Anno I             n. 2                    Settembre 2009

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

Il forte impegno antimafia degli operai

africani che si sono stabiliti in Calabria

 

di Giuseppe Licandro

 

Un saggio pubblicato da terrelibere.org

descrive le dure condizioni degli immigrati

 

 

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Il 12 dicembre 2008 si è tenuta a Rosarno – un comune della Piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria – una manifestazione contro la mafia. Non si è trattato, però, di un corteo organizzato dai sindacati o dalle associazioni che solitamente si oppongono alla 'ndrangheta, bensì di una protesta spontanea messa in atto da un gruppo di lavoratori africani, che hanno manifestato la loro indignazione in risposta al ferimento di due immigrati ad opera di alcuni criminali.

Analogamente a quanto è avvenuto a Lampedusa e a Castel Volturno, la manifestazione di Rosarno ha rappresentato un momento di rottura all’interno di un ambiente nel quale gli immigrati spesso vivono in condizioni disumane e vengono sfruttati da loschi individui senza scrupoli.

 

Un libro di testimonianza e memoria

Dei problemi degli immigrati residenti nella Piana di Gioia Tauro si parla in un recente saggio, a cura dello studioso Antonello Mangano, Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l’Italia (Edizioni terrelibere.org, pp. 104, € 8,00), che apre uno spiraglio di luce su una realtà drammatica, ai più sconosciuta, dove antichi e nuovi soprusi si sovrappongono, senza soluzione di continuità, in una spirale d’illegalità e di violenza.

Il testo, redatto da vari autori, contiene – oltre agli interventi di Mangano – la Prefazione della giornalista Valentina Loiero, la Postfazione del responsabile dell’Associazione “Libera Internazionale” Tonio Dell’Olio e tre capitoli composti, rispettivamente, dall’ex sindaco antimafia di Rosarno Giuseppe Lavorato, dal docente universitario Fulvio Vassallo Paleologo e da Gabriele Del Grande, membro dell’Osservatorio sulle Vittime dell’ImmigrazioneFortress Europe”.

 

Nella Prefazione  la Loiero fa notare come Gli africani salveranno Rosarno sia, nel contempo, un libro di testimonianza e di memoria: «Testimonianza scritta di quanto accade ormai dal '92 nella piana di Gioia Tauro, ogni anno da ottobre a febbraio. Memoria storica, perché non accada più». E ricorda ai lettori che, solo tra Rosarno e Rizziconi, vivono divisi in tre «accampamenti» circa 1200 lavoratori stranieri, la maggior parte dei quali sono rifugiati politici o immigrati arrivati in Italia con regolare visto d’ingresso (anche se poi, quando è entrata in vigore la Legge Bossi-Fini, molti di loro sono diventati clandestini!).

 

Le lotte sociali nella Piana di Gioia Tauro

Nel primo capitolo, Rosarno: storia di immigrazione e di lotte sociali e politiche, Lavorato ricostruisce la storia sociale della Piana di Gioia Tauro a partire dal 1950, quando esplose in molte parti della Calabria la protesta dei contadini per la realizzazione della riforma agraria. In particolare, l’autore ricorda lo scontro che a lungo contrappose i militanti del Partito comunista italiano alla 'ndrangheta e che culminò nel 1980 nell’omicidio di Peppe Valarioti, un dirigente del Pci di Rosarno, il quale si era sempre battuto «per la crescita civile della sua comunità, per liberarla dall’oppressione mafiosa».

 

La morte di Valarioti segnò una fase di arretramento del movimento antimafia, che comunque venne superata allorché la popolazione della Piana si mobilitò contro la costruzione di una Centrale a carbone, voluta dalle cosche: il referendum consultivo tenutosi nel 1985 si risolse con la netta affermazione del “no” e le lotte che continuarono negli anni seguenti impedirono la costruzione dell’“ecomostro”, spingendo invece verso l’ampliamento del porto di Gioia Tauro. Verso la fine degli anni Novanta, sulla scia di questi significativi successi, le forze progressiste riuscirono ad affermarsi nelle elezioni amministrative di alcuni importanti comuni del Reggino, pur in un contesto reso difficile dalla minacciosa presenza della ‘ndrangheta E, addirittura, alcune amministrazioni locali «si costituirono, per prime in Italia, parte civile nei procedimenti penali e civili contro la mafia e contribuirono alla condanna di numerosi boss».

 

La situazione, tuttavia, è mutata negli anni più recenti. L’arrivo di un’ingente quantità di lavoratori stranieri è stato abilmente sfruttato da molti imprenditori locali per abbassare i salari, creando così tensioni sociali fra i residenti e i nuovi arrivati. Alcuni criminali, addirittura, hanno esercitato sugli immigrati banditesche forme di estorsione, culminate in una serie di proditorie aggressioni e di rapine, mentre si è andato rafforzando il potere di controllo del territorio da parte dei clan locali.

 

La protesta di Rosarno

Nel capitolo Salveranno Rosarno Mangano descrive gli avvenimenti accaduti nel paese calabrese il 12 dicembre 2008. Egli riferisce che, verso le 17, «due giovani italiani a bordo di una Panda bianca sparano contro il gruppo degli immigrati che tornano dopo la giornata di lavoro». Rimangono feriti – per fortuna non gravemente – due ragazzi ivoriani (Ahamed e Saga), poi ricoverati presso l’ospedale Santa Maria degli ungheresi di Polistena. Poche ore dopo l’agguato, avviene un fatto inaspettato: «Oltre 400 stranieri si radunano nella tarda serata. Tutta una notte di proteste, di fronte la polizia in tenuta anti-sommossa».

Gli immigrati non si limitano, però, solo a manifestare la propria rabbia: alcuni di loro, collaborando attivamente con gli inquirenti, contribuiscono all’individuazione dei responsabili della sparatoria. Per la prima volta – almeno dai tempi di Valarioti – l’omertà che regna in paese s’infrange e, nel giro di pochi giorni, gli esecutori del gesto criminale vengono assicurati alla giustizia!

 

Ma da dove arrivano i circa 3000 immigrati stanziatisi nella Piana di Gioia Tauro?

Mangano ne individua essenzialmente due tipologie: «1. i lavoratori impegnati nel lavoro stagionale delle campagne del Sud. Molti degli africani presenti hanno finito la raccolta dei pomodori in Puglia (settembre-ottobre), altri provengono dalla Campania; [...] 2. coloro che provengono dal percorso che va dalla Libia a Lampedusa, da Crotone alle campagne della Piana». Gli stranieri vengono occupati principalmente in edilizia e in agricoltura, settori nei quali è ampiamente diffuso il “lavoro nero”. Parecchi di loro appartengono alla categoria dei “lavoratori stagionali” , che si trattengono nella Piana soprattutto nel periodo della raccolta delle arance, compreso fra novembre e marzo. Spesso si tratta di overstayers, cioè di stranieri che sono entrati in Italia con un regolare visto d’ingresso, ma, avendo svolto sempre lavori irregolari ed essendo rimasti sul territorio italiano oltre la scadenza dei termini consentiti dalla legge, hanno finito per diventare clandestini.

 

Xenofobia mafiosa

Chi sono i malviventi che maltrattano gli immigrati e tentano di derubarli?

In genere non si tratta di elementi di spicco della 'ndrangheta, quanto di giovani delinquenti, affiliati o contigui ai clan, che sono vogliosi di dimostrare le proprie “capacità criminali” e ritengono di poter estorcere facilmente denaro ai lavoratori stranieri.

 

La Piana, del resto, è diventata da diverso tempo una sorta di “Far West”, in cui imperversa quella che Mangano definisce «la mafia più pazza del mondo», dedita ad innumerevoli attività criminose – persino rapine agli autotrasportatori – e ben lontana dagli stereotipi della “onorata società”, che non ha remore nel prevaricare i soggetti socialmente più deboli (a guisa degli antichi baroni feudali, dei quali ha praticamente occupato il posto).

In tal senso appare illuminante – oltre che sconvolgente – la testimonianza di un gruppo di africani che, nell’inverno del 1999, ha scritto una lettera disperata all’allora sindaco rosarnese Lavorato, denunciando i gravi atti di violenza razzista perpetrati ai loro danni. Ne riportiamo un passo eloquente: «Dal nostro arrivo fino ad oggi, nei viali, nelle piazze, a volte nei luoghi di lavoro, nei ghetti, siamo quotidianamente (24 ore su 24, anche durante il riposo notturno) vittime di congiure razziste: ragazzini minorenni che ci sputano in faccia, “brigate” clandestine in moto-scooter... aggressioni inimmaginabili di ogni tipo».

 

Ha ragione, perciò, Mangano a sostenere che in talune zone del Mezzogiorno s’intravede «un quadro ben diverso dal luogo comune del Sud caldo, accogliente, “meridiano”» e che buona parte dell’Italia meridionale «sta perdendo l’occasione di una interazione positiva con gli immigrati».

 

Le violenze sui migranti in Libia

Per far comprendere le difficoltà che attanagliano migliaia di lavoratori stranieri in Italia, riportiamo quanto scrive Vassallo Paleologo nel capitolo Diritti negati e sfruttamento. Dall’accoglienza al lavoro servile, a proposito delle leggi che recentemente hanno cercato di colpire l’immigrazione considerata clandestina: «Il governo [...] ha fatto approvare dal Parlamento una serie di provvedimenti di stampo repressivo, a partire dal mese di maggio 2008, con misure che hanno reso maggiormente ricattabili proprio i migranti rimasti privi di permesso di soggiorno, come i richiedenti asilo denegati, costretti per sopravvivere, e per fuggire alle retate della polizia, a nascondersi nei territori controllati dalle organizzazioni criminali».

 

Segnaliamo, inoltre, l’elevato numero di vittime registratosi tra coloro che hanno tentato, nell’ultimo ventennio, di varcare le frontiere prima della Cee e poi della Ue, secondo i dati forniti da Del Grande nel capitolo Prima di Lampedusa. Prima di Rosarno: «Dal 1988 ad oggi 13.351 morti documentate, 5.131 dispersi [...]. Tra i morti si contano anche le vittime delle deportazioni collettive praticate dai governi di Tripoli, Algeri e Rabat, abituati ad abbandonare a se stessi gruppi di centinaia di persone in zone frontaliere in pieno deserto». Per capire la gravità delle violenze tuttora esercitate dalle autorità libiche nei confronti degli africani che tentano di emigrare in Europa, consigliamo di leggere l’articolo di Francesca Rinaldi Cosa succede a chi vuole raggiungere Tripoli e che cosa è il Trattato Italia-Libia, pubblicato nel n. 40 di direfarescrivere, nel quale, tra l’altro, si presenta il film-documentario Come un uomo sulla Terra (a cura di Riccardo Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Yimer), una puntuale denuncia delle atrocità commesse in Libia contro i migranti, nell’indifferenza dell’Onu e dell’Unione Europea.

 

In conclusione, facciamo nostro il giudizio espresso nella Postfazione de Gli africani salveranno Rosarno da Dell’Olio, che così commenta la lotta intrapresa dai lavoratori africani della Piana: «Questa anagrafe della vita ribolle sotto i colpi dell’inospitalità e ci invita alla scuola di una nuova umanità in cui sono loro i maestri che, dalla cattedra della fatica e del sudore, ci insegnano come si fa l’antimafia. Col sangue, con la fatica, col sudore e con la coscienza che ancora sa dire no alla prepotenza».

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno I, n. 2 , settembre 2009)

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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