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Dimenticare Stalin: per una riscoperta
del socialismo e
per una nuova sinistra
di
Giuseppe Licandro
Condivisibile
l'idea di fondo di Giorgio Galli.
Qualche
perplessità nel giudizio sul dittatore
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Il 5 marzo 1953,
all’età di 73 anni, si spense Iosif Vissarionovič
Džugašvili, meglio noto come Stalin, che per
venticinque anni era stato il dominatore assoluto
dell’Urss.
I funerali che gli
vennero tributati ricordarono molto quelli di uno
zar: un milione di persone partecipò alle esequie e
il corpo venne imbalsamato, per poi essere
seppellito accanto a quello di Lenin nel mausoleo
della Piazza Rossa di Mosca.
Eppure appena tre
anni dopo furono gli stessi sovietici a distruggere
il mito dell’uomo d’acciaio, quando il
segretario generale del Partito comunista
dell’Unione Sovietica Nikita Chruščёv denunciò i
crimini di Stalin nell’ormai celebre Rapporto
segreto letto, in seduta riservata, ai delegati
partecipanti al XX congresso del Pcus. E la salma
del dittatore georgiano venne ben presto rimossa dal
mausoleo moscovita...
Sulla figura di
Stalin non si è mai smesso di discutere. Anche
recentemente, sulle pagine del quotidiano
Liberazione (cfr.
http://letteresustalin.liberazione.it),
si è tenuto un interessante dibattito, che ha dato
origine a un’accesa disputa tra coloro che in
qualche misura giustificano sul piano storico
l’operato del dittatore georgiano (Domenico Losurdo)
e chi, invece, lo critica radicalmente (Antonio
Moscato). Tra l’altro, in Russia è in corso in
questi anni una conclamata rivalutazione del
dittatore georgiano, funzionale alla riproposizione
della politica di potenza voluta da Putin, e c’è
qualcuno che ha proposto persino... di santificarlo!
Tra gli
intellettuali nostrani che in questi ultimi tempi si
sono cimentati nella riflessione critica sulla
storia sovietica ci sembra opportuno ricordare –
oltre al già
citato Losurdo, che ha pubblicato Stalin. Storia
e critica di una leggenda nera (Carocci) e a
Luciano Canfora, che ha parlato di Stalin in alcuni
interessanti capitoli de La storia falsa
(Laterza) – Giorgio Galli, storico e politologo,
autore di un pamphlet dal titolo Stalin e
la sinistra: discuterne senza paura (Baldini
Castoldi Dalai, pp. 144, € 14,00). Galli nella
Prefazione spiega che l’intento del suo libro è
quello di rilanciare l’identità e l’iniziativa
politica della sinistra europea, prendendo
definitivamente le distanze dai fantasmi del passato
che ancora incombono su di essa, in particolare da
Stalin: «Nel suo nome, infatti, si riassume il
“nero” del celebre libro sul comunismo, un “nero”
che ha investito anche il socialismo, non solo il
cosiddetto “socialismo reale”, ma anche la
socialdemocrazia sua rivale, che è in difficoltà in
tutta Europa».
Pur criticando i
metodi e l’ideologia del dittatore georgiano, Galli
riduce la portata dei suoi crimini, dimostrando
l’infondatezza dei calcoli fatti a suo tempo nel
saggio Il Grande Terrore (Rizzoli) da Robert
Conquest, secondo cui i morti ascrivibili allo
stalinismo sarebbero stati ben 19.500.000 (le stime
di Conquest sono state accettate da vari storici e
talvolta anche amplificate).
Il politologo
italiano – sulla base di dati più attendibili –
afferma, invece, che «Stalin è responsabile di 9
milioni di vittime in un contesto storico di due
guerre mondiali non provocate dal comunismo, che
hanno causato 75 milioni di morti. Se Stalin è un
mostro, è dunque un mostro al 12%».
Egli, inoltre,
riconosce al leader comunista anche alcuni meriti:
aver saputo modernizzare l’Unione Sovietica,
realizzando l’industrializzazione; essere riuscito a
respingere l’attacco nazista tra il 1941 e il 1945;
aver fatto assurgere l’Urss a grande potenza nel
Secondo dopoguerra, dotandola di armi nucleari. E,
ancora, sostiene che le “ Grandi purghe”, con cui
fra il 1935 e il 1938 furono sterminati i vecchi
quadri comunisti, rispondessero a una logica
politica ben precisa, anche se aberrante: «Le
epurazioni distruggevano e ricostruivano
continuamente [...] i quadri di un partito unico
autoritario, che era rimasto il solo strumento
politico a disposizione per selezionare la classe
dirigente».
Galli afferma che
alla base della dittatura staliniana vi furono le
condizioni storiche nelle quali si sviluppò la
società sovietica, cioè «una rivoluzione vittoriosa,
ma isolata, in un Paese nel complesso economicamente
arretrato e politicamente autocratico per
tradizione». A suo avviso, quindi, bisogna
ridimensionare le responsabilità personali di Stalin
nella degenerazione del socialismo sovietico, in
quanto l’involuzione autoritaria era insita nel
sistema stesso e fu conseguente a un errore di
previsione storica, cioè alla «convinzione dei
bolscevichi che dalla Russia del 1917 sarebbe
partita la rivoluzione prima europea e poi
mondiale».
L’autore, comunque,
ritiene che non si debba operare alcuna
riabilitazione politica di Stalin da parte delle
forze che ancora adesso si rifanno alla tradizione
socialista: «se egli era autoritario, la sinistra
dovrà essere più libertaria ampliando i diritti
civili. Se egli era antidemocratico, la sinistra
dovrà essere più democratica estendendo il potere di
rappresentanza all’ambito dell’economia».
La sinistra
europea, pertanto, deve valorizzare ciò che di
realmente positivo c’è stato nella storia del
movimento operaio e nel socialismo, senza commettere
l’errore di appiattirsi sulle teorie neoliberiste,
soccombendo sul piano ideologico – come ha fatto
negli ultimi vent’anni – «a chi si batte per la
conservazione di tutte le ingiustizie».
Condividiamo
l’intento di Galli, che vuole rivitalizzare gli
ideali socialisti, rifiutando la scorretta
identificazione fra comunismo sovietico e
socialdemocrazia proposta da taluni esponenti dei
partiti conservatori. Nutriamo, però, molte
perplessità sull’effettiva statura politica del
dittatore georgiano, le cui scelte, dettate spesso
dalla brama di potere o da mere motivazioni
opportunistiche, incisero in modo estremamente
negativo sul corso della storia sovietica. Stalin,
infatti, accelerò notevolmente i tempi
dell’industrializzazione dell’Urss (avvenuta in
appena dieci anni), facendo ricorso a metodi
fortemente autoritari, che provocarono numerose
vittime tra la popolazione e seri contraccolpi
all’agricoltura e ad alcuni settori della stessa
industria (in particolare a quella leggera). Egli,
inoltre, commise una serie di errori piuttosto gravi
in politica estera, favorendo, ad esempio, le mire
espansionistiche di Hitler con la firma del Patto di
non aggressione nel 1939, e fu tra i responsabili
della pericolosa corsa allo sviluppo degli armamenti
nucleari che caratterizzò la prima fase della Guerra
Fredda.
Non sono
spiegabili, poi, in termini esclusivamente politici
le epurazioni della seconda metà degli anni Trenta:
Stalin, infatti, aveva il pieno dominio
sull’apparato burocratico statale, potendo sollevare
chiunque dagli incarichi di partito senza bisogno di
spargere sangue.
Il dittatore
georgiano non esitò, tuttavia, a far eliminare
fisicamente quasi tutti i suoi ex collaboratori, in
una sorta di assurda nemesi storica che assunse
quasi i contorni di una “controrivoluzione” (Lev
Trockij, prima di essere ucciso in Messico da un
sicario staliniano, definì in vari scritti
“bonapartista” la condotta di Stalin, sostenendo che
egli avesse tradito la rivoluzione comunista).
Forse la ragione
dei comportamenti dispotici e sanguinari del leader
sovietico va ricercata nei tratti oscuri e paranoici
del suo carattere, ben delineati a suo tempo da
Erich Fromm in Anatomia della distruttività umana
(Mondadori). È comunque innegabile, al di là delle
colpe che si possono attribuire a Stalin, che il
sistema comunista non riuscì – per la mancanza di
pluralismo politico e per la sostanziale
esautorazione dei soviet – a impedire la propria
degenerazione autocratica e fallì nell’intento di
emancipare le masse lavoratrici.
In conclusione,
concordiamo con Galli quando sostiene che il
socialismo non è una dottrina politica anacronistica
e che le forze di sinistra – per essere davvero tali
– devono rapportarsi criticamente alle ingiustizie
proprie del sistema capitalistico, senza lasciarsi
ingabbiare dal neoliberismo, anzi adottando
strategie politiche ad esso alternative: «Fare il
contrario di Stalin non significa richiamarsi al
liberalismo dell’Ottocento, ma inventare quello del
XXI secolo».
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno I,
n. 3, ottobre 2009)
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