonico progetto (che andremo di seguito a
enucleare).
«1. IL CLUB DEL
CEMENTO»
Bandita dalla
Società Stretto di Messina (che ha in concessione il
transito fra Calabria e Sicilia),
la gara d’appalto
per il General Contractor – il gruppo di
imprese cui viene assegnata la gestione di un’opera
pubblica – è stata vinta nell’ottobre del 2005 dalla
cordata di aziende guidata dalla Impregilo di Sesto
San Giovanni, di cui fanno parte la spagnola Sacyr,
la Società Italiana per Condotte d’Acqua, la
giapponese IHI Corporation, l’Aci Scpa - Consorzio
Stabile e la Cooperativa Muratori e Cementisti di
Ravenna (quest’ultima
inserita nel mondo delle “cooperative rosse”).
Come spiegano
Mangano e
Mazzeo, «Impregilo è un colosso italiano delle
costruzioni nato dalla fusione di grandi aziende di
riferimento del gruppo Fiat Agnelli (Cogefar,
Impresit e Lodigiani)», tra i cui azionisti
ci sono, tra gli altri, le Assicurazioni Generali e
la Igli (una multisocietà formata dalla Argofin del
gruppo Gavio, da
Autostrade per l’Italia del gruppo Benetton e dalla
Immobiliare Lombarda del gruppo Ligresti).
Si è imposta, in
sostanza, la «maxi lobby» che da tempo progetta e
gestisce le grandi opere pubbliche in Italia
(ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio
Calabria, Passante di Mestre, Sistema Mose a
Venezia, Tav, ecc.).
Con buona pace di
chi crede che finora si sia operato in maniera
trasparente, gli autori denunciano che la gara con
cui è stato assegnato l’appalto al General
Contractor – per circa 4,4 miliardi di euro –
risulta piena di “anomalie”: «un improvviso ribasso
d’asta di 500 milioni di euro, una controversia
penale che impegnerebbe le istituzioni alla
prosecuzione dei lavori, ed infine la misteriosa
defezione delle grandi imprese estere».
«2. IMPATTO
SOCIALE»
La costruzione del
Ponte metterebbe in azione, oltre all’apertura di
immensi cantieri, anche espropri di terreni,
escavazioni, subappalti e consulenze varie, con «un
impatto sociale di proporzioni incalcolabili in
un’area socialmente disgregata».
I lavori per la
realizzazione dei cantieri comporteranno che «parti
rilevanti dei territori di Messina, Villa San
Giovanni, Scilla e Campo Calabro saranno sottratte
alla fruizione sociale degli abitanti», con
trasferimenti “forzati” di migliaia di persone dalle
proprie dimore. La cantierizzazione, con i problemi
di inquinamento connessi, «produrrà inevitabilmente
gravi impatti sulla salute della popolazione».
Il territorio ne
uscirà completamente trasformato: Mangano e Mazzeo
prevedono sopra la costa di Scilla «lo sfondamento
di una montagna per una galleria di 3,3 Km», la
scomparsa di una parte della zona Nord di Messina
(dove sarà installato il blocco di ancoraggio dei
cavi di acciaio di sostegno del Ponte), lo scempio
del centro storico della città peloritana (dove
«sbucherà la galleria del nuovo tracciato
ferroviario»), la creazione di grandi discariche per
i materiali di scarto sia lungo il litorale
messinese che nel Reggino.
Per non parlare,
poi, delle complicazioni nella viabilità provocate
dalla presenza di un numero elevato di camion
adibiti al trasporto dei materiali di riporto (si
prevedono circa 2.000 tir al giorno!) che, insieme
agli ostacoli alla circolazione rappresentati dai
cantieri, finirà per determinare «la completa
congestione del traffico urbano di Messina».
«3. LA MAFIA»
La parte del leone
nella gestione delle attività economiche connesse
alla costruzione del Ponte la faranno certamente le
organizzazioni criminali, che già da tempo
controllano l’economia nell’Area dello Stretto.
Un’indagine del Centro Studi “Nomos” del Gruppo
“Abele” di Torino ha stabilito, infatti, che «circa
il 40 per cento delle opere potrebbe teoricamente
alimentare i circuiti mafiosi». C’è il rischio
d’infiltrazioni attraverso i subappalti, pericolo
che aumenta in previsione dei lavori per i raccordi
stradali e ferroviari e della gestione dei servizi
necessari ai cantieri (dalle forniture di cemento al
catering e agli alloggi per gli operai). Per
non dire, ancora, delle «operazioni di compravendita
dei terreni limitrofi alla zona prescelta per i
lavori».
Ma c’è di più.
Secondo quanto emerso dalle indagini della Direzione
Distrettuale Antimafia di Roma, c’è stato
addirittura il tentativo di Cosa nostra di
intervenire direttamente nella gestione del
progetto. In particolare, la Dda di Roma, sulla base
di numerose intercettazioni telefoniche, ha aperto
nel 2004 un’inchiesta giudiziaria (denominata
“Operazione Brooklyn”), sospettando che la mafia
italo-americana abbia tentato di «riciclare 5
miliardi di euro provenienti dal traffico di droga
nella realizzazione del Ponte».
Nel 2005 i
magistrati di Roma hanno rinviato a giudizio vari
personaggi, tra cui il boss italo-canadese Vito
Rizzuto e l’imprenditore Giuseppe Zappia, capo di
una cordata che ha partecipato alla gara preliminare
per la scelta del General Contractor (che è
stata comunque esclusa, perché «non in possesso dei
requisiti richiesti»). Il processo di primo grado,
iniziato presso il Tribunale di Roma nel marzo del
2006, è ancora in corso.
«4. LA
DISECONOMIA»
Per tentare di
ammortizzare le ingenti spese sarà introdotto un
pedaggio molto elevato per l’attraversamento del
Ponte. Ciononostante, Mangano e Mazzeo prevedono che
«saranno impossibili il rientro delle esposizioni
finanziarie, l’ammortamento dell’investimento e la
remunerazione del capitale investito». Bisogna,
infatti, considerare la concorrenza delle compagnie
aree low cost che hanno intensificato i voli
a prezzi bassi dal Continente verso la Sicilia,
soppiantando altre modalità di viaggio. Ed è facile
prevedere che nel futuro «la domanda di trasporto
via terra subirà ulteriori rallentamenti».
Si va incontro,
perciò, a un vero disastro economico! Resta da
capire chi pagherà i costi dell’intera operazione:
fallita l’ipotesi di investimenti da parte dei
privati, secondo quanto sostenuto dagli autori, «a
pagare [...] sarà pertanto lo Stato attraverso la
capitalizzazione della Stretto di Messina». C’è,
quindi, il concreto pericolo che la struttura resti
incompiuta, se, come spesso succede nel Belpaese,
verranno meno i fondi pubblici.
«5. IMPATTO
OCCUPAZIONALE»
La ricaduta
occupazionale dei cantieri del Ponte sarà limitata
alla durata dei lavori, che nella relazione dell’Advisor
sono stati stimati in 9 anni. In un periodo più
lungo, invece, si rischia la riduzione
dell’occupazione nell’Area dello Stretto, perché ci
sarà – come ammette lo stesso Advisor – «la
diminuzione degli addetti occupati nelle attività
direttamente legate ai servizi di traghetto (circa
1.240 addetti), solo parzialmente compensato
dall’aumento dell’occupazione per la gestione e
manutenzione del Ponte (circa 480 addetti)». Se si
puntasse, invece, al potenziamento dei servizi di
traghettamento – oggi davvero scadenti, soprattutto
sulla tratta Reggio-Messina – ci potrebbe essere un
aumento stabile dei lavoratori marittimi di circa
320 unità.
Il Ponte non
contribuirà neppure a stimolare lo sviluppo di
attività produttive parallele, perché mancano
progetti adeguati per la crescita economica
complessiva del territorio.
Quindi, come
sottolineano Mangano e Mazzeo, «il rischio, ancora
una volta, è di dar vita ad una cattedrale nel
deserto, insostenibile dal punto di vista
finanziario e ambientale».
Né il Ponte ridurrà
di molto i tempi di attraversamento: infatti,
secondo quanto stabilito nel 2004 dalla Commissione
di Studio sulla Sostenibilità Ambientale e Sociale
del Comune di Messina, «l’aggravio di percorrenza
legato all’utilizzo del Ponte da parte delle
autovetture sarebbe di oltre 20 km». Ciò significa
che i tempi di transito si ridurranno, rispetto al
traghettamento, solo di 10 minuti, vento forte
permettendo...
«6. L’IMPATTO
AMBIENTALE»
Il Ponte
modificherà «uno dei paesaggi e degli ecosistemi
marini e costieri più importanti del Mediterraneo»,
per una serie di ragioni che sono state ben
evidenziate da Alberto Ziparo nel volume collettivo
Il ponte insostenibile (Alinea Editrice).
Riprendendo le sue tesi, Mangano e Mazzeo denunciano
che lo Stretto di Messina subirà profonde
metamorfosi, quali: «a) la modificazione della scena
dell’insieme dell’Area; b) la trasformazione della
geografia e della orografia dei luoghi; c) la
modificazione del paesaggio dei versanti; d) la
nuova percezione dello Stretto e l’impatto
soggettivo (emotivo e psicologico) e collettivo
(socio-culturale) sulle popolazioni interessate».
Aree protette come
la laguna di Capo Peloro in Sicilia o la Costa Viola
in Calabria saranno «danneggiate, alterate o
distrutte», con inevitabili conseguenze anche sulle
rotte migratorie di oltre 300 specie di uccelli che
annualmente attraversano lo Stretto.
Tra gli altri
effetti ambientali, Mangano e Mazzeo citano i danni
ai giacimenti archeologici, l’alterazione dei
fondali marini e le minacce alle specie ittiche,
soprattutto a quelle che transitano periodicamente
(balenottere, capodogli, delfini, pescespada, tonni,
ecc.), su cui graverà l’effetto «FAD» (Fish
Aggregation Device) provocato dall’ombra del
Ponte.
Ma, soprattutto,
gli autori parlano del grave rischio sismico che
incombe sullo Stretto, ricordando che il Ponte è
progettato per resistere a un terremoto «con massima
magnitudo stimata di 7,1 della scala Richter».
Purtroppo, però, nella storia mondiale sono già
avvenuti
terremoti che
hanno
raggiunto intensità ben maggiori!
«7. I MILITARI»
Come per altro già
denunciato dai movimenti pacifisti, «l’eventuale
realizzazione del Ponte di Messina genererà una vera
e propria rivoluzione dell’assetto militare delle
forze armate del Mezzogiorno». Di fronte ai pericoli
terroristici – possibili attacchi aerei, navali o
addirittura missilistici – dovrà necessariamente
essere militarizzata l’intera area calabro-sicula,
con l’adozione di drastiche misure di sicurezza che,
secondo gli autori, potrebbero comportare
«l’installazione di sistemi di missili terra-aria
tra Scilla e Cariddi, l’utilizzo degli scali
“civili” di Reggio Calabria e Lamezia Terme per il
rischiaramento di caccia intercettatori e
bombardieri, l’ennesimo potenziamento di Sigonella e
dei porti militari di Messina ed Augusta, la
“cessione” alla Nato del porto di Gioia Tauro (già
in atto), la predisposizione di una “cintura navale”
nel Basso Tirreno e nello Jonio».
Insomma, si prevede
uno scenario piuttosto torbido, anche perché risulta
che talune delle imprese del General Contractor
sono in affari con gli apparati militari (quelle
impegnate, ad esempio, nella ristrutturazione di
alcune basi della Nato).
Non a caso, quindi,
Mangano e Mazzeo sostengono che sono «le società e
gli uomini del Ponte ad incrociare le loro vicende
personali con i teatri militari di mezzo mondo».
La Rete “No
Ponte”
Sembra che fra
breve avranno inizio i primi lavori relativi alla
costruzione della mastodontica opera, con la
cosiddetta “variante di Cannitello”, un piano
d’interramento della linea ferroviaria che, in
seguito a una delibera del Comitato
Interministeriale per la Programmazione Economica, è
finita tra le opere gestite dalla Società Stretto di
Messina.
Molti sono del
parere che il Ponte non verrà mai completato, ma si
procederà ugualmente – come ha scritto Giuseppe
Baldessarro su il Quotidiano della Calabria –
«a scavare e sbancare sulle due sponde, scaricare
cemento ovunque e rastrellare quanto più soldi
possibile». È soprattutto per questo motivo che,
dopo alcuni anni di stasi, è ripartito il movimento
di lotta contro il faraonico progetto,
ricompattatosi attorno alla Rete “No Ponte”.
Nel corso del 2009
si sono svolte tre manifestazioni nazionali, che
hanno visto la partecipazione di diverse migliaia di
persone: la prima si è tenuta a Messina l’8 agosto,
la seconda sempre a Messina, in località Torre Faro,
il 1° dicembre (emblematicamente intitolata, in riferimento ai
tragici accadimenti di ottobre e a ciò che
sosteniamo in questa rivista, “I soldi
del Ponte per la sicurezza dei territori”) e la
terza a Villa San Giovanni il 19 dicembre.
Quest’ultima, purtroppo, è stata funestata dalla
morte di Franco Nisticò, ex sindaco di Badolato e
presidente del Comitato per la Statale 106 Jonica,
colpito da infarto alla fine di un discorso tenuto
sul palco allestito a Cannitello. Anche in suo nome,
dunque, dovrà continuare la lotta degli
ambientalisti.
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno II,
n. 6, gennaio 2010)
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