Anno I             n. 3                    Ottobre 2009

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

Dimenticare Stalin: per una riscoperta

del socialismo e per una nuova sinistra

 

di Giuseppe Licandro

 

Condivisibile l'idea di fondo di Giorgio Galli.

Qualche perplessità nel giudizio sul dittatore

 

 

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Il 5 marzo 1953, all’età di 73 anni, si spense Iosif Vissarionovič Džugašvili, meglio noto come Stalin, che per venticinque anni era stato il dominatore assoluto dell’Urss.

I funerali che gli vennero tributati ricordarono molto quelli di uno zar: un milione di persone partecipò alle esequie e il corpo venne imbalsamato, per poi essere seppellito accanto a quello di Lenin nel mausoleo della Piazza Rossa di Mosca.

Eppure appena tre anni dopo furono gli stessi sovietici a distruggere il mito dell’uomo d’acciaio, quando il segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica Nikita Chruščёv denunciò i crimini di Stalin nell’ormai celebre Rapporto segreto letto, in seduta riservata, ai delegati partecipanti al XX congresso del Pcus. E la salma del dittatore georgiano venne ben presto rimossa dal mausoleo moscovita...

 

Sulla figura di Stalin non si è mai smesso di discutere. Anche recentemente, sulle pagine del quotidiano Liberazione (cfr. http://letteresustalin.liberazione.it), si è tenuto un interessante dibattito, che ha dato origine a un’accesa disputa tra coloro che in qualche misura giustificano sul piano storico l’operato del dittatore georgiano (Domenico Losurdo) e chi, invece, lo critica radicalmente (Antonio Moscato). Tra l’altro, in Russia è in corso in questi anni una conclamata rivalutazione del dittatore georgiano, funzionale alla riproposizione della politica di potenza voluta da Putin, e c’è qualcuno che ha proposto persino... di santificarlo!

 

Tra gli intellettuali nostrani che in questi ultimi tempi si sono cimentati nella riflessione critica sulla storia sovietica ci sembra opportuno ricordare – oltre al già citato Losurdo, che ha pubblicato Stalin. Storia e critica di una leggenda nera (Carocci) e a Luciano Canfora, che ha parlato di Stalin in alcuni interessanti capitoli de La storia falsa (Laterza) – Giorgio Galli, storico e politologo, autore di un pamphlet dal titolo Stalin e la sinistra: discuterne senza paura (Baldini Castoldi Dalai, pp. 144, € 14,00). Galli nella Prefazione spiega che l’intento del suo libro è quello di rilanciare l’identità e l’iniziativa politica della sinistra europea, prendendo definitivamente le distanze dai fantasmi del passato che ancora incombono su di essa, in particolare da Stalin: «Nel suo nome, infatti, si riassume il “nero” del celebre libro sul comunismo, un “nero” che ha investito anche il socialismo, non solo il cosiddetto “socialismo reale”, ma anche la socialdemocrazia sua rivale, che è in difficoltà in tutta Europa».

 

Pur criticando i metodi e l’ideologia del dittatore georgiano, Galli riduce la portata dei suoi crimini, dimostrando l’infondatezza dei calcoli fatti a suo tempo nel saggio Il Grande Terrore (Rizzoli) da Robert Conquest, secondo cui i morti ascrivibili allo stalinismo sarebbero stati ben 19.500.000 (le stime di Conquest sono state accettate da vari storici e talvolta anche amplificate).

Il politologo italiano – sulla base di dati più attendibili – afferma, invece, che «Stalin è responsabile di 9 milioni di vittime in un contesto storico di due guerre mondiali non provocate dal comunismo, che hanno causato 75 milioni di morti. Se Stalin è un mostro, è dunque un mostro al 12%».

Egli, inoltre, riconosce al leader comunista anche alcuni meriti: aver saputo modernizzare l’Unione Sovietica, realizzando l’industrializzazione; essere riuscito a respingere l’attacco nazista tra il 1941 e il 1945; aver fatto assurgere l’Urss a grande potenza nel Secondo dopoguerra, dotandola di armi nucleari. E, ancora, sostiene che le “ Grandi purghe”, con cui fra il 1935 e il 1938 furono sterminati i vecchi quadri comunisti, rispondessero a una logica politica ben precisa, anche se aberrante: «Le epurazioni distruggevano e ricostruivano continuamente [...] i quadri di un partito unico autoritario, che era rimasto il solo strumento politico a disposizione per selezionare la classe dirigente».

 

Galli afferma che alla base della dittatura staliniana vi furono le condizioni storiche nelle quali si sviluppò la società sovietica, cioè «una rivoluzione vittoriosa, ma isolata, in un Paese nel complesso economicamente arretrato e politicamente autocratico per tradizione». A suo avviso, quindi, bisogna ridimensionare le responsabilità personali di Stalin nella degenerazione del socialismo sovietico, in quanto l’involuzione autoritaria era insita nel sistema stesso e fu conseguente a un errore di previsione storica, cioè alla «convinzione dei bolscevichi che dalla Russia del 1917 sarebbe partita la rivoluzione prima europea e poi mondiale».

L’autore, comunque, ritiene che non si debba operare alcuna riabilitazione politica di Stalin da parte delle forze che ancora adesso si rifanno alla tradizione socialista: «se egli era autoritario, la sinistra dovrà essere più libertaria ampliando i diritti civili. Se egli era antidemocratico, la sinistra dovrà essere più democratica estendendo il potere di rappresentanza all’ambito dell’economia».

La sinistra europea, pertanto, deve valorizzare ciò che di realmente positivo c’è stato nella storia del movimento operaio e nel socialismo, senza commettere l’errore di appiattirsi sulle teorie neoliberiste, soccombendo sul piano ideologico – come ha fatto negli ultimi vent’anni – «a chi si batte per la conservazione di tutte le ingiustizie».

 

Condividiamo l’intento di Galli, che vuole rivitalizzare gli ideali socialisti, rifiutando la scorretta identificazione fra comunismo sovietico e socialdemocrazia proposta da taluni esponenti dei partiti conservatori. Nutriamo, però, molte perplessità sull’effettiva statura politica del dittatore georgiano, le cui scelte, dettate spesso dalla brama di potere o da mere motivazioni opportunistiche, incisero in modo estremamente negativo sul corso della storia sovietica. Stalin, infatti, accelerò notevolmente i tempi dell’industrializzazione dell’Urss (avvenuta in appena dieci anni), facendo ricorso a metodi fortemente autoritari, che provocarono numerose vittime tra la popolazione e seri contraccolpi all’agricoltura e ad alcuni settori della stessa industria (in particolare a quella leggera). Egli, inoltre, commise una serie di errori piuttosto gravi in politica estera, favorendo, ad esempio, le mire espansionistiche di Hitler con la firma del Patto di non aggressione nel 1939, e fu tra i responsabili della pericolosa corsa allo sviluppo degli armamenti nucleari che caratterizzò la prima fase della Guerra Fredda.

 

Non sono spiegabili, poi, in termini esclusivamente politici le epurazioni della seconda metà degli anni Trenta: Stalin, infatti, aveva il pieno dominio sull’apparato burocratico statale, potendo sollevare chiunque dagli incarichi di partito senza bisogno di spargere sangue.

Il dittatore georgiano non esitò, tuttavia, a far eliminare fisicamente quasi tutti i suoi ex collaboratori, in una sorta di assurda nemesi storica che assunse quasi i contorni di una “controrivoluzione” (Lev Trockij, prima di essere ucciso in Messico da un sicario staliniano, definì in vari scritti “bonapartista” la condotta di Stalin, sostenendo che egli avesse tradito la rivoluzione comunista).

Forse la ragione dei comportamenti dispotici e sanguinari del leader sovietico va ricercata nei tratti oscuri e paranoici del suo carattere, ben delineati a suo tempo da Erich Fromm in Anatomia della distruttività umana (Mondadori). È comunque innegabile, al di là delle colpe che si possono attribuire a Stalin, che il sistema comunista non riuscì – per la mancanza di pluralismo politico e per la sostanziale esautorazione dei soviet – a impedire la propria degenerazione autocratica e fallì nell’intento di emancipare le masse lavoratrici.

 

In conclusione, concordiamo con Galli quando sostiene che il socialismo non è una dottrina politica anacronistica e che le forze di sinistra – per essere davvero tali – devono rapportarsi criticamente alle ingiustizie proprie del sistema capitalistico, senza lasciarsi ingabbiare dal neoliberismo, anzi adottando strategie politiche ad esso alternative: «Fare il contrario di Stalin non significa richiamarsi al liberalismo dell’Ottocento, ma inventare quello del XXI secolo».

 

Giuseppe Licandro

 

(www.excursus.org, anno I, n. 3, ottobre 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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