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Il forte impegno antimafia degli operai
africani che si sono stabiliti in
Calabria
di
Giuseppe Licandro
Un saggio
pubblicato da terrelibere.org
descrive le
dure condizioni degli immigrati
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Il 12 dicembre 2008 si è tenuta a Rosarno – un
comune della Piana di Gioia Tauro, in provincia di
Reggio Calabria – una manifestazione contro la
mafia. Non si è trattato, però, di un corteo
organizzato dai sindacati o dalle associazioni che
solitamente si oppongono alla
'ndrangheta,
bensì di una protesta spontanea messa in atto da un
gruppo di lavoratori africani, che hanno manifestato
la loro indignazione in risposta al ferimento di due
immigrati ad opera di alcuni criminali.
Analogamente a quanto è avvenuto a Lampedusa e a
Castel Volturno, la manifestazione di Rosarno ha
rappresentato un momento di rottura all’interno di
un ambiente nel quale gli immigrati spesso vivono in
condizioni disumane e vengono sfruttati da loschi
individui senza scrupoli.
Un libro di testimonianza e memoria
Dei problemi degli immigrati residenti nella Piana
di Gioia Tauro si parla in un recente saggio, a cura
dello studioso Antonello Mangano, Gli africani
salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l’Italia
(Edizioni terrelibere.org, pp. 104, € 8,00), che
apre uno spiraglio di luce su una realtà drammatica,
ai più sconosciuta, dove antichi e nuovi soprusi si
sovrappongono, senza soluzione di continuità, in una
spirale d’illegalità e di violenza.
Il testo, redatto da vari autori, contiene – oltre
agli interventi di Mangano – la Prefazione
della giornalista Valentina Loiero, la
Postfazione del responsabile dell’Associazione
“Libera Internazionale” Tonio Dell’Olio e tre
capitoli composti, rispettivamente, dall’ex sindaco
antimafia di Rosarno Giuseppe Lavorato, dal docente
universitario Fulvio Vassallo Paleologo e da
Gabriele Del Grande, membro dell’Osservatorio sulle
Vittime dell’Immigrazione
“Fortress Europe”.
Nella Prefazione la Loiero fa notare
come Gli africani salveranno Rosarno sia, nel
contempo, un libro di testimonianza e di memoria:
«Testimonianza scritta di quanto accade ormai dal
'92
nella piana di Gioia Tauro, ogni anno da ottobre a
febbraio. Memoria storica, perché non accada più». E
ricorda ai lettori che, solo tra Rosarno e Rizziconi,
vivono divisi in tre «accampamenti» circa 1200
lavoratori stranieri, la maggior parte dei quali
sono rifugiati politici o immigrati arrivati in
Italia con regolare visto d’ingresso (anche se poi,
quando è entrata in vigore la Legge Bossi-Fini,
molti di loro sono diventati clandestini!).
Le lotte sociali nella Piana di Gioia Tauro
Nel primo capitolo, Rosarno: storia di
immigrazione e di lotte sociali e politiche,
Lavorato ricostruisce la storia sociale della Piana
di Gioia Tauro a partire dal 1950, quando esplose in
molte parti della Calabria la protesta dei contadini
per la realizzazione della riforma agraria. In
particolare, l’autore ricorda lo scontro che a lungo
contrappose i militanti del Partito comunista
italiano alla
'ndrangheta
e che culminò nel 1980 nell’omicidio di Peppe
Valarioti, un dirigente del Pci di Rosarno, il quale
si era sempre battuto «per la crescita civile della
sua comunità, per liberarla dall’oppressione
mafiosa».
La morte di Valarioti segnò una fase di arretramento
del movimento antimafia, che comunque venne superata
allorché la popolazione della Piana si mobilitò
contro la costruzione di una Centrale a carbone,
voluta dalle cosche: il referendum consultivo
tenutosi nel 1985 si risolse con la netta
affermazione del “no” e le lotte che continuarono
negli anni seguenti impedirono la costruzione
dell’“ecomostro”, spingendo invece verso
l’ampliamento del porto di Gioia Tauro. Verso la
fine degli anni Novanta, sulla scia di questi
significativi successi, le forze progressiste
riuscirono ad affermarsi nelle elezioni
amministrative di alcuni importanti comuni del
Reggino, pur in un contesto reso difficile dalla
minacciosa presenza della ‘ndrangheta E,
addirittura, alcune amministrazioni locali «si
costituirono, per prime in Italia, parte civile nei
procedimenti penali e civili contro la mafia e
contribuirono alla condanna di numerosi boss».
La situazione, tuttavia, è mutata negli anni più
recenti. L’arrivo di un’ingente quantità di
lavoratori stranieri è stato abilmente sfruttato da
molti imprenditori locali per abbassare i salari,
creando così tensioni sociali fra i residenti e i
nuovi arrivati. Alcuni criminali, addirittura, hanno
esercitato sugli immigrati banditesche forme di
estorsione, culminate in una serie di proditorie
aggressioni e di rapine, mentre si è andato
rafforzando il potere di controllo del territorio da
parte dei clan locali.
La protesta di Rosarno
Nel capitolo Salveranno Rosarno Mangano
descrive gli avvenimenti accaduti nel paese
calabrese il 12 dicembre 2008. Egli riferisce che,
verso le 17, «due giovani italiani a bordo di una
Panda bianca sparano contro il gruppo degli
immigrati che tornano dopo la giornata di lavoro».
Rimangono feriti – per fortuna non gravemente – due
ragazzi ivoriani (Ahamed e Saga), poi ricoverati
presso l’ospedale Santa Maria degli ungheresi di
Polistena. Poche ore dopo l’agguato, avviene un
fatto inaspettato: «Oltre 400 stranieri si radunano
nella tarda serata. Tutta una notte di proteste, di
fronte la polizia in tenuta anti-sommossa».
Gli immigrati non si limitano, però, solo a
manifestare la propria rabbia: alcuni di loro,
collaborando attivamente con gli inquirenti,
contribuiscono all’individuazione dei responsabili
della sparatoria. Per la prima volta – almeno dai
tempi di Valarioti – l’omertà che regna in paese
s’infrange e, nel giro di pochi giorni, gli
esecutori del gesto criminale vengono assicurati
alla giustizia!
Ma da dove arrivano i circa 3000 immigrati
stanziatisi nella Piana di Gioia Tauro?
Mangano ne individua essenzialmente due tipologie:
«1. i lavoratori impegnati nel lavoro stagionale
delle campagne del Sud. Molti degli africani
presenti hanno finito la raccolta dei pomodori in
Puglia (settembre-ottobre), altri provengono dalla
Campania; [...] 2. coloro che provengono dal
percorso che va dalla Libia a Lampedusa, da Crotone
alle campagne della Piana». Gli stranieri vengono
occupati principalmente in edilizia e in
agricoltura, settori nei quali è ampiamente diffuso
il “lavoro nero”. Parecchi di loro appartengono alla
categoria dei “lavoratori stagionali”
, che si trattengono nella Piana
soprattutto nel periodo della raccolta delle arance,
compreso fra novembre e marzo. Spesso si tratta di
overstayers, cioè di stranieri che sono
entrati in Italia con un regolare visto d’ingresso,
ma, avendo svolto sempre lavori irregolari ed
essendo rimasti sul territorio italiano oltre la
scadenza dei termini consentiti dalla legge, hanno
finito per diventare clandestini.
Xenofobia mafiosa
Chi sono i malviventi che maltrattano gli immigrati
e tentano di derubarli?
In genere non si tratta di elementi di spicco della
'ndrangheta,
quanto di giovani delinquenti, affiliati o contigui
ai clan, che sono vogliosi di dimostrare le proprie
“capacità criminali” e ritengono di poter estorcere
facilmente denaro ai lavoratori stranieri.
La Piana, del resto, è diventata da diverso tempo
una sorta di “Far West”, in cui imperversa quella
che Mangano definisce «la mafia più pazza del
mondo», dedita ad innumerevoli attività criminose –
persino rapine agli autotrasportatori – e ben
lontana dagli stereotipi della “onorata società”,
che non ha remore nel prevaricare i soggetti
socialmente più deboli (a guisa degli antichi baroni
feudali, dei quali ha praticamente occupato il
posto).
In tal senso appare illuminante – oltre che
sconvolgente – la testimonianza di un gruppo di
africani che, nell’inverno del 1999, ha scritto una
lettera disperata all’allora sindaco rosarnese
Lavorato, denunciando i gravi atti di violenza
razzista perpetrati ai loro danni. Ne riportiamo un
passo eloquente: «Dal nostro arrivo fino ad oggi,
nei viali, nelle piazze, a volte nei luoghi di
lavoro, nei ghetti, siamo quotidianamente (24 ore su
24, anche durante il riposo notturno) vittime di
congiure razziste: ragazzini minorenni che ci
sputano in faccia, “brigate” clandestine in
moto-scooter... aggressioni inimmaginabili di ogni
tipo».
Ha ragione, perciò, Mangano a sostenere che in
talune zone del Mezzogiorno s’intravede «un quadro
ben diverso dal luogo comune del Sud caldo,
accogliente, “meridiano”» e che buona parte
dell’Italia meridionale «sta perdendo l’occasione di
una interazione positiva con gli immigrati».
Le violenze sui migranti in Libia
Per far comprendere le difficoltà che attanagliano
migliaia di lavoratori stranieri in Italia,
riportiamo quanto scrive Vassallo Paleologo nel
capitolo Diritti negati e sfruttamento.
Dall’accoglienza al lavoro servile, a proposito
delle leggi che recentemente hanno cercato di
colpire l’immigrazione considerata clandestina: «Il
governo [...] ha fatto approvare dal Parlamento una
serie di provvedimenti di stampo repressivo, a
partire dal mese di maggio 2008, con misure che
hanno reso maggiormente ricattabili proprio i
migranti rimasti privi di permesso di soggiorno,
come i richiedenti asilo denegati, costretti per
sopravvivere, e per fuggire alle retate della
polizia, a nascondersi nei territori controllati
dalle organizzazioni criminali».
Segnaliamo, inoltre, l’elevato numero di vittime
registratosi tra coloro che hanno tentato,
nell’ultimo ventennio, di varcare le frontiere prima
della Cee e poi della Ue, secondo i dati forniti da
Del Grande nel capitolo Prima di Lampedusa. Prima
di Rosarno: «Dal 1988 ad oggi 13.351 morti
documentate, 5.131 dispersi [...]. Tra i morti si
contano anche le vittime delle deportazioni
collettive praticate dai governi di Tripoli, Algeri
e Rabat, abituati ad
abbandonare a se stessi gruppi di centinaia di
persone in zone frontaliere in pieno deserto». Per
capire la gravità delle violenze tuttora esercitate
dalle autorità libiche nei confronti degli africani
che tentano di emigrare in Europa, consigliamo di
leggere l’articolo di Francesca Rinaldi
Cosa succede a chi vuole raggiungere
Tripoli e che cosa è il Trattato Italia-Libia,
pubblicato nel n. 40 di direfarescrivere, nel
quale, tra l’altro, si presenta il film-documentario
Come un uomo sulla Terra (a cura di Riccardo
Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Yimer),
una puntuale denuncia delle atrocità commesse in
Libia contro i migranti, nell’indifferenza dell’Onu
e dell’Unione Europea.
In conclusione, facciamo nostro il giudizio espresso
nella Postfazione de Gli africani
salveranno Rosarno da Dell’Olio, che così
commenta la lotta intrapresa dai lavoratori africani
della Piana: «Questa anagrafe della vita ribolle
sotto i colpi dell’inospitalità e ci invita alla
scuola di una nuova umanità in cui sono loro i
maestri che, dalla cattedra della fatica e del
sudore, ci insegnano come si fa l’antimafia. Col
sangue, con la fatica, col sudore e con la coscienza
che ancora sa dire no alla prepotenza».
Giuseppe Licandro
(www.excursus.org,
anno I, n. 2 , settembre 2009)
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